Il Barcellona ci fa sventolare come tante bandiere
Andrés Iniesta
calcio
Dalla Superlega all’eliminazione in Champions
| C’erano tutti e tutti insieme. Xavi aveva ventun anni, Guardiola trenta, Sergi e Luis Enrique trentuno. Prima di succedersi l’un l’altro in panchina, erano compagni di squadra in quell’ultimo Barcellona uscito ai gironi dalla Coppa dei Campioni e fuori dalle migliori sedici, anno 2000, terzo posto dietro il Milan e il Leeds. L’allenatore era Llorenç Serra Ferrer, oggi 68enne, rimasto stritolato da quell’esperienza brevissima, durata fino al mese di aprile e piazzata in mezzo a due cicli trascorsi al Betis. Fece un passaggio finale all’Aek Atene e chiuse la carriera a soli 55 anni. Preferì comprarsi il Maiorca e iniziare a licenziarli lui, gli allenatori. Oggi è legato al gruppo Another Betis Possible in opposizione all’attuale consiglio di amministrazione del presidente Ángel Haro.
Un altro Barcellona è possibile, si stanno invece dicendo in Catalogna dopo la sconfitta in Germania, di fronte alla peggiore campagna europea dell’ultimo ventennio, eccetto il 2003-2004 quando alla Champions neppure parteciparono. Così come è la peggiore stagione in 10 anni per la Germania, rimasta con il solo Bayern, alla pari del 2018. Non è poco per una Coppa accusata di immobilismo e di premiare sempre l’élite, eppure cambiata dal 2024 in quel verso, per proteggerla ancora di più, nel tentativo di accontentare i potenti che volevano la Superlega.
Insieme all’Inghilterra dominante con quattro squadre agli ottavi (Chelsea, Liverpool e i due Manchester) – l’unica vera nazione che segna uno scarto tra sé e le altre – insieme a due italiane (Inter e Juventus), due madrilene (Real, Atlético) e due francesi (PSG e Lille), si sono qualificate in quattro dai Paesi Minions, record dal 2015: sono gli olandesi dell’Ajax per la seconda volta in quindici anni, due portoghesi (Benfica e Sporting) come nel 2016 e una squadra austriaca (Salisburgo), evento pure questo che non si verificava dal 2000. Quella volta ce la fece lo Sturm Graz.
È vero sono in corsa sei delle otto squadre giunte ai quarti un anno fa (mancano Borussia Dortmund e Porto), ma il punto non è che in fondo arrivano sempre le stesse, il punto è a monte, l’accento va messo su chi partecipa, sia sugli accessi allargati al terzo e al quarto posto nei campionati con i capelli biondi e gli occhi azzurri, sia sul fatto che se in teoria si tornasse indietro con la qualificazione alla prima (o alla prima e al massimo alla seconda), il campo sarebbe ancora più esclusivo, per quanto sono mutati dal 1992 i tornei nazionali. Chiacchiere.
Resta un posto ancora per gli ottavi, la neve caduta su Bergamo ha fatto slittare a stasera il verdetto. Se passerà l’Atalanta, la piccola Italia sarà stata la migliore ai gironi dietro le inglesi, alla Spagna rimarrebbe solo Madrid. Oppure sarà il contrario, con la Spagna seconda forza. Mario Sconcerti sul Corriere della sera di ieri diceva che “tra noi e gli inglesi in genere la diversità non sta più tanto nella corsa, nella velocità, ma ormai nello stretto privato del calcio, cioè la qualità dei giocatori. Sono più bravi dei nostri”
Il Besiktas ha chiuso la Champions come unica squadra a zero punti. Non succedeva da tre anni (Aek Atene 2018-19), mentre con la media di tre gol subiti a partita c’è stato insieme ai turchi anche il Burges.
Le qualificazioni dei Minions negli ultimi anni
2021-22: Ajax, Benfica, Sporting, Salisburgo | 2020-21: Porto | 2019-20: nessuno | 2018-19: Ajax e Porto | 2017-18: Porto | 2016-17: Porto e Benfica | 2015-16: Benfica, Zenit, PSV, Gent, Dynamo Kiev | 2014-15: Porto, Shakhtar, Basilea | 2013-14: Zenit, Olympiakos e Galatasaray | 2012-13: Celtic, Galatasaray, Shakhtar, Porto | 2011-12: CSKA, Zenit, Basilea, Apoel
CONNESSIONI | Se la Champions fosse musica agli ottavi avremmo: gli Oasis e Georges Bizet dal girone A, i Beatles e Plácido Domingo dal girone B, Chet Baker e Amália Rodrigues dal girone C, Julio Iglesias e Enrico Ruggeri dal girone D, i Münchner Philharmoniker e i Madredeus nel girone E, i Simply Red nel girone F, l’Orchestre National di Lille e Wolfgang Amadeus Mozart nel girone G, i Righeira e i Clash nel girone H. Aspettiamo che stasera li raggiunga Gaetano Donizetti. Amen.
La crisi del Barcellona
3-0 | Sotto zero, titola in prima pagina Mundo Deportivo. Nel suo editoriale di stamattina, il direttore Santi Nolla parla di momento molto serio e molto difficile. “Il Bayern ha fatto rivivere i colori di una squadra che sembra non saper giocare altro che con la nostalgia. Fatta eccezione per i primi dieci minuti in cui i giocatori hanno mantenuto un alto livello di pressing, il Barça è stato inferiore ai tedeschi, che hanno avuto molte più occasioni di quante il punteggio dica. Sia Xavi sia Busquets hanno parlato di realtà, che è come arrivare a dire estos es lo que hay, questo c’è, questi siamo, la dichiarazione di Koeman e Piqué che all’epoca venne rifiutata. Ma il problema è ancora ciò che non c’è. Non ci sono i gol. L’assenza di Messi e Griezmann ha lasciato la squadra senza la loro quota di 60 e più, gli acquisti dei centravanti non sono stati soddisfacenti. La rosa è sbilanciata con troppi giocatori over 30 e under 20, senza la classe media che fa da equilibrio. Questa squadra non ne ha e ora non ha nemmeno polvere da sparo. In tutta questa fase della Champions League il Barcellona ha segnato solo due gol. Il Bayern, 22. È bello iniziare una nuova fase adesso. Ma il Barça credeva che fosse già iniziata quando è arrivato Xavi”.
Alla frase di Koeman torna pure Alfredo Relaño nel suo intervento per As. Scrive: “Nessuno si aspettava altro a Monaco che la caduta del Barça. Una caduta senza tragedia né epica, una sconfitta per manifesta inferiorità. Contro un Bayern che giocava senza Kimmich e con un ritmo da pre-campionato, il Barça è sempre stato inferiore. Era così con Koeman, continua a essere così con Xavi. Il suo arrivo ha creato un nuovo stato d’animo che sa più di superstizione che di altro, la realtà invece sta prevalendo. Ora va in Europa League ed è obbligo del culé emozionarsi. Sarebbe un bel titolo per completare la collezione del Barça, aprirebbe le porte alla prossima Champions League, ma bisogna migliorare molto per farcela anche lì. Come dovrà migliorare molto per arrivare al quarto posto in Liga, argomento di cui si parla poco ma che c’è”.
Ramon Besa su El País parla di “un Barça indegno”, passato dalla volontà di fare la Superlega a non avere nemmeno un posto in Champions. “Non ha più un suo posto sulla mappa – scrive – dopo aver esaurito il catalogo delle calamità, dopo il titolo vinto a Berlino nel 2015. L’ultimo episodio è questa sconfitta dolorosa a Monaco, per quanto annunciata, dopo non essere riuscito nemmeno a battere il Benfica. L’eliminazione esprime la decadenza di una squadra in questi anni ha sperperato gol di vantaggio in trasferta, come a Roma e a Liverpool, e ha concesso punteggi crudeli come il 2-8 a Lisbona contro il Bayern. Quei risultati denunciavano la pigrizia e annunciavano la decomposizione in tempi di abbondanza. La squadra si è consumata nel dibattito, ora è nella terra di nessuno, settima in campionato, eliminata dalla Coppa dei Campioni. Nonostante giochi con un flessibile 4-3-3, il Barça non ha più giocatori in grado di tenere il pallone come ai tempi di Guardiola. Adesso è una squadra nervosa che rischia ogni volta che perde la palla. Lo sconforto è generale. Il Barça è uscito dalla porta sul retro, indegno della Champions dopo 21 anni, come se i rivali stessi si vergognassero delle sue sconfitte, perfino più del Barça, privo di competitività e finanziariamente rovinato, per lo stupore dell’Europa”.