La morte di Hugo Gatti detto El Loco


Il cielo è loco, dice in prima pagina Olè per rendere omaggio a Hugo Orlando Gatti, 80 anni, “uno dei più grandi portieri della storia argentina e idolo enorme del Boca. Brillante, geniale, campione e showman”. Leggendario dice El Gráfico – che ha da parte un archivio pressoché sconfinato di pezzi su di lui: dal
Gatti che nessuno conosce [1967] a Le mani magiche del 2001.

Su Gatti vive e per sempre vivrà la leggenda del rifiuto di andare a giocare il Mundial del 78 per protesta, per non unire la sua voce a quella della folla cieca che aveva scelto di non vedere. Poteva esserci lui in porta, il loco, invece l’onore toccò a Ubaldo Fillol, detto il Papero, perché «lui è il tipo giusto, il fidanzato che ogni madre sogna per sua figlia, solo che le figlie sognano me».

Fillol era l’affidabilità e la tradizione. Fillol non si allontanava dalla porta. «Lui aspetta che gli passi la vita davanti – diceva Gatti – e sa che se la caverà. Io esco dai pali, mi tuffo, mi lancio. Lui una partita la gioca, io una partita la vivo. Io non mi sento un portiere, io sono un attaccante che gioca in porta. Molti dei gol che ho preso, lui li avrebbe evitati. Ma molti dei tiri che ho parato, per lui sarebbero stati imprendibili. Non si sarebbe neppure buttato. Immaginate la vita di uno che non si butta mai. Hacer vista, dico io. Se guardo la palla intensamente, la palla si ferma».

Pare una cosa da sciamani, e dello sciamano Gatti aveva i capelli lunghi, i maglioni colorati, le parole sfrontate. Ha parato 26 rigori in carriera pensando di essere non uno sciamano, ma un campione. Prima che alla Casa Rosada arrivassero con il golpe Videla e i suoi generali, nella porta della Nazionale c’era lui. Fillol era la sua riserva. Il 24 marzo del ’76 la suqadra era in Polonia, a tredicimila chilometri da Buenos Aires. Poco prima che andassero in campo arrivarono delle persone in albergo a dire quel che stava succedendo in Argentina. Kempes e Scotta erano i più preoccupati. Erano partiti da un Paese democratico, sarebbero rientrati sotto una dittatura.

Qualcuno mormorò che non sarebbero dovuti andare in campo, Videla invece s’era raccomandato al telefono da laggiù. Voleva che la Seleccion vincesse in casa della squadra terza piazzata al Mondiale del ’74. La giunta annunciò la sospensione delle trasmissioni tv in tutta l’Argentina per quel giorno. Con una eccezione. La partita. Canal 7 l’avrebbe trasmessa al posto dei notiziari. Toglievano la libertà e davano una partita di calcio.

Gallego la prese male. Iniziò a pensare alla sua famiglia, a cosa potesse capitare. Mancavano tre ore alla partita. Kempes più di tutti parlava della possibilità di fermarsi. Ma allo stadio c’era già tanta gente, agli argentini dissero che era tardi per tirarsi indietro. César Menotti riunì tutti e chiese di restare calmi. L’Argentina vinse 2-1 e non gliene fregò niente a nessuno. Quando la partita finì, i calciatori scapparono dai giornalisti per chiedere cosa sapessero. Giocarono altri pezzi di quella tournée in Ungheria, a Berlino, a Siviglia. Restarono in Europa per altri venti giorni e i giornalisti sapevano sempre meno, dicevano che non c’era nulla da temere, che in Argentina stavano tutti bene. Dicevano che con Menotti stavano giocando un grande calcio, pensate a questo, un grande calcio, diventerete campioni del mondo.

Per questo Menotti tirò fuori una delle sue frasi più memorabili, disse che i giornalisti non sanno mai niente, mai niente di calcio e mai niente di niente, disse che se li chiudi dentro una stanza non sanno nemmeno scrivere una lettera alla mamma.

Un decreto di Videla vietò di parlar male della Selecciòn. Non si poteva criticare la Nazionale, figuriamoci se si poteva raccontare che arrestavano 200 persone al giorno. Jorge Carrascosa decise di tirarsi indietro e lasciò la squadra. Senza dare spiegazioni. Non si poteva. Chi voleva capire, capì. Gatti disse a Menotti che al Mundial del ’78 non sarebbe andato perché aveva un tremendo male al ginocchio. Uno stranissimo caso. Giocava regolarmente in campionato e gli veniva male al ginocchio ogni volta che la Nazionale lo chiamava.

Gatti non ha mai preso posizione apertamente, non ha mai detto che lo facevo di proposito, neppure dopo, neppure dopo tutti questi anni. Ha continuato a raccontare che la politica non gli interessava. Con Menotti non c’era bisogno di troppe parole, mentre Fillol andava in giro a raccontare che Gatti inventava delle scuse per non fargli da riserva, per scorno della panchina.

A vent’anni Gatti era stato il terzo portiere ai Mondiali del ’66. «Se non avessi avuto il famoso dolore al ginocchio, il titolare nel ‘78 sarei stato io, e Fillol oggi non lo conoscerebbe nessuno. E invece parla».

A Hugo Orlando Gatti detto El Loco una volta i tifosi avversari tirarono addosso una scopa dalla curva dietro la porta. Lui la raccolse e si mise a spazzare l’area, disse che c’è sempre qualche coriandolo che rimane là. Metteva la bandana, portava i calzettoni abbassati, che cosa gliene poteva fregare di una scopa. Come Kempes.
Kempes se ne fregava di Videla. Andava in campo e pensava a segnare. Diceva che Videla poteva far sparire tutti gli studenti argentini che voleva, non avrebbe mai avuto il coraggio di far sparire l’attaccante della nazionale. Menotti leggeva la filosofia e suonava il piano. Era un radicale,  poté permettersi di dire in pubblico che con i generali l’Argentina sarebbe tornata indietro di cento anni. Eppure quando i generali arrivavano in ritiro e chiedevano di fare una foto, la squadra faceva una foto. Il calcio è solo calcio, la folla vuole così.

I tifosi del Boca accolsero benissimo Gatti anche se veniva dal River Plate. Era uno di loro. La notte stava con i tangueros, coi sudacas, con le puttane di porto Madero. Gatti era il portiere che contro l’Independiente si era stufato di stare a guardare la partita, non succedeva niente, si sfilò le scarpe e andò a sedersi sopra la traversa. Gatti era il portiere che contro l’Argentinos Juniors era andato da un ragazzetto alto un metro e mezzo, sarà stato uno e 68 al massimo, un tipo con tanti riccioli in testa, il numero 10 che trattavano come un mezzo padreterno perché aveva già segnato 79 gol. Andò da lui e gli disse, ehi gordito, chiattuncie’, guarda che non mi segni neppure se Gesù Cristo scende un’altra volta sulla terra. Quello rise, si allacciò le scarpe e gli fece l’ottantesimo gol su calcio di rigore, l’ottantunesimo e l’ottantaduesimo su punizione, l’ottantatreesimo in contropiede attirandolo fuori dai pali. Maledetto Diego, pure lui non-campione del mondo del ‘78 come Hugo Gatti detto El Loco. Insieme non hanno preso la Coppa da Videla. Che cosa ne sa Fillol, che cosa ne può sapere.

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