venerdì 24 gennaio 2025
GLI SPIN-OFF
QUELLO CHE STA SUCCEDENDO
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| Solo in Canada uno con la mia voce poteva diventare cantante dell’anno
Leonard Cohen
DI CHE COSA SI PARLA STAMATTINA
Il basket di Shai on You Crazy Diamond
Il tempo della grande America non è ancora venuto
America, senza offesa. Ti sei affidata a un signore che promette di renderti great again e sono affari tuoi, gli credi e gli vai dietro, auguri. Ma dentro queste righe intorno a uno spazio di 28 metri di lunghezza e 15 di larghezza, dentro questo assurdo spazio nel quale egemonie, supremazie e PIL si stabiliscono mettendo una palla in un canestro, abbi pazienza, c’è ancora del cammino da fare.
Sono sette anni che non hai il più grande. Il miglior giocatore nel campionato più stellare di basket non ti appartiene più. Sventola un’altra bandiera e veste altri colori. Il migliore non ha le stelle e non ha le strisce da quando James Harden prometteva di essere il tuo Fidel con quella barba lunga, prometteva una nuova rivoluzione dopo LeBron e Curry. A noi europei così novecenteschi e superati piace chiamarlo il canto del cigno. Il Barba quello fu. Dopo di lui il premio di giocatore di pallacanestro più forte del pianeta è finito altrove, si direbbe prevalentemente in Europa, ma forse sarebbe più corretto chiamare questo posto Complessità.
È finito a un ragazzo nigeriano immigrato clandestino, figlio di una famiglia di ambulanti nella periferia più periferia di Atene: la Grecia gli ha dato un passaporto e gli ha addolcito nome e cognome [Sina Ugo Adétòkunbọ̀] in Giannis Antetokounmpo.
È finito al figlio di un ingegnere agricolo di una città del nord della Serbia, cresciuto in un appartamento di due camere con due fratelli, i genitori e la nonna [Nikola Jokic] ed è finito a un ragazzo nato in Camerun, scoperto su un playground di Yaoundé e con un passaporto francese in tasca, così forte che nella disperazione voi americani siete andati a prenderlo, lo avete arruolato, naturalizzato e portato alle Olimpiadi. Anche se adesso la Casa Bianca minaccia di mandare a casa i disperati che vengono da terre lontane.
America, senza offesa. Ora che cerchi in terra e in ogni luogo la prova che davvero sarai great again, lascia stare, distogli lo sguardo dalla NBA, dove nell’anno delle elezioni il migliore di tutti si chiamerà Shai Gilgeous-Alexander, per brevità sui giornali detto SGA – che non significa MAGA ma è il suo contrario.
È il figlio di una signora di Antigua e Barbuda, Charmaine Gilgeous, una donna che ha corso i 400 metri alle Olimpiadi di Barcellona, si piazzò quinta in batteria e tornò a casa, a lavorare in banca. Ci sono quattro milioni e mezzo di immigrati caraibici che vivono negli Stati Uniti – sono dati del 2019 – e rappresentano il 10 percento dei 45 milioni di persone nati all’estero e presenti sul suolo americano.
SGA se n’è andato a nascere a Toronto, dall’altra parte di quelle cascate che in Canada ci vendono come fichissime e dal lato di Buffalo come un’esperienza tranquilla, naturale e con più parcheggi. Se uno SGA di madre caraibica nascesse nei prossimi quattro anni a Chicago, a New York, a Oklahoma, non avrebbe nessuna certezza di potersi dire americano, dopo secoli e secoli di romanzi e film che avete messo in bottiglia e ci avete mandato oltre l’Oceano, per farci credere che la vita è un sogno, la vita è un sogno americano, puoi essere il figlio di un venditore di castagne partito da Haiti o dal Messico e arrivare fino alla Casa Bianca.
Nel Canada bilingue, di tutto questo, SGA il s’en fout. A Oklahoma potrebbe portare l’anello e questo gli basta. Potrebbe fare dei Thunder la 22esima squadra diversa a vincerlo nella storia, la settima in sette anni. Nel frattempo si farà dare la corona di MVP. Gli mancava una sola cosa. Una grande prestazione personale, una notte da cui uscire con l’etichetta del record. L’ha trovata contro gli Utah Jazz, 54 punti, la sua prima partita in carriera sopra i 50. Diciotto li ha segnati nel terzo quarto, aggiungendo 8 rimbalzi, 5 assist e 3 palle recuperate. The Athletic qualche settimana fa ha adoperato un avverbio meraviglioso per raccontare la sua esplosione. Ha scritto che sta diventando furtivamente uno dei migliori.
“Shai Gilgeous-Alexander si impegna molto per curare il suo aspetto. La moda è una sua passione evidente. Le sue conferenze stampa post-partita diventano cortometraggi video per Harper’s Bazaar. Siamo impressionati da un giocatore che riesce a sfoggiare oggetti luccicanti e a indossare pellicce fino al mento mentre portando occhiali da sole scuri. Questo non è un giudizio – ha scritto Marcus Thompson – anche se io mi vesto da giornalista che si preoccupa solo di avere un bel paio di scarpe da ginnastica e una felpa scura che nasconda il caffè che sono sicuro di potermi rovesciare addosso. Ma lo SGA fuori dal campo e la sua versione con la maglia degli Oklahoma City Thunder rappresentano una sorprendente contrapposizione. Il primo si sforza di essere sbalorditivo. Il secondo fa sembrare tutto naturale”.
È questa sua clandestinità [ops] a renderlo diverso dagli altri. The Athletic ha scritto che vedere Shai mentre fa canestro è terapeutico.
“Il suo controllo di palla è più vellutato di una delle sue camicie abbottonate a metà. Non stupisce con i suoi palleggi e ha un tiro in sospensione dalla media distanza che gli antichi cronisti definirebbero di burro. Una grande partita di Giannis Antetokounmpo è come una muscle car con Flowmasters che romba attraverso una ZTL. Avete mai visto Luka Dončić scatenarsi? È spettacolare. Ma lo fa sembrare terribilmente laborioso. C’è bisogno di fumarsi una sigaretta e prendersi una birra fresca, dopo, solo per averlo guardato. Anthony Edwards è eccitante. È tutto stile. Come Nikola Jokić, sebbene il Joker sia raffinato a modo suo, ha la sottigliezza di un elefante che cammina sulle note di Not Like Us. La sua versione della raffinatezza è avvincente. SGA invece coglie di sorpresa. Si mette al lavoro, tu alzi lo sguardo al tabellone e lui è arrivato a 30 punti. Come se al mattino si alzasse dal letto avendone già venti. È il nuovo Kevin Durant. Ricordate come KD fa sembrare un soffio, un sospiro, il momento in cui mette la palla nel canestro? Come sembra tutto così automatico da sembrare inevitabile? Ecco. SGA è di quel genere. Segna come un gatto che cammina. Come la danza di Les Twins. Come Penelope Cruz che dice Nespresso”.
Il Washington Post lo ha chiamato impavido, sfuggente e calmo. Ben Golliver ha scritto che “c’è un piacevole mix generazionale nella maniera in cui attacca Gilgeous-Alexander: tira in sospensione dalla media distanza come se fossimo ancora negli anni Novanta, prospera in isolamento come un ritorno al passato degli anni 2000, usa ogni trucco per prendersi tiri liberi come le stelle degli anni 2010 e genera abbastanza tiri da tre per tenere il passo degli anni 2020”. Non è un tuttocampista. È un tutto-tempista.
UN BEL GIRETTO DI PAROLE DOPPIATE
SGA nell’archivio di Slalom
Gli amici che lo allenano d’estate
14 GENNAIO 2024 Gilgeous-Alexander è quel giocatore accompagnato nel suo cammino verso il successo da “cinque amici super intimi”, come li chiamò il New York Times un anno fa raccontandone la storia. Cinque amici d’infanzia che lo allenano durante le pause del campionato a Hamilton, piccola città a 40 miglia da Toronto. Mark Castillanes e Maurice Montoya li ha incontrati il primo giorno alle scuole medie, Vincent Chu era il compagno di banco, Sunday Kong stava con lui al liceo, Devanté Campbell era in squadra quando ancora giocava a football. Oggi chi è un venditore di scarpe da ginnastica, chi dirige un ristorante, chi lavora nella sanità, chi studia medicina. Un giorno che il coach di Oklahoma si è presentato a Hamilton per incontrare Shai, pensava di non aver bisogno di chiamare un Uber per spostarsi. Invece Mark Daigneault si sentì dire da Shai che c’era un problema, non aveva posto in macchina perché doveva andare a prendere quei cinque.
Il coach si presentò in palestra e li trovò vestiti con la maglia di Oklahoma che facevano da sparring a Gilgeous-Alexander. Riscaldamento, allunghi, sessioni di tiro, tre contro tre. Il sesto uomo si chiama Nem Ilic e definirebbe sé stesso come responsabile dello sviluppo dell’atleta, nel senso che nel garage di casa sua ha montato una piccola palestra dove Gilgeous-Alexander va a sollevare pesi.
Daigneault la prese bene, disse che lui Shai lo conosce, vuole sempre migliorare e “questa cosa – spiegava Scott Cacciola sul New York Times – lo rende perfetto per Oklahoma City, lo stesso posto dove un giovane Russell Westbrook è diventato una macchina da tripla doppia, Kevin Durant ha affinato il suo gioco sul perimetro, James Harden ha messo a punto il suo step back”.
Coach Daigneault sottolineava che «Shai avrebbe tutte le risorse per assumere uno staff e trasferirsi alle Hawaii in bassa stagione. Invece si parcheggia a casa sua, Hamilton, e lavora con amici che fanno parte della sua vita da sempre».
Gilgeous-Alexander spiegò: «I ragazzi mi danno un senso di casa. Mi restituiscono un pezzo di me stesso». Così, torna il ragazzo che era alla Regina Mundi Catholic Elementary School, quando la famiglia si trasferì da Toronto a Hamilton. D’estate, quando è in vacanza in Canada, intorno alle 7 del mattino manda un messaggio ai cinque, sto venendo. Hanno un quarto d’ora all’incirca per farsi trovare pronti, all’arrivo della Mercedes-Benz Classe G marrone chiaro. Alla fine ha chiesto a Maurice di trasferirsi a Oklahoma con lui. È il suo factotum. Suo e di Luguentz Dort, coinquilino, compagno di squadra anche in Nazionale, detto il ministro della difesa. Dort è il tipo che gli ha tenuto la mano quando Shai è stato vaccinato contro il covid, perché ha paura degli aghi. Una volta si è lamentato con GQ di essere sommerso dai vestiti dell’altro – che ha una certa passione per la moda. Lui sopporta, Cocciante direbbe perché un amico ti tiene più caldo di un pullover di lana.
PALAZZETTI E DINTORNI
Le migliori réclame del basket
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GIGANTE, PENSACI TU Victor Wembanyama
Qualche anno fa, molti anni fa, una delle sigle finali di Luna Park era cantata da Enrico Montesano nei panni del re della Polonia, della Macedonia, duca di Bordeaux. “Sono principe di Scozia – ammazza, ammazza – e barone di Dalmazia, ammazza, ammazza”. Stamattina dalla prima pagina de L’Équipe sbuca invece il re di Parigi, ma – coup de théâtre – scritto nella lingua di Lear. “King of Paris” è Victor Wembanyama reduce dalla prima partita della NBA giocata sul parquet olimpico, nella stessa arena degli ultimi Giochi estivi. Wembanyama è stata la star attesa nei giorni scorsi, tutta sbrilluccicosa per davvero sulla scena, con 30 punti segnati nella vittoria di San Antonio su Indiana [140-110]. Domani alle 18 si replica.
Quindicimila 935 spettatori, record per una partita NBA a Parigi dal 2020. “Con un microfono in mano, dicendo a malapena buonasera Parigi, Victor Wembanyama ha ricevuto un’ondata d’amore dall’Accor Arena, come un’onda impetuosa. Quella che il prodigio francese sognava da giovane, quando immaginava di tornare nella sua terra natale con una maglia della NBA” ha scritto Amaury Perdriau. Wembanyama ha lanciato alla folla un messaggio che pareva sentimentale ma era politico. «Non voglio che sia l’ultima volta, dobbiamo fare più rumore possibile per dimostrare che gli Spurs devono tornare a Parigi». Il destinatario principale del messaggio era ovviamente Adam Silver.
Cinque mesi dopo la finale giocata contro gli USA [26 punti, 7 rimbalzi, sconfitta 87-98], Wembanyama ha giocato una partita ancora migliore [30 punti, 11 rimbalzi, 6 assist, 5 stoppate]. Rick Carlisle, coach di Indiana, alla fine s’è arreso: «Non so cosa abbia detto prima della partita, ma ha funzionato». Sembrava la signora seduta al tavolo di Katz’s Deli dopo l’orgasmo finto da Meg Ryan in Harry ti presento Sally. «Prendo quello che preso lei».
L’EDICOLA
Le prime pagine dei giornali
Che cosa stanno leggendo in Europa
VITE OLIMPICHE
L’effetto Trump sulla boxe olimpica e le scelte di LA 2028
Sono passati solo due giorni dal discorso d’insediamento alla Casa Bianca e lo sport si è aggiunto alla lista di chi s’aspetta un intervento di Trump. Chi lo auspica e chi lo teme. Trump è il presidente che siederà in tribuna da padrone di casa alla finale dei Mondiali di calcio fra un paio d’anni e dovrà dichiarare aperti i Giochi olimpici di Los Angeles, quando sarà a fine mandato. Il punto è cosa accadrà da oggi fino a quel discorso, come userà la sua influenza.
È su quest’azzardo che mette una fiche l’International Boxing Association [IBA], dove si sono affrettati a scrivergli una lettera chiedendogli di intervenire affinché la boxe venga inclusa nel programma 2028. Una richiesta che arriva in un momento critico dopo la sua estromissione per problemi di governance, questioni di etica e uno scontro dentro il movimento olimpico.
È una mossa eretica e politica. L’IBA intende così bypassare il CIO e aprire una strada mai percorsa nella storia dello sport. Da cinque anni vive la condizione di federazione internazionale sospesa dal movimento olimpico, rimossa dalla responsabilità di organizzare il torneo. Il CIO ha gestito la boxe con un interim a Tokyo 2021 e Parigi 2024 ma ha annunciato che non continuerà a farlo per il 2028. L’esclusione non è definitiva, ma la boxe non è nei piani iniziali di Los Angeles, il CIO spera e lavora affinché una nuova federazione internazionale possa garantirne il ritorno.
Si chiama World Boxing l’etichetta che deve salvare il pugilato in caschetto e canottiera. È riuscita finora a raccogliere 60 adesioni nel suo sforzo di ottenere il riconoscimento del CIO.Ma l’IBa resiste e insiste, sotto la guida di dirigenti legati alla Russia.
Trump è un’occasione. Il discorso di Trump è un’occasione, in particolare il passaggio sulla necessità di «stabilire la realtà biologica del maschile e del femminile e proteggere le donne dall’ideologia gender», uno dei temi cari alle destre occidentali. Sui corpi di Imane Khelif e Lin Yu-ting, in estate è stata combattuta una battaglia ideologica. Nella lettera alla Casa Bianca [per intero si legge qui], l’IBA dice che «sarebbe molto gradito se il vostro team esaminasse questa situazione. Ci auguriamo sinceramente che la boxe faccia parte delle celebrazioni di Los Angeles 2028 e diventi una dimostrazione di autentico amore per lo sport nella nazione americana e tra i fan di tutto il mondo». La leva che adopera l’IBA è esattamente quella di della «partecipazione di atleti non idonei» riferendo che le pugili non soddisfacevano i criteri di ammissibilità per le competizioni femminili.
Trump ha avuto una breve esperienza da promoter di pugilato negli anni ’90. Anche questo suo background, come sottolinea SportsIn, potrebbe giocare un ruolo e influenzare la decisione finale del comitato organizzatore sul ritorno del pugilato nel programma olimpico. È una partita di influenze che la boxe gioca dentro una battaglia più ampia, tra i principi di inclusione che Thomas Bach ha difeso e la messa al bando delle persone intersex o transgender che altri sport hanno già disposto, tra cui i due principali nel programma olimpico, il nuoto e l’atletica di Sebastian Coe. Thomas Bach è a fine mandato, Sebastian Coe corre per succedergli a giugno. Trump la pensa come Coe. Questo è il quadro con cui dovrà confrontarsi il comitato organizzatore prima di prendere una decisione sulla boxe e su tutte le Imane Khelif che praticano sport.
TENNIS
La strategia di Shelton contro Sinner
AUSTRALIAN OPEN Bisogna saper scegliere i momenti giusti per giocare i colpi giusti. Così si batte Sinner. Facile, no? Ah, e poi bisogna avere fiducia, fiducia nelle cose in cui credi e nelle cose che fai. Così ha parlato Ben Shelton prima della semifinale contro Jannik, nel tentativo di tracciare una strada, montare a terra dei binari da seguire una volta che sarà sceso in campo. È una partita che Massimo Calandri su Repubblica definisce “il Mostro contro la Montagna”.
Ben Shelton è quel ragazzo che per molto tempo è stato accompagnato dal racconto venuto fuori due anni fa, quando si presentò a Melbourne e il mondo del tennis scoprì che si trattava del suo primo viaggio all’estero. Non era mai uscito prima dagli Stati Uniti. Aveva il passaporto immacolato. Suo padre è Bryan Shelton. Ha giocato sei volte gli Australian Open. Non è mai andato oltre il secondo turno. Il suo momento indimenticabile a Melbourne arrivò per delega, all’età di 59 anni grazie a Ben, figlio suo e di Lisa, sorella di Todd WItsken, ex numero 43 della classifica.
«Ho chiesto spesso a mio padre di giocare alcuni challenger o tornei junior all’estero. Mi ha chiesto se fossi il miglior giocatore negli Stati Uniti. Gli ho risposto che no, ovviamente non lo ero. E lui ha detto: allora perché dovremmo andare in un altro paese, quando non sei il migliore nemmeno qui? Penso che sia stato un buon consiglio, a ripensarci ora. Tutte le esperienze fatte, sono servite per crescere», raccontò il giovane Ben.
È cominciata così la sua crescita impetuosa. Nel mese di luglio del 2022 era al numero 433 della classifica, a fine novembre era fra i primi-100 con tre tornei vinti di fila. Prima di salire sul volo per Adelaide, per il primo torneo del 2023, il viaggio più lungo che avesse mai fatto era stato da Miami a San Francisco.
Ben Shelton è mancino. Ecco perché prima Lorenzo Sonego e poi Jannik Sinner hanno scelto sparring partner che giocassero a tennis con la mano sinistra. Fino all’età di 11 anni, del tennis non voleva saperne. Ricorda di aver molto girato in bicicletta attorno ai campi della Georgia Tech University, mentre suo padre allenava la squadra femminile. In testa aveva il football. Un quarterback mancino. Contro il volere dei suoi. Era un malato di football. Sempre con un pallone in mano. Conosceva tutte le formazioni a memoria. Non è che adesso gli sia passato, sebbene sia il 14 del mondo nel suo sport, uno dei primi-10 qualora dovesse battere Sinner, il numero 5 se dovesse vincere il torneo. La sua struttura fisica non gli ha consentito di proseguire, andare avanti, continuare a sognare un Super Bowl.
Quando la famiglia Shelton si è trasferita a Gainesville, Ben ha iniziato a considerare finalmente il tennis. I suoi si sono rasserenati. Si prendono meno botte. Il servizio è stato la chiave della crescita. Quando ha preso la decisione di darsi completamente al professionismo, ha lasciato gli studi a due anni dalla laurea. Due anni fa il New York Times scrisse che la misura della sua crescita veniva da un dettaglio. Lo aveva chiamato Nadal per chiedergli se volesse fargli da sparring per preparare il match contro Draper, mancino contro mancino.
Stamattina la crescita si misura con Sinner. Lo ha battuto in occasione del loro primo incontro, con un tie-break finale a Shanghai nell’autunno del 2023. Da allora Sinner ha infilato quattro partite di fila senza lasciargli un set. Con una punta di crudeltà, la rivista Tennis dice che “con la sua miscela ferrea di ritmo e precisione, il Piano A di Sinner è quasi imbattibile in questo momento, specialmente sui campi in cemento. Ma Shelton ha almeno una cosa su cui puntare: non è de Minaur”.
LO ZIBALBOURNE
CANGURI Il salto di McEnroe
“McEnroe vota Sinner” titola il Corirere della sera sull’intervista di Gaia Piccardi all’ex Moccioso del tennis. Mac dice che Jannik «non colpisce spacca» ma non si candida a fargli da coach al posto di Cahill. La sua risposta alla domanda se per caso fosse interessato al ruolo di Cahill comincia con «Ahahaha…» e poi precisa: «A tempo pieno no: significa stare fuori da casa 35-40 settimane all’anno, non fa per me. Se fosse un impegno part time, però, perché no? Jannik ha un anno davanti per scegliere e riorganizzarsi. Farà colloqui con Ivanisevic, Ljubicic, con chi crede. Escludo, per la mentalità che ha, che l’addio di Cahill possa condizionarlo. Hanno lavorato insieme più di tre anni, sentire una voce nuova gli farà solo bene. Guardi Djokovic con Murray: è rinato! Chi avrebbe pensato che quei due andassero così d’amore e d’accordo, invece è sbocciata una storia fantastica».
In una sola risposta, Mac ci concede una panoramica sui suoi gusti: di ieri e di oggi. Dice: «Alcaraz è il tennista che amo più vedere e commentare ma qui a Melbourne è andato a lezione dal maestro dei maestri: Djokovic, il più grande di ogni tempo».
CROCODILE I figli di Courier cambieranno il tennis
La Stampa ha invece intervistato Jim Courier, un tempo tennista preoccupato soprattutto di rimandare la pallina dall’altra parte della rete tenendola dentro le righe del campo, oggi esigente analista del gioco altrui e intervistatore in campo alla fine delle partite. Di Cahill dice che con Sinner «ha fatto un lavoro straordinario. Ma credo che anche Simone Vagnozzi meriti moltissimo credito. Lui e Darren hanno lavorato insieme per aiutare Jan a salire di livello. Sarà dura perderlo, forse aggiungeranno qualcuno, forse no. Simone ha la fiducia di Jannik, quindi penso che se la caverà in ogni caso».
Anche Courier preferisce Alcaraz. «Carlos è il giocatore più completo che abbia mai visto alla sua età. L’unico colpo che per me può migliorare è il dritto in corsa, che può essere devastante, ma che spesso sbaglia. È uno che cerca il brivido e mi mancherà questo suo aspetto se inizierà a giocare un tennis basato più sulle percentuali. Sbaglierà di meno, ma sarà meno interessante da guardare». [Courier era il signore di quella maniera di stare in campo che Roberto Lombardi su Sky chiamava tennis percentuale].
Tuttavia Courier non è affetto da nostalgismo. «Se rivediamo quelle partite su YouTube – dice nell’intervista con Stefano Semeraro – ci sembrano giocate al rallentatore. Io ho fatto parte di quell’epoca, quindi parlo contro il mio interesse, ma credo che stiamo ammirando il miglior tennis e Jannik e gli altri siano i migliori atleti che abbiamo mai visto. Per questo mi fa piacere che gli Australian Open e gli Us Open stiano rendendo i campi più veloci».
È alla domanda sulla necessità di altri cambiamenti che Courier sfoggia per intero i suoi 54 anni. «I miei figli – dice – hanno 8 e 10 anni, amano il tennis ma non sono in grado di guardare una partita per due ore, preferiscono gli highlight di tre minuti. Dobbiamo continuare a innovare il prodotto e questo potrebbe significare modificare il sistema di punteggio per accorciare le partite. Il tennis sta vivendo un grande momento, ma deve cercare di crescere, non difendere ciò che ha raggiunto».
Quando gli adulti parlano dei bambini-adolescenti, rimasticano come un chewing-gum questa storia degli highlights, la distrazione, il calo d’attenzione, eccetera. Mmm. Può darsi. A volte si ha come l’impressione che si tratti di un gigantesco alibi, un ombrello perfetto sotto il quale far passare cose tipo la Kings League.
Eppure, uno dei fenomeni del nostro tempo è il binge watching, la capacità presente nelle giovani generazioni di guardarsi una serie tv senza sosta, un episodio dietro l’altro, consumarla senza stancarsi e senza neppure il tie-break sul 6-6.
Ci fosse un adulto che ci spiega perché la serie tv sì e Isner-Mahut no. Sempre che esista un adulto che abbia visto per intero Isner-Mahut.
Ogni tanto spunta qualche ricercatore che abbozza una risposta, quasi mai ha meno di sessant’anni. I ricercatori dicono che il binge watching è da mettere in relazione con la depressione, la solitudine, l’incapacità di autogestirsi tipica dei giovani. Invece il suo fenomeno contrario, il calo dell’attenzione è dovuto a depressione, solitudine e incapacità di autogestirsi tipica dei giovani.
POP-CORN
Il tie-break di Djokovic contro Zverev prima di ritirarsi
Lo Slalom mentre succede
INGHILTERRA
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Panico: si spende troppo
Siamo dalle parti dell’attaco di panico. Ieri mattina Barney Ronay sul Guardian ha scritto che “la solitudine dei giocatori del City di Guardiola è il riassunto di una squadra che sta perdendo il senso di sé”. In 15 minuti contro il PSG, il City è crollato a pezzi, “crollato – ha scritto il Guardian – come una scatola di cartone inzuppata di pioggia”. E già questa è una bella immagine, da appuntarsi, mettere da parte e scopiazzare appena possibile.
Ma Ronay ne ha tirata fuori un’altra ancora più bella, quando ha cominciato a parlare delle squadre di calcio cone entità strane, finanche a questo livello d’élite, iper-preparato, perfino in uno spogliatoio dove opera un allenatore maniaco del controllo come Guardiola, uno che “dipingerebbe una macchia di gesso sul campo di allenamento e chiederebbe a Raheem Sterling di starci dentro”. Le squadre, ha scritto l’editorialista del Guardian, si basano sulle emozioni e sull’energia collettiva. Quando quell’energia collettiva si spegne, i giri del motore scendono, calano fino al crollo. Questo succede al City quando prende un gol. Ne prende subito un secondo, certe volte un terzo. Ha subito 3 gol in 8 minuti contro lo Sporting di Lisbona, 2 gol in 5 minuti dal Brighton, 2 in 7 minuti dal Tottenham, 3 in 15 minuti contro il Feyenoord, 2 in 2 minuti contro il Manchester United, 2 in 8 minuti dal Brentford, fino ai 2 in 4 minuti dal PSG.
Il Guardian dice allora che “l’elemento umano continuerà a insinuarsi sempre nel calcio” così come “anche a 25 piani di altezza in un palazzo si possono trovare formiche sul tappeto”.
È singolare che pure sul Telegraph si parli di panico dentro la casa del Manchester City. Lo fa Jamie Carragher in relazione alla politica di trasferimenti in questa finestra di gennaio. Più il City perde, più spende. Se ne sono andati una quarantina di milioni per un paio di difensori [Khusanov dal Lens, Vitor Reis dal Palmeiras], una ottantina per far arrivare Marmoush dall’Eintracht Francoforte.
“Un tempo – dice Carragher – i club venivano accusati di fare occasionali acquisti a gennaio, dettati dal panico per salvare la stagione. I campioni della Premier League stanno portando il concetto a un altro livello. Hanno avuto bisogno di questa corsa al panico. È insolito vedere un club di tale statura reagire in questo modo a metà stagione, ma non avevano scelta. È una condizione di emergenza all’Etihad, con l’ammissione che la maggior parte delle loro scelte recenti di mercato sono state scadenti. Non sono riusciti a trovare sostituti adatti alle loro leggende. Ora hanno bisogno di una soluzione rapida”.
Il City era rimasto imbattuto per 32 partite prima della sconfitta a Bournemouth il 2 novembre. Da allora ha perso sei partite in 13 giornate di campionato. Il calo ha uno spin-off pure in Europa. Dopo 26 partite di Champions League senza sconfitte, il City è stato battuto in tre delle ultime quattro: le sconfitte per 4-1, 2-0 e 4-2 contro Sporting Lisbona, Juventus e PSG. Un mucchio di calciatori iper-valutati è ruciuliato nel baratro trascinandosi il resto della squadra come in quel quadro di Bruegel il Vecchio. Kalvin Phillips è costato 45 milioni di sterline, ma Guardiola ha deciso che non era all’altezza delle aspettative. Matheus Nunes è costato 54 milioni di sterline, ma non ha mai mostrato le cose messe in piazza al Wolverhampton. Jérémy Doku è arrivato per 55 milioni di sterline dal Rennes e lo abbiamo visto a sprazzi e lampi. Josko Gvardiol è costato 90 milioni, ha avuto una prima stagione molto buona, ma in questa vive enormi difficoltà.
Carragher sul Telegraph scrive che per il Manchester City potrebbe essere una consolazione vedere come sta messo il Chelsea, a sua volta disposto a svenarsi per Douglas Luiz della Juventus e Alejandro Garnacho del Manchester United. “A tre anni dalla vendita del club da parte di Roman Abramovich, dopo aver speso 1 miliardo di sterline per nuovi giocatori, per il Chelsea sarebbe un risultato incredibilmente costoso se non si qualificasse di nuovo per la Champions League”. Il Telegraph è il quotidiano che l’altro giorno ha tracciato i movimenti degli yacht di Abramovich al largo delle coste turche, ricostruendo la sua vita in una gabbia dorata.
Panico: si spende poco
Spendere molto a gennaio è dunque un brutto segno. Ma pure spendere poco, dice dalla Spagna Diario AS facendo notare che a poco più di una settimana dalla chiusura del mercato invernale, “la situazione per le squadre della Liga è terrificante”. In che senso? Davanti alla serie A spagnola ci sono al momento altri 21 campionati europei per capacità di spesa. Contando anche i campionati sudamericani e asiatici, la Liga scivola al 33esimo posto per spesa. AS lo considera un “panorama desolante per quello che vuole essere il miglior campionato del mondo”.
La spesa complessiva non raggiunge i tre milioni di euro [2,63 milioni] secondo il portale Transfermarkt e si limita a due soli giocatori. La Premier ha speso 293 milioni, la Ligue 1 124, la Serie A 72 e la Bundesliga 33. La serie B inglese si trova a 42 milioni e la serie C a 7. Hanno speso più degli spagnoli anche in Repubblica Ceca, Svezia, Norvegia, Ucraina, Turchia, Portogallo, Croazia e Belgio, in questo caso pure la serie B. Perfino la serie C spagnola ha mosso più soldi della serie A, soprattutto per gli acquisti fatti dal Celta B e dal Barça B. As lo considera un atteggiamento che “contrasta con le ambizioni”, però chi lo sa, potrebbe anche essere il segno di una misura, di una vita congrua con le proprie possibilità, una maniera virtuosa di stare al mondo.
IL CALCIO ITALIANO
Una grande difesa non è calcio all’italiana
Nei giorni in cui l’Inter di Mourinho partiva per Madrid verso il Triplete, i giornali italiani raccontavano che la serie A era sul punto di essere superata dalla Bundesliga nella considerazione del calcio europeo. Il sorpasso nel ranking UEFA era solo la certificazione di un sovvertimento già avvenuto per strutture, organizzazione, governance. Quattro anni più tardi, girò per qualche settimana un altro apocalittico allarme. “Il ko della Juventus in Europa League certifica lo stato di crisi del calcio italiano” scrisse l’ANSA dopo la semifinale perduta contro il Benfica. Il Portogallo avrebbe superato l’Italia, attenzione alla Russia alle spalle, si diceva, e attenzione alla Francia, alla Ligue1, aggiunsero altre voci nell’istante in cui il PSG aggiunse Neymar alla Collezione Messi. Il sorpasso del Portogallo era una mezza bufala buona per i titoli di un giorno, era un cavillo aritmetico che sarebbe stato smontato alla prima palla al centro della stagione successiva. Neymar con Messi nel campionato francese non ha prodotto un’ascesa, ma anzi il definitivo affossamento dell’equilibrio e dell’entusiasmo.
Fra il 2010 del Triplete dell’Inter e la situazione attuale, la Nazionale è stata sostanzialmente un’ombra, tranne che nell’estate del 2021 quando Roberto Mancini poté portare i giocatori dentro una dimensione da club, lavorarci insieme per un mese e andare a vincere gli Europei con due pareggi nelle due partite più pesanti. La serie A di cui ci siamo divertiti a dire il peggio del peggio è invece risalita al secondo posto nel ranking UEFA. Per amor di verità, va detto che questo famoso ranking UEFA presenta più di un bug, se ha premiato l’Italia con un posto in più nella Champions attuale nonostante l’uscita in massa agli ottavi di finale dell’anno scorso. Ha pesato di più il buon cammino in Europa League e Conference League, a ben vedere la reale svolta nella mentalità italiana: la fine dello snobismo verso le Coppe del giovedì. La Lazio di Sarri dava l’idea di non vedere l’ora di uscire per potersi concentrare sul campionato, nell’irrisolvibile paradosso che privilegiava la corsa a un posto in Europa considerato e vissuto però come un fastidio. Ora la Lazio in Europa League è prima, pur restando in zona-Champions in campionato.
Stamattina Paolo Condò sul Corriere della sera fa un’analisi tecnica dei motivi che producono la situazione attuale, scrivendo che “la nuova centralità della serie A poggia sul pilastro tradizionale del calcio italiano: la difesa. Le cifre – dice – sono impressionanti. In Champions l’Inter ha subito soltanto un gol in 7 gare, e vanta il dato migliore delle 36 iscritte. Alle sue spalle l’Atalanta è quarta (4 gol incassati), la Juve sesta (5), il Bologna ottavo (8) e il Milan dodicesimo (9). Si procede allo stesso modo in Europa League, con la Lazio seconda miglior difesa (4 gol presi), e malgrado tutto la Roma non distante (6)”.
Ma quasi a sottolineare come certe facili equazioni che ogni tanto girano possano condurre fuori strada, verso il grado zero della complessità, Condò fa notare “che nessuna delle nostre squadre pratica in senso stretto il calcio all’italiana”. Avere la migliore difesa d’Europa non significa [non significa più] essere quelli del catenaccio e contropiede, il partito conservatore più forte in Italia persino oggi.
“L’Inter di Inzaghi – spiega Condò – costruisce dal basso — fumo negli occhi per gli italianisti — e in Europa non subisce. L’Atalanta gioca a uomo a tutto campo ma riempie l’area avversaria con sette elementi, e infatti ha la seconda differenza reti del torneo. La Lazio gioca verticale ma spinta dalla coppia di centrocampisti centrali e dalle percussioni di Tavares. Forse è proprio la Juve, per la costruzione molto prudente di Motta, a riecheggiare (ma solo in parte) certi temi del passato”. L’ultima bizzarria di un calcio che si diverte a non farsi leggere più secondo i canoni del Novecento.
RUOTE
I bengala di Monte-Carlo
Un entusiasmo traboccante, diciamo così. Il rally di Monte-Carlo ha aperto il Mondiale 2025 ma stamattina su L’Équipe non si parla d’altro che dell’ambiente, il clima in cui ieri sera l’otto volte campione del mondo Sébastien Ogier si è spaventato. “Per pochi centimetri è quasi passato da pilota a spettatore, dopo aver fatto segnare il miglior tempo nelle prime due speciali, in testa a Monte-Carlo per il 13esimo anno consecutivo, tra l’altro”.
Ha dovuto guidare dentro una nuvola rossa, quella dei fumogeni accesi dal pubblico sopra Jarjayes, “in questa stretta catena di tornanti boscosi dove diverse centinaia di spettatori hanno fatto esplodere la popolazione locale, 400 abitanti di solito, e il giro d’affari dei venditori di fuochi d’artificio, esplosi più di tre ore prima del passaggio dei piloti”.
I MONDIALI DI PALLAMANO
L’Italia battuta ma innova: giochiamo senza pivot
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Domenico Ebner è uno spettacolo. I primi 10-15 minuti di Italia-Germania sono stati lui. Lui e le sue parate. La più bella di tacco, con la gamba di richiamo, quando ha sentito il pallone scivolare alle sue spalle. L’ha preso. Ha esultato come per un gol. Ce ne sono tanti nella pallamano, ma esultano di più i portieri dopo una parata [per questo motivo: forse il ma andrebbe tolto].
L’Italia che torna ai Mondiali dopo 28 anni, nella partita contro i vicecampioni olimpici è stata più volte in vantaggio anche con due gol di scarto. Buona parte del merito è stata di Ebner: 16 parate in tutto. Solo che la Germania in porta aveva Andreas Wolff, e col passare dei minuti le sue parate sono diventate 18 parate, di cui due da sette metri: è stato votato miglior giocatore della partita. La Germania ha vinto. L’ipotesi assurda e inverosimile di qualificarsi per i quarti di finale finisce qui. Eurosport Deutschland dice stamattina che forse l’Italia non gioca ancora allo stesso livello di Svezia, Spagna o Portogallo, ma funziona proprio perché gioca una pallamano poco convenzionale, “con quattro giocatori in difesa e senza pivot, un sistema di gioco che non può essere trasferito ad altri avversari”.
Siamo oltre. Anziché il falso nove, giochiamo con il senza nove. Il centravanti è lo spazio, come diceva coso, quello, come si chiama. Però funziona. Diamine se funziona.
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