Lo Slalom del 19 aprile | Cosa leggere, sapere e vedere

 

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Non scherzate su quel 2

Quando a 16 km dalla fine Joseph Blackmore ha perso contatto, quando in testa alla corsa sono rimasti in due, la domanda più affascinante era come avrebbe fatto Wout van Paperin-aert a farsi battere anche stavolta. Accanto a lui pedalava Remco Evenepoel, ultima corsa: 12 ottobre, sei mesi fa, secondo posto al Giro di Lombardia. A dicembre è finito contro lo sportello aperto di un furgone durante un allenamento, accompagnato in ospedale con una serie di fratture alle costole, a una scapola, a una mano e un problema a un polmone, così malmesso da pensare che la carriera fosse andata, che gli sarebbero rimaste da guardare alcune foto e certe immagini su YouTube. Anagramma di Remco Evenepoel: coveremo le pene. 

Remco è quel tipo che volò nel vuoto facendo la discesa di Sormano al Giro di Lombardia 2020, così come poteva morire quella volta al Giro dei Paesi Baschi, aprile 2024, una caduta altrettanto terribile. La clavicola destra fratturata due volte avrebbe avuto bisogno di ben altro, certo non di un furgone contro cui andare a sbattere appena ripresi gli allenamenti. 

Un tempo un campione al rientro con una cartella medica del genere – uno che confessa di aver pensato di smettere – corre la Freccia Brabante per fare la gamba, non per trovarsi in fuga negli ultimi 15 km con Wout van Aert. Van Aert era il capitano del Belgio ai Mondiali del 2022 nelle Fiandre, quando Evenepoel per non fare il gregario corse da monello, sul confine dell’insolenza. A quattro giri dalla fine, il tedesco Zimmermann cadde in discesa e spezzò il gruppo in due. Van Aert era rimasto dietro, Remco davanti. Non si fermò ad aspettare, tirò dritto. E dietro il Belgio non si poteva certo mettere a inseguirlo. Risultato: campione del mondo nel giorno in cui i fiamminghi aspettavano Wout. 

La spalla di Evenepoel ancora non va. Dice che se giocasse ancora a calcio come faceva da ragazzino nelle giovanili dell’Anderlecht, oppure se fosse un pallavolista, avrebbe dei problemi. In bicicletta no. Nel senso che non li ha lui, a uno di noi figuriamoci. In questi mesi si è accostato all’Islam e racconta di averne tratto dei benefici. Un punto d’appoggio lo ha definito il giornale di lingua fiamminga Het Nieuwsblad

Dalle ultime due settimane di allenamento sulla Sierra Nevada, in Spagna, ancora di più. Si è convinto che alla Freccia Brabante poteva correre per vincere e alla media di 45,328 km orari, la seconda di sempre dopo i 45,5666 di un anno fa, allora si è lanciato. 

Quella famosa domanda affascinante su Van Aert ha trovato una risposta negli ultimi 300 metri, quando Remco è partito per una volata lunga e Wout non aveva più le gambe per saltarlo sul traguardo. Ha perso lo sprint a due come al Fiandre 2022 da Van der Poel, come da Van der Hoorne alla Schaal Sels del 2017. Remco invece non perde uno sprint a due dalla quinta tappa del Giro di Catalogna [fu battuto da Roglic] e un’altra volta gli era capitato agli Europei 2021 con Sonny Colbrelli. 

L’Équipe ha scritto che non dovremmo sorprenderci della sua vittoria, nonostante non corresse da sei mesi. E tuttavia è stato come un miracolo che abbia battuto Wout Van Aert allo sprint, dimenticando le cicatrici e i dubbi. Remco ha detto che già arrivare secondo dietro Wout sarebbe stato più che sufficiente per sentirsi felice. Aveva percorso più volte il finale del tracciato dietro la moto del padre nei giorni scorsi, così da lasciare al dolce Paperino delle biciclette il 45esimo secondo posto della sua carriera. 

Van Aert deve essere un ragazzo meraviglioso. Lasciò il Tour de France perché stava nascendo il secondo figlio. L’altro giorno dopo la Roubaix il bimbo gli ha chiesto papà papà perché sei arrivato quarto, e lui ha risposto che non c’era niente di male a finire quarti, c’erano stati tre ciclisti più forti di lui. Intorno ai suoi piazzamenti si fa un mucchio di sarcasmo, in televisione poi non ne parliamo, lo sfotte gente che non ha mai vinto la Sanremo come lui, né nove tappe e qualche maglia verde al Tour, né Strade Bianche, né Amstel, né Gand-Wevelgem, né tre Mondiali di ciclocross. Ha un’aura da nuovo Poulidor, ma quando parliamo di Poulidor dimentichiamo spesso che parliamo comunque di un fenomeno. 

La risposta di van Aert è nella foto. Nel sorriso messo dentro il selfie con Evenepoel sul podio. Le due dita di Churchill su cui ci si può sbizzarrire a ridere, ah ah due dita l’eterno secondo, oppure si può davvero credere che siamo in un tempo che sta ridefinendo il senso di una vittoria. Ne ha scritto qualche tempo fa Alessandra Giardini parlando di terzo tempo del ciclismo e di come non piaccia ai vecchi assatanati, non lo capiscono perché si rispolvera il repertorio completo del nonnismo da caserma per giustificare l’attacco contro «questi giovani di oggi» colpevoli di essere troppo poco cannibali, troppo amici appena scendono dalla bici, troppo gentili l’uno con l’altro. Questa non è soltanto una generazione di fuoriclasse capaci di straordinari successi. Molti di loro sono amici, e quando non si contendono le stesse corse si allenano insieme e si danno consigli. Spesso la sera si sfidano a Fifa o a Fortnite, come compagni di scuola adolescenti, incapaci di detestarsi. Almeno stando a quello che si vede da lontano. Una specie di reality show. Sorridi, questa volta hai perso.

Domani Remco torna in gara alla Amstel Gold Race, poi andrà alla Freccia Vallone e il 27 aprile alla Liegi-Bastogne-Liegi. Nella prima e nella terza corsa avrà per avversario Tadej Pogačar. Vale la pena tenersi liberi. 

 

Il ritorno di Longo Borghini

Ha vinto al rientro pure Elisa Longo Borghini, caduta al Fiandre nella corsa a cui prendeva parte da super favorita. Non sapremo mai come sarebbe finita – ha scritto la rivista Rouleur – Borghini ha sempre amato sferrare attacchi solitari potenti e da lontano. In questa primavera sta iniziando a farli funzionare. In passato si percepiva sempre la sensazione che le probabilità fossero a suo sfavore quando partiva con una delle sue mosse

Anche lei sarà alla Amstel Gold Race di domani. L’ha corsa sei volte, tre volte è arrivata fra le prime-10 ma non l’ha mai vinta. Sarà una corsa me-ra-vi-glio-sa, come spiega L’Équipe stiamo attraversando giorni che sono un po’ come il passaggio di consegne delle vacanze, nella pausa tra le Fiandre e le Ardenne con il Tour de France nella testa. Perciò domani al via Longo Borghini sarà stretta nella morsa olandese di Marianne Vos e Demi Vollering, per non parlare di Anna Van der Breggen, ci sarà la polacca Katarzyna Niewiadoma, la campionessa del mondo Lotte Kopecky, ci saranno nove delle prime-9 della classifica UCI, tredici delle prime-20, più Pauline Ferrand-Prévot che ha vinto la Roubaix, e Silvia Persico, e Letizia Paternoster, e Lucinda Brand, e Alison Jackson. 

A un certo punto durante il pranzo di Pasqua fingete un malore e chiudetevi in bagno a vedere che succede. 

 

 Lo Zecchino [della pallavolo] d’oro

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ULLALA’, E’ UNA CUCCAGNA  La finale scudetto 

Milano e Conegliano giocano la seconda finale scudetto. La prima è stata vinta dalle venete nonostante 33 punti di Paola Egonu in quattro set. Stefano Lavarini è fiducioso e pensa che la squadra sia competitiva per puntare a pareggiare la serie. Sono attesi 12mila spettatori al Forum di Assago, Alessia Orro è alle sue ultime partite milanesi prima di trasferirsi in Turchia, ingaggiata dal Fenerbahçe con un contratto da 600mila euro. Giorgio Burreddu su Domani ha messo in fila i successi del campo e certi elementi di contorno per parlare dell’ipocrisia che circonda il volley femminile, pieno di stelle ricche e famoso, eppure con uno status da dilettanti. Roma ha vinto la Challenge Cup pur retrocedendo e Novara la Coppa CEV; Conegliano Scandicci e Milano sono in semifinale di Coppa dei Campioni. Burreddu l’ha chiamato l’eden della pallavolo femminile mondiale

Eppure si tratta di un dominio – ha scritto – che il paese ancora non sa capire fino in fondo. Nonostante numeri da capogiro: quasi 440.000 spettatori nei palazzetti quest’anno, in costante crescita negli ultimi cinque anni (nel 2022/2023 erano stati quasi 385.000). Oltre 10 milioni di spettatori davanti alla tv nella scorsa stagione (+22,9 per cento rispetto all’anno precedente). I social della Lega crescono a ritmi da startup: +52 per cento solo nell’ultimo anno, sfiorando il milione di follower. Più della pallavolo maschile. Più del basket. È la seconda Lega sportiva per seguito in Italia dopo la Serie A calcistica. Sembra l’El Dorado. Invece è il made in Italy della pallavolo femminile. Dietro sembra esserci di più. Invece c’è di meno. Nessuna legge sugli stadi parla di volley, e le istituzioni non si sono ancora accorte di questo bolide parcheggiato in un cortile di periferia.

Mauro Fabris, presidente della lega, in un paio di interviste a Italia Oggi, Sport Senators e al Foglio ha chiesto di considerare l’ipotesi di concedere lo status di professioniste a giocatrici che vanno a Sanremo, sfilano in passerella, influenzano le mode. Fanno tendenza. E attraggono pubblico. Secondo le stime del Sole 24 Ore il giro d’affari supera i 45 milioni di euro. La quasi totalità delle società – ha scritto Burreddu – vive sulle spalle dei suoi proprietari, un’imprenditoria locale viva e che funziona. Almeno finché resta in piedi. Ma vale la pena chiedersi se sarà così anche a lungo termine, a distanza di anni. Gli equilibri nello sport non durano in eterno.

Adhuoljok Malual

Nel campionato italiano di pallavolo può anche capitare che fioriscano sorprese in mezzo alle grandi stelle. Adhuoljok Malual, per esempio. Ha chiuso la stagione regolare mettendo a terra 499 palloni, più di Isabelle Haak a Conegliano, più di Paola Egonu a Milano. Terza cannoniera del campionato, Firenze si è salvata grazie a lei. Solo Antropova con 569 e Anett con 599 hanno segnato di più. L’anno prossimo giocherà a Chieri o Pinerolo. Ha 24 anni, viene dal bacino sperimentale e geniale del Club Italia, non ha nessun rimpianto per i 4 mesi d’esperienza fatti negli USA, dove le offrirono una borsa di studio in pandemia, credeva di trovare l’America e invece. 

Il numero di aprile di Supervolley le ha dedicato un ritratto con Giorgio Marota. Malual ha genitori emigrati dal Sud Sudan, dice che è bellissimo avere due culture, studia Scienze Politiche perché un giorno vorrebbe impegnarsi per rendere migliore con la diplomazia il paese di mamma Mary e papà Yahya. Julio Velasco le ha parlato. Le ha detto di non preoccuparsi dei palloni impossibili, deve imparare a gestirli, non a schiacciarli, non deve impuntarsi ad attaccare tutti i palloni che le capitano sotto mano, dalla prima linea, dalla seconda, le palle alte, le palle basse, le palle buone, le palle sporche. Non è così che vanno le cose, non è così che si diventa grandi. In estate Malual sarà aggregata al gruppo della nazionale oro olimpico in viaggio verso i Mondiali. Anche se davanti ci sono Egonu e Antropova. 

 

     

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