Lo Slalom del 26 novembre | Cosa leggere, sapere e vedere

martedì 26 novembre 2024

#1 giorno a Liverpool-Real Madrid e alla Champions

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DI CHE COSA SI PARLA STAMATTINA

I migliori teenager della nostra vita

Il 2024 è stato l’anno della ridefinizione della maniera di vivere lo sport: su Slalom ci siamo tornati qualche giorno fa. Il merito è tutto di una nuova generazione di campionesse e di campioni, le stelle dell’agonismo dolce, ma non per questo meno vincenti. Sei delle 10 persone tornate da Parigi con più medaglie nella borsa hanno dai 22 anni in giù: Léon Marchand, Torri Huske, Mollie O’Callaghan, Regan Smith, Oka Shinnosuke, più Summer McIntosh, canadese, 18enne, la teenager di spicco dello sport olimpico mondiale. 

Per la cerimonia di chiusura il Canada le ha pure affidato la bandiera, come in genere si fa con le veterane. Mamma Jill Horstead  ha rappresentato la nazione alle Olimpiadi del 1984 a Los Angeles. La sorella Brooke, pattinatrice artistica di coppia, ha gareggiato ai Giochi giovanili invernali del 2020 a Losanna. Lei ha detto al Toronto Life: «Cerco di mantenere la mia routine pre-gara il più sobria possibile. Riempio il giorno prima con cose che mi aiutano a rilassarmi, come i miei programmi TV preferiti, e sto lontano dai social media». 

Ha due modi di guardare il suo sport. «Può essere semplice ma può anche essere molto complesso. È semplice quando tocchi per primo il blocco e vinci. Ma prima vengono la strategia di gara di cui devi occuparti, le tecniche di stile, il dosaggio delle energie, gli split in base ai quali tutto può cambiare negli ultimi metri di una gara». Per gli appassionati del genere, ha dato il nome di Michael Phelps al suo gatto. Vive e si allena in Florida con la mamma, sua sorella e vive e si allena in Canada col papà. 

 

Il ragazzino che può diventare il re degli scacchi

  C’è un diciottenne che in queste ore sta muovendo pedoni e cavalieri per prendersi il titolo di campione del mondo. Si chiama Gukesh Dommaraju, ha 18 anni e la sua partita è già storica per il suo paese, l’India. 

Gukesh è figlio di un chirurgo e di una microbiologa, Rajinikanth e Padma, appassionati di scacchi, giocatori per divertimento in casa. “Sempre al loro fianco, a guardare con gli occhi sgranati, osservando ogni pezzo che veniva mosso sulla scacchiera, c’era fin da piccolo il loro bimbo”, così racconta The Athletic, in un racconto che va alla scoperta del fenomeno. 

“Il ragazzino era affascinato dalla calcolata danza in bianco e nero davanti a lui”. Ora, fresco di esame di maturità a scuola, Gukesh può diventare il più giovane campione del mondo di scacchi di sempre. È già il più giovane sfidante, un privilegio guadagnato col successo nel torneo degli sfidanti a Toronto, battendo cinque avversari tutti meglio classificati di lui. La sua è stata un’ascesa fulminea, sorprendente per un ragazzino che all’estate del 2022 era ancora classificato solo come junior. Né papà né mamma avevano pianificato che Gukesh potesse diventare quel che è. Sono state le scuole, spiegano, sono stati i maestri e gli allenatori a dir loro che su quel talento avrebbero dovuto lavorare, insistere.

Gukesh giocherà contro il detentore del titolo Ding Liren, 32 anni, cinese: la partita si tiene al meglio delle 14 partite e potrebbe durare fino al 13 dicembre. Per la prima volta in 138 anni, sono uno contro l’altro due asiatici. Gukesh è originario di Chennai, costa meridionale indiana, la culla degli scacchi nel Paese. Se dovesse trionfare a Singapore, diventerebbe il secondo campione del mondo di scacchi dell’India dopo Viswanathan Anand.

È al quinto posto nel ranking del mese, forse il giocatore più in forma del momento. Ding invece è solo 23esimo. Ha avuto un regno difficile da campione del mondo. Si è dovuto prendere nove mesi di pausa per rimettere in ordine i pensieri. Si è presentato alla finale per la corona senza aver vinto neppure una partita del formato classico da gennaio. Ha giocato solo 44 volte da quando è diventato campione del mondo e alla app specializzata Take Take Take ha confessato di aver paura di perdere tanto a poco. 

In conferenza stampa ha aggiunto di non sentirsi al suo apice, ma di essere finalmente in pace con sé stesso. Ding è in vantaggio negli scontri diretti con il piccolo Gukesh con due vittorie e un pareggio. Il suo punteggio FIDE massimo di 2.816 è superiore al massimo toccato da Gukesh in ottobre [2.794]. Ma Magnus Carlsen, il norvegese cinque volte campione del mondo, l’uomo che ha scelto di non difendere più la sua corona mondiale forse per stanchezza o forse per noia, tuttora considerato il numero uno nella versione classica del gioco, dice che Gukesh ce la farà, soprattutto se Ding dovesse partire male. Ding non può perdere la prima partita, questo pensa Carlsen. Non gli attribuisce energie mentali sufficienti a ribaltare uno svantaggio. 

Gukesh D. Così lo chiamano nel circuito per evitare le insidie della pronuncia del cognome. È stato il secondo più giovane grande maestro della storia, all’età di 12 anni, sette mesi e 17 giorni. Ce ne sono 1.850 in tutto. Era molto atteso nel suo mondo. È famoso per il suo stile di gioco aggressivo, però nel tempo libero si guarda le vecchie puntate di Friends. Ding ha descritto la nuova generazione di giocatori come ragazzi senza paura. 

«Ce ne sono molti – dice – nati dopo il 2000, giocano da sfrontati e sono disposti a provare molte strategie diverse, al contrario della generazione precedente»

Il grande maestro indiano Vishnu Prasanna lo ha allenato fra 2017 e 2023. A The Athletic racconta che Gukesh gli chiedeva pure cose distanti dagli scacchi, per esempio come si comportano gli atleti negli sport estremi. Alex Honnold, per esempio: scalatore americano. Gukesh voleva sapere tutto del tipo di concentrazione che cercano di mantenere. “Giocare a scacchi – sottolinea The Athletic – può causare affaticamento mentale”. Gukesh viene da 276 partite in 30 tornei, distribuite in 13 paesi diversi e in 16 mesi, con sessioni d’allenamento infilate qua e là tra le 10 e 17. 

La partita più lunga in un campionato mondiale di scacchi è stata quella del 2021 tra Carlsen e Ian Nepomniachtchi, durata sette ore e 45 minuti. 

“Una tale concentrazione mentale può avere il suo prezzo”. La Maratona di Mosca tra Anatoly Karpov e Garry Kasparov andò avanti per cinque mesi e 48 partite. Karpov disse a una rivista russa di aver perso 10 chili. 

 

   RIMBALZI         La partita a scacchi più famosa della storia

   Questa è la storia di due uomini che si sono sfidati due volte, a vent’anni di distanza. Hanno sempre avuto tra loro una tavola divisa in 64 quadrati, detti case. Hanno giocato lungo questo campo con sedici pezzi. Bianchi o neri. Uno era figlio di un fisico tedesco che lo abbandonò a due anni. L’altro aveva un padre militare e aveva imparato a muovere cavalli e alfieri in treno, durante la fuga da Leningrado sotto assedio. Uno era americano, l’altro era sovietico. Uno era Bobby Fischer, l’altro era Boris Spassky.

 

    I fratelli Lebrun nel tennis tavolo

Le WTT Finals di tennistavolo sono come il Masters nel tennis senza il tavolo. A Fukuoka Alexis e Félix Lebrun hanno vinto il torneo di doppio battendo i giapponesi Hiroto Shinozuka e Shunsuke Togami in finale. Ora sono certi di diventare la coppia numero #1 del ranking mondiale alla fine della stagione, disarcionando addirittura i maestri cinesi Yuan Licen e Xiang Peng. 

In piena febbre nazionale da ping-pong, L’Équipe ha dedicato ai Lebrun l’altro giorno un pezzo nel quale si leggeva che “litigano come due fratelli” cioè senza mai che si tratti davvero di uno scontro. Suo padre dice che all’inizio non si completavano abbastanza dal punto di vista tecnico, sono tutt’e due destrimani e giocavano con la sensazione di darsi fastidio. Fra due mancini pare che invece sia più semplice. Ci hanno lavorato molto perché il 2024 è stato un anno olimpico e avevano la pressione della medaglia [alla fine bronzo]. 

Félix è la stabilità: specialmente al servizio. Alexis è la creatività. “Sono rossi come il solo che nasce” scrive il giornale francese, aggiungendo che stanno cambiando i codici del tennistavolo e che pure il Giappone è rimasto infatuato di loro: “Li chiamavamo i fratelli con gli occhiali, ora conosciamo il loro nome” [QUI]. Commento di un lettore al pezzo: “Due bravi ragazzi. Speriamo di non vederli mai in una discoteca di Stoccolma”. 

La loro è l’eredità sociale più rilevante delle Olimpiadi in Francia. L’Équipe ha dedicato nelle scorse settimane al boom del ping-pong una serie in 14 puntate Stamattina racconta di nuovo come “sulla scia delle imprese dei fratelli Lebrun, sempre più giovani si stanno orientando a scegliere di praticare questo sport”. 

Nel reportage dal club Usott di Orlean, il presidente del club locale racconta tutta l’impreparazione del mondo di base nel far fronte a tante richieste di iscrizione. Le strutture non reggono, il numero dei maestri non è più sufficiente.

 

 

  La nostra Sara Curtis in piscina

«Mi piace concentrarmi al massimo, soprattutto nei lavori più pesanti. Poi capita che magari non sono contenta di come ho fatto una cosa che mi ero prefissata e mi rabbuio».

➣  Perché è troppo orgogliosa o troppo perfezionista?

«Sono precisina. Questo mio perfezionismo a volte mi logora, in questo non sono una persona semplice. Thomas è molto saggio, mi ascolta tantissimo, ha tanta pazienza. Quando capisce che faccio fatica ad apprezzare una cosa che non mi viene bene, cerca di aiutarmi. Mi parla, mi scrive messaggi su WhatsApp che poi rileggo, sono fortunata ad averlo al mio fianco, mi fa crescere. Anche quando non la pensiamo allo stesso modo, abbiamo un dialogo costante».

➣  In Nigeria non è mai andata?

«Non ancora. In realtà avevamo in programma di andarci questo Natale, purtroppo non ce la facciamo. Ma c’è tutto il tempo».

➣  Sara e i suoi capelli, parliamone.

«I miei capelli afro io li amo proprio. In passato li ho odiati, li nascondevo, me li sono rovinati, vedevo le coetanee con i capelli lunghi e lisci, pensando: li voglio anch’io. Tra piastre, creme e districanti, me li sono bruciati, li ho dovuti tagliare e ritagliare. Adesso arrivo a dire che sono la parte più bella di me».

➣  Sempre con le treccine?

«Le ho appena tolte, per cambiare aria. Le ho portate per due anni di seguito, avevano accumulato troppi ricordi che andavano smaltiti. Sicuramente torneranno la prossima estate perché sono bellissime, le adoro».  [intervista di lia capizzi, Domani]

TENNIS

Il prodigioso 2024 visto dall’estero

 

Il dentifricio. Uno dei metodi è il dentifricio. Si cosparge la superficie con un po’ di pasta e si strofina, si strofina, si strofina con un panno fino alla scomparsa dei segni, poi si risciacqua, ma si risciacqua abbondantemente: con acqua tiepida. 

Con un’insalatiera da lucidare e proteggere dall’ossidazione ancora per un anno, con un mucchio di coppe e trofei accatastati dentro bacheche rimaste vuote per decenni, il mondo inizia a chiedersi: ma come cavolo hanno fatto in Italia? Gaia Piccardi sul Corriere della sera dice che “in sala stampa sono fioccate le domande degli stranieri sul sistema-Italia. Qual è il vostro segreto? Praticanti, campi, tornei sul territorio, piccoli e grandi, un settore tecnico preparato e un ottimo dialogo tra privato (i team dei top player) e pubblico (la Fitp), affidato alla sapienza di Umberto Rianna, anello di congiunzione. Oggi il motore è Sinner ma il circolo virtuoso si era già messo in moto prima che esplodesse il talento generazionale — questo è Jannik —, capace di impattare sport, costume e società”. 

Ai tifosi di Carlitos Alcaraz e a tutti i sudditi della corona di Spagna, Javier Sanchez su El Mundo ha raccontato che “in Italia si dice che le porte del paradiso si siano aperte quando Fabio Fognini ha vinto il Masters 1000 di Monte Carlo nel 2019 dopo aver eliminato Rafa Nadal in semifinale e il Paese ha festeggiato il suo primo titolo importante in quasi mezzo secolo. C’è del vero: è stato un traguardo storico. Ma anche tanto mito. Se oggi l’Italia domina il tennis mondiale, non è tanto per l’eredità di Fognini, tennista particolare, dallo stile ineguagliabile, ma per il lavoro che viene svolto da anni nelle accademie del Paese”. 

Javier della nobile schiatta dei Sanchez dice che “come accaduto in Spagna, il successo del tennis maschile italiano è nato sotto il segno del tennis femminile, di Francesca Schiavone, Flavia Pennetta, Roberta Vinci e Sara Errani, ma è cresciuto in una struttura ampia. Solo un Paese – sottolinea – gli Stati Uniti, organizza più tornei Challenger dell’Italia, la categoria dove si allenano i giocatori e si cominciano ad accumulare punti. Di wildcard in wildcard, un giovane italiano può completare un’intera stagione senza rinnovare il passaporto: Napoli a marzo, Barletta, Roma e Cagliari ad aprile, Francavilla al Mare, Torino e Vicenza a maggio e così via fino a 19 tornei. Nella sua breve ascesa nell’élite, Carlos Alcaraz ha trascorso l’estate del 2020 per intero in Italia fra Todi, Trieste, Cordenons e Biella. Aggiungendo il Masters 1000 di Roma, i tornei ATP 250 in Sardegna o Firenze e i 35 tornei Futures, i vantaggi di avere tante competizioni in casa sono innegabili – inviti a giocare, nessuna spesa di viaggio, sostegno del pubblico – ma ci sono ragioni in più per la crescita degli Azzurri. Anche se la scuola non è riconosciuta come quella spagnola, in Italia ci sono alcune delle migliori accademie del mondo, come il Piatti Tennis Center dove Sinner si è allenato, e la base di giocatori è ampia”.

Aggiungiamo pure la scalata al potere. “Se anni fa il potere era anglosassone – scrive El Mundo – ora è italiano con Andrea Gaudenzi presidente dell’ATP e Massimo Calvelli direttore esecutivo”. Allora la butta là e ricorda che la gestione della positività di Jannik Sinner in un test antidoping è stata “controversa” – ecco: controversa funziona sempre – e “l’Agenzia mondiale antidoping è ancora dietro il caso, anche se ora è tutta una festa”.

Eh già. È tutta una festa. Stefano Semeraro su La Stampa fa notare che “anche la questione della positività al doping, potenzialmente devastante, ha prodotto un effetto paradossale: sui social il «cattivo» è il controllore, non il controllato”. Non solo sui social, per amore di verità.

Semeraro ha parlato di Sinner con Marica Spalletta, docente di sociologia della comunicazione all’Università Link di Roma, facendosi raccontare come “la mancata partecipazione alle Olimpiadi avrebbe potuto costituire una «ferita», il buco nella narrazione costruita attorno a Sinner”. Invece, risponde lei, «la vittoria in Coppa Davis ha ricucito quello strappo, ha fatto apprezzare l’abnegazione con cui, nonostante le fatiche di un anno strepitoso, il campione si è prestato all’impresa comune».  Semeraro aggiunge che “Panatta e Sinner si prestano a due stereotipi diversi, Adriano l’arci-italiano, fascinoso e «pigro», più talento che sacrificio; Jannik quasi l’esatto contrario”.

E dall’estero osservano. È stata una sublime stagione tennistica per Jannik Sinner, ma su questa sublime stagione esiste un gigantesco asterisco. Lo scrivono Charlie Eccleshare e Matthew Futterman su The Athletic mettendo in fila cosa che non ci piace ascoltare. “Come si fa a fare i conti con una stagione così straordinaria e un asterisco così grande?” si domandano ricostruendo la vicenda dal Clostebol, l’arbitrato di Sports Resolutions su richiesta dell’ITIA, la sentenza impugnata dalla WADA davanti al TAS. Con 73 vittorie in 79 partite, Sinner è diventato il primo giocatore dopo 8 anni [Andy Murray 2016] a superare i 70 successi in una stagione. Non ha mai perso una partita in due set in tutto l’anno. Eppure, ora tutto è sospeso in attesa di un verdetto: “Sinner e il mondo del tennis sono in un limbo, consapevoli del fatto che Jannik si trova o all’inizio di una potenziale era di dominio o si trova a dover affrontare un lungo periodo lontano dallo sport”. 

Gli altri sublimi 2024

Naomi Osaka ha iniziato l’anno al numero 833 del mondo. Conclude la stagione al numero 60, salendo di 733 posizioni. Jacob Fearnley era al numero 646 all’inizio del 2024. Conclude la stagione al numero 98, salendo di 548 posizioni. Amanda Anisimova è rientrata nella top-40 al numero 36. All’inizio dell’anno era al numero 359 del mondo. È salita di 323 posizioni.

    EUROGOL

La finale della pandemia

La finestra di Champions si apre con la prima metà del programma, in cui spiccano una classica nel senso breriano del termine, una partita cioè fra due vincitrici del trofeo [Manchester City vs Feyenoord] e la riedizione di una finale del passato [Bayern vs PSG 2020], che coincide con la scontro diretto dal ranking UEFA migliore, la seconda contro la quarta. Inter-Lipsia mette invece di fronte la sesta e l’ottava, ma come fa notare Paolo Tomaselli sul Corriere della sera “i tedeschi sono tra i flop più eclatanti delle prime quattro giornate: a San Siro si sfidano così una delle cinque squadre imbattute (e una delle due con l’Atalanta a non aver subito gol) e una delle cinque che non hanno ancora racimolato la miseria di un punto”.

Quanto al ranking per nazioni, in testa c’è per ora l’Inghilterra con 9.428 punti davanti al Portogallo con 9.200. L’Italia è terza con 8.750, Germania quarta con 8.375, Francia quinta con 8.071, Spagna solo sesta con 7.857

 

    Barcellona vs Brest

Un gol, solo un gol manca a Robert Lewandowski per diventare il terzo uomo a raggiungere i 100 in Champions League. In uno dei suoi décryptage, L’Équipe racconta come sono arrivati gli altri 99, a cominciare dal primo, in una serata nera per il Borussia Dortmund, battuto 3-1 dai greci dell’Olympiakos. “Un traguardo in più – scrive il giornale francese – per un centravanti che ha messo il suo sviluppo fisico, tecnico e psicologico al servizio della sua ossessione per il gol”. Esiste una golden zone per Lewandowski, un posto dove è insuperabile, e coincide con il cuore dell’area di rigore. Da quel lontano 19 ottobre 2011 fino a stasera, solo tre gol sono arrivati da oltre 18 metri. “Non è una questione di attitudine o di potenza d’attacco – dice L’Équipe – ma di estrema padronanza del suo terreno di caccia preferito: escludendo i suoi 16 rigori e i suoi calci di punizione diretti, il 91% dei suoi gol sono stati segnati in questa zona d’oro – questo spazio delimitato in larghezza dalla linea dei sei metri e in lunghezza dall’area di rigore”. Qui c’è tutta l’analisi, compresi grafici e mappette. Per intenderci le cose stanno così

Per il Brest e per tutta Brest l’attesa è perfino più palpitante e la serata perfino più storica. “Gli abitanti di Brest – ha scritto Bernard Lions – scaleranno la collina del Montjuïc come se fosse l’Olimpo. Se l’Estadi Olimpic, che si trova al suo vertice, non racchiude la stessa magia del Camp Nou in ristrutturazione almeno fino a febbraio, tutti terranno comunque gli occhi aperti di fronte all’idea di incontrare gli “dei” del Barça [tranne Lamine Yamal, infortunato]”. 

«Un sogno nemmeno immaginabile, due anni fa, e bisogna quasi darsi un pizzicotto per crederci», ha riassunto Éric Roy, l’allenatore. A L’Équipe pare che questo Brest sia “come Giano, il dio romano a due teste: la sua squadra a volte vince in una Champions League che sta scoprendo e altre volte deluden in Ligue 1 [12esimo posto, tre punti dalla zona retrocessione, con sette sconfitte in dodici giornate]”. 

 

  Bayern-PSG

Il PSG si prepara a ballare. Come si balla su un peschereccio al largo. Contro il Bayern Monaco stasera dovrebbe trascorrere buona parte della partita a guardare la palla che gira tra i piedi degli avversari, senza avere nessuna inclinazione naturale e nessuna formazione per un evento del genere. Per la prima volta nella stagione, Luis Enrique si imbatte in un’avversaria che ha statistiche migliori nel possesso. L’Équipe fa notare che se escludiamo la partita a Le Havre nel dicembre scorso, dove l’espulsione di Donnarumma aveva quasi costretto a lasciare la costruzione del gioco ai normanni, il PSG non ha mai avuto una percentuale di possesso palla inferiore agli avversari con Luis in panchina. 

Come e da cosa dovrà difendersi è spiegato meravigliosamente qui, dove L’Équipe ci fa vedere la partita prima della partita, con l’illustrazione dei meccanismi offensivi dei tedeschi, a cominciare da quelli che vengono costruiti dall’incantevole Joshua Kimmich – che ha “riconquistato un ruolo fondamentale nella costruzione delle azioni e brilla in particolare per la qualità del suo gioco lungo. In Europa, nessun giocatore distribuisce più passaggi filtranti di lui e nessuna squadra attacca le spalle dell’avversario più del Bayern. L’azione tipica che parte dai piedi di Kimmich vede i tedeschi posizionarsi numerosi davanti alla palla per minacciare la linea difensiva e aumentare le possibilità di passaggio. Il diagonale verso l’esterno, il taglio verso la fascia del campo opposta è una firma di Kimmich. In queste situazioni – fa notare L’Équipe – Harry Kane va a mettersi volontariamente in posizione di fuorigioco, per presentarsi in anticipo sul difensore quando il pallone arriverà al centro rasoterra dal compagno andato in profondità sull’esterno. Vincent Kompany gioca con gli esterni dai piedi spaiati [o sbagliati, o invertiti – vedete voi] e chiede al mancino Guerreiro sulla destra di creare pericoli mettendo la palla nella zona più profonda dell’area, proprio dove in genere Hakimi e Nuno Mendes fanno fatica a chiudere lo spazio. È interessate anche la soluzione dai calci d’angolo che il giornale francese definisce “con Kane sul terzo palo”, cioè ben oltre il secondo, in isolamento. 

  REWIND  È la finale della stagione scossa dall’arrivo del covid. La Coppa si concluse nel mese di agosto in una bolla in Portogallo. È uno scontro diretto che ha la particolarità di essersi tenuto 13 volte senza mai finire in pareggio. È la partita europea più giocata da entrambe.  Rispetto a quattro anni fa. Il PSG ha abbandonato il suo approccio galacticos alla vita, dando priorità ai giovani e al talento indigeno. Con una certa ironia, il Caso volle che il gol decisivo nel 2020 fosse segnato da Kingsley Coman, nato a Parigi e cresciuto nel vivaio del PSG. Così, la squadra che batte bandiera del Qatar oggi è la seconda più giovane della Ligue 1 con un’età media di 24 anni, dietro il solo Strasburgo che si trova a 21,9. Dall’arrivo di Luis Enrique il PSG ha comprato 15 giocatori, 12 dei quali sotto i 24 anni. Della squadra che giocò i quarti di finale nel 2021-22 sono rimasti i soli Marquinhos e Kimpembe, mentre cinque dei sei giocatori titolari del Bayern d’allora sono ancora qua: Kimmich,. Goretzka, Coman, Sane, Thomas Muller. Secondo il CIES, i giocatori che possiamo considerare titolari nel Bayern sono mediamente nel club da 59 mesi, quasi cinque anni. È la squadra più stabile per longevità nei principali campionati europei. Scrive The Athletic che dall’alto dei suoi 28 anni di media, il Bayern sta per mettersi sulla stessa strada del PSG. Ha cambiato la struttura del consiglio di amministrazione, ha accolto due ex dipendenti del Lipsia come Max Eberl (direttore sportivo) e Christoph Freund (direttore sportivo) e “parte del loro compito sarà quello di attrarre giovani talenti e allontanarsi dall’ingaggiare stelle. Vi suona familiare?”. 

 

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   24 AGOSTO 2020

 

  Inter vs Lipsia

A Inzaghi manca Acerbi, ma il Corriere della sera fa notare con Paolo Tomaselli che “può permettersi di cambiare otto titolari rispetto alla sfida di campionato. Dimarco debutterà da titolare in questa Champions, a ulteriore testimonianza della ricchezza della rosa dell’Inter ma anche di come il tecnico maneggi il turnover”. 

Andrea Lamperti su Ultimo Uomo ha parlato di Correa, la novità venuta fuori dalla seral Verona. “Per due anni – ha scritto – ogni volta che la telecamera lo inquadrava lui tradiva il suo tormento interiore. Correa sembrava un’anima in pena. Arrivato a Milano per l’occasione più importante della sua carriera, protagonista di un inizio da sogno e poi intrappolata in un lungo incubo, fatto di infortuni e prestazioni-fantasma, di cui l’argentino sembrava soltanto aspettare la fine, passivamente. Muso lungo, testa bassa, linguaggio del corpo sconnesso, quell’intensità ondivaga con cui ha sempre attirato qualche mugugno dagli spalti, e figurarsi a San Siro, dove il pubblico non ha molta pazienza e dove Correa è diventato da tempo un simbolo di qualcosa, sicuramente di negativo. Coperto di fischi a ogni occasione possibile, nell’ostilità di un ambiente che ha convinto Inzaghi a utilizzarlo soltanto in trasferta.  Una partita comoda col Verona cosa dovrebbe dirci, se non che Correa è ancora vivo e lotta insieme a noi? Che può portare anche qualche buona notizia, ogni tanto? Credere alle redenzioni però fa bene, meglio illudersi, cosa abbiamo da perdere”.  

 

      Manchester City-Feyenoord

Con quel suo fare leggero, tipo passavo di qua per caso e allora vi dico due cose su come la penso, Jonathan Liew è intervenuto sul Guardian a proposito di quella che possiamo chiamare crisi del Manchester City: cinque sconfitte consecutive, l’ultima per 0-4 contro il Tottenham, la più pesante sconfitta casalinga in più di due decenni, “quel tipo di risultato che suscita piccoli sussulti involontari, che spinge gli spettatori a tirare fuori i loro telefoni e zoomare sul tabellone, catturando per i posteri questo curioso strappo nel tessuto spazio-tempo”. 

Tuttavia, dice Liew – questo è il senso del suo intero ragionamento – siamo dinanzi a qualcosa che colpisce ma non sorprende, “non è uno shock, almeno non per chi ha più che vagamente familiarità con il calcio recente del Manchester City. Non viene battuto per cas”o o casualità, ma da squadre che sono semplicemente più coraggiose, più forti, più fantasiose, più unite. E sì, il City continua a farsi fregare in contropiede. Ma altrettanto rilevante del contropiede è ciò che viene prima e dopo: gli sforzi poco coordinati per riconquistare la palla, il riluttante e meccanico ritorno in difesa, i duelli non vinti. Non sono problemi di tattica o di forma, ma di condizionamento fisico e mentale. Non si tratta semplicemente di un problema legato all’assenza di Rodri. Il malessere qui è collettivo. Il punto è che tutti contano su qualcun altro che li salvi. Nessuna squadra campione dovrebbe mai dipendere in modo così fatale da un singolo uomo. Pep Guardiola ha trovato delle soluzioni in passato e senza dubbio ne troverà di nuovo. Ma ora ha bisogno che i suoi giocatori facciano un passo avanti”. 

Tante, troppe cose mancano al Manchester di fine autunno. “Dopo un inizio di stagione scintillante, Erling Haaland ha segnato solo due gol nelle ultime sette partite di campionato.  Si tratta di un’implosione? La fine di un’era? O fondamentalmente il tipico calo autunnale di una squadra che è ancora seconda in campionato e che probabilmente si aggiudicherà il titolo con cinque punti di scarto? In sostanza: siamo noi che ci stiamo pensando troppo?”.

Forse, si risponde Liew, ma questa serie di risultati è senza precedenti e “ci sono stati abbastanza presagi [Wolves, Fulham, Inter, Arsenal] per suggerire che si tratti di una tendenza non di un’anomalia. Guardiola parla molto dei suoi trofei ultimamente. Non perde mai l’occasione per omaggiare ciò che questa squadra ha ottenuto. È giusto ma forse è anche il segno di un’amministrazione preoccupata di quel che verrà, delle proiezioni, di come le cose appaiono e vengono rappresentate”. 

L’editorialista del Guardian ragiona allora sui tempi dell’annuncio del rinnovo del contratto, “che francamente sarebbe potuto arrivare in qualsiasi momento da qui a maggio. La battaglia legale con la Premier League, i briefing furiosi, la litania di documentari, una celebrazione del Pallone d’Oro prima di una partita chiave del campionato: un po’ di aura e di arroganza non sono una brutta cosa. Ma devono essere legati ai fondamentali. Al momento, quei fondamentali non ci sono. Quel che rimane è un club gestito dalla vibrazione di una gloria passata, una squadra che fondamentalmente sembra un po’ ubriaca in questo momento della sua stessa grandezza imperiale. Forse non è ancora il momento di bruciare tutto e ricominciare. Ma vale almeno la pena chiedersi se questa squadra abbia qualcosa di nuovo da mostrarci”.

Ai dolori del non più giovane Pep si è dedicato anche un’altra roboante firma del Guardian, lo storico del calcio Jonathan Wilson. In modo forse perfino più definitivo di Liew ha scritto che “non tutti gli imperi durano per sempre. Poiché si tratta del City, la tendenza è trovare spiegazioni, presupporre un ritorno allo status quo. Ma forse Jürgen Klopp deve chiedersi se non se ne sia andato con un anno d’anticipo”. 

Wilson sottolinea che secondo la società di statistiche Opta le avversarie affrontate dal Manchester City offrivano la terza serie di incontri più facili di qualsiasi altro club dall’inizio di questa stagione. Invece, se dovesse perdere ad Anfield la prossima settimana – e il Liverpool è la squadra contro cui Guardiola ha perso più spesso – sarebbe 11 punti dietro la capolista”. 

Lo storico del Guardian dice allora che “l’aura è svanita; gli avversari stanno fiutando il sangue nell’acqua. È come il Chelsea nel 2015-16, o il Manchester United di David Moyes, o il Liverpool dei primi anni ’90. Le squadre non l’affrontano più cercando di evitare un punteggio imbarazzante; credono che ci sia la possibilità di un risultato. Il City è ancora capace di momenti di calcio eccezionale, ma ora c’è una vulnerabilità. Le squadre di Guardiola sono sempre state perforabili da palloni giocati alle loro spalle. Tengono una linea così alta che se le cose devono andar male, è quasi inevitabile che vadano a quel modo là. Tutti e quattro i gol degli Spurs sono arrivati ​​in transizione: tre contropiedi dalla propria metà campo e un passaggio sbagliato di Josko Gvardiol. La domanda è perché all’improvviso il problema sia diventato così evidente”. Risposta: l’assenza di Rodri, il calo di forma di altri giocatori, “un senso di stanchezza diffuso. Kyle Walker  non ha più ritmo, Ilkay Gündogan, Kevin De Bruyne e Bernardo Silva sembrano vecchi. Phil Foden e John Stones non sono più stati bene dopo gli Europei, Haaland sbaglia gol su gol. Come ha accennato Guardiola sabato, forse un po’ di fame è passata. E il calcio, come diceva Arrigo Sacchi, moltiplica le cose: un giocatore che gioca bene migliora quelli che gli stanno intorno; un giocatore che gioca male li trascina verso il basso”. 

Ma tanto lo sapete: se stasera ne fanno cinque al Feyenoord cambia tutto. 

  Il caso Pogba arriva oggi in tribunale. Questa è la storia di un gruppo di amici di un sobborgo a est di Parigi, ex vicini di casa e compagni di squadra, “il più talentuoso dei quali, anche uno dei più giovani, è riuscito a sfondare, a diventare una star negli ultimi dieci anni, campione del mondo, sotto gli occhi degli stessi amici d’infanzia”. E la storia di successo di Paul, oggi 31enne, la sua scalata da Renardière alla gloria, si è trasformata da allora “in un incredibile regolamento di conti”. Così dice L’Équipe nel presentare l’udienza del pomeriggio, dove dall’altra parte di Paul, accusati di estorsione, rapimento e associazione a delinquere, siedono Roushdane K., Boubacar C., Machikour K., Mamadou M., Adama C. e Mathias Pogba, il fratello maggiore, tutti denunciati nell’estate del 2022. Arrestati a metà settembre, hanno trascorso diversi mesi in custodia cautelare. Roushdane K. è l’unico ancora incarcerato. Il loro ultimo faccia a faccia, nella sala del confronto del tribunale, risale al settembre del 2023, sempre con l’obiettivo di chiarire una richiesta di 13 milioni di euro. 

L’Équipe svela i dettagli dell’inchiesta, nei quali si nascondono “un rapporto ambiguo tra il giocatore e i suoi amici, la loro dipendenza finanziaria al centro del caso e delle controversie”. La difesa sostiene che Pogba menta e che loro sono le vittime della storia: sarà chiesta la liberazione, denunciando violenze contro di loro, auto incendiate, ferite da arma da fuoco. 

 

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