| E poi ancora in alto, con un grande salto
Lucio Battisti
prima di tutto
Un popolo di saltatori, all’improvviso
In principio eravamo gente di fatica e resistenza. Magri, piccoli, mingherlini. Gianni Brera ci ha costruito una letteratura e un’ideologia sui famosi italianuzzi, atleti di un paese povero e denutrito. Quell’Italia che comincia con Dorando Petri e finisce con Alberto Cova, attraversando i Beccali e i Bevilacqua, i Fiasconaro [“piedi strambi e cuore d’acciaio”] e gli Arese, gli Ortis e gli Antibo, i Bordin, i Baldini, i Mei.
“Capimmo tardi – ha scritto una volta Brera – che i carboidrati della nostra miseria venivano tesaurizzati da un fegato ormai culto nei millenni. Ho sparso lacrime amare (e acri bestemmie) sulle mancate deflagrazioni dei nostri muscoli, tachipsichici per tradizione. Il glorioso ritorno dei faticatori non mi ha stupito per niente. La fatica lenta e continua esce diritta dai nostri profili brevilinei, dai nostri umili mangiari amidacei. Solo il tachipsichico sgarro degli scattisti mi è dolorosamente mancato”.
Su Mennea malvide e all’inizio fraintese, chissà cosa avrebbe detto quando dalla corsa di resistenza l’Italia è passata a spiccare nella velocità, con otto sprinter sotto i 10.20 nei 100 metri negli ultimi sei anni. Chissà cosa penserebbe stamattina dinanzi al fatto che ci siamo convertiti a popolo di saltatori, cinque medaglie finora prese agli Europei indoor e tutte staccandosi da terra: slancio, elevazione e caduta, uno bravo saprebbe leggervi dentro chissà quale metafora di qualcosa. Si salta a pie’ pari o a piedi giunti come le mani in una chiesa, si salta su un piede solo in cortile giocando alla settimana, si salta con la corda, e pure dalla gioia, dalla felicità. Saltavano i fanciulli di Leopardi “gridando su la piazzuola in frotta” facendo “un lieto romore”. Saltano adesso in lungo Mattia Furlani e Larissa Iapichino, con triplo balzo Andrea Dallavalle e il rifugiato Andy Diaz, salta in alto Matteo Sioli, tutti atterrando sul podio, e quasi ce la faceva pure Roberta Bruni con l’asta, sebbene l’asta a Brera non piacesse, questo è sicuro.
“Odio l’asta perché mi ricorda il circo smaccato dell’ultima commedia dell’arte e mio padre povero nella parte di ladro acrobata. Rubava frutta, avendo sempre fame, e saltava la cinta di un’ortaglia preziosa servendosi di un palo da filare. Allora, i filari di viti avevano sostituito i pali di salice all’olmo della tradizione latina: non avendo più filari, mio padre si serviva dei pali per arrivare perigliosamente al fruttosio. Asta, martello e triplo sono discipline aclassiche. Quando qualcuno le esalta, io penso alle Clochemerle di tutto il mondo e agli sbronzi che, allineati lungo una proda, fanno la gara a chi orina più lontano. Non è anche quello agonismo, classico per giunta?”.
Ode ai nostri salti nell’oro, dice Giulia Zonca su La Stampa. “L’Italia ha staccato i piedi da terra e non scende più. Da qui l’Italia vola e non si torna più giù”. È spesso una questione di niente, il soffio che divide il tutto dal poco. Furlani ha perso l’oro per un centimetro, Iapichino ha imbroccato il salto giusto da 6,94 staccando sulla pedana nell’ultimo frammento esatto, l’ultimo possibile, 0,4 centimetri prima che un chiodino della scarpa finisse nella plastilina e fosse nullo. Non è sfortuna per Mattia, non è fortuna per Larissa. È la più o meno riuscita realizzazione di una meccanica di gesti dove tutto deve restare sotto controllo e girare in quella sola maniera possibile, la respirazione, la rincorsa, la vigilanza su ogni spasmo del corpo, quella roba che la povera e divina Mihambo fa ancora fatica a trovare: o salta 20 centimetri prima dell’asse o va oltre. Quando tutto funziona, diventa imprendibile. Ieri sera no. Era la più sorridente nell’abbraccio a Iapichino.
“Gli ori volanti” li definisce Gaia Piccardi sul Corriere della sera e Andrea Buongiovanni sulla Gazzetta scrive che “voliamo nell’oro”, che siamo “un paese di cavallette. Siamo tutti figli di Domenico Modugno e delle note di Volare”.
Questo è vero, eppure conta di più atterrare. Oh oh.