I cento tornei di Djokovic e la nostalgia per Nadal
Il dolore di un ritorno lo chiamiamo nostalgia, quell’impasto di tristezza e rimpianto che nella vita dell’umanità era sconosciuto fino al giorno in cui uno studente di medicina all’Università di Basilea scrisse una tesi su certe nuove sofferenze patite dai mercenari svizzeri al servizio di Luigi XIV re di Francia. Era una specie di mal du pays ma più forte. Era quello che i tedeschi chiamavano Heimweh ma di più. Era νόστος e άλγος – ecco cosa serviva – un termine nuovo che avesse le sue radici nella lingua degli antichi greci e nel sentimento avvertito da Ulisse senza Itaco. Lo studente si chiamava Johannes Hofer e mai avrebbe immaginato che la sua Dissertatio avrebbe generato il casino che ogni volta la nostalgia produce.
Mai avrebbe immaginato che l’avremmo messa in valigia e l’avremmo portata in una domenica di fine maggio a Porte d’Auteuil per l’apertura del Roland-Garros, l’unico torneo dello Slam dove ci si sporca i calzini con la polvere rossa dei mattoni. Succede che in occasione dell’edizione numero 124, mentre il tennis viaggia in direzione di una nuova rivalità fra un 22enne e un 21enni, il pensiero si posi sullo spagnolo che su questi campi ha vinto 14 volte e sul giocatore serbo col maggior numero di titoli Slam.
Rafa Nadal verrà omaggiato oggi dopo le prime tre partite sul Philippe-Chatrier: c’è anche una mostra a lui dedicata. Novak Djokovic giusto ieri ha finalmente raggiunto il traguardo del 100esimo torneo vinto in carriera. È successo a Ginevra, il paese di Roger Federer e della famosa Università di Johannes Hofer. I francesi poi aggiungono la loro dose nazionale di nostalgia perché Caroline Garcia ha appena fatto sapere che smette e su questa terra la vedremo allora per l’ultima volta.
Julien Reboullet ha scritto che il Roland-Garros 2025 si apre con l’aspetto di un Musée Grévin all’aperto, una sfilata di statue di cera in attesa di trovarci fra due domeniche di fronte a una finale che in tanti immaginano possa essere Sinner-Alcaraz. Anzi: Alcaraz-Sinner. Il giornale francese assegna ★★★★☆ allo spagnolo e ★★★☆☆ a Jannik. Non c’è nessuno che ne abbia ★★★★★, mentre con ★★ seguono Musetti e Djokovic – rientrato nel borsino dei favoriti proprio mentre il treno stava chiudendo le porte. Con ★ ci sono Zverev, Draper e Ruud. Fine dei giochi.
Se così fosse – se fra due domeniche davvero arriveremo a vedere una partita fra la testa di serie #1 e la testa di serie #2 – ci troveremmo dinanzi alla certezza di avere tra le mani la quinta coppia nell’era Open che si è spartita sei titoli dello Slam consecutivi, dunque una vera rivalità, storica, dopo il tandem Federer-Nadal [undici titoli di fila tra il 2005 e il 2007], la coppia Nadal-Djokovic [nove tra il 2010 e il 2012], i sorprendenti Rod Laver e Arthur Ashe [sette nel 1968-1970] e addirittura Pete Sampras e Sergi Bruguera [sei nel 1993-1994].
I due tie-break con cui Djokovic ha capovolto il 5-7 subito da Hurkacz nel primo set della finale a Ginevra ci restituiscono alla vigilia del Roland-Garros un jolly che ha di nuovo il sorriso perfido del Joker. È il solo in giocatore ancora in attività coinvolto oggi nella cerimonia-omaggio a Rafa, insieme con Roger Federer e Andy Murray, il coach dal quale si è appena separato.
“Un giocatore di nuovo molto sicuro del suo impegno e delle sue traiettorie”. Così viene definito stamattina dal giornale francese, mentre Hurkacz si starà chiedendo come abbia fatto a non vincere nonostante 19 ace. Novak è rimasto in campo per tre ore e otto minuti all’età di 38 anni, trovando la fiducia per dire a fine partita che fisicamente si sente bene e che non avrà problemi per gli incontri da cinque set. Ma lui per primo sa che sono un’altra cosa e che servirà un’impresa per passare da 100 a 101: ieri i raccattapalle di Ginevra hanno alzato nell’aria alcune palle dorate e decorate con il numero tondo del traguardo raggiunto. Se non fosse dappertutto, si direbbe nostalgia.
Perché si lascia: la testimonianza di Wilander
È l’anno degli addii, si immalinconisce Mats Wilander nella sua colonna su L’Équipe. Anche Richard Gasquet ha avuto una wild card dal torneo così da salutare il popolo del Roland-Garros dopo un ventennio di magnifici rovesci a una mano.
“I motivi per cui si conclude la propria carriera – dice Wilander – sono diversi per ogni giocatore. Il principale è che si smette di essere felici. Per uno come me non c’era più modo di continuare perché sentivo di aver perso il desiderio di vincere. Non era stanchezza per i viaggi, no. Quando giochi un torneo e non ti interessa, o al contrario quando ti occupa troppo la mente, non sei più in una logica di miglioramento. Amavo allenarmi, era fantastico, mi sentivo libero, non mi importava di nient’altro. Ma improvvisamente, durante le partite, avevo problemi. Troppi. Finché le partite non mi sono interessate più”.
Deve essere la prima volta che Wilander racconta una cosa del genere. O forse è la prima volta che lo racconta così bene. “Quando ho iniziato a perdere contro ragazzi che non avrebbero dovuto battermi, ho pensato tra me e me: che diavolo ci faccio qui? Era orribile, mi sentivo in colpa. Sono un atleta professionista, guadagno soldi, viaggio, alloggio in hotel bellissimi, sono viziato e quando vado in campo non me ne frega niente? Avvertivo un terribile senso di colpa verso gli altri”.
Wilander ricorda che Stefan Edberg fece la stessa cosa di Caroline Garcia: decise di giocare un altro anno, avvertendo che si sarebbe fermato alla fine. “Impossibile per me. Da un giorno all’altro – riprende – era finita. Riuscivo ancora ogni tanto a vincere delle partite e a divertirmi. Era sempre bello giocare davanti a 10.000 persone. Ma quando arrivi al punto decisivo e la tua mente è altrove, tutto è impossibile. È facile reggere la fatica fisica. Anche quella mentale per il 90% della partita. È molto difficile combattere sul 4-4. Oppure sul 15-40 con l’obbligo di vincere quel punto. Quando la fine è vicina. Quando giocavo a Parigi negli anni ’80, non succedeva mai. Non c’era paura di vincere, né paura di perdere. Quando giochi e non hai più la testa dentro la partita, come accadde alla fine della mia carriera, non impari niente. Quando sono tornato dopo diversi mesi di pausa nel 1993, era perché mi annoiavo. Giocavo a golf, avevo un progetto musicale a cui avevo lavorato nei due anni precedenti. Ma avevo bisogno di tornare a giocare a tennis per divertirmi. Ho avuto quattro anni buoni. Sono risalito al 40esimo posto, ho giocato di nuovo la Coppa Davis contro Agassi e Sampras a Las Vegas. Fantastico. Allora ho pensato tra me e me che non ero più lo stesso di prima. E ho lasciato il tennis molto più soddisfatto della prima volta, quando non ero felice”.
Cosa possiamo aspettarci da Iga Swiatek
Solo un paio d’anni fa era la Nadal del circuito femminile, stamattina Iga Swiatek è la grande spina conficcata nel cuore del tennis femminile, una campionessa in caduta libera se non in disarmo, ancora incapace di scuotersi dal traume della sospensione per doping, un mese di stop per contaminazione involontaria – pure lei.
È uscita dalle prime quattro della classifica, è finita sulla strada di Jasmine Paolini al sorteggio ma Louis Boulay su L’Équipe invita a non darla per spacciata.
“La traduzione a volte è un po’ imprecisa e varia a seconda del cantone – scrive – ma pare che, secondo un vecchio detto polacco, non si dovrebbe mai vendere la pelle di Iga Swiatek prima di essere sicuri di poterla mettere sotto di due set. Altrimenti, per principio, è meglio non dir nulla. La tre volte detentrice del titolo è una bestia ferita. Non ha ancora vinto un solo torneo nell’arco di un anno. Non ha ancora giocato una finale nel 2025. È stata eliminata al terzo turno a Roma. Ha perso dei set per 6-0 e ha perso la semifinali a Madrid per 1-6 1-6 in poco più di un’ora. Ma no, l’ex numero 1 del mondo, non è ancora sepolta due metri sotto terra”.
«Sono un essere umano, non sono un robot» ha detto lei in una lunghissima intervista all’ultimo numero del magazine francese. Quando Yann Soudé l’ha intervista a Stoccarda, Iga stava leggendo un saggio sulla storia della Polonia nel XIX secolo. Porta sempre un libro con sé in ogni torneo, anche se dice che di solito preferisce romanzi – e di recente racconta di essersi appassionata alla saga dei Florio di Stefania Auci. Dice che i romanzi le permettono di evadere, di stare lontana dal tennis, dai social network, dai tormenti. “I libri – si legge su L’Équipe Magazine – sono diventati essenziali per il suo benessere e il suo equilibrio psicologico. Le consentono di evitare di sprecare energie nel soffermarsi sugli errori, su cosa avrebbe potuto fare meglio: la sua attenzione ai dettagli rasenta l’ossessione”.
Possiamo davvero escluderla dai pronostici? – si domanda anche la rivista Tennis. Sottinteso: no. “Come ha dimostrato nel 2015 e nel 2022 l’eroe di Swiatek – Rafa Nadal – se ami abbastanza il Roland-Garros puoi vincerlo anche senza aver vinto nessuno dei tornei di preparazione”.
La terra di Parigi è peraltro un’insidia tradizionale per Aryna Sabalenka. Ha un bilancio di 34 vittorie e 6 sconfitte quest’anno. Ha vinto sei torneo tra cui Madrid, ma quella è una terra battuta anomala per via dell’altitudine. “Ma fa ancora fatica a mantenere la calma” scrive Tennis. Negli ultimi due mesi ha perso finali contro Mirra Andreeva e Jelena Ostapenko, così come è stata battuta per la prima volta da Zheng Qinwen. “Quindi Sabalenka non è invincibile al Roland-Garros, dove non è mai arrivata in finale. La domanda è se qualcuna possa farla sudare o cadere prima dle quarto turno. Le candidate più probabili sembrerebbero Collins, Clara Tauson e Amanda Anisimova.
Per quanto riguarda Cori Gauff, si trova nella strana posizione di aver raggiunto due finali consecutive in un Masters 1000 sulla terra – a Madrid e Roma – pur calando di livello con il l’avanzare dei tornei. Nelle ultime due partite a Roma ha commesso 137 errori non forzati e anche il rovescio ha cominciato a cedere. Anna Kalinskaya è la prima testa di serie che le potrebbe toccare, Madison Keys è la testa di serie più alta nella sua porzione di tabellone. Ma un’altra giocatrice da tener d’occhio e che le potrebbe portare qualche fastidio è Barbora Krejcikova, campionessa a Parigi nel 2021, possibile avversaria al quarto turno.