Quando vinse Bikila non aveva le scarpe e neppure il cognome
Oggi è il giorno della maratona di Roma. Sul Teleco-Slalom c’è una piccola guida ai favoriti e alla corsa di oggi: durante la giornata sul Live Blog in tempo irreale si troveranno i risultati, un tweet, qualche reel, un video, una cosa del genere, un riflesso filmato, ecco. Qui sotto invece il racconto della più celebrata e famosa tra le maratone corse a Roma.
Avrebbe dovuto vincere Popov, un sovietico, era il favorito. Invece arrivò per primo un corridore al quale i giornali italiani diedero nome e nazionalità contraffatte. Non c’è Bikila nei titoli del ‘60, l’anno della maratona più leggendaria mai tenuta a Roma. Per quasi tutti era Abebe, sulla Gazzetta diventò Bekila e per molti non era etiope, ma abissino. Le cronache dagli archivi vanno sfogliate così, togliendo le lenti d’oggi e leggendole secondo lo spirito del tempo.
Per la maratona olimpica di Roma partirono in 76 e i contemporanei furono parecchio stupiti dall’assenza dei greci, non ce n’era nemmeno uno dopo aver tanto tramandato le gesta di Fidippide e di Spiridon Louis. Si mossero poco dopo le cinque dal Campidoglio per giungere all’Arco di Costantino, toccando il Circo Massimo, le Terme di Caracalla, l’EUR, l’Appia Antica,la tomba di Cecilia Metella, i Fori romani, un sussidiario di tutta la storia di Roma. “I secoli stavano a guardare” scrisse il Corriere della sera in prima pagina per l’arrivo di Bikila quando era già buio, ma alla luce delle fiaccole, in “uno sfondo fiabesco che non sarà più possibile ripetere. La maratona non è una gara che possa essere guardata al lume della tecnica, e perciò non occorre aggiungere altro alla vittoria di Abebe, all’uomo che è giunto al traguardo ancora in possesso di una sorprendente freschezza”.
Fresco e per sempre scalzo, nelle cronache, nei ricordi, nell’immaginario collettivo. Alberto Cavallari sul Corriere della sera trovò che “l’itinerario, nonostante la trasposizione, era di prima mano. Passava per ruderi, archi, acquedotti e, per sommare a quarantadue chilometri, passava per Vitinia nella campagna romana. La mescolanza di corsa greca e di luoghi romani faceva già per conto suo un concentrato di suggestioni. Ma poi l’abissino in fuga, a piedi nudi, vi ha aggiunto un vistoso colore di ricostruzione verdiana. Archi, marmi, colonne, e l’etiope al trionfo finale. Non è stata una maratona. È stata l’Aida coi romani lungo le strade a far da coro”.
Bikila corse a lungo affiancato dal marocchino Rhadi. “Fu nel tratto fra Vitinia e l’imbocco dell’Appia Antica – scrisse Cavallari – che l’abissino cominciò a condurre. Sull’asfalto Abebe camminava venticinque chilometri senza mostrare lo sforzo. I suoi piedi battevano lesti, nel buio ormai fatto, e, così scalzo, cambiò del tutto il sapore della corsa. Veniva su nella sera romana come un personaggio un po’ misterioso. Nero nero nel nero, coi suoi calzoncini blu e la maglietta rossa, pareva chiamato da un familiare tam tam. Correva senza fatica, leggero. Il marocchino lo seguiva con passo più duro. La gente, dai campi non applaudiva, vedeva appena la sua sagoma scura. Mandava le radioline a tutto volume”.
“All’imbocco dell’Appia Antica – continua la cronaca del Corriere – era tutto pronto per il finale trionfo del maratoneta. Lungo tutta la strada, sui due lati, a dieci metri uno dall’altro, erano appostati centinaia di soldati ai quali era stato affidato l’ufficio di reggere lunghissime canne, con in cima una torcia. E così, quando il corridore fu avvistato, le torce si accesero, rosse fra gli alberi, vampate di bianca luce incendiarono la tomba di Cecilia Metella, i monumenti nascosti nel buio. E quale fu la sorpresa della gente nel vedere che qui, nella gran luminaria, s’affacciava dai campi un negretto senza nemmeno le scarpe. Si capì che la corsa era sua”.
E qui l’epica si fa costume, perché Cavallari dice che “dall’uscio delle trattorie, i clienti assiepati gli mandarono applausi, dai tavoli preparati per la cena, già occupati dai mezzilitri. Forza Selassie, gridava qualcuno. Perche si era in quella zona di Roma dove il Quo Vadis? volentieri si mescola alla colazione in campagna. E dove il drammatico clima di una maratona era messo in serio pericolo dal nome di certe trattorie. Davanti a un pergolato con la scritta Qui nun more nessuno cuochi e camerieri con grembiuli bianchi testimoniavano bonariamente il passaggio del negro che non rallentò nemmeno in quel gran scenario classico, ma profumato di imminenti ragu all’arrabbiata. E andò via dritto con l’aria di chi, davvero, ritorna vincitore. La scena dell’arrivo ve la risparmio. L’arco di Costantino era bianco nella notte, la gente gremiva le rovine intorno, il Colosseo mandava, inaffiato di luce, i bagliori di un brillante. Quando si sentì un grido, laggiù, alla curva: < A’ Romole’ er maratonaro è l’abbissino>. E allora, invece d’essere asciutto scarno, classico diciamo, il trionfo si tinse d’esotismo. L’etiope scalzo passò sotto l’arco con fare guerriero. La sua pelle lustra splendeva. Era stanco. Aveva pugnato e aveva vinto. Parve, dunque, l’Aida, atto primo”.
L’atto secondo, ma con le scarpe, sarebbe arrivato quattro anni dopo a Tokyo. Ma nel frattempo Arminio Savioli su L’Unità aveva raccontato che quell’Abebe tanto strano giunto “ormai a notte fonda, nell’aria fresca e frizzante”, attraversando quello che gli era parso “un cupo brusio”, si era presentato al traguardo “come un trucco cinematografico”.
Bruno Raschi sulla Gazzetta disse che “Bekila Abebe è piccolo e nero, spiritato, pieno di contrasti: veste un paio di calzoncini di raso rosso, ha la maglia verde, cammina a piedi nudi percuotendo l’asfalto con una musica terribilmente umana e fa quasi compassione; Rhadi è più alto e più armonico nel passo ampio e leggero. Veste calzoncini bianchi e maglia rossa e muove la sua danza sempre uguale su due morbide scarpette di caucciù. La maratona ha smarrito per strada i suoi più classici esteti, è diventata una corsa irreale e senza proporzioni; la vincerà un uomo dalla pelle scura, venuto da lontanissimi lidi: un soldato ignoto”.
In quella che ci siamo tramandati come l’ultima Olimpiade dal volto umano, qualunque cosa significhi, i contemporanei colsero dei cenni di una mutazione genetica dello sport che oggi ci è familiare. Ludovico Giulio scrisse sul Corriere della sera che “una vittoria sportiva non è oggi soltanto la vittoria del singolo atleta, ma è anche quella del tecnico sportivo, del fisiologo, dell’anatomico, del medico, dell’ortopedico, dell’esperto in dietetica, dell’ingegnere, per non dire di tutta la mastodontica organizzazione che lo cura e lo segue. Non deve stupire, quindi, se, entro le barriere ancor un po’ confuse del cosiddetto limite umano, i primati possono e potranno in avvenire susseguirsi ai primati. Se la evoluzione fisica dell’uomo è un fenomeno che avviene lentamente, tecnica e conoscenze scientifiche progrediscono ben più in fretta. Lo sport non è più improvvisazione, sforzo generoso e incontrollato, antitesi del freddo calcolo e del ragionamento. Lo sport è, oggi, un fatto tecnico, un fatto scientifico”.