Lo Slalom del 11 marzo | Cosa leggere, sapere e vedere

 

martedì 11 marzo 2025

# 5 giorni al Mondiale di F1

 

🟨  La Lazio ha pareggiato 2-2 con l’Udinese nel posticipo della giornata di serie A e ha mancato il sorpasso sulla Juventus per il quarto posto 🟨  La Virtus Bologna ha battuto Trento nello scontro diretto d’alta classifica e ha raggiunto Brescia al primo posto nel campionato di basket 🟨  Filippo Ganna ha dominato la crono d’apertura della Tirreno-Adriatico, Tim Merlier ha vinto in volata anche la seconda tappa della Parigi-Nizza 🟨  La gip del tribunale di Monza ha accolto il ricorso contro l’archiviazione delle accuse a Emanuela Maccarani. Il gup dovrà stabilire se rinviarla a giudizio

 

  

 Che cosa stanno leggendo in Europa

 🟨  Francia: il PSG in casa del Liverpool per la Champions Inghilterra: Gli stenti del Manchester United Spagna: Il derby madrileno di Champions e il Barcellona in campo dopo la morte del suo dottore Italia: Il futuro di Juventus e Milan

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|   Lo scopo nella vita non è eliminare l’infelicità

È tenerla al minimo

Dottor House

 prima di tutto

Solo il Lille ci può salvare dalla fabbrica di chewing gum

Il calcio è diventato un posto pieno di scontenti

  Negli ultimi vent’anni solo una squadra olandese ha giocato i quarti di finale in Champions. Era l’Ajax. Il PSV non ci riesce dal 2007, il Feyenoord non ce la fa dal ‘72. Il Bayer Leverkusen è lontano dal 2002 [quando arrivò in finale], il Lille non è arrivato mai così lontano. Se tra oggi o domani si verifica solo una di queste condizioni, potremo tirar fuori dal cassetto l’aggettivo storico oppure sarà rimasto tutto abbastanza dentro i canoni della Coppa più cara alle squadre di calcio in Europa. Onestamente? O ci salva il Lille oppure andiamo alla fiera del chewing-gum, ce ne andiamo a rimasticare un po’ di partite che abbiamo visto e rivisto. Oh, non per demonizzare la ripetitività. D’altra parte non c’è niente di male a guardarsi C’era una volta in America ogni sera. 

È ormai accettato il fatto ch il 1992 ha cambiato per sempre il calcio. Tutto è cominciato con il divieto per i portieri di raccogliere con le mani il passaggio all’indietro dei difensori, il rifugio ostruzionistico del non gioco una volta che eri passato in vantaggio, o peggio ancora per trattenere lo 0-0. Siamo partiti da lì e siamo arrivati alla Champions con 32 squadre, ai Mondiali con 48, forse 64, forse tutti. Il tifo inglese continua a far la parte del famoso ultimo giapponese rimasto nella foresta. 

Domenica migliaia di tifosi del Manchester United hanno marciato per protestare contro la proprietà del club. La settimana prima della scorsa c’è stata una marcia più piccola contro i proprietari del loro club da parte dei tifosi del Chelsea. Un paio di settimane prima c’erano state proteste al Tottenham. Pure i tifosi del Fulham sono scontenti, ci sono lamentele dentro il Manchester City e in totale circa tre quarti dei club della Premier League assiste al malcontento presente tra i tifosi. Ne ha scritto lo storico del calcio Jonathan Wilson sul Guardian, dicendo che tuttavia queste proteste sono un lontano rumore di fondo. Gli spettatori televisivi hanno potuto guardare il pareggio per 1-1 fra United e Arsenal senza sapere nulla della protesta. 

Quanto è importante – si domanda – che circa 5.000 persone abbiano camminato per circa un miglio da un pub a uno stadio, la maggior parte vestite di nero? Le manifestazioni sono spesso incoerenti. Quella del Chelsea cantava cori per Roman Abramovich, suggerendo che sono veramente arrabbiati solo per la mancanza di successi. Il dissenso sarebbe rapidamente sedato da una corsa per il titolo

Eppure, ragiona Wilson, allo stesso tempo è significativo che ci sia così tanta rabbia in così tanti club. La Football Supporters Association ha lanciato la campagna Stop Exploiting Loyalty mettendo in evidenza l’aumento dei prezzi dei biglietti e la rimozione degli sconti per anziani e studenti. La FSA è una voce importante, dice il Guardian, ma il calcio inglese non ha nulla a che vedere con la solidarietà tra tifosi che si riscontra in Germania o in Scandinavia. Il mese scorso le curve della Bundesliga si sono unite per costringere la lega ad abbandonare i piani di cessione di una quota dei ricavi dei diritti tv, stimata introno al miliardo di dollari, a un fondo di private equity. In Inghilterra, dice Wilson, c’è un tema più generale che unifica le masse. 

I tifosi sentono che il loro gioco gli viene portato via. Si tratta di un cambiamento culturale in atto da 30-40 anni e che ora sembra stia raggiungendo un punto di crisi. I club sono diventati rappresentanze pubbliche delle loro comunità e in molti casi hanno preso molto seriamente questo ruolo. Ma l’economia del calcio è cambiata.

Molte squadre di calcio inglesi sono nate come attività dopolavoristiche e a lungo non sono state mosse da scopi di profitto. Fino al 1981 i dividendi erano limitati al 7,5% e nessun dirigente poteva ricevere uno stipendio dal proprio club. Wilson invita a non romanticizzare troppo quei giorni, perché anche allora i club dovevano attrarre in qualche modo i tifosi, e ciò significava fissare prezzi dei biglietti di conseguenza

Oggi i ricavi televisivi superano di gran lunga gli incassi al botteghino. Quando oligarchi e fondi di investimento statali hanno iniziato a investire nei club, il denaro ricavato dalla vendita dei biglietti è sembrato meno rilevante. Ma quando il fair play finanziario e le Profit and Sustainability Rules [PSR] hanno iniziato a farsi sentire, i proprietari hanno cercato di aumentare i ricavi in ​​qualsiasi modo possibile. 

Sono pochi i dirigenti attuali cresciuti nel calcio o come tifosi del club nel quale lavorano. Wilson dice che questo è il punto. Sono estranei al calcio. Gestiscono il Chelsea o il Manchester United come se fosse un’azienda che deve vendere lo shampoo. Si sentono poco responsabili nei confronti delle loro comunità. Per questa nuova razza di proprietari è molto più redditizio avere un tifoso che viene di rado, che paga un prezzo elevato ed è propenso a spendere in cibo e merchandising, rispetto a un fedele abituale che è stato a ogni partita casalinga per decenni e che non ha bisogno di visitare il negozio del club ogni settimana.

Questa è la metamorfosi vera dentro l’industria del calcio, e come per il passaggio all’indietro verso il portiere basta un solo frammento che muta per cambiare il puzzle completo. I tifosi tradizionali, sostiene Wilson, hanno gradualmente visto cambiare lo sport che le loro famiglie hanno sostenuto per generazioni. Gli orari del calcio d’inizio sono l’aspetto pià vistoso e banale di tutto il processo. Anche la VAR, scrive Wilson, almeno nel modo in cui ora viene utilizzata, è pensata per il pubblico televisivo. I biglietti sono diventati sempre meno accessibili. I tifosi vengono sfruttati ed emarginati, la loro importanza è diminuita. Forse questa è una conseguenza inevitabile della globalizzazione in un mondo in cui il profitto è diventato l’unica motivazione accettabile, ma è comprensibile il motivo per cui i tifosi siano sempre più risentiti.

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Le partite di stasera

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  CAMPO PRINCIPALE |  LIVERPOOL VS PSG  Il Liverpool ha un gol di vantaggio sul PSG ma in Europa si fa ancora parecchia fatica a capire come abbia fatto a vincere la partita la scorsa settimana. Più o meno la risposta è Alisson. Il portiere. Ha fatto nove parate. Almeno un paio super decisive. Il record di parate senza subire gol in due partite nell’eliminazione diretta di Champions League è 12, raggiunto da Gigi Buffon nel 2012-13 contro il Celtic e da Hugo Lloris nel 2019 contro il Borussia Dortmund. Il Liverpool invece ha tirato solo due volte, peraltro da posizioni semi impossibili [0,27 il parametro che le misura]: è stato il loro numero di tentativi più basso in una partita a eliminazione diretta. 

Il PSG ha i dribblatori più formidabili della Coppa. Hanno saltato l’uomo per 19 volte nella partita di andata. Solo il Porto fece meglio sette anni fa [21 dribbling riusciti contro i Reds]. Luis Enrique ha fatto riposare la maggior parte della squadra titolare nell’ultima di campionato: Achraf Hakimi, Khvicha Kvaratskhelia e Nuno Mendes hanno fatto delle apparizioni, mentre Gianluigi Donnarumma e Fabián Ruiz sono rimasti in panchina, Marquinhos addirittura a casa. Slot ha lasciato un tempo a Curtis Jones, Alexis Mac Allister, Andy Robertson e Dominik Szoboszlai, mentre Mohamed Salah ha giocato e segnato due gol al Southampton. Anche lui è stato un mezzo fantasma contro il PSG all’andata, zero tiri in porta, come contro il Real Madrid nel marzo 2023. Già l’anno scorso il PSG andò a prendersi in trasferta una qualificazione che pareva compromessa in casa [2-3 dal Barcellona e poi 4-1 fuori], ma nessuna delle ultime 15 squadre francesi in Inghilterra è riuscita a vincere.

  INTER VS FEYENOORD  Sostiene Simone Inzaghi che non si possono far calcoli, non si deve, e ha ragione. Per giunta tra scudetto e Champions, sotto sotto, dentro di sé, in un angolo remoto e insondabile del cuore, ogni interista sa cosa preferire. Non si possono far calcoli sulla formazione, sulle energie da risparmiare, quella roba là. Ma rispetto all’Atalanta e al Napoli, l’Inter dovrà giocare da un minimo di tre partite [stasera e i due derby di semifinale in Coppa Italia contro il Milan] a un massimo di nove [i due quarti, le due semifinali e la finale di Champions, la finale di Coppa Italia], prima di volare in America tra le braccia del Mondiale per club XL [oggi ne parla Djorkaeff in una intervista su Repubblica]. 

Dunque non si possono far calcoli, ma valutazioni sì, eccome. Paolo Tomaselli sul Corriere della sera annota che “Sommer torna in porta con il tutore al pollice e Thuram «da un mese non si riesce ad allenare più come prima, sta giocando con antidolorifici e infiltrazioni». Detta così — e considerato che Lautaro non è al meglio e si siede in panchina così come De Vrij, che anche Calhanoglu è in dubbio e che Zielinski si vedrà direttamente a maggio, non si può dire che l’Inter scoppi di salute. Ma il Feyenoord che torna sul luogo del delitto con quasi 5mila tifosi dopo aver eliminato il Milan ai playoff è messo pure peggio, ha perso anche Paixao e Osman (squalificato), per cui niente allarmismi e niente testa alla lotta scudetto: per una squadra che è alla terza partita in sei giorni, l’orizzonte della sfida all’Atalanta domenica sera, è piuttosto lontana

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Il Napoli prende un sacco di gol da fuori area

Un giorno parliamo della relazione tra lo scudetto in Italia e la miglior difesa del campionato. Non oggi. Un altro giorno. Ma oggi è interessante l’osservazione che arriva da Kickest, dove si legge che il Napoli è la squadra che ha subito meno gol [23] ma non tiene la porta imbattuta da nove partite, dalla partita del 12 gennaio contro il Verona. Quasi due mesi, un dato non proprio contiano si legge. 

La Fiorentina ha contribuito domenica scorsa con Albert Gudmundsson e Kickest  fa notare che su 23 gol presi da Meret nove sono arrivati da fuori area. Nove su 23 fa il 39.13%. Nessuna squadra della Serie A si avvicina a questa percentuale. La seconda nella statistica è proprio la Fiorentina con il 16.67% [5 su 30] mentre la migliore è la Juventus che non ne ha concesso nemmeno uno. Qui c’è la tabella completa di Kickest, dove si legge che di questi nove gol presi dal Napoli da fuori area, cinque sono venuti nelle ultime cinque giornate. Il più assurdo è l’autogol di Rrahmani da trenta metri. I cinque tentativi sommati insieme danno come parametro di probabilità del gol un bassissimo 0.15 eppure sono stati cinque gol. Con sei punti conquistati su quindici. 

 

Le immagini della giornata di ieri

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Una cronosquadre nel cuore della Borgogna

Dopo due volate di Tim Merlier, la terza tappa della Parigi-Nizza offre il primo momento di svolta nella trama. Se poi sarà un turning point si vedrà. Oggi arriva la cronometro a squadre di Nevers Magny-Cours. Siamo nel cuore della Borgogna, dove una volta Gianni Mura scrisse che si mangia bene, si beve meglio, i nostri taccuini sono bianchi ma le nostre anime sono rosee e leggere.

Con l’anima rosea e leggera oggi conteremo le prime differenze in classifica generale. Il tempo sarà preso in modo anomalo sul primo corridore che taglia il traguardo. Il profilo dei 28,4 km è ondulato, partenza dal circuito automobilistico e arrivo in città a Nevers con tre saliscendi nei primi 5000 metri. Dopo una discesa, la strada salirà in maniera irregolare per altri cinque km e scollina prima dell’intermedio di La Chaume des Pendus, quartiere di Challuy, dove nel Settecento fecero sindaco il direttore dello zuccherificio. Si resero più dolce la vita. 

Negli ultimi cinque km si affronterà lo strappo della Côte de la Pisserotte e che ni se dice che sarà decisivo. La favorita è la Visma Lease a Bike di Edoardo Affini e Victor Campenaerts, oltre che di Jonas Vingegaard e Matteo Jorgenson. Joao Almeida si difende con la truppa UAE composta da Brandon McNulty, Nils Politt e Ivo Oliveira. La Ineos Grenadiers conta su Joshua Tarling, Magnus Sheffield, Bob Jungels e l’ex campione del mondo Tobias Foss per pilotare il capitano Thymen Arensman.

    

Filippo Ganna ha dato 22 secondi di distacco a Juan Ayuso in 11 km, correndo la sua prova alla media di 56.100 km orari. Ha costruito il suo margine spaventoso nel finale. Negli ultimi 5 km solo Antonio Tiberi è riuscito a prendere meno di 20 secondi di distacco [17]. Ganna non vinceva da 247 giorni. Faceva un certo effetto sentirlo ieri e anche vederlo scritto, ma non è che tutte le sante mattine sia salito in bicicletta. I giorni di corsa senza successi sono 25. Che gli vuoi dire, a Filippo Ganna? Ha corso la sua quarta crono più veloce di sempre. Irraggiungibile resta quella di Monreale in apertura di Giro d’Italia 2020. Spinge la bici a 58.8312 km orari lungo 15 km. Le sue dieci cronometro più rapide sono state tutte comprese fra gli 8 e i 25 km di lunghezza: la sua distanza preferita. I successi alla T-A contro il tempo sono saliti a tre, in cima alla statistica c0è Fabian Cancellara con 6 e poi viene Francesco Moser con 5. 

LA TAPPA DI OGGI  |  Lido di Camaiore – Follonica

strade

Le donne a Follonica

Sarà per eredità della fullona degli Etruschi, sarà per via della  fullonica romana, ma il luogo dove anticamente le donne strofinavano  i panni da lavare è rimasto scolpito nel nome di questo posto che non conosce femminismo ogni volta che ci son di mezzo biciclette. Chi lo sa perché. Sotto il fascismo, per esempio, intorno alla Chiesa della Ghisa di Follonica si tenevano corse di cavalli, in alternativa si sfidavano in dritta percorrendo l’asse di via Roma ancora chiamata via del Commercio o via Cavallotti. Se i cavalli riposavano, toccava far correre l’anti-cavallo, la bicicletta, come racconta Luca Tognaccini nel libro La splendida storia di Follonica, città che all’epoca si vantava di poter ammirare una donna battersi contro gli uomini, [dicono senza sfigurare] eppur chiamandola con il soprannome assai villano di Balena

Trent’anni fa da Follonica passò il Giro d’Italia, in maglia rosa c’era il russo Berzin e la condizione femminile non era granché cambiata. Leonardo Coen su Repubblica scrisse: In una cosa il Giro è rimasto Strapaese. Le esuberanti miss. Che ora chiamano hostess. Non vi diciamo come le chiama invece il pubblico, ruspante e sanguigno, che affolla partenze ed arrivi della carovana. Berzin, che ormai è abbonato ai baci e agli abbracci di Barbara, Nadia, Sabrina e Fabiola, sta bene accorto a non alimentare il clima già infuocato delle premiazioni. Ma ieri, a Follonica, gli animi erano eccitati, come non mai: sarà stata la storia della finta fuga notturna di Gianni Bugno, sarà stata la giornata quasi estiva, densa di calori e umori, fatto sta che le povere ragazze in body stretch color acciaio non hanno fatto neppure in tempo ad esporre il loro ben di dio che si sono beccate una fragorosa salva di faccela vede, che se lo sapesse Irene Pivetti, allora sì, che si pentirebbe dall’aver proclamato la fine del femminismo

Erano giorni nei quali si scriveva di Bugno, per la verità separato, e di una sua Dama Bianca. Altri tempi – diceva Repubblica – Coppi era Coppi. Non parliamo di Miguel Indurain, guai se Marisa lo sorprendesse mano nella mano con una di queste ragazze

Ecco. Oggi che le bici attraversano Follonica di nuovo, i Bicocchi son consegnati alla storia – loro che per questa città sono come i Medici a Firenze. Le bici passano davanti a Besitos, il negozio di abbigliamento aperto qui da Vanessa Incontrada – che una sua battaglia contro il body shaming l’ha combattuta e vinta. A Follonica è cresciuta Laura Donnini, manager in posizioni di vertice in alcune delle principali aziende editoriali italiane, fino alla carica di amministratrice delegata di Rcs Libri e ripartita da HarperCollins Italia e da Harmony – disse una volta – per dar voce alle donne «che sono il 60 per cento del mercato di chi legge. E di questo io mi voglio appropriare perché nessun editore, da nessuna parte ha mai avuto un progetto editoriale di questo tipo. Questa non è una casa editrice di femministe ma ha un dna al femminile, le donne sono quelle che leggono, vogliamo sviluppare un progetto di narrativa e saggistica che abbia questo fil rouge».

L’UOMO CONTRO IL CAVALLO  Era un maschio, invece, Atollo, un maschio baio di cinque anni. Il 21 luglio del 78 a Follonica si misero in testa di mescolare i costumi in uso nei giorni delle corse intorno alla Chiesa della Ghisa. Così misero uno contro l’altro un cavallo e un anti-cavallo sulla pista dell’ippodromo, alla fine della riunione. Atollo era considerato il miglior trottatore indigeno del momento, il rivale di Delfo. Per avversario gli diedero Francesco Moser, il campione del mondo di ciclismo su strada. Non aveva ancora le ruote lenticolari. Si affrontarono sul chilometro lanciato, con avvio dietro l’autostart. All’interno Carlo Bottoni sul sulky di Atollo e all’esterno Moser, lungo una striscia della pista larga due metri e liberata per l’occasione dalla sabbia. Poco più di un giro dell’impianto, un anello da 871 metri. 

In quell’estate del ’78 Atollo aveva partecipato a quindici corse e ne aveva vinte otto, con quattro piazzamenti fra secondo e terzo posto. Aveva un record personale di 1’15″3 al chilometro e nulla poteva sapere del fatto che la sfida di un uomo contro un cavallo era una piccola grande ossessione degli organizzatori di ciclismo. Gino Bartali aveva sfidato e battuto Egan Hanover nel 1953 a Bologna, Marino Basso nel 75 Oldwich a Napoli. Solo una volta, solo Fakir du Vivier contro Freddy Maertens, aveva vinto per la sua squadra. 

Atollo ruppe alla prima curva, allora chiesero a Moser di ricominciare tutto daccapo. Nella seconda prova, quella valida, allo stacco della macchina dell’autostart, la maglia iridata si mise subito al comando, il cavallo in rimonta si avvantaggiò di cinque o sei metri, sulla dirittura di fronte alle tribune era ancora in testa. Fu negli ultimi 400 metri che Moser cominciò la sua progressione, affiancò il cavallo sulla curva finale e lo staccò sul traguardo, con circa cinque metri di vantaggio, due decimi di secondo per il cronometro.

Così Follonica fece la pace con la maglia iridata dei campioni del mondo. Nove anni prima era scoppiato un caso con Vittorio Adorni che la indossava. Il Giro passava dalla Versilia e il regolamento dell’epoca imponeva al campione del mondo di portare sopra l’arcobaleno il nome della squadra per cui era tesserato nel giorno della vittoria. Adorni a Imola ’68 era della Faema, ma nel frattempo era passato alla Scic, e proprio il nome della Scic si fece stampare sulla maglia. Per qualche giorno lui ignorò il divieto, i giudici ignorarono lui. A Follonica no. A Follonica gliela fecero cambiare. Sul palco del Processo alla Tappa si presentò senza scritta sul torace, mentre Basso e Zandegù si accusavano reciprocamente di essersi rincorsi di proposito l’uno per far perdere l’altro.

     

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È caduto l’obbligo del body nella ginnastica francese

 

La Federazione francese di ginnastica ha detto sì. Ora è consentito alle sue atlete di indossare pantaloncini corti sopra i body durante le gare. Le Monde ne parla come di un ultimo esempio dell’evoluzione delle divise da competizione, spesso decise da uomini che privilegiano criteri estetici rispetto alla prestazione.

Indossare pantaloncini corti è da tempo penalizzato di 0,3 punti, quando il piazzamento su un podio può essere deciso anche da un decimo. Il 20 gennaio scorso è stata firmata la decisione di riformare il regolamento per tutte le discipline che richiedono un costume aderente e scollato, tra cui ginnastica ritmica, acrobatica e artistica. I pantaloncini corti potranno essere portati sopra le calzamaglie, a patto che non superino i dieci centimetri di lunghezza dal cavallo.

Nel 2021 erano state le ginnaste della squadra tedesca a protestare, gareggiando in tuta integrale agli Europei e poi alle Olimpiadi di Tokyo. «Volevamo dimostrare che ogni donna, ogni persona, dovrebbe poter decidere liberamente cosa indossare» spiegò Elisabeth Seitz durante la competizione. Da allora non è più così raro. 

Il body tradizionale è ancora egemone. Spesso viene fissato al corpo con la colla per evitare contrattempi dovuti ai movimenti di grande ampiezza. Anche gli sport da spiaggia stanno cambiando le vecchie abitudini. Il beach volley consentiva solo costumi da bagno, bikini o interi, con una lunghezza massima di sette centimetri dalla vita. Le regole sono mutate nel 2012. Ora alle atlete è consentito indossare pantaloncini più e magliette a maniche lunghe o corte.

Oltre a migliorare le prestazioni e il comfort – ha scritto Le Monde – questa misura di abbigliamento rientra nel rifiuto dell’ipersessualizzazione delle atlete. Uno studio sulla copertura televisiva del beach volley condotto durante le Olimpiadi di Atene 2004 ha rivelato che il 17% delle riprese trasmesse durante gli eventi erano primi piani dei glutei e il 20% erano primi piani dei seni

Il beach handball ha beneficiato di un’evoluzione sotto la spinta della campagna condotta dalla Nazionale norvegese durante gli Europei 2021. Fino a quel momento alle giocatrici non era permesso di indossare qualcosa di diverso da un bikini, la cui lunghezza della parte inferiore era fissata a dieci centimetri. Supportate dalla loro federazione, le norvegesi misero pantaloncini da ciclista e canottiere, ricevendo una multa di 1.500 euro per abbigliamento inappropriato. La loro petizione di protesta raccolse 61.000 firme. La federazione internazionale fu costretta a cambiare le regole. 

Nel tennis la rivoluzione ha toccato Wimbledon, il torneo del bianco dal 1884. Per la prima volta nel 2023 la direzione del torneo ha autorizzato l’uso di pantaloncini neri per superare il disagio delle giocatrici durante il ciclo mestruale. 

Il basket sembra avere regole più flessibili per l’abbigliamento, in realtà il regolamento è unico per uomini e donne e i produttori ne approfittano – dice Le Monde – per riciclare alle squadre femminili articoli invenduti di taglie piccole delle collezioni maschili, senza produrre capi appositi. Il Lyon Basket Féminin, ora LDLC ASVEL Féminin, nel 2010 andò in campo mettendo dei gonnellini, un po’ per protesta e un po’ per comodità. Irraggiungibile fu Sepp Blatter, presidente della FIFA, quando nel 2004 propose alle giocatrici di mettere pantaloncini più attillati per richiamare l’attenzione sul calcio femminile.

 

 

    

Perché nelle Olimpiadi antiche non c’era il nuoto?

La prima settimana è del nuoto, la seconda dell’atletica leggera. Los Angeles 2028 invertirà l’ordine per ragioni logistiche ma la sostanza non cambia. Sono i due polmoni di un’Olimpiade. Eppure il sito specializzato Swim Swam si domanda come mai il nuoto non facesse parte del programma dei Giochi degli antichi greci, nonostante il mare. Del resto, nonostante il mare, i greci risultano più pastori che pescatori. 

La risposta è in uno scritto di Edward Clayton per l’Athens Journal of Sports. La letteratura è colma di esempi che citano le abilità dei greci nel nuoto. Nelle sue Storie, racconta Swim Swam, Erodoto faceva una distinzione tra i Greci nuotatori e i barbari. Platone descriveva le persone ignoranti come incapaci di leggere e di nuotare. Che cosa è intervenuto allora? Nel medagliere storico dei Giochi, la Grecia non è fra i primi-30 paesi, otto podi in tutto, un solo oro, cinque argenti e due bronzi. Dopo il 1896 ha dovuto attendere i 200 metri dorso e d’argento di Apostolos Christou a Parigi. 

La tesi di Edward Clayton è che una gara di nuoto non avrebbe rappresentato la kalokagathíā, la virtù del bello e buono. Una superficiale spiegazione che gli studiosi hanno provato a dare – si legge – è che nei Giochi antichi, nel caso di falli o infrazioni nelle competizioni, la punizione non era la squalifica, bensì la fustigazione. Fustigare qualcuno sott’acqua non sarebbe stato efficace.  In effetti. A pensarci bene. 

Ma non è solo questo. C’è pure l’ipotesi che il nuoto non avesse grande valore perché non era un’attività militare. Mmm, dice Clayton. Erodoto parla della battaglia di Ariabignes e scrive che i soldati greci si sono salvati proprio grazie alle loro abilità nell’acqua. Altre fonti raccontano di episodi nei quali contro i Persiani, i migliori nuotatori tra gli Ateniesi si lanciavano in operazioni subacquee per sabotare le navi nemiche.

Un’altra spiegazione è che nel nuoto non si vedono i corpi e i suoi gesti non erano considerati armoniosi. Nell’Iliade è presente un passo nel quale Patroclo si rivolge a Cebrione appena ucciso e lo deride, paragonandolo a uno che si tuffa in acqua. 

L’attenzione rivolta ai corpi e all’aspetto fisico – sintetizza Swim Swam – porta a una notevole osservazione: la bellezza del corpo, come riflesso delle anime buone è la priorità per i Greci, e i soli che potevano permettersi quel fisico erano i frequentatori dei gimnasi. In poche parole, la classe operaia e più povera non rientrava in questa categoria. Ed ecco l’ipotesi iniziale: che il nuoto fosse utile o no, affascinante o no, poco importava, il nuoto rappresentava soprattutto uno status sociale.  Interessante è il passo nel quale Socrate smonta il nuoto, affermando infatti che sia come la retorica: utile, ma ingannevole.

Introdurre il nuoto ai Giochi antichi avrebbe portato alla partecipazione di pescatori, forse alle loro vittorie, una circostanza che l’aristocrazia non era ancora pronta a sopportare. Sempre che adesso lo sia. 

 

 

L’uomo rimasto in mare alla Vendée Globe

Charlie Dalin è a casa sua da quasi due mesi. È sceso dalla barca, gli ha dato una ripulita, l’ha sistemata in rimessa e chissà su quale divano si starà riprendendo dall’inferno della Vendée Globe, la regata transoceanica in solitaria, senza scalo e senza assistenza. Charlie Dalin è a casa sua da quasi due mesi e forse neppure sa che in mare era rimasto ancora un uomo. Si chiama Denis Van Weynbergh, 57 anni, istruttore di vela, laureato in scienze politiche a Bruxelles, attivista e volontario per Medici Senza Frontiere in Ruanda, in Burundi e in Cecenia. Ha preso una laurea in giornalismo e un giorno ha chiuso la sua piccola società di consegne Express Worldwide per darsi alle regate. belga, ultimo concorrente della Vendée Globe, di entrare nella classifica della celebre regata velica intorno al mondo. 

Sabato mattina ce l’ha fatta pure lui. È arrivato a Les Sables-d’Olonne alle 9.30 ora locale, con 54 giorni di ritardo da Dalin, completando il suo giro del mondo in 117 giorni, accolto da centinaia di persone, molti belgi, perché nessun connazionale prima di lui era mai arrivato al traguardo. Solo che neppure Van Weynbergh risulterà mai nell’ordine d’arrivo. La giuria aveva fissato il tempo massimo in 116 giorni e 18 ore. Il povero Denis è stato in mare una ventina di ore più del consentito.  In classifica resterà per sempre ufficialmente ultimo Fabrice Amedeo, forse dispiaciuto o forse sollevato dal fatto di non essere più un anonimo 32esimo. Vuoi mettere con il fascino dell’ultimo in mezzo agli oceani? 

Denis l’ha presa bene. Il tempo limite fissato dell’organizzazione era uguale a quello dell’ultimo classificato quattro anni fa, ma era stata garantita al belga la stessa accoglienza riservata a tutti gli altri: i fumogeni al traguardo, le trombe, e tutto il rito della Vendée. I giornali francesi lo hanno molto celebrato.  Lui ha detto: «Piangerò tutto il giorno, ma va bene, non è male piangere per questo. È stato molto complicato, molto difficile. Spero che per tutti non sia stata una Vendée Globe così dura, altrimenti non capisco perché tornino». A lui si è rotta la randa e ha perso la banderuola che gli indicava da quale parte arrivasse il vento. 

 

Lo Slalom mentre succede

La rivincita di Jokic su Shai Gilgeous-Alexander

Sconfitti domenica a Oklahoma City, i Nuggets si sono presi la rivincita con una nuova grande partita del serbo, nel faccia-a-faccia con l’altro candidato al titolo di MVP della stagione regolare. 

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Slalom ha un canale Whatsapp, dal quale diffonde non più di due aggiornamenti quotidiani, probabilmente un riepilogo serale con rassegna mattutina e nuovi sviluppi. Non vi impressionate. È una cosa riservata, per pochi intimi. Siamo un centinaio, niente di che. Nessuno disturba, non ci sono riunioni di condominio, mai un messaggio prima delle 8.30, mai uno dopo le 20.30. 

Chi volesse unirsi, può farlo seguendo questo link 

Lo Slalom apparirà su whatsapp nella lista Canali insieme a tutti gli altri a cui vi siete iscritti, nella sezione Aggiornamenti. A cosa serva non si sa, però pare che fa molto fico. 

           

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