A Conte Napoli non basta più

 

| Dopo otto mesi a Napoli ho capito che tante cose non si possono fare

Antonio Conte

 prima di tutto

   

Non c’era un modo migliore per dirlo, non c’era una frase più efficace per far sapere che il lungo addio è cominciato. «Dopo otto mesi a Napoli ho capito che tante cose non si possono fare». Eppure Napoli e il Napoli sono gli stessi di otto mesi fa. 

È evidente che sono cambiate le percezioni di Antonio Conte su prospettive e orizzonti. È cambiata la misura della fiducia in sé stesso, nella sua capacità di cambiare le cose, come accade in quelle coppie che si mettono insieme pensando di modificare ciascuno qualcosa nell’altro, e poi si scoprono due volte deluse, per non esserci riuscite e perché scusa non lo sapevi che io ero così? 

Il punto è la gestione del mese di gennaio, oggi è evidente. Ma quando arrivò il mese di gennaio Conte diceva che quelle tribolazioni niente erano state niente rispetto a quelle in agosto, attribuendosi – giustamente – il merito di aver risollevato da zero a cento il Napoli in cinque mesi. 

Ora però gennaio pesa. Pesa perché è la somma che fa il totale [questo è Totò]. Conte aveva già toccato con mano che esistono posti dove il suo carisma non basta a trattenere i giocatori: né Osimhen né Kvaratskhelia. Ha poi scoperto quel che non sospettava: che ci sono posti dove neppure avendo 75 milioni di euro in mano riesci a prendere i sostituti che vorresti. Quando alle due scoperte si è aggiunta la desolazione di un infortunio dietro l’altro, nonostante 38 partite da giocare e non 60, ha capito che «a Napoli tante cose non si possono fare». 

È terribilmente vero ed è clamorosamente falso allo stesso tempo.

È un’ovvietà che Napoli non si possa permettere quel che Conte adesso avverte come una insopportabile mancanza. Ma in altre maniere, per altre vie, con le sue gigantesche lacune, il Napoli è sempre là, sempre oltre la diffidenza e la sfiducia di chi a un certo punto se ne va via di schiena. 

Mazzarri pensò che il suo secondo posto fosse il massimo che si potesse raggiungere senza un centro sportivo, senza uno stadio di proprietà, senza un settore giovanile, senza una sede, senza una società. Lasciò credendo di vincere altrove prima del giorno in cui il Napoli avrebbe forse vinto senza di lui. 

Sbagliò la scommessa, come la sbagliò uguale uguale Rafa Benitez, via dopo una gigantesca semina perché dove vuoi andare senza un centro sportivo, senza uno stadio di proprietà, senza un settore giovanile, senza una sede, senza una società. 

Il secondo posto fu considerato il culmine possibile anche da Maurizio Sarri: oltre c’era solo la discesa senza un centro sportivo, senza uno stadio di proprietà, senza un settore giovanile, senza una sede, senza una società. Luciano Spalletti venne per mostrare che invece spazio ce n’era eccome, ma pure lui – con più ragioni di altri e con un tatuaggio sul braccio – ha pensato che dopo fosse impossibile ripetersi  senza un centro sportivo, senza uno stadio di proprietà, senza un settore giovanile, senza una sede, senza una società. 

Giornale Corriere dello Sport Spalletti e Tatuaggio 3° Scudetto Napoli Campione

Antonio Conte sta provando che invece ripetersi è possibile, se non altro ci si può provare, ma già avverte la stessa sproporzione fra l’idea del proprio lavoro e il contesto nel quale viene esercitato. 

Ha scritto Marco Ciriello sulla Gazzetta che la cessione di Kvaratskhelia era e rimane un buco nella storia del Napoli, la gestione del calciatore selvaggio, che ora rischia di vincere la Champions col PSG e scriversi la favola, racconta anche l’occasione mancata del Napoli, che Conte sente, soffre, maledice. Con Kvara, anche a mezzo servizio, ci sarebbero stati i gol che sono mancati nel girone di ritorno, un girone brancaleonesco: con tanta sofferenza, molte toppe e troppi pareggi.

Tony Damascelli sul Giornale parla di solito Conte. Non ha chiarito, come suo stile, quali siano le cose che non si possono fare a Napoli, dunque offendendo la città e non soltanto il club, ribadendo un comportamento già esibito in altri siti, Torino, Milano, Londra, dovunque sia passato ottenendo risultati ma lasciando scorie, memorie acide e nessun rimpianto. Cito una frase di Indro Montanelli in replica ad un giornalista che si lamentava di alcune scelte del giornale: «L’unica forma di protesta sono le dimissioni», offro l’assist ad Aurelio De Laurentiis, se il dipendente multimilionario è insoddisfatto, si faccia da parte, con la dignità che si dovrebbe ad un uomo, oltre che ad un professionista.

Monica Scozzafava sul Corriere della sera dice che Conte ha un’espressione molto diversa da quella gioiosa, diventata virale sui social, di tre sere fa a una cena della squadra. Il gioco diventa duro, lui azzarda un tackle da spavento. La tocca pianissimo, Conte. Perché, soprattutto perché adesso? Lui è così, nel bene e nel male: autentico in un momento di festa (canta sulle note di ‘O Sarracino ), furioso quando si ritrova col nervo scoperto. De Laurentiis era a Capri. Antonio non vuole mentire, né tradire. Non c’è oggi per lui una panchina diversa dal Napoli ma i rumors di mercato sono tanti. Rifletterà, valuterà. Sceglierà.

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Forse penserà di nuovo di essere più bravo del contesto e resterà, forse sarebbe un ripiego e non sarebbe una soluzione per il Napoli. Oppure giudicherà che non esistono margini per lasciare il segno, andrà via, verrà qualcun altro e dopo otto mesi pure il successore capirà che senza un centro sportivo, senza uno stadio di proprietà, senza un settore giovanile, eccetera eccetera. Anche quella non sarà stata una soluzione, se per soluzione s’intende un rimedio, il superamento di un problema. 

Così stanno le cose. Non da otto mesi. Un rimedio non c’è. Questo è il Napoli. Eppure non è poco. Eppure non è male. 

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