È il giorno della celebrazione di Diego, al Mondiale americano. Ha segnato il suo ultimo gol sulla scena internazionale, ma noi quel giorno non lo sappiamo ancora. L’Argentina dispone facilmente della Grecia, Maradona ci lascia la sua penultima immagine da calciatore, il volto deformato dalla gioia e dalla rabbia.
Nel suo editoriale sulla Gazzetta, Candido Cannavò scrive: “Il piede sinistro più famoso di cent’anni di calcio entra, con solenne regalità, anche nella storia di questo stupendo mondiale al quale manca solo l’Italia. Ah, quale emozione ci hai dato, vecchio Diego, con quel guizzo feroce e romantico, con quel pallone docilmente schiavo del tuo vecchio istinto, con quel recupero miracoloso di un’immagine che sembrava definitivamente consegnata ai rimpianti delle cineteche. È proprio vero, dunque, che il genio non ha età, se può sopravvivere ancora limpido in un Maradona secco e rapato, logoro e umile, pieno di acciacchi, destinato a rapide apparizioni e a una nobile marginalità sulla scena americana. Pensate a tutto cio che c’è dietro a quella faccia contratta, a quegli occhi deliranti, a quella smodata elicità alla quale Diego si è abbandonato dopo un gol degno del Maradona messicano dell’86, quand’era pieno di vigore e talento. Anni di declino e miserie, di cadute e ricadute, di squallidi incroci tra risse e inganni, al di qua e al di là dell’oceano. Sempre la stessa trama: un falso e breve risorgere, un fugace distacco dal demone che lo ha posseduto, applausi che si trasformano in astio.
… In questo quadro pieno di squallore si profilavano i mondiali americani. Che senso poteva avere la presenza di Diego? Una curiosità da circo, un prodotto da marketing, l’ultimo patetico investimento su un nome, un glorioso pezzo di zavorra che la nazionale argentina avrebbe dovuto trascinarsi dietro. Ogni ipotesi era valida, ma lontana dal calcio. … Ma la luce di quell’attimo in cui Maradona reinventa se stesso non potrà mai essere cancellata. Appartiene alle magie del calcio e della vita. Persino Baggio, chissà, potrebbe trarne ispirazione”.
Giorgio Tosatti su Corriere della sera lo vede uscire dal campo “senza sorridere, senza gli atteggiamenti guasconi e la fanciullesca allegria con cui benediceva i tifosi quando era il re del calcio, la vita riservava soltanto dolcezze, il mondo sembrava un infinito giardino dell’Eden e non v’era mela che non si potesse cogliere. Qualche anno e molte esistenze fa. Se n’è andato serio, quasi militaresco con quei capelli corti, i gesti compassati: come se avesse condotto una missione così dura da non riuscire neppure a gioirne”
Tosatti scrive che “ci voleva il suo orgoglio per piegare quel Maradona viziato che si porta dentro, relegarlo in un angolo, fargli capire che un re non può tradire se stesso. È stato un bel giorno per chi ama il calcio e per chi crede nell’uomo, nella sua capacità di dannarsi e risorgere. Maradona e Caniggia sono usciti dalla prigione della coca: un buon messaggio da regalare ai giovani”.
UN MONDIALE PIENO DI LUCE
Franco Arturi sulla Gazzetta dello sport apprezza questo e altro: “Ma allora è proprio vero: è un Mondiale che piace. Possiamo dirlo ormai a voce alta, senza temere i rimbrotti dei nostalgici che vedono immancabilmente penuria di fuoriclasse, impoverimento tecnico, noia. Sono atteggiamenti snob. La verità è un’altra ed emerge di volta in volta negli schemi d’attacco dell’Arabia Saudita, nella verve del Camerun, nel gigantesco norvegese Flo, nel dribbling raffinato di un irlandese, nel contropiede della Romania, nella rimonta della Corea, nella sfortuna del Marocco e del Messico. La verità è che quasi tutte le squadre giocano piuttosto bene, offrono spunti di divertimento e da nessuna parte trovi più le formazioni fra il patetico e il comico che arricchivano solo dal punto di vista folcloristico altre edizioni dei mondiali. Tutto il repertorio di broccaggine pare curiosamente e simbolicamente sopravvivere soltanto nelle tremende papere di molti portieri. Noi non ci siamo mai iscritti al partito del pessimismo cosmico-calcistico il cui primo comandamento recita: una volta c’erano i grandi talenti, adesso non se ne trovano più. E tanto meno abbiamo scambiato la positiva evoluzione tecnica del calcio del Terzo Mondo come appiattimento verso il basso”.
UN MONDIALE CHE NON E’ UN MONDIALE
Luca Chiabotti, ancora sulla Gazzetta, interviene alla vigilia di Gara-7 per l’anello NBA tra Houston Rockets e New York Knicks. Racconta: “Se oggi provaste a chiedere agli americani chi vincerà il campionato del mondo state certi che il 65% vi risponderebbe Houston Rockets, il 35% New York Knicks. Nessuno penserà a Brasile o Argentina, a meno che non si chiami Lopez e venga dal Sudamerica. Sì, perché nella megalomania americana chi vince lo scudetto nei loro sport professionistici si definisce campione del mondo”.
Trent’anni dopo, Noah Lyles ne ha fatto un suo argomento critico.
“È una tradizione – spiegava Chiabotti il 22 giugno 94 – nata quando basket, baseball e football erano sport solo statunitensi, nonostante la pallacanestro sia diventata oggi lo sport con il maggior numero di federazioni sulla terra dopo l’atletica leggera. Il concetto è valido ancora oggi: nessuna squadra estera potrebbe sperar di vincere il titolo Nba. Ma stasera per gli americani c’e una non-stop inedita; prima, Stati Uniti-Colombia di calcio, poi subito dopo il collegamento con Houston per la settima partita tra Rockets e Knicks. Per molta gente, Usa 94 sarà solo l’antipasto dell’evento clou della loro giornata: potranno andare in cucina a svuotare il frigorifero o telefonare agli amici”.
LETTERA DA GIANNI A GIANNI
È il primo Mondiale di calcio che si gioca senza Gianni Brera. È morto pochi mesi prima, in concomitanza di una trasferta della Nazionale a Malta. Da Boston, Gianni Mura gli scrive una lettera aperta.
“Mi sa che in America ti saresti divertito, Gbfc. Qui va tutto a sigle, JFK, MPC, avrei dovuto scrivere Gioannbrerafucarlo. Il nome di tuo padre che hai dato a tuo figlio che è morto, me l’hanno telefonato ieri mattina alle sette, stessa ora di quando m’ hanno detto che eri morto tu. Andando a Foxboro abbiamo passato dei ponti sul fiume Charles e ho pensato a un altro fiume, a un altro funerale, a quanta porca acqua passa e ci tocca farla passare. Carlo stava già male a maggio, quando abbiamo presentato “Il principe della zolla”, tutti a mangiare bolliti e mostarda e a parlare di te, lui in un angolo a fumare una Gitane dopo l’altra, da qualcuno avrà preso, no? E almeno questa, di vederlo andar via così, ti è stata risparmiata.
E adesso voglio raccontarti cosa succede qui, Gbfc, Gianni Brera Football Club. Che, per ora, le tue idee stanno in piedi. La nazionale fa pena. Io a Vigo non c’ero, non ho la sindrome come tanti altri, ma mi sembrerebbe di sparare sulla Croce rossa, un po’ mi vergogno. Qualcuno ha scritto che la nazionale è formato Milan. Magari. Ti saresti divertito sì, a veder vincere lo scudetto con 36 gol in 34 partite, con le abbottonature e le cerniere del Gran bisiaco. Così avevi ribattezzato Capello in tempi non sospetti, quando molti lo vedevano come uno yesman e basta. Orejas y musica, avresti gridato ad Atene, già al secondo dei quattro gol, affondata la corazzata di carta del superbo Cruyff. Sì ti saresti divertito, e non eri poi così rincoglionito, come ha detto in tv un regista più noto per la bellezza della moglie che per la qualità dei suoi film. Uno che in tv faceva tanto quello di sinistra e adesso sta con Fini.
Confini molto labili, cambi di maglia. La Russia sembra la Francia, ti ricordi le belle maglie rosse di Netto, di Voronin, di Kurtsilava? E i tedeschi sembrano dei clown, addio rigoroso bianco e nero durato da Schaefer a Beckenbauer. Gli arbitri sono in fucsia, in color mandarino, i campi sono ricamati a righe, a cerchi, a rombi. Gli americani non capiscono molto di calcio, ma questo non è grave. È un po’ peggio che quasi tutti quelli coinvolti nell’organizzazione siano così ottusi, arroganti e inutili. C’è una frase che ormai mi mette i brividi: can I help you? So che mi manderanno dalla parte sbagliata. E poi non si può fumare né in sala stampa né in tribuna, tutto il resto dello stadio sì, noi no. Son sicuro che ti saresti fatto arrestare, pur di non rinunciare al vizio. Ma tu poi ci saresti venuto?
La storia del mafioso che voleva farti la pelle per una storia di donne non l’abbiamo mai bevuta, nell’84 abbiamo solo fatto finta. Io credo che ci saresti venuto perché il calcio era mestiere, era scienza ma anche vizio, in te. Anche solo per una puntuta curiosità da voyeur, ci saresti venuto. Avresti ingaggiato un taxista full time, con aria condizionata, perché qui si data Boston ma è come datare Milano e andare a vedere la partita a Piacenza. Avresti chiesto di essere svegliato più tardi degli altri, le sette è una condanna, già due volte che per sentirmi sveglio accendo una sigaretta e faccio scattare il sistema d’allarme, ormai deve avercela con me perché è scattato anche alle cinque quando dormivo.
Penso che avresti tifato, senza dare troppo nell’occhio, per l’Irlanda. Alla vigilia della partita ho cenato a casa del professor Zemach, in Upper West Side. Non lo conosci, ma lui conosceva te. Suona il violoncello alla Metropolitan Orchestra, è nato a Plovdiv ma con radici, sostiene lui, a Bassano del Grappa. Il professore m’aveva scritto dopo la tua morte: adesso siamo tutti più poveri. Ci siamo scritti per un po’. I tuoi libri in ordine alfabetico sono allineati prima di quelli di Cechov (in cirillico). Chateau Cheval Blanc 67, tenuto da parte per le grandi occasioni.
Chi può essere oggi Rombo di Tuono, ha detto il professore. Nessuno, ho risposto. Ho pensato a varianti su tue invenzioni, come Rombo di Grillo, e penso che nemmeno avresti usato il termine abatini, preferendo settimini. Uccellato, per Pagliuca con Houghton, l’avresti usato di sicuro. E Bergheimer per Donadoni, bergamasco anche Signori lo è, ma quanti tripallici riusciamo a contare, in azzurro? E quanti ne canteresti col cuore? Ti saresti divertito con la Romania, la squadra più all’italiana che c’è, con quel contropiedista molto forte che è Raducioiu, e avresti insultato quel tris di veneziani che sono Asprilla, Valencia e Rincon.
Forse ti avrei convinto a tifare Camerun (avessero un portiere, non un imitatore di Grobbelaar) e il giorno di Norvegia-Messico tu avresti tenuto ai vichinghi e io agli aztechi, e dopo avremmo bevuto Merlot di Napa Valley e giocato a scopa. Ricordo che mi telefonasti di andarci piano con gli entusiasmi, dopo Eindhoven (gli olandesi delle amichevoli se ne fregano) e so come la pensavi su Sacchi. E i fatti ti stanno dando ragione, ma questa non è, non sembra proprio una squadra di Sacchi.
Ti farà piacere sapere che, per le strade di New York, il tuo amico Bearzot è venerato come la Madonna pellegrina e ha sempre la tua pipa. Anche Sacchi ha parlato di contropiede (sia pure corto) e qui si segna molto in contropiede (le grandi e le piccole). Fanno fatica le grandi a vincere, le piccole a perdere. Più parlano di spettacolo più giocano in difesa. Safety first, per citarti. Quanto è breriano questo Mondiale per noi Senzabrera. Questo per ora ti si voleva dire, e per il resto vadano tutti a scopare il mare. Che in Lombardia significa ramazzare. Detto altrove, sarebbe un grande sogno. Qui i sogni, anche calcistici, sono piccoli, pulsanti ma confusi, nel caso fosse previsto un allarme anche per quelli.
CHE STA FACENDO L’ALTRA FORZA ITALIA
Antonio Polito, Repubblica: “Dunque le elezioni anticipate ad autunno sono nel novero delle possibilità. O almeno, non sono escluse da Silvio Berlusconi che ieri, all’assemblea della Confcommercio, ha risposto con un significativo “no comment” a un giornalista che gliel’ha esplicitamente chiesto. A tarda sera il suo portavoce ha poi negato che quel silenzio fosse anche un assenso. Ma l’interpretazione autentica è nell’assioma che lo stesso presidente del Consiglio aveva prima posto al centro del suo ragionamento politico: e cioè che l’attuale legge elettorale gli impedisce di governare. Se ne deduce che serve una nuova legge elettorale prima di poter governare. E una legge elettorale è un’ urgenza solo se sono imminenti nuove elezioni. Questo giornale, del resto, aveva già anticipato domenica questa voglia di voto.
Oggi lo stesso Pilo, il gran sacerdote dei sondaggi, racconta a Repubblica le lunghe ore trascorse in quel di Arcore a valutare le percentuali del magic moment berlusconiano. È molto probabile che abbiano ragione: se si votasse oggi, più che mai se si votasse con il sistema del turno unico senza recupero proporzionale, Forza Italia farebbe un sol boccone di Bossi e di mezzo Fini, e scaverebbe un altro po’ di terreno sotto i piedi dei Popolari. Votare a novembre, dunque, converrebbe a Berlusconi. Ma, ci sia permessa la domanda, servirebbe al Paese?”