Lo Slalom del 25 novembre | Cosa leggere, sapere e vedere

lunedì 25 novembre 2024

#1 giorno a Bayern-PSG e alla Champions

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DI CHE COSA SI PARLA STAMATTINA

Non tutte le Olande riescono col buco

Un’estate da sesto posto nel medagliere dei Giochi olimpici di Parigi, con 34 medaglie di cui 15 d’oro. Un’atleta come Femke Bol arrivata al primato mondiale sui 400 metri indoor. Un movimento dominante nel ciclismo femminile, con Demi Vollering numero #1 al mondo. E ieri una domenica in cui sono arrivati il quarto titolo mondiale per Max Verstappen, la prima finale di Coppa Davis della storia, questa però persa contro l’Italia. Non tutte le Olande riescono col buco. 

  Raramente lo sport italiano si è imbattuto in una figura così dominante come quella di Jannik Sinner. Quando ormai s’era intuito che il vento stesse spirando nella direzione attesa, Giuseppe Pastore ha diffuso dalla sua pagina facebook una delle sue statistiche così sorprendenti e così saccheggiate. Con il set vinto contro Griekspoor, era appena diventato – Sinner, non Pastore – il secondo tennista dal 1990 a oggi ad essersene aggiudicato almeno uno in tutte le partite giocate nell’anno solare. Settantanove partite. L’ultimo ad averlo battuto a zero è stato Novak Djokovic alla finale del Masters 2023. Dunque la striscia arriva in tutto a 82. Il solo tennista con una statistica simile è Roger Federer, che nel 2005 giocò 85 partite prendendo sempre almeno un set, arrivando poi a 195 match complessivi, fino alla sconfitta contro Andy Murray al secondo turno di Cincinnati 2006. 

È un dato forse perfino più impressionante dei due Slam, del Masters, della seconda Coppa Davis arrivata ieri a Malaga, perché parla non solo di una superiorità, ma di una presenza: una presenza anima, corpo e testa dentro ogni minuto dell’anno. Quando una ragazza dice a Massimo Troisi di esser stata bene con lui quella notte, molto meglio di tutte le notti passate con il suo ex fidanzato, in Pensavo fosse amore invece era un calesse lui un po’ si irrita, dice che non si fa, dice che non si paragona una notte con una storia durata anni. E poiché i filosofi vanno ascoltati, qui non si commetterà l’errore di confrontare il gran 2024 di Jannik con la storia degli altri pochi grandissimi fenomeni dello sport italiano. 

Intanto emerge il fatto che sono pochi. Capiremo presto se certi confronti saranno possibili, se per esempio Sinner potrà davvero essere accostato a quel Valentino Rossi che fra 2001 e 2005 corse 81 GP andando sul podio 71 volte, 51 da primo al traguardo, senza mai uscire dai primi tre per tre stagioni [2002-2003-2005], in assoluto solo tre volte quarto, una volta 7°, una volta 11esimo.

Ma sarebbe un abuso assegnare questa Coppa Davis al solo Sinner. Scrive Massimiliano Gallo sul Corriere dello sport-stadio: Questa è stata una Coppa Davis diversa. Dove ci siamo gustati un altro Sinner. Decisamente meno marziano. Più terrestre. E il merito è di Matteo Berrettini il primo ad aver portato il tennis italiano a una categoria superiore, con quella finale a Wimbledon che sembrava impossibile persino da sognare. Non vorremmo essere blasfemi, ma Berrettini ha portato nella Nazionale quel clima anni Settanta splendidamente raccontato nella docu-serie La squadra. Diciamolo, sarebbe stato complesso rendere accattivante il racconto della Davis dello scorso anno. Quest’anno no, quest’anno è diverso.  Matteo è stato il trascinatore emozionale. Lo ricordiamo a testa bassa al Quirinale il giorno della premiazione per la vittoria dello scorso anno. Era a capo chino perché lui non aveva contribuito. Si sentiva un intruso. Era in lotta con i propri demoni. E con i parassiti dei social che gli vomitavano addosso il fiele di vite insoddisfatte. Matteo è risalito mettendo in discussione sé stesso.

Sono lontani, lontanissimi, i giorni in cui la Davis, questa nuova Davis partorita dal barbaro Piqué non piaceva a noi italiani. Stamattina Adriano Panatta sul Corriere della sera espone la convinzione che due Davis consecutive siano ancora poche e altre ne potranno venire in seguito La considero, questa Davis, un contenitore ideale per una stagione speciale. Cambierà parzialmente la formula nel 2025, tornerà una fase preliminare a eliminazione diretta. Se non la vinceremo, di nuovo non ci piacerà. 

Stefano Semeraro su La Stampa parla di festa mobile di un’Italia in miniatura, nomade e dilagante, che si specchia nelle accelerazioni intrattabili di Sinner la Volpe e delle lacrime di gioia di Berrettini il Risorto, nelle parole del capitano Volandri, nella gioia popolare di una nazione maltrattata da un quotidiano faticoso che scopre di essere la migliore in qualcosa.

Emanuela Audisio su Repubblica racconta che l’Italia comanda, si diverte, regala gioia in un rettangolo di gioco che vale il mondo. Numeri uno con le donne e con gli uomini. A Natale sull’albero mettete pure palle da tennis.

Anche Giulia Zonca su La Stampa ricorda il successo delle donne in Coppa Billie Jean King e parla di un movimento che si muove allo stesso passo, affronta problematiche identiche, ne esce con soluzioni condivise. I protagonisti sono in grado di passarsi la palla e la scena, di riconoscersi e ringraziarsi. Succede nello sport che ha avuto la più celebre battaglia dei sessi: uno show movimentista messo in piedi nel 1973 dalla straordinaria persona che dà il nome al trofeo appena vinto dalle azzurre, Billie Jean King. Sono passati più di 50 anni e ora non c’è più bisogno di giocare uno contro l’altra, basta vincere insieme ed è straordinariamente bello, totale

Oh, ci sarebbero poi le spine. Ci sarebbe l’attesa per la decisione del TAS sul ricorso della WADA, ci sarebbe l’assunzione di uno dei protagonisti del caso Clostebol nello staff di Matteo Berrettini. Lui ha accennato: «No, non ne ho parlato con Jannik, ho fatto una scelta semplice perché è un professionista bravissimo» e Gaia Piccardi sul Corriere della sera dice che normalizzare viene facile nella sera della festa

Ma Vincenzo Martucci sul Messaggero si domanda: Non è un autogol proprio fra due amici, quando è ancora aperto l’appello Wada per negligenza della Volpe?

David Loriot su L’Équipe ha scritto che “l’Andalusia è dunque la terra delle delizie per l’Italia. Per tutta la settimana, tamburi e megafoni al massimo del volume hanno risuonato e dato vita gioiosa a questa fase finale della Coppa Davis. Dopo l’eliminazione alla prima giornata della Spagna, si temeva che la vicenda diventasse noiosa”. Invece no, ci siamo dati da fare, italians do it better, non si dice forse così? Gli spagnoli nu’ttanto. L’Équipe scrive che non essendo riusciti a offrire un’incoronazione finale a Rafael Nadal, la cerimonia ha rinunciato a quel po’ di stravaganza che aveva messo in conto, ed è stata piatta, ecco com’era.

L’Italia ha chiuso il suo 2024 con una seconda Davis di fila che nessun paese raggiungeva dalla Repubblica Ceca di Tomas Berdych e Radek Stepanek [2012 e 2013], con 7 giocatori nella top-60 mondiale e come sesta nazione di sempre a prendersi tutt’e due le Coppe del mondo: la Russia era stata l’ultima nel 2021. A Malaga ci sono stati 65mila spettatori, il 43% è venuto dall’estero. L’anno prossimo si cambia, probabilmente le finali saranno giocate in Cina e al Corriere della sera la prospettiva non piace: Gaia Piccardi ha dato zero in pagella all’idea. 

SINNERISMI

Jannik potrebbe dirigere i Berliner Philharmoniker. È che non gli va

   ▥  AIUTA LE VECCHIETTE A RITIRARE LA PENSIONE ALLA POSTA  Lui è l’eroe gentile della gente [Gianni Valenti, la Gazzetta dello sport

  ▥  SERVIREBBE IN DIFESA ALLA ROMA DI RANIERI  Mica Claudio aveva un numero uno alla Sinner [Andrea Sorrentino, il Messaggero]

  ▥  INTANTO SANA LE CRISI DI GOVERNO  Clima nervoso, che la premier ha provato a stemperare con un’apericena davanti alla tv accesa sulle prodezze tennistiche di Sinner, rallegrata dalla vittoria in Coppa Davis [M.Gu., Corriere della sera]

 ▥  MA ANCHE CON LE TASCHE PIENE DI SASSI E LA FACCIA PIENA DI SCHIAFFI  So che non è possibile, ma mi piacerebbe fargli giocare l’anno prossimo le partite a handicap, partendo sotto di un quindici in ogni game, tanto le vincerebbe comunque tutte [Nicola Pietrangeli intervistato da Giuseppe Antonio Perrelli, Repubblica]

  ▥  ANCHE I MICROCHIP SOTTO PELLE NON SONO MALE  Lassù, nel posto riservato al più forte giocatore del mondo, la Volpe Rossa ci sta comodissimo e soprattutto possiede le qualità tecniche, umane e temperamentali per marchiare a fuoco questa generazione [Riccardo Crivelli, la Gazzetta dello sport]

 

  SETTE CILINDRI  | Il quarto Mondiale di Verstappen

DI  ROBERTO LIBERALE

 

    ARTEFICI  La diversità del quarto titolo

Il quarto mondiale consecutivo di Max Verstappen è quello della maturità, e non è una frase fatta. La sua commozione nel giro di rientro è la prova che l’ex ragazzo Max, ormai 27enne, ha vissuto questa stagione nella piena consapevolezza di ciò che stava facendo. Forse è venuto fuori anche tutto il suo lato umano dopo il timore che gli potesse sfuggire ciò che in tanti consideravano scontato, dopo un inizio di stagione fatto di 7 vittorie nelle prime 10 gare. Perché, suo malgrado, a un certo punto della stagione si stava avverando ciò che in tanti speravano per non assistere all’ennesimo campionato senza storia. La striscia di 10 Gran Premi senza vittorie, una novità assoluta nella storia recente di Max e della stessa Red Bull, unita all’addio di Adrian Newey e di altri tecnici della scuderia, più un’evidente perdita di prestazioni della sua monoposto, aveva quasi gettato il team nel panico. La crescita esponenziale della McLaren, arrivata in breve tempo a superare la scuderia di Chris Horner in classifica costruttori, anche grazie alla quasi costante assenza di Pérez dal tabellino dei punti, ha portato Norris a un passo dallo sfidare concretamente Verstappen nel campionato piloti. Ma al di là degli errori di Lando e del suo box, Verstappen ha messo tanto di suo in questo mondiale, chiudendo la pratica in Brasile con una vittoria capolavoro e trasformandosi in un Niki Lauda del ventunesimo secolo quando è stato necessario portare a casa i punti della matematica certezza del titolo. Una trasformazione che consegna Verstappen definitivamente alla storia della Formula Uno.

 

   ZIZZANIE  Leclerc vs Sainz

L’ottima giornata della Ferrari è stata sporcata dalla polemica via radio di Leclerc verso Sainz. Prima ancora di discutere sui torti e le ragioni, andrebbe puntualizzato che il risentimento di Leclerc è stato tanto inopportuno quanto inutile. È risaputo che i piloti sono fondamentalmente egoisti, alla fine Leclerc ha perso un potenziale podio, ammesso e non concesso che poi fosse riuscito a mantenerlo in pista, ma per lui e la Ferrari cambia poco o nulla. Sainz è apparso in quel momento più veloce in pista, forse il team non è stato cristallino nello stabilire le gerarchie, però un Charles così concentrato su se stesso dovrà iniziare a pensare cosa potrebbe essere la prossima stagione con un compagno ingombrante come Lewis Hamilton. 

Carlos andrà via all’apice della sua collaborazione con la scuderia di Maranello e, per come era iniziata la stagione, il comportamento di Sainz è stato quasi impeccabile con i 259 punti portati alla scuderia. Correre da pilota licenziato avrebbe potuto causare ben più danni alla scuderia. Poi che Charles sia arrabbiato è umano, ma poco costruttivo per l’azienda che lo paga. Polemiche del genere, a due Gran Premi dalla fine del mondiale e del suo rapporto “forzato” con Sainz, non fanno bene a Leclerc e alla Ferrari. Ora converrà concentrarsi esclusivamente sul come recuperare i 24 punti di ritardo rispetto alla McLaren per riportare un titolo a Maranello dopo 16 anni. I 21 punti di vantaggio di Norris su Leclerc (o i potenziali 18 reclamati da Charles) sono un affare secondario. 

 

  ③  ORIZZONTI  Il ruolo che avrà Russell nel 2025

La grande giornata delle Mercedes nel giorno del quarto titolo di Verstappen chiude forse quel cerchio che si aprì il 12 dicembre di tre anni fa, con le polemiche infinite seguite al mondiale sfuggito ad Hamilton nell’ultimo giro del GP di Abu Dhabi. Toto Wolff sorride nello stesso giorno in cui anche il suo rivale Horner gioisce, evento più unico che raro.

La doppietta numero 60 rimette la scuderia di Brackley dove era abituata a stare tra il 2014 e il 2020, quando fu capace di metterne a segno ben 53. Doppietta che mancava da due anni e 11 giorni, GP di Brasile 2022, anche se in effetti in pista sarebbe già tornata nel GP del Belgio di quest’anno senza la squalifica di Russell. Il futuro capitano della Mercedes torna a far pace con il gradino più alto del podio dopo 11 gare, anche se troppo spesso tra lui e la vittoria c’è stato qualcosa che si metteva di traverso, lasciandogli addosso un’aura di pilota non del tutto compiuto. Basti ricordare gli errori nel cambio gomme del team Mercedes e la successiva foratura che gli tolsero una sicura vittoria nel GP di Sakhir del 2020, la sua prima volta in Mercedes in sostituzione di Hamilton positivo al Covid. Oppure lo stesso GP del Belgio vinto in pista e poi rimosso dal palmares di George. Il 2025 potrebbe essere un anno fondamentale nella carriera di Russell, a patto che la Mercedes gli metta a disposizione una monoposto di livello. Il pilota è forte e mentalmente solido, e potrebbe essere una delle grandi sorprese del prossimo mondiale.

 

  PANORAMI  La McLaren e il titolo Costruttori

La McLaren va via da Las Vegas con mezzo bicchiere, non si capisce se mezzo vuoto o mezzo pieno. Sono state tante le occasioni in cui in questo 2024 la scuderia di Stella e Brown non è riuscita a riempire il proverbiale bicchiere, ma se da un lato si è messa l’anima in pace con il mondiale piloti definitivamente sfumato, dall’altro ha ancora saldamente in mano quello costruttori. Le prove ultimamente non all’altezza sono state imputate alla scomparsa dell’ala posteriore prima regolare poi bandita.

Non basta però questa modifica tecnica a giustificare i due piloti che non sembrano più in possesso della verve mostrata fino a due mesi fa. Un solo podio nelle ultime 4 gare contro i precedenti 14 consecutivi, insieme ai frequenti errori, non ultimo quello di Piastri al via che gli è costato 5 secondi di penalità, hanno riportato la McLaren indietro di un anno, almeno come risultati. I prossimi due Gran Premi, più la Sprint Race in Qatar, dovranno essere affrontati con la massima concentrazione. In ogni caso, se consideriamo la Red Bull fuori dai giochi vista la persistente latitanza di Pérez dalle parti alte della classifica, a fine stagione un pezzetto di storia potrebbe tornare in Formula Uno. La McLaren potrebbe raggiungere la Williams a 9 titoli, dopo 26 anni di digiuno. Altrimenti toccherà alla Ferrari, al suo 17esimo titolo dopo 16 anni di attesa.

 

   PROSPETTIVE   Adrian Newey e il buco nero dell’Aston Martin

Il buco nero in cui naviga da tempo la Aston Martin resta un mistero quasi inspiegabile. Ottavo weekend senza punti, quarto consecutivo. Appena 18 punti nelle ultime dieci gare, contro i 68 delle precedenti dodici. Un pilota, Lance Stroll, che in ogni weekend mostra puntualmente i suoi limiti, ma un altro che, oltre a battere i vari record di longevità, è accreditato di un potenziale da podio.

Neanche il budget sembra mancare, come il recente ingaggio di Adrian Newey lascia trasparire. Può darsi che la scelta del boss Stroll sia proprio quella di concentrarsi sulle prossime stagioni. Chissà se il sogno di Lawrence di portare il figlio Lance al titolo mondiale non si avveri proprio grazie a qualche “magata” di Newey. E magari finalmente riusciremo a vedere anche il ritorno alla vittoria di Fernando Alonso dopo 12 anni dall’ultima volta. 

 

    ⑥  TRACCE  La corsa dei Minions

La lotta per le posizioni tra il sesto e l’ottavo posto della classifica costruttori si fa sempre più interessante. Dopo l’exploit del Brasile, l’Alpine non prende punti e viene di nuovo scavalcata dalla Haas che di punti ne fa quattro. Nel frattempo la Racing Bull si avvicina a meno tre grazie al nono posto di Tsunoda. 

Poteva essere una grande giornata per l’Alpine, che partiva in terza posizione in griglia grazie a Gasly, ma il suo motore è andato in fumo dopo appena 15 giri. La Kick Sauber continua invece a essere l’unica scuderia a zero punti, mentre la Williams, alle prese ormai con la quasi mancanza di pezzi di ricambio causati dalle continue uscite di pista dei suoi piloti e dalle numerose noie meccaniche, ha fatto un solo punto nelle ultime cinque gare. 

 

  ⑦  MEDUSE  La parata delle Rolls Royce

Al netto delle pacchianate tipiche del luogo, vedi le tre Rolls Royce in parata con a bordo i piloti verso il palco delle premiazioni, il GP di Las Vegas è stata la dimostrazione di quanto Liberty Media abbia avuto ragione nella grande apertura al mercato USA, almeno in termini economici. I 306.000 spettatori nel weekend, nonostante i prezzi proibitivi dei biglietti, e un entusiasmo costante per lo spettacolo della F1 in tutti i tre Gran Premi corsi negli Stati Uniti, non cancellano però il rimpianto per una Formula Uno ormai sempre più dedita alla ricerca di circuiti nei quali massimizzare i profitti, con un pubblico sempre più esclusivo e per questo disponibile a pagare cifre improponibili ai più. 

La lenta ma costante trasformazione del calendario della Formula Uno, con sempre più circuiti cittadini popolati da VIP a discapito dei circuiti permanenti e storici, quelli che tipicamente ospitano il pubblico più popolare e affezionato a questo sport, porterà la Formula Uno a essere sempre più uno spettacolo televisivo, sull’onda di ciò che ormai sta accadendo con tutti gli sport più popolari. Ce ne faremo una ragione, a patto però che la sicurezza dei piloti non sia mai messa a repentaglio da circuiti nei quali le macchine sfrecciano a velocità superiori ai 300 km/h in mezzo a due muri.

 

   PUZZLE  |  CHE COSA SI DICE IN GIRO

 IL NUOVO MAX  Giorgio Terruzzi, Corriere della sera: Ha impressionato sostituendo la rabbia di chi non ha mai imparato a subire con una fase nuova e non ultima della propria maturità. Un camaleonte della pista capace di somigliare a Senna nello show acquatico brasiliano; a Lauda quando si è trattato di far di conto, dopo due stagioni dominate in stile Schumi

 NEI PARAGGI DI MAX Daniele Sparisci, Corriere della sera: Privo di qualsiasi assistenza da parte del gregario Perez, che pure negli anni passati era stato utile alla causa. Il messicano naviga verso il ritiro per evitare un imbarazzante (quanto giusto) licenziamento

 QUALE FUTURO PER LUI  Frédéric Ferret, L’Équipe: Tra Max Verstappen e la Red Bull il rapporto è ormai teso. Le tensioni tra Christian Horner e papà Jos hanno lasciato cicatrici. Il pilota olandese non sente più un legame duraturo con la squadra. Se ne andrà… quando vorrà. Per ora resta a casa, lì dove ha imparato, è cresciuto e ha vinto. Il 2025 si preannuncia un anno di transizione, l’ultimo nell’era delle vetture a effetto suolo che la scuderia austriaca padroneggia magistralmente. Lasciarsi sarebbe un pessimo calcolo. Dal 2026, invece, la rivoluzione dei motori, dei carburanti e del recupero energetico cambierà tutto. Come nel 2014, l’accento sarà posto sul produttore del motore e sul suo partner petrolifero. La Red Bull si è lanciata nell’operazione ciclopica di costruire un proprio motore in partnership con Ford, ma contare sull’esperienza di veterani come Ferrari, Mercedes o la Honda che fornirà motori all’Aston Martin non sarebbe stupido, né visionario. L’olandese è adorato in Giappone. La voce di una possibile partenza per l’Aston Martin ha sconvolto il paddock a fine estate. Adrian Newey è andato a riscuotere milioni dalla famiglia Stroll. La fuga di cervelli colpisce anche lo storico Jonathan Wheatley, responsabile dello sport e della logistica fin dalla creazione della Red Bull: l’anno prossimo diventerà il team principal dell’Audi. Verstappen sente anche l’eccitazione fenomenale che circonda l’imminente arrivo di Hamilton a Maranello. Quest’estate ha detto con discrezione che ogni pilota sogna un giorno di guidare per la Ferrari, per non chiudersi un’altra porta.

 QUALE FUTURO PER TUTTI  Luke Smith, The Athletic: “La stagione 2025 sembra già aperta. Sette piloti diversi hanno ottenuto delle vittorie. La difesa del titolo si preannuncia una prova ancora più ardua per Verstappen. La F1 ha sempre desiderato questo tipo di competizione serrata. Il tetto massimo dei costi, introdotto nel 2021 per favorire la stabilità finanziaria, ha reso più difficile per i team spendere e uscire dai guai. Gli aggiornamenti e lo sviluppo delle auto devono essere pianificati attentamente. L’ascesa della McLaren nelle ultime due stagioni potrebbe culminare nel suo primo titolo costruttori in 26 anni e dimostra come si fanno le cose per bene. Nel 2025 Verstappen potrebbe dover respingere la minaccia a due punte della McLaren. Inoltre Hamilton rinnova la corsa all’ottavo titolo in casa Ferrari. Senza il calo di forma a metà stagione, ci sono buone ragioni per pensare che Leclerc sarebbe stato una minaccia per Verstappen tanto quanto Norris, se non di più. In ogni caso, l’anno prossimo Verstappen dovrà tenere d’occhio le auto rosse negli specchietti retrovisori. E che dire della Mercedes? Quando la Mercedes fa tutto bene, minaccia Ferrari e McLaren

 

|   VOCI  Alain Prost

   «Sono felice di essere in così buona compagnia. Siamo solo in tre con quattro titoli. Puoi amare Verstappen oppure odiarlo, ma di certo non lascia indifferenti. È atipico, come tanti grandi campioni. Ricordo benissimo quel che dissi la sera di Abu Dhabi: d’ora in poi vedremo il vero Verstappen. E lo abbiamo visto. Si è liberato. Ha cancellato i suoi piccoli errori e la sua impazienza. È diventato molto, molto forte.  Anche quando si lamenta ancora, lo fa con meno fastidio. È il segno di una maggiore esperienza. Max aveva molto in comune con Ayrton Senna all’inizio della carriera. Oggi un po’ meno. Ha un suo modo di essere. Ha sempre seguito le sue idee. A modo suo. Per questo, conoscendolo un po’, mi pare più vicino a Vettel o a me. In pista lo trovo molto rispettoso. Sì, rispettoso. A modo suo. Non è un imbroglione. Uno può parlare dei track limits, ma è il suo modo di guidare. Per lui è la norma. La prova è che quando viene penalizzato, lo accetta. Va sempre fino in fondo a ciò che può fare. La cosa bella di Max è che si tratta di un uomo libero. È così com’è, segue le sue idee. Domani potrebbe dire che tra un mese smetterà, nessuno si stupirebbe. Tiene molto meno alla sua immagine rispetto a molti altri piloti. Credo che sarà ricordato come un pilota di incredibile talento».  [intervista a frédéric ferret, L’Équipe]

 

   Sci

La missione di Hirscher per l’Olanda

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Dalla cima del Vaalserberg con i suoi 322 metri, il punto più alto dei Paesi Bassi, ci vogliono un tempo molto, molto sereno e un binocolo assai potente per riuscire a vedere le Alpi che attraversano l’Europa. Il cuore della Coppa del Mondo di sci batte dall’altra parte, solo che Marcel Hirscher si è messo in testa la meravigliosa idea di portare la cultura dello sci nel paese di sua madre. È tornato in circuito con quel passaporto dopo essere stato il più forte di sempre sotto la bandiera dell’Austria.

Se ne sono occupati a Eurosport France. Qualche mese fa Herbert Cool, portavoce della federazione olandese di sci, ha assicurato all’AFP che poco più di un milione di olandesi pratica sport invernali. Hanno avuto Maarten Meiners 18esimo nel gigante olimpico di Pechino 2022 e questo è tutto negli ultimi anni. Il miglior piazzamento in una gara di Coppa del mondo rimane l’ottavo posto di Marvin van Heek in Val Gardena nel dicembre 2012. Una prestazione che non suscitò grosso clamore pubblico, diciamo la verità. Lo sci alpino olandese ha un budget ristretto e non possiede strutture dedicate, tanto meno nelle discipline di velocità che richiedono attrezzature e personale. Van Heek a suo tempo si allenava con i francesi, poi passò con gli americani, si legò a Steven Nyman e Bode Miller. In federazione gli avevano detto che doveva trovarsi un modo per autogestirsi. 

Steven Théolier aveva addirittura iniziato la sua carriera per la Francia. È il nipote di Jan Janssen, vincitore del Tour de France 1968. «Il patto era: mi arrangio da solo e uso la nazionalità solo per gareggiare negli eventi – raccontato a Eurosport – non ho mai beneficiato di un aiuto, di allenatori, di uno staff, ho fatto tutto io»

Il suo cambio di nazionalità sportiva generò qualche articolo sulla stampa, ma per il resto l’Olanda guardava la Coppa del mondo da lontano e con un occhio distratto. I Paesi Bassi si arrangiano. Hanno creato sette stazioni sciistiche indoor, sotto delle cupole, la più famosa delle quali si trova a Landgraaf, vicino ai confini col Belgio e la Germania. Non è la stessa cosa. Marcel Hirscher dice che «c’è un bel settore giovanile, hanno problemi di risorse, potrò portare un po’ di entusiasmo e spero che le cose vadano bene in futuro»

Dietro la scelta dell’Olanda non c’è solo il romanticismo di mammà. La federazione austriaca non gli avrebbe consentito di sciare con le attrezzature che portano il suo marchio, elemento chiave del suo ritorno.

   Rally

Un risarcimento per Neuville

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Olanda, quasi Olanda. Mentre Max Verstappen faceva due conti per prendersi la quarta corona mondiale di F1, il rally ha dato la prima a un pilota venuto dal Belgio. Thierry Neuville si era piazzato in carriera cinque volte secondo dietro Ogier. Dopo undici anni dal suo primo podio in un Mondiale, all’età di 36, l’attesa è finita. Un’uscita di strada di Ott Tanak nella prima sessione di qualifiche di domenica ha portato al titolo uno dei più grandi piazzati nella storia dello sport contemporaneo [anche tre terzi posti]. 

“Stavamo preparando la macchina per la successiva prova speciale e Florian, il mio assistente, mi ha chiamato – ha raccontato detto Neuville – non mi chiama mai, quindi ho pensato che dovesse essere successo qualcosa. Ho sentito molte persone gridare dietro di lui e ho capito che si trattava di una buona notizia» 

Neuville aveva perso 8 minuti venerdì per un problema al motore e si aspettava di dover lottare fino alla fine del Rally del Giappone. Cyril Abiteboul, capo della Hyundai Motorsport, dice che Neuville gli ricorda “un pilota di F1 che non ha avuto la carriera che merita: Nico Hülkenberg. Per entrambi c’è una discrepanza enorme tra la quantità di lavoro fornito, il potenziale, la velocità, il talento e i risultati”. 

La sua straordinaria propensione al lavoro si è manifestata fin dall’inizio della carriera, all’età di 19 anni. Stufo della 24 Ore di Spa e del Nürburgring, dove lo portava suo padre Alain, copilota di rally nel tempo libero, decise di partecipare al Ford RACB Rally Contest, una piccola corsa giovanile belga. Il problema è che lui, originario di Saint-Vith, cittadina di lingua tedesca di 10.000 abitanti all’estremo est della Vallonia, parlava solo quella lingua lì. Il francese l’ha imparato successivamente. Neuville ha origini modeste. E’ arrivato al punto di cercare dei pezzi in un deposito di rottami con suo padre, dopo un’uscita di strada particolarmente brusca. Ha lavorato su dettagli che gli altri piloti trascurano, per esempio esercizi per la vista. Nasser Al-Attiyah racconta di averlo conosciuto nel 2012 e di averlo voluto nel suo Qatar Team perché – ma pensa – “ho visto qualcosa nei suoi occhi”.

  IL TELECO-SLALOM

  I posticipi della serie A e l’Italia del basket

 Il programma di sport in tv, una piccola guida delle anteprime, i temi, i personaggi: si fa quel che si può  [qui]

L’ILLUSIONISTA  Antonio Conte

Luca Valdiserri, Corriere della sera: Una sportellata di Lukaku ridà al Napoli il primato solitario, evita l’ingorgo in vetta e conferma che la Roma sarà una patata bollente per Ranieri III. Il belga tocca due palloni — uno di testa e uno di sinistro, un’occasione da gol e un gol — e questo basta e avanza. Vittoria meritata, quella del Napoli, che ha tenuto numeri importanti (2 expected gol a 0,5, 14 tiri a 6, 8 corner a 2 e il 63% di possesso palla) anche se la Roma ha colpito sull’1-0 una traversa con Dovbyk che poteva cambiare la storia. Ma nelle stagioni nate male pure gli episodi vanno sempre in direzione ostinata e contraria.

IL CONIGLIO DAL CILINDRO Paulo Dybala

Paolo Condò, Repubblica: Anche Ranieri, come Mourinho, De Rossi e Juric prima di lui, ritiene che Dybala sia la chiave della Roma, l’uomo che accanto a Dovbyk dovrà spingere la squadra verso posizioni di classifica più consone alle ambizioni. Ma sono parole che cozzano con la realtà malinconica di una star che fin qui ha segnato soltanto un gol su azione, stenta a comunicare la portata dei suoi acciacchi e viaggia su montagne russe emotive, da un popolo che lo acclama per la scelta di restare a un altro che mugugna per la rarefazione delle sue presenze (a fronte del noto dilemma contrattuale). Lungi da noi pensare che Dybala sia una vecchia gloria, ma la realtà dice che la sua è una gloria antica, bisognosa di chiarezza innanzitutto sanitaria per capire quando la vedremo rifiorire.

  L’EQUILIBRISTA  Urbano Cairo

Antonio Barillà, La Stampa: “Il Torino resta intrappolato nella sua mediocrità senza nemmeno cercare di ribellarsi attraverso la ferocia. Una volta era dna, oggi nostalgia, ricordo, rimpianto. Rinnoviamo pure gli alibi a Vanoli, inchiodato da promesse disattese e obbligato a friggere con l’acqua, resta lo scenario desolante di una squadra tremebonda e d’una società assente, mentre furoreggia, espandendosi, la contestazione dì un popolo spazientito da stagioni grigie e campioni di passaggio, rassegnato alla perdita di Buongiorno, spiazzato da quella di Bellanova e ora preoccupato per il destino di Ricci, intanto costretto, sul mercato in entrata, a metabolizzare saldi e scommesse. Al Toro rimane soltanto l’incubo.

  IL FROMBOLIERE  Leao

Arrigo Sacchi, la Gazzetta dello sport: Questo Milan è vittima di troppi alti e bassi. La squadra, nel senso del gruppo, non c’è. Non si vede un gioco corale, collettivo. I reparti non sono collegati tra di loro: i difensori non aiutano i centrocampisti e i centrocampisti non supportano gli attaccanti. Quando sento dire che Leao non trascina i compagni, mi chiedo: ma vogliamo capire che Leao non è un trascinatore, per una questione di temperamento? A volte, in certe partite, è un buon giocatore, altre volte nemmeno lo noti. È come quando si va a pescare: non sai mai se tornerai con il cestino vuoto o pieno. La mia paura è che, quest’estate, le cose siano state fatte con un pizzico di superficialità. Siamo certi che i dirigenti volessero proprio Fonseca sulla panchina? Non lo so

    Repubblica scrive stamattina che esiste in Alex Del Piero la tentazione di candidarsi alla presidenza della federazione, una sorpresa per rinnovare il calcio. Il suo nome può attirare consensi trasversali tra le diverse componenti dice Matteo Pinci. 

   SLALOM POP CORN 

  NBA, la 17esima vittoria di Cleveland in 18 partite

  Le immagini degli eventi del giorno mentre accadono: i post, i reel, gli highlights, questa roba qua: in tempo irreale [qui]

   Inghilterra

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La prima di Amorim al Manchester United

    Ci sono voluti solo 81 secondi perché l’idea promessa si concretizzasse, dice The Athletic a proposito del gol che ha aperto la partita del Manchester United a Ipswich, la prima con l’allenatore portoghese in panchina. Partendo dalla difesa, passando da Mazraoui come difensore centrale destro ad Amad come terzino destro, lo United ha tagliato in due l’Ipswich con aggressività e qualità. L’uno-due di Amad con Bruno Fernandes ha liberato il campo e ha portato tre giocatori in area, con Marcus Rashford, il marcatore, supportato da Alejandro Garnacho e Diogo Dalot, il terzino dall’altra parte. Questa è la visione di Amorim. Ma alla fine della partita c’erano gli stessi dubbi presenti prima del calcio d’inizio sull’idoneità di questa squadra al sistema di Amorim.  

  Ci sono sedici cose che aiutano a spiegare la sconfitta di Pep Guardiola per cinque partite di fila, per la prima volta. Sedici. Le ha individuate Sam Lee su The Athletic alla vigilia della finestra di Champions, quando il Feyenoord sarà un’occasione per mettere fine alla serie negativa, ma poi verrà la trasferta di domenica a Liverpool e non sembra promettere molto di buono al momento. Le 16 cose che nel Manchester City non funzionano sono la prova che nel racconto del calcio tutto è instabile, tutto è scritto sulla sabbia. Sedici. Il Manchester City. Guardiola. Sedici. E che deve dire il povero Giampaolo a Lecce?

Tra i sedici problemi, anzi in cima, c’è finanche l’infortunio pre-stagionale di Oscar Bobb: lo stesso magazine esprime tra le righe qualche perplessità sul fatto che Pep segnali questo risvolto come un nodo chiave, dice che senza di lui il pressing non viene come vorrebbe. Avrà ragione lui. Di più si comprende il peso dell’assenza di Rodri, Pallone d’oro, e dunque a pieno titolo il miglior giocatore del mondo. Un guaio è stato il costo del rinnovo di Ilkay Gundogan, “il suo ritorno ha dissuaso Guardiola e il club dal perseguire altri obiettivi in ​​estate così come un problema vero viene dal fatto che Haaland non segna molto, e non lo fa nessun altro. Foden non è così decisivo come nella scorsa stagione, il tendine del ginocchio di De Bruyne dà pensieri, e poi c’è Kovacic molto bravo negli spazi ristretti, abile con la palla, bravo sotto pressione, ma il divario tra il suo livello e quello di Rodri viene messo in luce continuamente dalle squadre avversarie. Pure Grealish ha salute alterna, gioca poco ma quando gioca il City gira meglio, sembra generalmente più solido. Mettiamoci pure l’infortunio di Kyle Walker e i problemi di forma fisica di Stones, ecco perché Pep urla e strepita che «il Bournemouth gioca una partita a settimana, il Brighton gioca una partita a settimana, hanno sei o sette giorni per preparare una partita. Datemi questo! Datemi, datemi! Datemi questo». [Boh, perché allora ha rinnovato col City? Poteva andarsene al Brighton]. Seguono nei sedici misteri dolorosi la posizione di Rico Lewis, derubricata da genialità a enigma, i disagi di Matheus Nunes, lo scarso peso in area di rigore di Doku e Savinho. 

  Germania

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Walter Veltroni ha intervistato per il Corriere della sera Jurgen Sparwasser, il tedesco dell’est che fece gol a quelli dell’ovest ai Mondiali del ‘74 [“«Accalappiò il pallone con la sua testa, se lo portò sui suoi piedi, corse di fronte al tenace Vogts e, lasciandosi persino Höttges dietro, lo piantò alle spalle di Maier in rete», Günter Grass], ma a sua volta fuggito dall’altra parte del Muro nel 1988 approfittando di una partita fra vecchie glorie. 

 ➣  C’erano spie anche nelle squadre in cui lei ha militato?

«Di sicuro ce n’erano, ma non mi interessava. Lo so per certo, ma non ho mai voluto sapere chi fossero. Anche oggi, quando ci ritroviamo, non ne parliamo. E io non voglio sapere chi tra i miei compagni, quelli con cui mi allenavo e giocavo, con cui ho condiviso vittorie e sconfitte, avesse firmato un atto di appartenenza alla Stasi».

 ➣  Sua figlia allora era incinta e dovette restare dall’altra parte…

«Sì, venne più volte interrogata e la minacciarono di toglierle la casa in cui viveva. Ha subìto il controllo telefonico e i pedinamenti. La pressione su di lei era forte. Per questo io, dopo la fuga, non ho mai espresso pubblicamente critiche al regime dell’Est. Avevo paura per lei. Questo credo l’abbia protetta da rischi di ritorsione. Altri familiari di persone fuggite hanno subìto conseguenze molto pesanti».

 ➣  Lo scambio della sua maglia con Marco Tardelli scatenò un inferno…

«Eravamo nel 1977. Una direttiva del regime stabiliva che era vietato scambiarsi le maglie con i giocatori che rappresentavano squadre provenienti dal regime capitalistico. Così avevano deciso. Ma io Marco Tardelli lo conoscevo già e quando lui mi ha chiesto la maglia io non potevo certo dirgli che non potevo dargliela per una circolare governativa. Così l’ho scambiata e tengo la sua con me. Vista la scena, da Berlino fu chiamato subito il capodelegazione. Minacciarono di cacciarmi dalla squadra e di togliermi il permesso di andare all’estero. Poi non se ne è fatto nulla. Non volevano capire che lo sport è lo sport e la politica ne dovrebbe star fuori». [tutta l’intervista è QUI]


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