Il primo giorno di Gianni Mura in una redazione

GLI ANNI CON IL QUATTRO

Sessant’anni fa cominciava in Gazzetta

 

Le versioni sono due. La prima vuole che una compagna di classe del Manzoni, liceo classico, gli disse sai, in Gazzetta cercano uno. Lei era la figlia del direttore amministrativo del giornale, lui aveva diciannove anni e sapeva solo di voler fare il giornalista, anzi sapeva di voler scrivere, e scrivere significava raccontare. Quando Gianni Mura ripensava ai suoi primissimi passi, quando pensava ai suoi primi giorni dentro una redazione, si definiva con un ruolo inesistente, uno stagista a tempo indeterminato, anche se stagista a quel tempo non si diceva, gli stagisti a quel tempo si chiamavano abusivi. La seconda versione è che la Gazzetta avesse «una specie di accordo con uno dei due licei classici più “reputati” di Milano, il Manzoni, che alla fine della maturità gli segnalava uno o due nomi dei più bravi in italiano… se adesso ti presenti dicendo “conosco più di duecento aggettivi” non ti assumono mai nella vita. Sei sospetto»: e questa è la versione di Mura.  

Il suo primo giorno in una redazione fu un mezzo equivoco. Nel libro Tanti amori-Conversazioni con Marco Manzoni ha detto che «la Gazzetta non era il mio giornale preferito. Non solo leggevo il Giorno e il Corriere, ma pensavo che dovessero mandare in pensione Moravia e il Diario d’Africa e prendere me che l’avrei fatto meglio. Però non conoscevo nessuno al Corriere, allora ho pensato: – Vado a questa cazzo di Gazzetta, sto lì quatto o cinque mesi, poi mi laureo e, male che vada, insegnerò francese a Carate Brianza»

Oggi sappiamo che ci sarebbe rimasto per otto anni. Ma il primo giorno, il primo fra tutti, aveva messo piede dentro una redazione che dedicava la prima pagina e il titolo più grande alla Nazionale di calcio, capace di vincere per 6-1 contro la Finlandia una partita di qualificazione per i Mondiali del ‘66. Gualtiero Zanetti, il direttore d’allora, attaccò l’editoriale scrivendo: È stato tutto facile per un semplice motivo: i finlandesi non marcano l’avversario (il solo Mazzola navigava fra due uomini) perché non vogliono, a loro volta , essere marcati

“Finlandese” sarebbe diventato un termine caro a Brera. Lo usava considerandolo una specie di insulto, un insulto ideologico – dal suo punto di vista. Finlandese era cioè il calcio scriteriato, il calcio senza cervello, senza logica, senza un costrutto, senza una strategia, era il calcio distante dal solo che lui concepisse. Catenaccio, difesa, contropiede. Finlandese era invece il calcio dei disinvolti, quelli che avevano energie fisiche in sovrabbondanza, come dei mezzofondisti, i Paavo Nurmi prima e i Lasse Viren poi, quelli che si riversavano in attacco senza darsi troppa pena di proteggersi alle spalle. Avrebbe dato dei finlandesi alla Lazio di Maestrelli e al Napoli di Vinicio nel pieno degli Anni Settanta, gli anni della Grande Olanda, finlandesi pure loro. 

 

L’INCONTRO CON BRERA

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Ma tutto questo il giovane Gianni Mura ancora non lo sa. Trascorre tre mesi da stagista a tempo indeterminato prima di trovare il coraggio di farsi avanti e andare a incontrare quel gigante che lavora al Giorno. A Marco Cicala una volta ha raccontato

«Il primo incontro a tu per tu fu nella sua casa di Pusiano, febbraio 1965. Da giovane praticante, io avevo ambizioni intellettuali, sognavo di soffiare il posto a Moravia sulle terze pagine del Corriere. Consideravo lo sport terra di infedeli, ma leggevo Brera sul Giorno perché mi colpiva il suo linguaggio innovativo. Mi disse: vieni e ne parliamo un’oretta. Arrivai alle 11 e me ne andai alle 6 del pomeriggio. M’ero presentato con un paio di mocassini neri molto carini, ma appena mi vide Brera disse: prima aiutami a tirare su le uova dal pollaio. Era piovuto tutta notte. Il pollaio era un misto di merda e fango alto così. Ci affondavo fino al malleolo. Mentre raccoglievo le uova, lui mi ripeteva di stare attento a De Gaulle. Era un’oca cattiva che Brera aveva soprannominato così perché di profilo era identica al Generale. Lui aveva un senso molto acuto delle fisionomie»

C’erano 26 anni di differenza e sarebbero diventati amici. «A tavola, battesimo del fuoco furono i Mondiali tedeschi del ’74. Una sera, a Monaco, mi dice: ‘Andiamo a cena, ma in un posto dove si sta leggeri. Ho problemi di stomaco’. Mi porta da un serbo e tanto per cominciare rimanda indietro tre bottiglie di vino perché sanno di tappo. Poi quando arriva il cevapcici ci gratta sopra un due etti di cipolla cruda. Quindi s’incazza perché la paprika del gulasch è troppo dolce. Meno male che gli faceva male lo stomaco. Due anni dopo, Olimpiadi di Montréal. Per fortuna o per disgrazia ci assegnano due stanze vicine. Davano su un corridoio triste. Ci avevano messo in un college con le sbarre alle finestre. Il bar chiudeva alle 11. Brera era fuori di sé. Camera sua divenne il bar. Rientrando, trovavo sotto la porta biglietti con scritto: vieni per il cicchetto della staffa, non lasciare solo un povero vecchio. Andavo. E si tirava avanti fino alle tre o alle quattro di mattina. Il problema è che io dovevo alzarmi alle otto, mentre lui poteva dormire fino all’una. La colazione la facevo con Arpino. Era bello girare con lui. Nel quartiere italiano aveva scoperto un bar dove il caffè era ottimo, peccato che fossero fascisti, con foto del Duce sulle scatole dei cerini. Qualche volta con Arpino andammo anche in carrozza. Con Brera già non si parlavano più. Io mi dividevo tra i due».  

 

  LA GAZZETTA DEL ‘64

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Ma questo viene dopo. Il giovane Gianni Mura al primo giorno in una redazione, sedette alla scrivania di una Gazzetta dove si preparava il quotidiano del 6 novembre ‘64, dove sulla carta la sigla g.m. stava per Giorgio Mottana oppure per Guido Magni che scriveva le cronache da Torino. Il corrispondente da Catania si chiamava Candido Cannavò. Angelo Rovelli aveva appena fatto un’intervista a Gianni Rivera, neo-capitano della Nazionale, e quello gli aveva detto: «Mazzola non abbia paura, gli farò da spalla». 

Forse gli archivi a questo servono, a dirci che le cose sono accadute lentamente, goccia a goccia, sono state preparate anche quando a noi paiono essersi manifestate tutte assieme. I sei minuti nella finale mondiale del  ‘70 erano nascosti da qualche parte già nel novembre del ‘64 senza che nessuno li vedesse, nel novembre del ‘64 c’era solo ‘sto capitan Rivera che diceva: «Mazzola non si allarmi, non si preoccupi. Ho ricevuto l’ordine di stargli vicino, di fargli come si suol dire da spalla. Cercherò di eseguire il mandato nel modo migliore»

A Rovelli che gli chiedeva se l’ordine gli costasse sacrificio, replicò: «All’opposto: per me è un invito a nozze. Mi si dice di stare avanti ed io ci sto. Evidentemente ed implicitamente si è già provveduto con altri al controllo del laterale che mi fronteggia, quando questi decidesse di avanzare. Poichè mi sembra chiaro che se la mia attività dovrà svolgersi prevalentemente in offensiva, i miei ritorni, per conseguenza, saranno limitati. Non spetta a me giudicare l’orientamento del signor Fabbri. Ma poichè siamo in argomento e dato che ho letto o ascoltato talune critiche a suo riguardo, mi sento di difendere in pieno il suo operato». 

Sottilmente, questo è l’avverbio che adopera Rovelli, sottilmente Rivera fa notare che per far posto a Milani in funzione di Mazzola interno di punta, l’unico che avrebbe dovuto essere sacrificato in prima fila avrei dovuto essere io. Lo suggerisce la realtà tattica. Giocare in attacco sta bene, giocare poniamo con Mazzola-Milani-Rivera un trio centrale che non torna può equivalere a una follia. D’altra parte, il signor Fabbri s’è trovato a dover scegliere in considerazione di un apparato di centrocampo che non corrisponde in pieno alle prerogative del modulo interista. Bulgarelli e Mazzola non li definirei dei gamba de seler [gamba di sedano, spiega Rovelli]. Io dimostro mai i miei sentimenti, non mi place, mi sa di esibizionismo

Il giovane Mura in quella redazione era ancora distante da tutto questo. Avrebbe raccontato che in quel periodo invece «mi hanno insegnato le aste, l’abc: come si fanno, e non si fanno, titoli e sommari, come si passano i pezzi, come si tagliano, come si tracciano i menabò, tutte cose che non sapevo fare». Per due mesi avrebbe lavorato sulle pagine della Serie C e della serie D, lontano, lontanissimo da Rivera, dalle polemiche di Brera, dal ciclismo che sarebbe diventato un pezzo della sua vita, un amore, il Tour, «un campo di girasoli è la prima immagine che mi aveva colpito sin dal ’67, ero nella zona tra Alby e Tolosa, a sud. Non è come vedere una cartolina. Se sei in mezzo a delle coltivazioni di girasoli che sono lunghe un chilometro, passarci di fianco ti impressionaIl Tour è qualcosa che anima il paesaggio. Il Tour è qualcosa che ha ancora l’effetto della festa del paese. È molto sentito dalla gente e anche nei paesi più piccoli, poveri. Mettono le bandierine, espongono delle bici d’epoca. Il fatto che il Tour le attraversi dà loro come una botta di vita e di colore. I francesi lo chiamano «fête de juillet». È come se fosse sempre domenica nelle tappe perché dove arrivi è una festa e per molti di questi paesi il Tour spesso segue strade secondarie. Un po’ per non dar fastidio alle grandi e un po’ per sua vocazione. E quindi attraversi davvero dei paesini che non ci sono neanche sulla carta geografica, per i quali l’unico avvenimento è che ci passa il Tour. Magari ci passa per 5 minuti ed è finito, però loro aspettano tutto l’anno. Montano le panchine, quasi sempre c’è un barbecue o comunque preparano delle robe all’aperto. Si organizzano bene con le bottiglie di vino, la birra, le salsicce e le bici e i festoni di carta, «vive le Tour», «merci le Tour». È qualcosa di ingenuo e anche di spontaneo» [da una intervista memorabile a Rivista UndiciQUI]

Lezione numero uno: incantarsi, stupirsi. Amare le cose ingenue e spontanee

 

  MURA E KOBLET

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La prima copia di un giornale a cui Gianni Mura ha tecnicamente lavorato è quella andata in edicola con un paio di considerazioni: Rivera sembrava Schiaffino e Mazzola pareva un Piola più magro. Ma in quelle ore, in quelle prime ore da giornalista, stava morendo Hugo Koblet. Era in fin di vita all’ospedale di Uster, sarebbe finito la notte stessa. Era stato ricoverato dopo un incidente d’auto avvenuto a circa 20 km da Zurigo. la sua macchina un’Alfa Romeo 1600, era uscita di strada, era andata a schiantarsi contro un albero a una velocità che si credeva oscillasse sui 100 all’ora. Le condizioni erano parse subito disperate. Aveva 39 anni e la Gazzetta scrisse porta con sé una parte del ciclismo epico

Mai Mura avrebbe fatto cenno a questo incrocio di biografie né a questo ricordo – e scoprirlo adesso vale solo come rimpianto per un’altra domanda mai fatta. Di Hugo Koblet gli è capitato invece di rammentare un paio di volte la definizione di pédaleur de charme, in Hugo Koblet ha scritto di rivedere per questo motivo Tom Dumoulin, ma chissà se fece caso quel giorno in redazione al subbuglio per un campione che se ne stava andando, chissà se mai ci ha ripensato. Nel coccodrillo Bruno Raschi scrisse: Dal punto di vista umano, egli rappresentava uno dei più nobili esemplari, per morfologia ed eleganza naturale, che il ciclismo avesse presentato sulla scena. Il pubblico ricorderà di lui il suo sorriso affabile, la sua ricercatezza nel costume, la cura rituale che poneva al traguardo di ogni tappa nel ravviarsi i capelli biondi.

Del resto il giovane Gianni Mura non aveva alcuna vocazione per il ciclismo, come raccontò lui stesso una volta, dicendo che però gli dispiaceva dirlo, non voleva deludere chi gli chiedeva della genesi di tanta passione. «non sarebbe cortese» scrisse sul Venerdì spiegando per bene come andò con la storia del «ragazzo di bottega a 19 anni, nel novembre del ‘64, e sei mesi dopo inviato al Giro d’Italia. Lavoravo al calcio e ci stavo bene. Il capo, Emilio Violanti, era simpatico, interista e colto. Il vice, Angelo Garavaglia, veniva in treno da Turbigo. Melomane e lettore degli Scapigliati, gli piaceva il calcio minore (Pro Patria, Legnano, Fanfulla). Passavo le mattine all’università, i pomeriggi in redazione. Però, in una busta rosa, a fine mese trovavo 40 mila lire che mi sembravano tantissime. Ai primi d’aprile Violanti mi disse: «Giovane Mura, ti diamo in prestito al ciclismo». Cioè? «Seguirai tutto il Giro, ma prima sarai iscritto all’albo dei giornalisti». Dopo oltre un anno venni a sapere che c’era stato un consulto tra il direttore Zanetti, i due caporedattori Imbastaro e Mottana, più Violanti il cui commento («Questo Mura non sembra proprio un coglione, proviamo a buttarlo») aveva convinto gli altri. Così mi buttarono, a rischio loro e anche mio, che dovevo dimostrare di saper nuotare. L’alternativa, assumere uno bravo e sperimentato da un’altra testata, era meno economica, ma non era a questo che pensavo. Pensavo che di ciclismo sapevo poco. Al massimo, avevo giocato a biglie sulla sabbia delle case in costruzione e conoscevo un po’ di nomi. Tifavo per Alessandro Fantini, detto il Tamburino di Fossacesia, coraggioso, velocissimo e timido, ma era morto nel ‘61, cadendo in volata e rompendosi il cranio al Giro di Germania. Ero molto preoccupato. In quel mese che mancava al Giro lasciai perdere l’università, chiudendomi in archivio e leggendo  i grandi del passato. Sapevo che non mi avrebbero chiesto commenti o pezzi di colore, per quelli c’erano Bruno Raschi e Luigi Gianoli, Sergio Valentini. Cercavo di imparare la lingua

Lezione numero due: cercare di imparare la lingua

Lo avrebbero mandato il 15 aprile del ‘65 alla Coppa Bernocchi, a Legnano. La prima uscita di un andare e venire lungo le strade con quel metodo che a Undici ha definito Effetto Spugna, fare il triplo inviato in una persona sola: faccio la corsa, l’essenziale delle interviste e se c’è del colore ce lo metto. Una persona costa meno di due come inviato. Il fatto che io parli dei girasoli è perché essendo lì sento il dovere di dare qualcosa di quello che vedo. Le fasi di corsa il lettore le ha già viste. L’importante è rispettare l’importanza delle cose, per cui se c’è una tappa veramente “a tutta” possono anche esserci 700 chilometri di girasoli e io ne parlo appena; se non è successo un cazzo e devo fare come minimo 85 o 90 righe.

 

    IL PRIMO PEZZO

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Ci mise il paesaggio anche la prima volta che dovette scrivere un pezzo per davvero. Da Brera non si era ancora presentato, mancava un mese, ma nel pezzo ci mise pure Brera. Nella prefazione a Il principe della zolla, la raccolta di pezzi breriani per Il Saggiatore, Mura racconta delle sue prime sessanta righe: Ci misi dentro struggle for life e se capiss, crapottone e Weltanschauung, pirlare e saudade. Consegnai l’articolo fierissimo, dopo dieci minuti mi mandò a chiamare il direttore, Gualtiero Zanetti. Teneva i due fogli di carta rosa in punta di dita. Mi disse che potevo arrotolarli e ficcarmeli proprio lì, che Brera dovevo scordarmelo ed ero fermamente pregato di riscrivere il pezzo in un italiano normale. Era davvero un brutto pezzo e finì nel cestino di Zanetti, cui sono molto grato. In cinquant’anni non ho più riscritto un pezzo, una lezione era bastata.

Lezione numero tre: mai imitare chi ti piace

Il paesaggio di quel primo pezzo non erano i girasoli, ma una sauna. La sauna nella quale si trovava José Germano, attaccante brasiliano del Milan. Era lui che il giovane Gianni Mura doveva intervistare. 

Palleggio, footing, partitella contro i ragazzi. E lui a correre insieme con gli altri, a chiamar palla, a cercare il gol. Ma Ghezzi risponde sempre picche. A mezzogiorno Liedholm dà il rompete le righe e lui si avvicina. Compitissimo. Allora? – cominciamo. Adesso ho la sauna – dice con l’aria di scusarsi, e fa un sorriso largo così. È già tardi. Stabiliamo di comune accordo che non fa niente. Lui sostiene di aver le orecchie buone, di poter rispondere anche attraverso la porta chiusa. E sparisce, Germano, nero nero tra bianchi vapori”.

Diciannove anni, e il giovane Mura iniziava così. 

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DI ALIGI PONTANI

 

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