Grazie calcio: per tutta la tristezza che ci dai

La tristezza che sa darci il calcio

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Iñako Díaz-Guerra su El Mundo si dice stanco di scrivere dell’epopea della sconfitta quando deve occuparsi dell’Atlético Madrid. Gli pare che l’Atlético perda sempre crudelmente, tu scrivi dalla tribuna stampa un pezzo sul senso di appartenenza, sul coraggio, sul cuore, ed è tutto facile, tutto vero, fino alla prossima delusione. È un trucco a buon mercato perché a volte perdere è poetico, ma di solito è una merda. Sia detto con spirito olimpico e franchezza meridionale. 

Alla Pino Daniele, l’editorialista di El Mundo scrive che allora mo’ basta. Se trasformiamo ogni sconfitta in un’epopea, non facciamo altro che indorare la pillola. La realtà è che la squadra di Simeone ha visto sfuggire (o quasi sfuggire) due tornei in quattro giorni. Il primo con quel doppio tocco che è una questione di fede e io sono ateo. Ma la seconda merita un’autocritica. Gli ultimi 20 minuti sono stati inspiegabili. Ciò che entrambi gli eventi meritano è la tristezza”.

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Oh, allora. Iñako Díaz-Guerra è uno degli insigni esponenti della pubblicistica sportiva spagnola che raccontano il calcio dicendo per quale squadra tifano. Scrive che certo, si può essere tristi per una sconfitta in una partita di calcio, sebbene molti se ne sorprendano ancora con quella assurda superiorità morale che ti rimprovera di essere toccato da un gioco, da un problema immaginario, quando nella vita reale accadono tante tragedie. Proprio per questo motivo succede, anime stolte. La tristezza è meravigliosa quando fa male e se ne va, quando ti permette di provare sentimenti senza lasciare cicatrici, quando piangi con lacrime di fuoco”.

Il calcio ti dà tutto questo – continua l’editorialista di El Mundo – come il cinema, la musica o la letteratura, solo che riceve recensioni peggiori. Non mi stancherò mai di piangere guardando Roy Batty mentre accetta il fatto che è giunto il momento di morire, l’espressione di Jim Carrey mentre ascolta le registrazioni in Se mi lasci ti cancello, Keira Knightley e Mark Ruffalo che fanno ciò che dovrebbero e non ciò che meritano in Begin Again, il bellissimo finale di The Leftovers, Sean Connery che cade dal ponte in L’uomo che volle farsi re

E qui Díaz-Guerra tocca vette supreme, lo fa quando mette in mezzo ‘e criature – perché ‘e criature, come si sa, devono imparare dove stanno le lenzuola e devono sapere dove fa freddo e dove fa più calore. Scrive allora di aver intenzione di riscoprire nelle letture dei miei figli l’emozione primaria delle morti di Silente e Boromir, di Artax che sprofonda nella Palude della Tristezza, di Piggy che paga per la disumanizzazione degli altri nel Signore delle Mosche.

E anche quando ascolta la sua musica, non passa settimana – dice – che io non abbia a rabbrividire vedendo Johnny Cash sanguinare in Hurt di Trent Reznor, vedere Jota disperato per Florent in Line 1, vedere alti edifici tremare ed evocare l’11 settembre in Jesus dei Wilco. E nessuno mi biasima. Il calcio offre la stessa cosa. Si soffre e si gode la strana sensazione, a metà tra il dolore e il conforto, di sapere che per quanto sia  reale non è grave, passerà in pochi giorni e si può ricorrere a essa quando si vuole. Dobbiamo provare tristezza, non viverla. Che effetto può avere una partita su di te? insistono gli altri. Non è che posso, è che proprio lo voglio. E mi piace tantissimo.

Certo, poi ci sono squadre che ti aiutano e altre che ti danno più raramente il gusto di vivere una simile gioia. Come diceva il poeta, quelli che vincono non sanno cosa si perdono. 

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