Il primo articolo di Gianni Mura

|   Mai paura

Gianni Mura

 

DI CHE COSA SI PARLA STAMATTINA

la sua intervista a Germano compie sessant’anni

Com’era Milano e com’era il giornalismo sportivo quel giorno

 

[trovata sulla pagina facebook di Il Nobile Calcio]

Era un venerdì, c’era la boxe a Roma, l’indomani a Milano. Mazzinghi era tranquillo, Benvenuti no. Benvenuti era furioso. Uno aspettava di salire sul ring contro Isaac Logart ma pensava a Joey Giardiello, campione del mondo dei pesi medi. I giornali raccontavano che la corona dei medi jr sarebbe stata presto cancellata dalla lista dei titoli mondiali, ne erano certi anche dentro la società che gestiva la carriera del pugile toscano, ecco perché progettava di fare un passetto alla volta verso la categoria superiore. 

Altri progetti aveva a Roma Nino Benvenuti. Stava affrontando uno dietro l’altro tutti i possibili rivali di Mazzinghi per dimostrare di essere superiore e di poter salire – lui – dai superwelter ai medi jr. Voleva la sfida mondiale, l’avrebbe davvero avuta in ottobre. Ma il 22 gennaio del ’65 era convinto che ci fosse un complotto italiano, forse europeo, chissà se non mondiale per dirottare altrove la parabola di Mazzinghi. 

Roma e Milano, le città, nelle stesse ore andavano invece scoprendo un nuovo servizio, la possibilità di fare chiamate telefoniche in teleselezione grazie a un ponte radio, un collegamento sottoposto agli ultimi collaudi nei giorni precedenti e finalmente a disposizione degli abbonati. Ai milanesi sarebbe bastato anteporre il prefisso 06 ai numeri romani, i romani avrebbero dovuto comporre lo 02. 

“Ne risulterà – scriveva il Corriere della sera quella mattina – un  costo minore di quanto avvenga attualmente tramite il centralino delle interurbane. È probabile che il nuovo servizio contribuirà ad accrescere il numero già imponente delle comunicazioni tra Milano e la capitale, che oggi si aggira mediamente sulle semila chiamate quotidiane e sulle 5.500 nella direzione opposta”. Al costo di 15 lire ogni 5 secondi. 

La politica dell’azienda, senza offesa, denunciava un filo di squilibrio geografico e di censo nelle attenzioni. Nell’estate precedente il servizio era già stato introdotto, ma solo tra Milano e le principali località turistiche della Versilia. In sostanza era nato per i milanesi in villeggiatura al mare. Entro aprile Stiptel prometteva connessioni anche con Genova, Firenze e Bologna, aumentando però il prezzo dei servizi ausiliari come la segreteria telefonica, la sveglia, la lettura delle ultime notizie. Rimaneva inalterata in compenso la tariffa di dettatura dei telegrammi [65 lire], addirittura diminuiva la spesa per conoscere l’ora esatta [da 20 a 15 lire]. 

Il Politecnico stava istituendo una nuova cattedra di ingegneria civile, mentre per iniziativa del ministro socialista del turismo Achille Corona era partita una campagna per l’abolizione delle mance nei ristoranti. Il senatore Riccardo Romano aveva presentato un’interrogazione sottolineando come si trattasse del “triste residuo di un’epoca e di una mentalità servile, decisamente contrastante con lo spirito moderno e democratico sul quale si regge il nostro Stato repubblicano”. 

I sindacalisti di Milano, “dove pure si hanno i minimi salariali più elevati” [sempre il Corriere], si dissero contrari perché soltanto cuochi, baristi, non tutti i camerieri e non dovunque, potevano fruire di stipendi fissi. Non ce l’avevano per esempio le maschere al cinema o al teatro, gli uomini che con una torcia ti accompagnavano nel buio fino al tuo posto. 

La città si difendeva “dall’audacia della malavita” [titolo a quattro colonne in cronaca] processando per direttissima tre rapinatori catturati il sabato prima. Avevano razziato gioielli per un milione e mezzo in un appartamento in corso Buenos Aires 45, mentre in via Osoppo “un barbone” si era introdotto nella mensa della parrocchia per rubare non un pasto, ma una macchina per scrivere. 

Questa era Milano, così andavano le cose quel mattino, quando la Gazzetta dello sport apriva la sua prima pagina con la rivalità tutta italiana nella boxe [firma: Maurizio Mosca], e inoltre aveva un pezzo su certe vicende politico-amministrative della Roma, un altro sul Mantova che protestava per un torto subito contro la Fiorentina, un  taglio basso sul congresso della federazione tennis, “fiera delle vanità”. 

Salvadore a pagina 3 sognava di tornare dalla Juventus al Milan, Herrera pensava a Peirò ala destra contro il Varese, Ferruccio Valcareggi allenava ancora l’Atalanta e diceva di temere la prossima trasferta a Bologna, «la squadra che gioca il calcio più razionale» disse. Allenatore: Fulvio Bernardini. In sostanza la serie A si preparava senza saperlo alla sfida tra i due futuri cittì della Nazionale, quello di Messico ’70 contro il rifondatore post Azzurro Tenebra ’74, il precursore, la vox clamantis nel deserto per l’avvento di Bearzot. 

È su una colonna, la prima colonna a pagina 5 che sessant’anni dopo si posa il nostro sguardo. Il Milan andava preparando la trasferta a Catania “con i soliti dubbi” [Alberto Zardin] e dubbi di formazione aveva anche il Catania “in ritiro sulla solita collinetta alle spalle di Acitrezza”, a leggere la cronaca del corrispondente locale, Candido Cannavò. 

Da quell’unica colonna sottile a pagina cinque arriva il ticchettio di una macchina per scrivere, un’altra, non quella del “barbone di via Osoppo”, sebbene il giovane ragazzo che ticchetta la barba la porta. Sta firmando il primo pezzo di una meravigliosa avventura di parole, e in cima a tutte, la prima parola scritta fra miliardi è: “Palleggio”. Nove caratteri con sette lettere differenti, senza nessun’altra composizione possibile di senso compiuto nella lingua italiana. L’ultima parola di questo ragazzo che il 22 gennaio del ’65 sulla Gazzetta si sigla g.m. sarà scritta nel 2020. “Mente”. Anche in questo caso la sola che esiste con quelle cinque lettere adoperate. Un  sublime paradosso per un uomo che amava fare anagrammi. Cominciare e finire con due parole che non si scompongono. Due parole uniche. 

La prima colonna di pagina 5 della Gazzetta ospitava un’intervista del giovane Mura a José Germano de Sales, ala sinistra che avrebbe chiuso di lì a qualche mese la sua esperienza in Italia e al Milan, fortemente voluto tre anni prima da Nereo Rocco, ma presto fuori squadra per essersi rotto la mandibola in un incidente stradale. Cronisti e paparazzi milanesi sarebbero impazziti dietro la sua storia d’amore con la contessa Giovanna Agusta. Erano andati a sposarsi in Belgio perché i suoi non volevano. I suoi di lei – nel frattempo incinta. 

Nella prefazione a Il principe della zolla, la raccolta di pezzi breriani per Il Saggiatore, Gianni Mura avrebbe poi raccontato la genesi delle sue prime sessanta righe: “Dopo un po’ di gavetta, il direttore decise che era tempo di vedere come me la cavavo a scrivere. Andassi a Milanello, c’era il brasiliano Germano fermo per un infortunio, raccogliessi il suo sfogo. Ci misi dentro struggle for life e se capiss, crapottone e Weltanschauung, pirlare e saudade. Consegnai l’articolo fierissimo, dopo dieci minuti mi mandò a chiamare il direttore, Gualtiero Zanetti. Teneva i due fogli di carta rosa in punta di dita. Mi disse che potevo arrotolarli e ficcarmeli proprio lì, che Brera dovevo scordarmelo ed ero fermamente pregato di riscrivere il pezzo in un italiano normale. Era davvero un brutto pezzo e finì nel cestino di Zanetti, cui sono molto grato. In cinquant’anni non ho più riscritto un pezzo, una lezione era bastata”.

Il paesaggio di quel primo pezzo non erano i girasoli del Tour de France, ma la sauna nella quale si trovava José Germano. Il giorno che da Milano a Roma si poteva iniziare a telefonare col prefisso, molto prima di iniziare a dettare i pezzi dai Pirenei, Gianni Mura cominciava così.

Palleggio, footing, partitella contro i ragazzi. E lui a correre insieme con gli altri, a chiamar palla, a cercare il gol. Ma Ghezzi risponde sempre picche. A mezzogiorno Liedholm dà il rompete le righe e lui si avvicina. Compitissimo. Allora? – cominciamo. Adesso ho la sauna – dice con l’aria di scusarsi, e fa un sorriso largo così. È già tardi. Stabiliamo di comune accordo che non fa niente. Lui sostiene di aver le orecchie buone, di poter rispondere anche attraverso la porta chiusa. E sparisce, Germano, nero nero tra bianchi vapori.

 ➣  Come vanno le cose, Germano?

«Cosa vuole, io sono qui, ma il Milan non mi può tesserare. Ha già Amarildo e Benitez. Quasi tutte le altre squadre italiane per gli stranieri sono a posto. Nessuno s’è fatto avanti e io sono qui».  

 ➣  S’era parlato del Santos, l’anno scorso.

«Sì, è vero, c’erano state delle avances, ma poi non si è concluso nulla». 

 ➣  Parla bene l’italiano, con un’ombra d’accento genovese. E continua:

«Io sto a Milanello, mi alleno con gli altri. Devo tenermi a posto, tanto più che ho la tendenza ad ingrassare. E allora: sauna» 

 ➣  Le piace stare a Milanello?

«Sono in una situazione imbarazzante: praticamente col Milan ho solo rapporti economici».  

 ➣  Per il futuro che intenzioni ha?

«A me basta giocare. Adesso sono impiegato in qualche amichevole, oppure in pre-campionato».  

 ➣  Ci soffre?

«In Brasile ero abituato a due veri incontri ogni settimana. È logico che ora non faccia salti di gioia». 

 ➣  Chiediamo se abbia nostalgia del Brasile. Risponde che là ci sono i suoi familiari, i suoi amici, e con una punta d’orgoglio nella voce aggiunge che suo fratello gioca già da mezzala sinistra nei ragazzi del Flamengo. Ma qui non si è fatto degli amici?

«I ragazzi, tutti i ragazzi di Milanello, e anche gli altri, quelli di prima squadra».  

 ➣  La domenica va a fare il tifo per il Milan?

«No, resto a Milanello. E poi non sarei capace di fare il tifo, sono un tipo freddo». 

 ➣  Ma se corre voce che lei sia un allegrone, un cuorcontento!

«Cosa vuole, mica posso mettermi a piangere. È brutto che un uomo pianga. E allora rido, scherzo. Sono ancora giovane, del resto, non ho ancora ventitré anni. Questa sfortuna non può durare per sempre».  

 ➣  Si trova bene a Milano, anzi, a Milanello?

«Tutto, mi piace tutto tranne la neve. E la nebbia. Solo che vorrei giocare».  

 ➣  Cosa ricorda con particolare piacere del suo soggiorno italiano?

«L’esordio in campionato contro il Venezia. Finimmo tre a tre e io feci due gol».  

 ➣  Pensa di aver dato il meglio di sé?

«Qualche volta m’è capitato di giocare bene. Ma sono sfortunato; ci mancava anche l’incidente in corso Sempione…».  

 ➣  Solo sfortuna? Cioè, lei non ce l’ha con qualcuno?

«No, e perché? Mi trattano benissimo. A giugno scade il mio contratto col Milan e spero che mi trovino una sistemazione. Semmai ce l’ho con me stesso, con la mia sfortuna. Posso rendere bene, se continuo a giocare, spero proprio che a giugno si occupino anche di me».  

 ➣  Va d’accordo con Liedholm?

«È una gran brava persona, uno che capisce».  

Fine della sauna. E anche fine della chiacchierata. Cos’altro si può chiedere a Germano de Sales, ex giocatore del Flamengo, ex nazionale brasiliano, che ora gioca a Milanello con i ragazzini di quattordici, quindici anni?

Un anno senza Gigi Riva

Il Caso ogni tanto vuole dirci qualcosa. Siamo noi che non capiamo. È buffo che il sessantesimo anniversario del primo pezzo di Gianni Mura cada proprio nel giorno del primo anno senza Gigi Riva. Il Rombo di Tuono di Brera e il suo Hombre Vertical. Sono molti i ricordi stamattina. Giorgio Terruzzi sul Corriere della sera premette che la data, come ogni data, è solo un pretesto per altro, in questo caso “per riparlare di un uomo che torna, nei giorni, come un conforto romantico, una istigazione alla libertà, alla dignità. Gigi Riva questo rimane, un buon esempio. Un’intima questione di orgoglio. Che ancora ci fa urlare dal nostro posto in tribuna e ci tiene compagnia quando è spenta l’ultima luce”.

Massimiliano Castellani su Avvenire segnala che sono usciti due bei romanzi intorno alla sua figura. Uno l’ha scritto Paolo Piras per 66thand2d, si intitola proprio Il romanzo di Gigi Riva, l’altro è di Nicola Muscas: Un amore di contrabbando [Mondadori]. Castellani dice: “Nell’universo romantico degli ormai sempre più rari bracconieri di storie di cuoio ci sono tre comitati composti da nostalgici, valoriali, dalla memoria forte: i due partiti, seri e democatici, dedicati ai “Gianni”, gli scriba massimi della letteratura calcistica, i senzaBrera e i senzaMura, e l’altro che omaggia il “Gigi”, il loro maggiore epigono in campo, il partito dei senzaRiva”. Irripetibile è stato Riva, scrive Riccardo Signori su Tuttosport, “e per questo ancora più bello”. 

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