1974 | L’estate della furia e della bellezza

COSA STAI PER LEGGERE

    ▻ L’estate della furia e della bellezza: l’utopia della Grande Olanda al culmine e al crespuscolo insieme con l’ultimo Pasolini e il penultimo Muhammad Ali | Come si giocava a calcio nel 1974: Il calcio totale di un Paese libero – La tesi di David Winner – Johan Cruyff cicala e formica | Storie formidabili di portieri: Mwamba Kazadi e il terrore del compagno in barriera contro il Brasile | Le cronache dell’epoca: la finale | Protagonisti: Jürgen Sparwasser, Franz Beckenbauer, Johan Neeskens | 

 

GERMANIA 1974

L’estate della furia e della bellezza

 

  È tra le righe nascoste delle piccole cronache locali che finisce per nascondersi lo spirito del tempo, oppure è là che andiamo a cercarlo, a cose fatte. Al castello di Grinzane Cavour, sulle vigne pettinate delle ricche Langhe, un’ottantina di ex allievi del II battaglione addestramento s’arrampicano con la bella stagione per ricordare uno dei vecchi compagni mortaisti che stava nel quinto plotone sotto le armi. Non riuscirono a laurearsi ufficiali durante la guerra, perché il regio esercito italiano si sfasciò prima. Sono venuti da ogni parte, qualcuno dalla Sicilia e dalla Sardegna, da quattordici anni si riuniscono regolarmente in posti diversi d’Italia per ricordare con le gambe sotto la tavola e una bottiglia sopra, il tempo della giovinezza consumato tra le dita. Sono venuti proprio qui, stavolta, perché il soldato mortaista e partigiano si chiamava Beppe Fenoglio, e di loro avrebbe raccontato nel romanzo Primavera di bellezza. 

 

È bellezza pure quella che cercano “gli sposi diventati banditi”, così li chiamano i giornali nel 1974. È l’anno del divorzio e loro invece si danno insieme al crimine. Insieme andranno pure in galera. La malavita torinese li definisce senza troppa fantasia Bonnie e Clyde. Lei è una parrucchiera, lui è un estetista, in famiglia si tramandano una vocazione in fatto di orologeria, il padre è titolare di un negozio a Taranto. Hanno due bimbi, gestiscono una bottega modesta e sognano di aprire un locale di lusso. Un salone. Un salone di bellezza. Finiscono per confessare tre rapine da 48 milioni di bottino complessivo. Si erano specializzati in assalti furiosi alle oreficerie, prima di cadere nelle mani dei carabinieri del nucleo investigativo. 

 

La furia e la bellezza. O forse la furia è la bellezza. Il Corriere della sera racconta che nel suo ultimo film, Il fiore delle Mille e una Notte, “Pier Paolo Pasolini ha sciolto come non mai la fantasia. Si è abbandonato alla contemplazione della bellezza. Tuttavia, in questo recupero delle avventure di ragazzi e ragazze, uomini e donne che anche nella tragedia non sembrano abbattuti da un angelo sterminatore, Pasolini non ha smarrito il filo della realtà che contiene tali sogni. I suoi difetti non deturpano il quadro generale che è splendido”.

Dal festival di Cannes, quando ai Mondiali di calcio mancano una ventina di giorni, L’Unità scrive che “la gioia del raccontare esplode con tale grazia e si mantiene con così aperta convinzione nel corso delle due ore e trenta di questo Fiore delle Mille e una notte, che se Pasolini lo ritiene il suo film più ambizioso, noi non esiteremmo a giudicarlo il più bello, comunque di gran lunga il più riuscito”. 

 

La furia è la bellezza pure sui due ring del 1974 dove sale Muhammad Ali. Al Madison Square Garden, a gennaio, batte Joe Frazier nel secondo match della loro trilogia e conserva il titolo americano dei pesi massimi. Hanno litigato in tv, Ali ha chiamato Frazier ignorante, l’altro stava per dargli addosso. Non smetteranno di essere brutali fino al match di Manila dell’anno dopo. Il secondo ring è quello più celebre di Kinshasa, ottobre, il posto del Rumble in the Jungle per il match mondiale contro George Foreman. Nella lunghissima vigilia dall’allora Zaire, Giovanni Arpino per La Stampa raccontò:

|   “Il prezzo degli oggetti in avorio è aumentato, all’aeroporto gentili ragazze accolgono i viaggiatori pronunciando un solo interrogativo: “Combat?”, e subito dirottano lo straniero verso una speciale sala d’attesa. La notte di Ali può durare pochi secondi, o forse mezz’ora, o persino per tutte le quindici riprese. Ma fa già “storia” nei discorsi che corrono a Kinshasa. Stamattina, alla sede della Banca zairiana, un ingegnere ha rimandato a dopodomani la richiesta di un prestito. Molte cose verranno decise, sempre dopo il combat, che è diventato un perno della esistenza locale, un fantasmagorico fetìccio. Sulla possibile esaltazione derivante da una vittoria di Ali, molti discutono con voce preoccupata. Diversa gente, venuta a Kinshasa da lontanissimi villaggi, occupata in umili lavori, non conosce il giorno della sua nascita, ricorda a malapena l’anno. Per questo il “combat” contribuisce a “far data”. Il “prima” di Ali e il “dopo” Ali si incontrano domani notte, nel Paese dei leopardi”.

 

L’archivio del Corriere della sera registra che per tutto il 1974 la parola bellezza appare in 1047 articoli, l’aggettivo totale in 6182 e il sostantivo utopia in 245.

C’è furia, insieme alla bellezza, nell’utopia del calcio totale. Quando individuiamo nell’Olanda d’allora la radice del calcio narciso e vanitoso, commettiamo un abuso. A titolo mondiale sfumato contro la Germania, la Gazzetta dello sport scriverà in prima pagina che “ha vinto il calcio giocato col cervello”, giudicando il laboratorio di Michels un calcio “soltanto massiccio che, senza luce, scade a calcio ottuso”. Gianni Brera, che per motivi calcideologici non poteva amarlo, disse che “li ho sempre visti giocare con tanto sperpero di energie e di idee da restarne atterrito. Ho definito gli olandesi le cicale del calcio europeo sebbene sapessi che per un fiorino avrebbero evirato qualsiasi avversario”. 

Quello che le cronache dell’epoca non possono immaginare è che tanta furia e tanta bellezza sta vivendo un crepuscolo tutta insieme. Pasolini ha accompagnato a Cannes il suo ultimo film. Il prossimo, Salò, sarà postumo. Il rope-a-dope di Muhammad Ali in Africa non ha molto altro futuro davanti. Cruyff un’altra finale non la giocherà mai più. 

 

 

Come si giocava a calcio nel 1974

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Il calcio di un Paese libero

di mario sconcerti, Storia delle idee del calcio

 

“Un calcio così sfrontato e aperto non può che nascere nella patria che ha lasciato a tutti il diritto di pensare. Il calcio trasversale, il profondo socialismo tattico, è tutto olandese, guidato dai loro dioscuri: Cruyff, Neeskens, Van Hanegem, Krol, così come nelle strade d’Olanda si insegnano un mondo e una morale incomprensibili agli altri. Amore libero, droga libera, fumo libero. Ancora eclettismo, ancora flessibilità, saper fare quello che fanno gli altri e farlo diventare nostro punto di aggregazione e di difesa. Non è un caso che l’Ajax, la squadra base del movimento olandese, sia anche profondamente politicizzata e si rifaccia alla grande tradizione ebraica dei Paesi Bassi. La società ha capito di avere libera traduzione attraverso il calcio e viceversa.

… Sembrano a prima vista ingenue, a volte decisamente utopiche, chiacchiere visionarie impossibili da tradurre in vita. La cosa stupefacente è invece che il calcio totale è esistito davvero. C’è stato, ha sconvolto il mondo ed è stato esattamente così come lo aveva pensato Michels. Ogni teoria ha bisogno dei protagonisti giusti per essere tradotta in pratica. Michels ebbe la fortuna di avere alcuni fra i migliori giocatori della storia per poter applicare le sue teorie. Ma i giocatori non sono molto diversi dalle teorie, hanno a loro volta bisogno di qualcuno che li traduca. La modernità di Cruyff era lo specchio della modernità di Michels. La sua libertà di giocare ovunque arrivava direttamente dalla diversità di Michels. Era un centravanti senza fisico, tagliava il campo da sinistra a destra e viceversa, faceva quello che gli ispirava il talento, ma dentro aveva un senso spontaneo dell’armonia del calcio. E quello che non aveva glielo insegnò Michels. Alcuni movimenti di Michels e di Cruyff sono ancora alla base del calcio di oggi. Quando si parla di fuoriclasse pensiamo subito a Pelè e Maradona. Ma loro furono leader in campo, soggetti, non oggetti della squadra. Cruyff è stato il più grande al mondo nel suo essere parte di un progetto, di una costruzione. Non è mai stato un Individuo, è sempre stato parte della squadra”.

 

Un decadimento della fede

di jonathan wilson, La piramide rovesciata

 

“Il termine stesso Totaalvoetbal apparve solamente come risposta alle prestazioni della nazionale olandese in occasione della Coppa del Mondo del 1974, ma il prefisso Totaal veniva utilizzato in tutta una serie di discipline. Un architetto, J.B. Bakema, che scrisse per l’autorevole rivista Forum, parlò di ‘Urbanizzazione Totale’, di ‘Ambiente Totale’ e ‘Energia Totale’. “Per comprendere le cose”, disse proprio Bakema nel corso di una conferenza tenuta nel 1974, “bisogna assolutamente comprendere la relazione tra le cose… quando l’immagine più alta dell’interrelazione nella società fu indicata dalla parola ‘Dio’ e all’uomo fu consentito di utilizzare la terra e l’universo a condizione che si prendesse cura di ciò che usava. Ma dobbiamo attualizzare questo tipo di cura e rispetto, considerato che l’uomo arrivò attraverso la consapevolezza di sé più vicino al fenomeno di interrelazione chiamato la relazione degli atomi. L’uomo diventò consapevole del suo essere parte di un sistema di energia totale”. 

Come in architettura, e come in tutta una serie di discipline di quell’epoca – la teoria letteraria e la semiologia di Roland Barthes, la teoria antropologica di Claude Lévi-Strauss, la teoria personalistica di Jacques Lacan – così avvenne anche nel calcio. All’interno del modello Ajax i giocatori deducevano il loro significato, la loro importanza, dall’interrelazione con gli altri giocatori. Arrivare a sostenere che ciò non si sarebbe potuto verificare senza un decadimento della fede è probabilmente un salto teorico troppo grande. Ma, ancora una volta, è estremamente difficile non vedere un legame tra il calcio olandese e lo spirito intellettuale che caratterizzò quel periodo”.

 

I nevrotici dello spazio

di david winner, Brilliant Orange [Minimum Fax]

 

“Il campo da calcio ha la stessa forma e le stesse dimensioni in qualunque parte del mondo, eppure nessun altro aveva mai concepito il calcio in questo modo. Allora perché gli olandesi sì? La risposta potrebbe essere che gli olandesi concepiscono lo spazio del loro calcio in modo innovativo, creativo e astratto perché per secoli hanno dovuto farlo in ogni altro ambito della propria vita. A causa del suo paesaggio insolito, l’Olanda è una nazione di nevrotici dello spazio. Da un lato quello che hanno non è neanche lontanamente sufficiente. I Paesi Bassi sono uno dei territori più affollati e rigidamente organizzati della terra. Lo spazio è un bene di inestimabile valore, e per secoli in Olanda si è sfruttato e conteso ogni singolo centimetro quadrato di ogni singola città, campo o polder. La terra è controllata come si conviene per una questione di sopravvivenza nazionale. Il sistema idrico olandese deve essere regolato con precisione perché più del cinquanta per cento del paese è al di sotto del livello del mare. Nella parte occidentale del paese, l’intero paesaggio è opera dell’uomo – dalla strabiliante rete di canali, dighe e corsi d’acqua alle imponenti difese marittime in Zelanda, al grande porto di Rotterdam, al gigantesco aeroporto Schiphol e all’antica compattezza di città notevolmente articolate. Ampie parti del paese furono letteralmente trascinate fuori dal mare e prosciugate impiegando tecniche di costruzione di dighe e sistemi di drenaggio vecchie di secoli. Come recita un vecchio detto: «Dio creò il mondo, ma gli olandesi crearono l’Olanda».

 

voci David Winner spiega questa cosa dello spazio

 ➣  Quali sono le radici culturali di questa maniera peculiare di concepire lo spazio?

«Nel corso dei secoli gli olandesi hanno sviluppato maniere ingegnose di affrontare il problema di un territorio pianeggiante esposto alle inondazioni. Una cultura basata sulla cooperazione e volta a trarre il massimo dalla più piccola porzione utilizzabile di spazio. E poi c’è questa cultura olandese colorata. La puoi vedere nella loro architettura, nei loro assunti politici, nelle politiche di gestione dello spazio. L’abitudine a misurare lo spazio con precisione c’è nei dipinti dei paesaggi e anche nei dipinti degli interni delle chiese. Per quanto ne so, Cruyff e Michels non hanno mai parlato direttamente di queste cose. Ma non ne avevano bisogno. Era tutto intorno a loro, e lo hanno assorbito» 

 ➣  Il sofisticato calcio olandese è più calcio-arte o calcio-scienza?

«Non farei una distinzione rigida fra arte e scienza. È un po’ tutti e due. Certo, c’è un forte elemento cerebrale, ma è lì grazie a Cruyff e Michels. Van Gaal lo eredita. Cruyff disse: «Non occorre correre così tanto. Il calcio si gioca col cervello». La versione di Bergkamp invece è: «Dietro ogni azione deve esserci un pensiero». L’intelligenza in Olanda è rispettata e premiata. I giocatori sono spinti a pensare in campo. Sono sempre stato affascinato da questo, perché non è la stessa cosa del “Joga Bonito” brasiliano. Non è nemmeno l’estetica argentina, tedesca o italiana. Ed è lontano anni luce dall’Inghilterra in cui la mentalità è più militaresca, e sono la passione, l’orgoglio e l’impegno a essere apprezzati per primi» 

 ➣  Qual è l’idea di bellezza tipica del calcio olandese? Lei afferma che sebbene affermino un’idea di calcio offensiva, gli olandesi non sono di certo i brasiliani d’Europa.

«Apprezzo la definizione di Simon Kuper, la definisce “la bellezza del passaggio”» 

 ➣  Come incarnò l’individuo Cruyff la rivoluzione del calcio olandese negli anni ’70 e quanto, retorica a parte, dell’eredità di Cruyff è rimasto nel calcio e nella società olandese attuale?

«Cruyff è stato la personalità più importante della parte finale del XX secolo olandese. Ma quando era vivo suscitò molta ostilità e aveva sempre discussioni/liti. Questo ora viene dimenticato. Da morto, è diventato una figura semi-religiosa. Come con tutte le religioni, assistiamo ora alle dispute sulla sua successione. Chi rappresenta più fedelmente la sua visione? Chi è l’interprete più autentico del “Cruyffismo”? È l’Ajax? Bergkamp? Bosz? È suo figlio Jordi e la Fondazione Cruyff? Pep Guardiola? La Federazione olandese? Sarà affascinante vedere come si sviluppa la sua eredità».  

intervista di valentino tola, Ultimo Uomo, settembre 2017

Johan Cruyff

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Era cicala e formica

di gianni mura, Repubblica, 5 ottobre 2016

 

“Per chi non avesse mai visto Cruyff in azione, valga il sintetico ritratto tracciato da Alfredo Di Stefano: «Non è un attaccante, ma fa tanti gol. Non è un difensore, ma non perde mai un contrasto. Non è un regista, ma gioca ogni pallone nell’interesse del compagno». Di Cruyff c’era poco da criticare: sapeva essere cicala e formica, centravanti e terzino, una strano esemplare di individualista votato al collettivo: nell’Ajax, poi nel Barcellona, oltre che in maglia arancione. Era il più bravo di tutti ma aveva bisogno degli altri, perché nel calcio non si vince mai da soli. Ma era anche il ragazzo-prodigio, il direttore d’orchestra, quello che dava i tempi al padre del tiki-taka. Il padre di Cruyff aveva un negozietto di frutta e verdura e un occhio di vetro. Sfidava i clienti a chi resistesse di più guardando il sole, si copriva con una mano l’occhio buono e intascava la scommessa. Era tifosissimo dell’Ajax e amico del custode del campo. Il padre muore quando Johan ha 12 anni, la madre sposa il custode del campo e quello che Johan chiamava zio Henk diventa il suo secondo padre. Inidoneo al servizio militare (piedi piatti) a 21 anni sposa Danny, e Cor gli fa da procuratore, segue i suoi affari. Nel 1968 si presenta ai dirigenti dell’Ajax per la firma del contratto affiancato dal suocero, la cui presenza non è gradita dai dirigenti. Pronta replica di Cruyff: «Voi siete in sei, perché io dovrei essere da solo?».

Quando Johan decide di fare a meno dei consigli di Coster non gli va bene: riesce a rimetterci sei milioni di dollari in un allevamento di maiali, ma non spiega come. Per rimpinguare la cassa andrà ai Los Angeles Aztecs. Per lui, dice, il denaro è secondario. «Ovviamente i soldi contano, sebbene non abbia mai visto un sacco di soldi segnare un gol»”

 

Il suo fu anche calcio politico

di jim shepard, L’Ajax non difende mai, in Non c’è ritorno, 66thand2nd

 

“Cruyff trasformava l’impossibile in realtà: è quello che fanno gli scrittori. Quando coprivano lo spazio nel modo giusto, tutto all’improvviso diventava tranquillo. Nessun rumore. Si sentiva solo il vento. E la palla: il suono che faceva a contatto con i piedi, il suono che indicava con chiarezza dove stava andando e con quanta forza, lenta o veloce. La libertà di Cruyff, del suo approccio alla competizione, alla fama, alla ricchezza, fu così radicale che non poteva non avere ricadute anche al di fuori dello sport. Il calcio totale fu necessariamente anche politico: se Cruyff non cercò di fare proseliti al di fuori del calcio per la sua filosofia è perché dovette sembrargli implicito che quel che faceva avesse una valenza politica”

 

La giovinezza capace di cambiare il mondo

di paolo condò, La storia del calcio in 50 ritratti, Centauria

 

“Usando il più banale dei parametri, la semplice combinata fra i meriti del giocatore e quelli dell’allenatore, risulta evidente come Johan Cruijff sia stato il più influente uomo di calcio della storia. … Quando sento definire influencer qualche ragazzino che posta foto di gatti dopo aver composto una canzone in classifica, penso sempre all’influenza avuta da Cruijff sul gioco planetario e sorrido. Naturalmente le physique du rôle è sempre un fattore nel racconto delle rivoluzioni, e Johan in azione era bello come un leader invincibile, coraggioso e solidale nel guardare sempre in avanti, all’attacco, senza dimenticare il sostegno ai compagni. L’Ajax e l’Olanda, e in seguito il Barça, sono stati un vento irresistibile, culturale prima che calcistico: un ’68 sportivo, la traslazione in campo di una forza capace di cambiare il mondo. La contestazione, la trasgressione, il cambiamento. In una (preziosa) parola: la giovinezza”. 

 

testimoni Johnny Rep

«Nel 1974 ci siamo dimenticati di vincerlo, ci stavamo divertendo e non abbiamo realizzato che era tempo di segnare».

 ➣  Pensa ancora alla finale con la Germania dell’Ovest?

«Sì, so con certezza di aver avuto la palla che poteva cambiare il destino e di averla mancata. E so che dopo aver sbagliato quel gol non mi sono preoccupato. Eravamo certi di poter cambiare risultato in qualsiasi momento». intervista di giulia zonca, La Stampa, 8 aprile 2019

 

Che cosa successe durante i Mondiali

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Il contesto

di eduardo galeano, Storia e splendore del gioco del calcio

 

“Il presidente Nixon era alle corde, le ginocchia piegate, senza pace per lo scandalo Watergate, mentre una sonda spaziale viaggiava verso Giove, e a Washington era dichiarato innocente il tenente dell’esercito che aveva ucciso cento civili in Vietnam, che in fin dei conti non erano altro che cento persone, per giunta civili e oltretutto vietnamiti. Morivano gli scrittori Miguel Ángel Asturias e Pär Lagerkvist e il pittore David Alfaro Siqueiros. Agonizzava il generale Perón che aveva marcato a fuoco la storia argentina. Moriva Duke Ellington, re del jazz. La figlia del re della stampa, Patricia Hearst, si innamorava dei suoi sequestratori, denunciava suo padre come un maiale borghese e si metteva ad assaltare banche. Fonti ben informate di Miami annunciavano l’imminente caduta di Fidel Castro che sarebbe stato rovesciato nel giro di poche ore. In Grecia cadeva la dittatura, e cadeva la dittatura in Portogallo, dove al ritmo della canzone Grandola, vila morena, si scatenava la rivoluzione dei garofani. La dittatura di Augusto Pinochet si rafforzava in Cile, e in Spagna Francisco Franco entrava in ospedale, ammalato di potere e di vecchiaia. In uno storico plebiscito, gli italiani votavano per il divorzio che a loro sembrò preferibile al pugnale, al veleno e agli altri metodi che la tradizione consigliava per risolvere le dispute coniugali. In una votazione non meno storica, dirigenti del calcio mondiale eleggevano João Havelange presidente della FIFA e, mentre Havelange sfrattava in Svizzera il prestigioso Stanley Rous, in Germania cominciava il decimo Campionato Mondiale di Calcio.

Si inaugurava una nuova Coppa. Più brutta della Rimet ma la ambivano nove selezioni europee, cinque americane e anche Australia e Zaire. L’Unione Sovietica era rimasta fuori nella fase di preselezione. Durante le partite di qualificazione per il Mondiale, i sovietici si erano rifiutati di giocare nello Stadio nazionale del Cile, che poco tempo prima era stato campo di concentramento e cortile per le fucilazioni. Allora la nazionale cilena aveva disputato in quello stadio la partita più patetica della storia del calcio: aveva giocato contro nessuno, e nella porta vuota aveva insaccato diversi gol che erano stati festeggiati dalle ovazioni del pubblico. Poi, nel Mondiale, il Cile non vinse neanche una partita.

Sorpresa: i giocatori olandesi arrivarono in Germania accompagnati dalle rispettive mogli, fidanzate o amiche, e con loro restarono in ritiro. Era la prima volta che una cosa

 

Il Mondiale italiano

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L’eliminazione contro la Polonia

di gualtiero zanetti, La Gazzetta dello sport, 24 giugno 1974

 

“Quando, dopo i mondiali inglesi, si invocò un differente addestramento fisico del nostri apprendisti calciatori, tecnici solo ignoranti parlarono della intenzione di molti di voler trasformare il calcio in un gioco per forzuti, che escludesse ogni abilità istintiva, la cosidetta classe naturale. Lo si chiamò con disprezzo calcio atletico esclusivamente perchè, a livelli giovanili, non disponíamo di istruttori (non allenatori, si badi bene) in grado di curare un sia pur minimo potenziamento organico del giovanissimo. Al bambino si consegna il pallone e basta: su come possa essere mosso questo pallone. non si pensa. Si bada al calcio, alla tattica, non alle capacità fisico-atletiche di chi deve pur essere comunque il protagonista. A costoro vorremmo domandare che cosa sono mai Deyna. o Rep se non atleti veri che tall sono diventati prima di dedicarsi al calcio. Lasciamo stare Cruijff, pur sempre un atleta completo che corre, salta, rientra, manovra e tira per novanta minuti (che poi, in pratica, sono soltanto una cinquantina per tutti ed una trentina per ciascuno, visto che si deve giocare anche senza palla).

Ora si parla, e giustamente, di ricominciare daccapo: noi insistiamo sul vecchio principio: ricominciare il calcio dall’abc, cioè dall’atletica. Perché oggi non possa essere grande calciatore, un tesserato che sia anche un atleta, proprio non riusciamo a comprendere. Adesso l’hanno visto tutti che è così: apriamo quindi Coverciano anche a chi sa far diventare atleti ragazzini calcisticamente dotati, ma fisicamente carenti. Forse il proseguimento del torneo mondiale conforterà queste tesi. Un grande calciatore. mezzo atleta. è soltanto un mezzo grande calcolatore. Un tempo questo particolare non era evidente perché il calcio non veniva praticato ovunque: oggi è piaciuto a tutti i tedeschi, agli olandesi, agli Jugoslavi e le conseguenze le registriamo senza reticenze”

 

Una disfatta diventata Romanzo

di giovanni arpino, Azzurro Tenebra [Rizzoli, 1977]

 

“San Dino ha le gote color borotalco, lo sguardo ridotto a una fessura, raggrinzisce le mani nei guanti, pare assente, chiuso nel vetro di una sfera lontana, come i suoi antichi paesani, che risalgono il greto del Tagliamento e portano pietre al nuovo muro da costruire intorno al podere: la sua solitudine di uomo di porta è totale. Spina sorride ma con gli occhi troppo grandi, un tremito lungo la gamba destra: desidera l‘avversario, lo vuole subito, ha bisogno di misurarne il fiato, il puzzo, il peso. Il volto di Capitan Giacinto è un intrico di minutissimi angoli e sbalzi e rughe e incisioni, però tranquillo gli esce il respiro: s’è lustrato l’alone, la corazza, il filo delle labbra è arido, solo il vincere può dissetarlo. Romeo scuote la grossa testa leonina masticando gomma, l’acqua della pupilla persin troppo lucida, il capomastro che è in lui pensa ai mattoni che dovrà allineare. Morgan lascia che il ciuffo di capelli gli ricada sulla fronte e pare che odi se stesso, ancora lì inutile, non abbrancato al nemico. Tarcisio detto Roccia si nega ad ogni espressione, lui porge il petto, offrendolo a una sassaiola biblica, a cartoline di artiglieri di montagna che sollevano il mortaio davanti al fotografo nel cortile polveroso della caserma. Ed ecco Sandrocchio il Baffo, gli zigomi gli mangiano i buchi delle guance, i ginocchi non riescono a reprimere le vibrazioni nervose di chi ha molto patito e vuole tutto, l’argento e la gloria, la potenza e l’amicizia umana. Ecco Fabio il geometra, alza il mento come alla ricerca della lezione mandata a memoria, si morde il labbro superiore coi denti, da precettore che sa e ritiene inconcepibile l’errore proprio e altrui. Viene poi Giorgione, il capo che ripiega sull’omero, non ha collo, e pur fermo cerca di accentuare la sua voluta goffaggine di giovane orso: dietro il pelo, superbia e infantilismo di mosse, la smania di chi sempre diffida. Ha accanto il Golden Boy, che dondola le cosce ipertrofiche ma si mostra affilato nel naso, c’è un sacrificio indecifrabile nelle sue occhiaie peste, sente il destino e l’incognita del proprio sangue, e intanto le mani seguitano a strofinarsi l’una nell’altra, incapaci di requie. Infine il Bomber, truce, la mascella che rumina, i bicipiti tesi sotto la maglia, il sinistro che rode l’erba con movimenti minimi di cieca rabbia, da purosangue che teme e desidera il vento della corsa”. 

 

Storie formidabili di portieri 

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Le parole liberamente attribuite ai portieri che si raccontano in prima persona, sono state ricostruite attraverso libri, interviste e altre fonti storiche. I fatti di cui parlano sono tutti realmente accaduti. I monologhi fanno parte della serie Il Giro dei Mondiali in ottanta portieri, inizialmente pubblicata nel 2010 sul blog Il Divano sul Cortile e nel 2014 sul blog Puliciclone. A Slalom non si butta mai niente. 

 

Mwamba Kazadi e il compagno uscito dalla barriera 

 

  Non c’era niente da ridere quando Illunga Mwepu calciò al posto di Rivelino. Punizione per il Brasile al limite della nostra area di rigore. L’arbitro fischia, il mio compagno di squadra esce dalla barriera, corre verso la palla e la manda lontano. Il mondo si scompisciò, senza sapere cosa ci fosse dietro quel gesto, senza sapere del nostro terrore. Il terrore con cui il mio Zaire scese in campo.

Gelsenkirchen, 22 giugno 1974. Le cose andarono così. Terza e ultima partita del girone. Avevamo giocato e perso le prime due: io avevo preso due gol dalla Scozia all’esordio e nove dalla Jugoslavia dopo. Per la precisione: dalla Jugoslavia ne avevo presi personalmente tre, tre nei primi 21 minuti, prima di essere sostituito dal nostro ct, Vidinic, uno jugoslavo. Mise dentro la mia riserva, Tubilandu Ndimbi e fuori io, Mwamba Kazadi. La prima volta che il povero Tubilandu toccò il pallone, fece come me. Lo prese dalla porta: era il quarto gol. E poi crollò. Eravamo anche in dieci. Espulso Mulamba. L’arbitro aveva sentito un calcio al polpaccio durante le proteste per il 4-0, si era voltato e aveva mandato fuori il primo che gli era capitato sotto gli occhi.

Vidinic spiegò solo il giorno dopo il motivo della mia sostituzione. Glielo aveva chiesto Lockwa, il rappresentante del ministero dello sport. Giurò che non si sarebbe piegato mai più. Quando tornammo in albergo, passarono pochissimi minuti prima di essere informati che Mobutu, il presidente, aveva definito quella sconfitta una vergogna nazionale. Eravamo passati da eroi a infami. Eroi per essere la prima nazionale dell’Africa sub-sahariana a qualificarsi per un Mondiale di calcio. Infami perché avevamo gettato discredito su di lui, “il guerriero che va di vittoria in vittoria”. 

Dalla Jugoslavia ne avevamo presi nove perché eravamo arrabbiati, distratti, coi pensieri altrove. Ci era appena stato comunicato che tutti i premi per la qualificazione non esistevano più. Tutte le promesse rimangiate. Eravamo convinti che saremmo tornati dalla Germania e che Mobutu ci avrebbe reso ricchi con un appartamento, una macchina, una vacanza negli Usa per ciascuno di noi. Crollava tutto. Andammo nel pallone. Il giorno dopo il 9-0 eravamo spaventati. Tra di noi si parlò della eventualità di ritirarci e di lasciare i Mondiali senza affrontare il Brasile. Se la Jugoslavia ce ne aveva segnati nove, il Brasile quanti ce ne avrebbe fatti?

La Fifa non ci permise di rientrare. Parlammo con alcuni funzionari delle nostre difficoltà economiche, si fecero carico di un indennizzo di 3.000 marchi a testa per ciascuno di noi, erano cinque o seicento dollari. Non ricordo precisamente come, ma dallo Zaire il governo fece sapere che se avessimo perso più di 3-0 con il Brasile, in quel caso sì, sarebbe stato meglio non tornare a casa. Il nostro hotel venne chiuso ai giornalisti. Eravamo isolati. Mobutu era serio. Allo sport aveva affidato il compito di lustrare l’immagine del Paese, lo Zaire godeva di ampie simpatie fra i sinceri democratici dell’occidente: quattro mesi dopo, Kinshasa avrebbe ospitato il match tra Ali e Foreman.

Prima dello 0-9, quando eravamo re, Mobutu come re ci trattava. Nel precedente mese di marzo eravamo diventati campioni d’Africa. Il paese si era tassato per garantirci un premio. Pure quello tardò a essere consegnato. Al Brasile, quel giorno, servivano proprio tre gol per passare il turno e fare fuori la Scozia. Il primo tempo si chiuse sull’1-0, con molte mie parate, un salvataggio sulla linea, tanta fortuna. Nell’intervallo, l’intera delegazione brasiliana venne a parlare con il nostro ct. Quando andarono via dagli spogliatoi, Vidinic ci disse di stare calmi, congelare il gioco, non attaccare. E così facemmo. Questo era il contesto.

Così arrivò quel famoso calcio di punizione.

Illunga Mwepu venne ammonito e quando tutti cominciarono a ridere, sentii Mwepu che urlava bastardi, dava del bastardo a tutti. Nessuno poteva capire la pressione a cui eravamo sottoposti. Eravamo cresciuti con una certezza: ci avevano detto che se un calcio di punizione non fosse stato battuto entro tre secondi, sarebbe diventato un free kick, un pallone a disposizione di tutti. Così ci avevano insegnato a casa nostra i belgi, quando eravamo una colonia. E Illunga Mwepu partì. Mwepu non avrebbe neppure dovuto giocare. Il calcio all’arbitro, nella gara con gli jugoslavi, glielo aveva dato lui.

Contro il Brasile finì proprio 3-0. Non prendemmo il quarto che Mobutu non ci avrebbe perdonato, loro segnarono quelli che bastavano per passare il turno. Il terzo, di Valdomiro, fu un errore mio. In genere combinavo pasticci nelle uscite. Valdomiro invece mi sorprese sul mio palo. Scozzesi fuori. Faceva piacere anche a noi. Dovevano pagarla. Ci avevano insultati per tutta la partita. Intorno allo Zaire, il Mondiale era iniziato con un brutto clima. Eravamo gli africani di cui ridere pure sulle figurine dell’album ufficiale del torneo. Alcuni giornali scrissero che avevamo con noi delle scimmie, per mangiarle durante il torneo. Per l’intera partita, il numero 4 Billy Bremner ci chiamò negri e sputava. Sputò sulla faccia di Mulamba Ndaye e di Mambwene Mana. Sempre britannica era la squadra di rugby che a maggio aveva accettato l’invito per giocare una tournée in Sudafrica, il paese dell’apartheid. E allora no, non piansi per l’errore sul tiro di Valdomiro che qualificava il Brasile. 

Mobutu ci convocò d’urgenza al suo palazzo. Non urlò, ma la voce era ferma. Disse che tutti gli onori previsti potevamo scordarceli, potevamo anche stracciare gli accordi che qualcuno aveva preso con club stranieri. Non siete come i senegalesi o gli ivoriani, disse, non crediate di lasciare lo Zaire e andare a giocare fuori. I premi non li abbiamo visti più.

 

I protagonisti

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Sparwasser 

di emanuela audisio, Repubblica, 8 giugno 2006

 

“Lui mirò lì: al cuore del capitalismo. Un gran destro in diagonale, che il portiere Maier non aspettava. Un gol rosso, comunista, operaio. Ci sono tiri che fanno venire giù lo stadio, il suo fece crollare il muro. Un po’ prima del previsto. … La misera Trabant sorpassava la potente Mercedes. E al volante c’era lui: Jurgen Sparwasser, 26 anni, giocatore del Magdeburgo, che prese la palla a centrocampo, fregò Kaiser Franz, e bucò per sempre la rete della Germania. Ci sono spine che non se ne vanno. Per venti minuti Beckenbauer continuò a urlare ”Non è successo niente”, ma si sbagliava. Quel gol è l’onta dell’ovest, il segno di una superiorità in frantumi. 

«La mia era una famiglia operaia, con mia madre che badava ai figli. Anche da noi le partite venivano trasmesse in tv, tanto che a quell’ora le strade erano deserte. La Ddr era sicura. La vigilia fu deprimente. La Ddr si aspettava una disfatta. Quanti ne becchiamo?, di questo si parlava. Noi contavamo sul catenaccio, non avevamo tattica, arrivavamo al calcio come scarti di altre discipline, spesso dall’atletica. Loro erano star internazionali. Avevano la regia prussiana di Beckenbauer, mentre noi eravamo solo degli onesti somari. Non so perché, forse presi dal panico, cominciarono a buttare tutti palloni alti. Muller era piccolino, noi più grossi. E poi Beckenbauer disse quel nome: Waterloo. Ho segnato all’ovest calciando il pallone dall’est, e poi nell’88 sono scappato al di là del muro. Chiaro che i funzionari non hanno preso bene la mia fuga: No, Sparwasser, lui proprio no»”.

 

Dov’eri quando segnò Sparwasser?

di günter grass

 

“Non casco dalle nuvole. So di essere l’eroe di un’epoca che non tornerà. Quel giorno al Volksparkstadion gli 8.500 tedeschi arrivati ad Amburgo con i treni dall’est e con un visto turistico che durava giusto il tempo della partita, alzarono le braccia. Per il gol sì, ma anche per tutto quello che significava. Quella rete diventò per un anno la sigla di molti programmi sportivi. E dopo la caduta del muro, per ricostruire un’identità sportiva collettiva, tutti chiedevano all’altro: dov’eri quando Sparwasser segnò?”

 

Diventare comunista per Sparwasser

di francesco piccolo, Il desiderio di essere come tutti

 

“Io mi ero dato questa spiegazione: che la Germania Est fosse una specie di formazione delle riserve, la squadra B. In fondo, era sempre Germania, ma aveva meno attenzione, non si diceva mai che era la squadra di casa, non era per niente favorita al contrario dell’altra… Insomma, se me lo avessero chiesto, avrei risposto che forse era venuta a mancare qualche altra squadra e avevano messo in piedi un’altra formazione per la regolarità della competizione. Solo per questo motivo c’era un’altra Germania con calciatori che nessuno conosceva e di cui nessuno parlava…. Mio padre non nominava volentieri l’altra Germania e se lo faceva sembrava avere un tono di disprezzo. Più esattamente, chiamava «Germania» la Germania Ovest, e «Germania Est» la Germania Est, e la nominava soltanto perché era ai Mondiali. Anche gli altri facevano così, e quindi facevo così anch’io. … C’era il fatto, però, che in campo adesso c’erano due squadre, una di fronte all’altra: in una giocavano i forti, nell’altra i deboli; in una i ricchi, nell’altra i poveri; in una c’erano tutti calciatori famosi, nell’altra tutti sconosciuti; una squadra era padrona di casa, l’altra no, anche se si giocava in Germania – ma non era la loro parte di Germania.

E c’era ancora un’altra cosa: che l’allenatore e quelli che stavano in panchina, nella Germania dell’Est, avevano una tuta azzurra semplice semplice, come avrei potuto averla io, con una scritta enorme DDR, che sembrava cucita dalle mamme dei giocatori, proprio come la mia mamma cuciva il numero sulla maglia. C’era il fatto, insomma, che a me toccava fare il tifo per i più belli, per i più ricchi, per i più forti, per quelli con le maglie e le tute migliori. E questa cosa, in fondo, mi metteva a disagio. Se nessuno mi avesse condizionato, se nessuno mi avesse detto che una Germania era come noi e un’altra era diversa da noi, se ci fossero state due squadre anonime in mezzo al campo, io avrei tifato di sicuro per la più debole, la più povera, quella con calciatori sconosciuti e tute comprate al mercatino dell’usato. Sarebbe stato naturale”.

 

Franz Beckenbauer

da La Gazzetta dello sport, 3 giugno 1974

 

“Franz Beckenbauer, l’uomo-faro della retroguardia del Bayern e della Nazionale tedesca: un’altra meraviglia. Era ragazzo e già calciava palloni vellutati. Un giorno in Inghilterra, a quei mondiali, un famoso tecnico sudamericano ebbe a dire: “Ma quello come tedesco è sbagliato, tratta la palla da supersudamericano, è un tiro – il suo – che va via come una pallottola a bersaglio eppure non si sente il sibilo”. Un’immagine un tantino barocca, è vero, però il signore del centrocampo, l’architetto dell’area di rigore, ha proseguito per la strada grande, infischiandosi di chi gli pronosticava vita dura e difficile a contatto con gente risoluta, gente che bisognava marcare. Beckenbauer è diventato per i tifosi tedeschi, quello che Rivera è ancor oggi per molti tifosi italiani: un talento cui concedere non una, ma cento, mille giustificazioni. Chiaro che un Netzer in condizione dà più sostanza al gioco, non parliamo di Overath nel 1970, in Messico: potenza, arte, intelligenza. Ma Beckenbauer va oltre. Sconfina nel mito, sale e s’invola nsull’Ippogrifo”.

 

Il rigore del vantaggio inutile

di andrea sorrentino, Repubblica, 30 maggio 2014

 

“La fantasia cede il potere nell’esatto istante in cui lo conquista, ossia quando la nuvola bianca di gesso si alza dal dischetto e si spegne nell’aria con uno spruzzo capriccioso, Sepp Maier si tuffa a destra e il pallone entra in porta dritto e basso, al centro. Un attimo dopo Johan Neeskens raccoglie abbracci arancioni. Ecco. L’Arancia Meccanica comincia a morire adesso, solo che ancora non lo sa. Come un cigno. Dal via di Van Hanegem per Cruijff ci sono 16 passaggi olandesi e 42 tocchi alla palla, coi bianchi che assistono, rincorrono poi commettono fallo in area su Cruijff. Che è partito da centrocampo e ha affondato in verticale, la palla accarezzata solo col destro, nove volte esatte, Vogts ad arrancare e Hoeness a stenderlo poco dentro il limite. Rigore. Proteste di Beckenbauer, Neeskens sul dischetto, destro, gol. Merito di Johan e Johan Secondo, come li chiameranno a Barcellona. Cruijff e Neeskens, il Profeta del gol e l’ex terzino che sa difendere, contrattaccare e segnare”

 

  Io ero Neeskens

di mauro covacich, Corriere della sera, 8 novembre 2011

 

“Giocando nel cortile di casa sognavamo di essere i nostri eroi. Io ero Johan Neeskens, il magico regista dei tulipani. Sapevo di non esserlo, ma ciò non mi impediva di urlare a pieni polmoni mentre accennavo goffi dribbling tra gli avversari, né mi impediva di tornare a fare i compiti a fine partita, la maglietta di sotto appiccicata alla schiena, la mente lucida come i sassi di un torrente. Non ci credevamo davvero: sognavamo in grande, tutto qui. Sognare, come giocare a calcio, non era un sistema laborioso per organizzarci il futuro, era divertirsi, il modo più sano di dissipare il tempo”

 

Cosa facevano gli olandesi nel giorno dell’ultima finale 2010

da Repubblica, 8 luglio 2010

 

“Quello che aveva il numero 3 dipinge paesaggi. C’è stata una mostra poco fa, delle opere di Wim Van Hanegem. Il numero 10, René van de Kerkhof, gestisce una sala congressi e a tempo perso tiene reading di romanzi e poesie. Il numero 15 ha preso casa fuori Amsterdam e pesca. Pesca e basta, Rob Rensenbrink. Non fa altro. Non parlategli di pallone. Non ha voluto più saperne nulla, andassero al diavolo le scarpette e tutto il resto. Era così vivo il loro calcio che hanno dovuto seppellirlo. Era così totale che hanno dovuto azzerarlo. Capelli lunghi e passaggi corti. Erano belli, alti e biondi. Gol e anarchia: non importa chi marcava chi. Furono così vicini alla perfezione che dopo potevano solo perdersi. Una maledizione sulla felicità che ha colto Jan Jongbloed, il portiere che vendeva sigari dopo due mondiali col numero 8 e un maglione giallo. Era ancora in campo per divertirsi a 45 anni, lo fermò un infarto: l’anno prima un fulmine aveva ucciso il figlio durante una partita Maledizione pure su Wim Suurbier, il più matto tra i matti, persino cuoco in ritiro. Una volta fece pipì dal finestrino del pullman. Gli scappava. Il compagno Willy van de Kerkhof, finalista nel ”78, lo definiva l ́incarnazione di tutto ciò che Dio ha proibito. Dopo il fallimento del negozio di articoli sportivi, s’è innamorato in New Mexico e ha fatto il barista per 35 dollari al giorno. Poi l’autista per un importatore di fiori e il pulitore di tappeti. Un giorno Cruyff apre la porta e se lo trova sul marciapiede davanti casa a Barcellona. In fuga dai creditori. Un editore gli propose l ́autobiografia. Soldi che facevano comodo. Suurbier li buttò via quando capì che gli chiedevano di esibire i panni sporchi dello spogliatoio. Da allora l’Olanda del ‘74 aiuta il vecchio amico che dalla destra metteva la palla in mezzo, lui che li faceva divertire col duo comico – Snabbel en Babbel – allestito con Krol.

Rudy, eccone un altro. Aveva 31 anni quando lo comprò il Napoli. Arriva all’aeroporto e si trova davanti una fata bruna che dalla camicetta aperta gli lascia intravedere la parola benvenuto. Scritta col rossetto sulla pelle. Lo accoglieva in seno alla famiglia. E lui si fece accogliere. Fu un Maradona prima di Diego. I pescatori gli portavano il pesce fresco ogni mattina.  Van Hanegem, il pittore-fotografo, perse fratello, sorella e padre durante un bombardamento tedesco del ‘44. Raccontano che non abbia mai smesso di odiare la Germania. E il rigore di Breitner non c’entra”.

 

La finale

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Il blocco del Bayern

di angelo rovelli, La Gazzetta dello sport, 8 luglio 1974

 

“Quelli del Bayern cominciano da Sepp Maier. E d’un tratto Maier, il portiere-fusto, per via del fisico alto, slanciato, i biondi capelli, passò la palla non già a Beckenbauer come di solito è uso fare, ma la scodellò, per così dire, sui piedi di Breitner, come se l’invitasse alla corsa. Stranamente Breitner sembrava indugiare sulla palla: pareva non avesse voglia di correre: possibile? Diede la palla indietro a Schwarzenbeck, il più legnoso dei tedeschi, il più attaccaticcio difensore per qualsiasi attaccante, Hans la sanguisuga, come lo chiamano i monacensi che tifano Bayern. E Hans la sanguisuga, come vide Hoeness che arretrava, gli lasciò volentieri la palla. E Hoeness cominciò la serpentina che più gli piace ondeggiando a tratti e a tratti filando lungo la fascia destra, poi di colpo un mezzo giro di destro, l’imbeccata per Muller. Come costui ebbe toccata la palla, un boato sommerse lo stadio: erano quelli del Bayern che esultavano, poiché tutti i loro beniamini avevano toccato la palla uno dopo l’altro, come per un’intesa stipulata. … Ecco: emblematicamente, il calcio tedesco di linfa bavarese, ha conservato alla solennità del mondiale il classicismo della tradizione. Ha ripetuto per gli scettici la lezione di un calcio che non può mai, per avveniristico che possa essere, prescindere dall’estro e dal sentimento. Ha vinto anche per il futuro”.

 

 

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A cura di Angelo Carotenuto.

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1 commento su “1974 | L’estate della furia e della bellezza”

  1. carlo manfredi Rispondi

    complimenti per la selezione degli articoli. Quello di Sconcerti il più bello.

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