Lo Slalom del 14 novembre | Cosa leggere, sapere e vedere

 

giovedì 14 novembre 2024

#3  giorni alla finale del Masters

 

Il funerale di Kennedy rivelò il potere della tv

di coinvolgere un’intera popolazione in un processo rituale

Marshall McLuhan

 

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DI COSA SI PARLA STAMATTINA

Sinner o Spalletti? Psss: c’è il telecomando

C’è un clamoroso errore di prospettiva che si aggira per l’Italia. È la sera di Jannik Sinner che gioca contro Daniil Medvedev per un posto in semifinale al Masters di Torino ed è la sera in cui Luciano Spalletti accompagna i suoi in Belgio per cercare la qualificazione alla fase successiva di Nations League. A Sinner basta vincere un set, alla Nazionale di calcio basta un punto tra stasera e domenica contro la Francia. Sinner è su Sky e su Rai 2, l’Italia è su Rai 1. Stessa ora. Così viene naturale domandarsi: che si fa? 

Ce lo domandiamo perché è divertente farlo. Massimo Vincenzi in questi casi lo definiva un pezzo imparabile”. In realtà lo sappiamo bene tutti che nessuno guarderà né l’Italia né Sinner dall’inizio alla fine, come dice Luigi Garlando sulla Gazzetta le alternative sono due: zapping selvaggio e polpastrelli veloci, per passare da un canale all’altro, oppure ruotare il collo come un giudice di sedia per seguire due schermi

Lo streaming aiuta. Sky Go, Rai Play, eccetera. C’è modo, c’è spazio, c’è strada. Comunque sia, i dati e lo share di domani mattina saranno di nuovo il tema, giacché qualche tempo fa ad Angelo Binaghi è passata per la megalo-testa la megalo-idea di dir che il tennis punta al sorpasso sul calcio. Punta all’obiettivo di un milione di tesserati, appena raggiunto dalla federazione francese per il quarto anno di fila [ne dà l’annuncio L’Équipe]

 

VOCI Sandro Veronesi

 ➣  Farà zapping?

«Una cosa del genere l’ho già fatta in un’altra occasione, anzi no, ora che ci penso. Si giocavano i Mondiali in Sud Africa, in tv c’era Italia-Slovacchia, Isner-Mahut a Wimbledon, il match di tennis più lungo della storia. Io guardai Wimbledon, nonostante l’importanza della partita, che diventò infausta».

 ➣  E consiglia ancora di scegliere il tennis…

«Magari di spostarsi sull’altro canale ai cambi di campo. Penso che saremo in tanti a privilegiare Sinner, ma non è per snobbare la Nazionale: questo è un momento d’oro del tennis e non so quanto durerà. Per chi è appassionato di tennis, è fondamentale afferrare il momento».

intervista di alessandra bocci, la Gazzetta dello sport

Gravity, il podcast di Sandro Veronesi su Isner vs Mahut

 

Carlo Annovazzi su Repubblica racconta che martedì sera Sinner ha superato i due milioni spettatori su Rai 2, la partita con Taylor Fritz ha toccato il 10% di share. Sky ne ha fatti 783 mila in media. Siamo a un passo dai tre milioni – si legge su Repubblica – e siccome ogni volta si batte un record — contro De Minaur gli spettatori di Rai 2 erano stati un milione e 556.000 — stasera potrebbero essere di più e chissà sabato e chissà ancora domenica, se il numero uno arrivasse in finale.

Annovazzi ha parlato con Giorgio Simonelli, docente della Cattolica, esperto di relazioni tra lo sport e i media. La sua idea: «Io dico che vincerà Sinner sulla Nazionale. Perché è il nuovo e attira quindi un pubblico nuovo. La Nazionale invece ha un seguito tradizionale, il tifoso è ancora un po’ amareggiato per la delusione della scorsa estate e non considera tanto la Nations League. C’è anche la convinzione che il turno sia già superato. E questo può contribuire a far girare canale sul tennis».

Benny Casadei Lucchi sul Giornale considera: Quel che sarebbe parso assurdo e suicida solo un paio di anni fa, non solo non lo è più ma addirittura s’accompagna all’incertezza sul risultato della sfida tra due tipi di pubblico televisivo. Chi vincerà? Chi guarderà cosa e di più?. Il quadro secondo il Giornale è chiaro: Il tennis non ha paura, i suoi eroi sono star globali, sono una Hollywood che corre e suda, sono brand, sono moda, ci vestiamo di tennis tutti i giorni senza neppure saperlo. E poi i campi, per fortuna, sono ovunque quasi o come quelli del pallone. Al nostro tennis mancava l’eroe. E se di solito l’eroe di uno sport cosiddetto minore fa parlare di medaglie olimpiche e imprese anche si trattasse dell’arrampicata o del curling, figuriamoci che cosa può accadere se uno sport popolare e ben presente nel nostro dna collettivo trova Sinner, il proprio eroe

 

   SINNERISMI

  Jannik potrebbe camminare sulle acque. È che non gli va

   ▥  DIEGO NARGISO «A me ricorda Gianni Morandi per come viene amato da tutti, giovani, anziani, donne e uomini. E poi non è mai banale». [a Repubblica]

   ▥  ILIE NASTASE «Jannik oggi è il numero 1, ma non so quanto dura: un anno, due, cinque? Difficile dirlo. Il più forte è quello che vince di più, no?». [su la Stampa]

   ▥  NON FA RUMORE Lavora silenziosamente, non dice mai una cosa fuori posto, non spacca racchette nei momenti di frustrazione, ha sempre un grande rispetto per l’avversario, la lucidità di capire perché succedono delle cose o perché non succedono. [Diodato, a La Stampa]

   ▥  FREDDO, POCO NUVOLOSO Sinner mi piace per la sua normalità, abbiamo bisogno di personaggi come lui che sono straordinari nelle imprese sportive, ma assolutamente normali per tutto il resto. Sinner mi piace molto anche dal punto di vista psicologico, ha una freddezza interna che mi ricorda quella del miglior Roger Federer». [Ilaria Fratoni, a La Stampa]

   ▥  FRATELLI DI SINNER  Rilancia il brand del Made in Italy nel mondo: un’icona nazionale che ci fa riscoprire a ogni vittoria l’orgoglio di dirsi italiani [Chiara Volpi, Secolo d’Italia]

   ▥  MEGLIO DI DANTE   Quest’anno in giro in America sento parlare solo italiano: dev’essere l’effetto Sinner». [Andrew Dampf, a Repubblica Torino]

   ▥  MEGLIO DEI VECCHIETTI AL PARCO  Gli altri ci rimettono la salute nel tentativo di stargli dietro e lui chiude l’allenamento con la petanque casereccia che lo diverte tanto in questi giorni: team riunito a rete, partecipa anche il fratello Mark, va a segno chi fa rotolare la palla più vicino alla riga di fondo. [Gaia PIccardi, Corriere della sera]

   ▥  NO, NO, NON ESCLUDIAMO NIENTE Jannik Sinner ha incrociato Massimiliano Allegri nei corridoi: l’ex allenatore della Juventus è un appassionato di tennis e un frequentatore abituale del torneo da spettatore. I due si sono scambiati un caldo abbraccio e anche qualche battuta. Non è da escludere possa presentarsi anche Thiago Motta, attuale allenatore della Juventus: la moglie è un’ottima tennista [la Gazzetta dello sport].

▥  UN MODELLO  Spalletti ha preteso un gioco troppo ambizioso, impossibile da educare in poco tempo. Ma poi il c.t. ha fatto un passo indietro, come Sinner quando dall’altra parte della rete c’è un Fritz che serve violento[Luigi Garlando, la Gazzetta dello sport].

   ▥  PIÙ SINNER PER TUTTI Yldiz è il nostro Sinner [Evelina Christillin a La Gazzetta dello sport 9 novembre ‘24] Chiesa è il nostro Sinner [Luciano Spalletti in conferenza stampa, 16 novembre ‘23] “Melli è il nostro Sinner [Gianni Petrucci a La Stampa, 22 febbraio ‘24] Buongiorno mi sembra il nostro Sinner [Giancarlo Camolese a Toro it. Marzo ‘24] Angelo Sticchi Damiani: Antonelli è il nostro Sinner [a RAI GR Parlamento, maggio ‘24]

 

Sinner contro Medvedev è la partita da cui è iniziato tutto senza che ce ne accorgessimo. Jannik ne aveva perse sei di fila su sei quando a Shanghai batté il russo per la prima volta. Fu il giorno in cui garantì la migliore classifica della sua carriera e il miglior piazzamento di sempre di un italiano in classifica, eguagliando il numero 4 di Panatta. Fu un primo punto di arrivo, trasformato in un punto di partenza per raggiungere il primo titolo dello Slam, ancora in una partita contro Medvedev: in mezzo c’erano stati i tre match point annullati a Novak Djokovic in Coppa Davis, il vero turning point del cammino di Sinner. 

Stamattina sul Corriere della sera Adriano Panatta smentisce di aver confessato qualche giorno fa di provare la rumba della noia quando guarda Sinner. Precisa che non di noia si tratta, ma di carenza di suspence, le partite di Jannik non sono più un film di Hitchcock e neppure un viaggio in un altrove alla Nolan. Cominciano e dopo un po’ sono finite, in genere alla prima palla break. Quando si capisce che pure questa è andata. Perfino la finale di NY contro Taylor Fritz ha dato quella sensazione. Ci siamo fermati a guardare il come, non il se. Come dicono quelli bravi: non contava la meta ma il viaggio. 

Allora Panatta sul Corriere della sera dice che Sinner è un lampo, una luce. Una Ferrari che ti supera di slancio, e mostra di sé solo le luci di coda.  Siamo agli inizi di un lungo dominio. Sempre che i signori della Wada non ci mettano lo zampino  e temo molto che lo vogliano mettere a tutti i costi.  Sinner è uno studioso del tennis, del suo tennis in particolare. Lo alimenta di continuo. Aggiunge e sottrae. Lavora sulle variabili, e sono convinto che presto sarà in grado di apportare nuove migliorie all’insieme del suo edificio tennistico. Se mi chiedete quali, posso solo provare a immaginare quale sarà la strada delle prossime sperimentazioni. Quella dell’imprevedibilità, di rendere il suo tennis ancor meno decifrabile. Vedrete, ci riuscirà.

 

I CLASSICI DI SLALOM |Il tennis della Russia, da Lev Tolstoj a Daniil Medvedev

6 DICEMBRE 2021

 

 

Le scelte di vita dell’incontentabile Insigne

  La partita in Belgio suscita il ricordo dell’estate felice del Ventuno e della vittoria ai quarti di finale nello stadio del Bayern con un tiro a giro di Lorenzo Insigne, ua’ Insigne, ve lo ricordate Insigne? Insigne è quel ragazzo napoletano che per guadagnare undici milioni all’anno anziché cinque, s’è perso lo scudetto nella sua città, chi lo sa però, magari se fosse rimasto, il Napoli non lo avrebbe vinto. In questi casi la faccenda viene presentata come una scelta di vita, non c’entrano i soldi. Ci sono i figli a cui vuoi far fare un’esperienza all’estero, così imparano anche una lingua. Una specie di Erasmus pagato dal pallone. Noi che non ne abbiamo così tanti soldi, non capiremo mai la differenza che passa tra cinque milioni e undici milioni all’anno: non è che puoi guidare due yacht insieme. Ma una volta un ex calciatore di serie A ha raccontato al papà di Slalom che dentro uno spogliatoio, dentro il loro ambiente, è una questione di status. Come la gara alle scuole medie a chi fa la pipì più lontano: cose da maschi. 

Comunque. Lorenzo Insigne stamattina parla a Repubblica e sembra all’improvviso uno di noi, uno di noi sempre insoddisfatti, noi che abbiamo una cosa e ne desideriamo un’altra. È un tratto universale, attraversa le classi sociali. Pure Florentino Pérez, perfino Florentino Pérez vive questa condizione. Compra Bellingham e vorrebbe un attaccante. Compra Mbappé e vorrebbe un difensore. Compra un difensore e ne vorrebbe un altro di riserva. Ne compra uno di riserve e gliene serve un terzo in caso di squalifiche e infortuni. Siamo tutti e tutte così, anche Lorenzo Insigne è così. Ha fatto una scelta di vita, ma vorrebbe pure un pezzetto della vita scartata di prima, la vita che lo rendeva insoddisfatto. 

Un vecchio allenatore del Napoli di una venticinquina d’anni fa, alla vigilia di una partita in serie B con la Ternana, lesse un’intervista del collega avversario, un ex terzino della Nazionale che confessava di invidiargli l’esperienza. Eh no, insorse allora il vecchio allenatore col suo accento toscano, quello là non può dir così, non si può desiderare l’esperienza conservando in dote la gioventù. Non disse proprio gioventù, usò una metafora boccaccesca per dir della virilità [si sa che i toscani amano la letteratura della loro terra], cose da maschi: pure qua. Ma insomma ci siam capiti. Non si può avere tutto. 

«Solamente in Italia chi va a giocare lontano – si sfoga l’incontentabile Insigne – è escluso dal giro della Nazionale e non se ne capisce il motivo. I sudamericani che stanno in Serie A possono fare ogni volta 13 ore di volo, perché a noi non è consentito?». 

La risposta invece è facile, il motivo si capisce eccome: chi è andato a giocare lontano non ha ancora dimostrato che lontano dal calcio europeo si continui a crescere, o almeno si rimanga quel che si è. Il Canada per esempio non ha mai vinto i Mondiali. Le franchigie della MLS hanno vinto 3 volte la Champions in 61 edizioni. Il Mondiale per club non è mai stato vinto da una squadra nordamericana e solo una volta è arrivata in finale una messicana [il Tigres]. Non è questione di lontananza fisica, ma di lontananza tecnica. È perfino un’ovvietà. Quando Insigne lasciò l’Italia, un tema di discussione era proprio la possibilità che perdesse la Nazionale. Girava una spiegazione: tsk, figurati, avrà avuto delle garanzie da Mancini. La verità è che a Insigne non interessava. Aveva altre urgenze. Oggi forse gli interessa di nuovo. È legittimo. Può mettersi sul mercato e cercarsi un ingaggio in Europa. Lo troverà. Lo troverebbe. Anche se da Toronto non è che tutte le settimane arrivino di lui highlights irresistibili. Ma un Ipswich, uno Stoccarda, forse pure una squadra italiana, potrebbero essere interessate. Certo, undici milioni qui non glieli dà nessuno. Ma sarebbe davvero una scelta di vita. 

 

Oh, e ‘sta partita? Paolo Tomaselli sul Corriere della sera dice che non ci vuole l’intuito del commissario Maigret per capire che l’Italia è la migliore squadra di questa Nations League anche perché aveva qualcosa da farsi perdonare e a Spalletti le partite di settembre e ottobre interessavano più che agli altri c.t. per garantirsi il ranking giusto ed essere testa di serie al sorteggio per le qualificazioni al Mondiale, diventato il nostro Grande Tabù. Per aumentare autostima e credibilità c’è solo questa strada. Ma tenere la barra dritta davanti alle tempeste scatenate dai grandi avversari o dalle enormi pressioni verso il Mondiale, è un altro discorso. Prematuro, ma nemmeno troppo.

Luigi Garlando sulla Gazzetta parla di questa Nazionale di mediani al potere (Tonali, Barella) con l’ossessione del lavoro e del miglioramento che ha portato in alto Jannik [ahé]. Retegui, in pochi mesi di Gasp – scrive – è diventato un altro, Kean ha svoltato. Cambiaso è in crescita costante. Nessun eccesso di divismo. Profili puliti. Anche Buongiorno potrebbe reggere l’ombrello a una raccattapalle. Comuzzo ha ricordato la mamma, come Sinner la zia.

L’impavido Fabio Licari mostra il petto, sfida il destino nel periglioso mar del giornalismo, si prende un rischio e scrive sessanta righe senza mai citare Sinner. Addirittura azzarda a parlar di tecnica, spiegando i movimenti di Cambiaso e Dimarco dentro il gran quadro della mutazione genetica dei terzini. Temerario. 

Cambiaso – scrive – avrebbe avuto la maglia 2, Dimarco la 3, controllavano le ali e si spingevano in avanti, scenario tattico permettendo. Quello destro agiva da secondo stopper. Quello sinistro era il “fluidificante”. Ma il calcio cambia e, come ha detto Spalletti, «il terzino non va più solo sul binario, ma prende le rotonde, gira attorno…». C’è un altro azzurro con le stesse caratteristiche, Calafiori: i prototipi del calcio del 2000, gli «indisciplinati perfetti» di Spalletti. Cambiaso ha eloquio ricercato e visione di gioco da regista. Ci sono due grandi esempi, i tedeschi Lahm e Kimmich, nati terzini destri e diventati play di Germania e Bayern per intuizione di Guardiola. Cambiaso ha più “regia” pura di Locatelli, ma non avrebbe senso sprecare la sua versatilità in mezzo: la sua anarchia si fa creatività dalla fascia.

Oh, comunque. Il clamoroso errore di prospettiva che si aggira per l’Italia è un altro. Il clamoroso errore di prospettiva che si aggira per l’Italia è che stasera c’è X Factor. E le eliminazioni stasera sono due. 

 

IL TELECO-SLALOM

  Ci sono pure il golf, gli Assoluti in vasca corta e le Coppe di basket

   Il programma di sport in tv, una piccola guida delle anteprime, i temi, i personaggi: si fa quel che si può  [qui]  IN AGGIORNAMENTO

 

Theo Hernandez è malinconico perché si sente solo

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  Privato della compagnia suoi migliori amici in Nazionale, il terzino sinistro fa fatica a ritrovarsi. Lo ha scritto L’Équipe qualche giorno fa, in un ritratto psicologico del calciatore del Milan. Non è una storia di poco conto per un giocatore molto legato al clima del gruppo e che sta riscontrando un calo di rendimento con i Blues. Non è più così espressivo ed estroverso come un tempo in Nazionale. Da diverse settimane ha visto abbandonare la nave ad alcuni dei suoi compagni più stretti. Antoine Griezmann, l’ultimo, ritiratosi a livello internazionale il 30 settembre, era stato molto importante nella sua integrazione in gruppo sin dalla prima convocazione nel settembre 2021, contro la Finlandia. Di lingua spagnola, il giocatore dell’Atlético Madrid aveva aiutato il difensore a trovare un posto nel gruppo, in un momento in cui il suo francese non era ancora dei più fluidi. La partenza di Griezmann segue quella di Olivier Giroud dopo gli Europei, mentre suo fratello Lucas Hernandez è infortunato al ginocchio sinistro da maggio e Benjamin Pavard, suo amico nella vita, non è più stato convocato nelle ultime tre sessioni. È davvero troppo per un giocatore emotivo come Theo, che attribuisce grande importanza alla vita di gruppo per rendere al meglio. Il milanista si ritrova sempre solo, senza i suoi amici con cui trascorrere le lunghe giornate in ritiro. Una situazione che non è sfuggita a Didier Deschamps.

 

 

Imperatore e principe, a Roma inizia il Ranieri III

Allora è fatta. Claudio Ranieri davvero torna a Roma. Matteo De Santis su La Stampa racconta le quattro ore trascorse faccia a faccia con l’imprenditore Dan Friedkin e il figlio Ryan, scortati da tutti i vertici del Friedkin Group, in un albergo di extralusso di Mayfair, nel cuore di Londra. C’è una novità rispetto a ieri, non è di poco conto. Dice molto della nuova mossa dei Friedkin. Il secondo tempo da dirigente è uscito dai resoconti. De Santis dice esplicitamente che Ranieri farà poco più di sei mesi da traghettatore in panchina, ereditando la Roma al 12° posto in classifica, e per un possibile futuro dirigenziale in società, vaga ipotesi paventata già nel secondo passaggio romanista con Pallotta presidente, se ne riparlerà più in là. Magari cercando di capire cosa vorranno fare del vanity asset Roma, costato investimenti per quasi un miliardo, i silenziosi e misteriosi proprietari texani

Ranieri ha scelto di farsi bastare quest’ultimo giro di giostra. Quando a Totonno Juliano chiedevano un parere su qualcosa che accadeva altrove, replicava: Bisognerebbe starci dentro. Bisognerebbe starci dentro, per sapere quale tempesta emotiva ha smosso Claudio Ranieri dal suo divano e dal suo piedistallo di monumento per rimettersi la tuta, prendere il fischietto, arrochire la voce e dir di volere una squadra camaleonte. 

È un passaggio da essere stato Sir a poter tornare Sor, dice Marco Ciriello su Domani: Anche se ai romani forse appare come un Giuliano Amato, l’uomo che deve risanare e rilanciare per poi lasciare. Se Mourinho era apparso esuberante e romanizzato come Tomas Milian, e De Rossi era il Mastandrea arrivato troppo presto, ora Ranieri è un ritorno al padre, al Nino Manfredi, che può fare tutto, perché ha già visto e recitato tutto: lo sconfitto e il vincitore

Matteo Pinci su Repubblica fa notare che è stato necessario prendere un aereo e volare a Londra per firmare il contratto che lo riporta a casa. è paradossale che un romano abbia dovuto girare l’Europa e poi tornare al punto di partenza solo per assecondare il capriccio di un americano pigro. Ma forse c’è altro. Nell’estate del 2023, Friedkin si era messo alla guida del suo jet per portare a Roma Lukaku, ultimo colpo di teatro imposto dal suo ego. Ma all’epoca il pubblico romanista lo idolatrava proprio per quel gusto di stupire che pensava avrebbe portato altre coppe o altri campioni. Ora che lo stadio non è più sold out e che gli epiteti su di lui non sono di quelli che ricordi con piacere, Top Dan si guarda bene dal tornare

Che inizi allora il regno di Ranieri III, un uomo che porta un cognome da principe e ujn nome da imperatore. Luca Valdiserri sul Corriere della sera ha scritto che potrebbe cambiare il destino di tanti calciatori, da Hummels snobbato da Juric a Soulé che a Roma non ha trovato posizione e spazio, ma che nel campionato scorso segnò una meravigliosa punizione con il Frosinone contro il Cagliari. Riflettori puntati su Paulo Dybala. È senza dubbio il miglior calciatore nella rosa giallorossa, però il suo rinnovo contrattuale scatterà in automatico solo al raggiungimento di un numero di presenze. Ranieri è allenatore aziendalista, ma non masochista. Se avrà bisogno della Joya, la utilizzerà. Se l’argentino ha cambiato idea sulla Roma dovrà essere lui a chiedere di essere ceduto.

Pierfrancesco Archetti sulla Gazzetta analizza: Ivan Juric era il contrario di Ranieri, fossilizzato soltanto su un sistema, sull’uomo contro uomo e su alcune proposte che non erano troppe adatte alle caratteristiche dei giocatori. Ranieri ne terrà conto. Ndicka va meglio da marcatore sul centro sinistra e non da centrale, Angelino da esterno e non da marcatore, Celik non ha dimostrato di essere all’altezza del palcoscenico. E poi Hummels sempre ignorato: adesso il tedesco troverà probabilmente spazio e verrà dimostrato se aveva ragione il croato che non lo utilizzava o il tedesco che si sentiva svilito. Sempre che non sia stato un ordine societario. In mezzo, Koné viene visto da mezzala e non da centrale a due. Quanto a Dybala, alquanto ai margini nell’ultima versione romanista, Ranieri non si vorrà privare della sua qualità.

 

RUOTE

I compleanni di Nibali e di Hinault

«Una Ferrari con un po’ di polvere sopra è pur sempre una Ferrari. Le dai una spolveratina e lei va». Così parla di sé Vincenzo Nibali, incredibilmente guascone oggi che compie quarant’anni. Lo ha fatto nell’intervista con Cosimo Cito per Repubblica, realizzata pochi giorni dopo la sua uscita in bicicletta al Criteriun di Singapore domenica, la corsa dove ha chiuso la carriera Mark Cavendish. Senza nostalgia, però. Nibali dice: «Le gare sono cambiate concettualmente: ai nostri tempi, in una tappa del Giro o del Tour, si andava forte nella prima e nell’ultima ora. Oggi si va a tutta dall’inizio alla fine. Lo permettono le bici. Me ne accorgo nei miei giretti: in pedalate senza pretese oggi faccio i 36 di media, quattro anni fa facevo 32. È una differenza enorme». Su Tadej Pogacar ha detto: «Sicuramente. Fa delle cose incredibili. Ma non credo che riuscirà a ripetere una stagione come l’ultima. Gli consiglio di concentrarsi ora su quello che non ha ancora vinto: la Vuelta, la Sanremo, magari la Roubaix».

 

Il Tasso

 ➣ Ha la percezione di essere ancora un mito?

«Ma è proprio sicuro che io lo sia, adesso? Lo sono stato nella mia epoca, come lo era stato Merckx, e in generale ogni periodo storico della bici ha avuto dei riferimenti. Coppi, Bartali, Anquetil, Bobet, lo sono stati prima di noi. Dopo, c’è stato Indurain. E poi altri ancora. Ognuno con il suo posto, in un determinato momento».

 ➣ Ha qualche rimpianto per la sua carriera?

«No, nessuno. Ho smesso presto, a 32 anni. Ma ho avuto il privilegio di decidere io, quando mi era passata la voglia di continuare. Non capita a tutti, direi quasi a nessuno».

 ➣ Neppure per aver mancato la vittoria del sesto Tour de France? Sarebbe ancora adesso sopra ad Anquetil, Merckx e Indurain… 

«No. Se avessi voluto inseguirlo, avrei continuato a correre e invece non l’ho fatto».

 ➣ E per il futuro ha qualche cosa di speciale che vuole fare?

«No. Semmai, c’è una cosa che mi fa paura. Una sola». Quale? «Una malattia che mi renda inerme». 

intervista di ciro scognamiglio, la Gazzetta dello sport


 BICISPORT

Con Urska nei segreti di Pogacar

   DI ALESSANDRA GIARDINI

Urska ha frequentato la scuola di musica per sette anni, ora suona il pianoforte e la chitarra quando ha tempo. E canta. Ha anche scritto una canzone per Tadej.

«L’ho fatto per divertirmi. Lui ascolta molto rap, ma non abbastanza per scrivere e rappare da solo». 

La vera impresa è trovare del tempo da passare insieme.

«Il momento più bello del Tour non lo sa nessuno. È stato quando la corsa è venuta da noi: poche ore prima dell’ultima tappa, la crono, una strada che sappiamo a memoria perché la facciamo non so quante volte l’anno, Tadej è scappato a casa e abbiamo pranzato io e lui in santa pace. Poi si è dovuto concentrare, ma in corsa si è davvero divertito. Quando ha tagliato il traguardo tutta l’emozione è venuta a galla. La gioia me la immagino così». [per intero qui per abbonati – a Bicisport ci si abbona qui]


ADDII Nella famiglia del ciclismo c’è anche un lutto. È morto a 85 anni Rolf Wolfshohl, uno dei tre corridori tedeschi nella storia ad aver vinto un Grande Giro. Accadde alla Vuelta 1965, tre anni dopo Rudi Altig [1962] e trentadue anni prima di Jan Ullrich [Tour de France 1997 e Giro di Spagna 1999]. Arrivò davanti a Raymond Poulidor e Rik Van Looy nella classifica generale, il culmine della sua carriera su strada nella quale infilò pure la Parigi-Nizza 1968.

Era originario di Colonia. Wolfshohl era considerato uno dei corridori più aggressivi del gruppo, spiega L’Équipe, cosa che gli valse il soprannome di Lupo [Wolf in tedesco – una specie di Top Ganna], ma soprattutto – continua L’Équipe – lo chiamavano così i francesi, perché il suo cognome era impronunciabile

Molto dopo sono arrivati Antetokounmpo e Kvaratskhelia. 

Fu il Tour de France a renderlo popolare, con due vittorie di tappa nel 1967 e nel 1970, due giorni in maglia gialla nel 1968. Chiuse al sesto posto quell’anno. Il suo palmarès è molto ricco di secondi posti tra cui la Liegi-Bastogne-Liegi 1962, la Milano-Sanremo 1963. 


  LA GAZZETTA DELLO SPORT

   A Milano cominciano a criticare l’Olimpia

DI ANTONINO MORICI

Per budget, oltre che per rango, l’Olimpia dovrebbe competere almeno con il ceto medio di questa competizione, sempre più esigente e spettacolare. E invece arranca con le ultime, tirata giù dalla zavorra di una partenza al rallentatore che si è ripetuta per la terza stagione di fila. Eppure nessuno – nemmeno le ricchissime greche, il Fenerbahçe o il Real – ha un proprietario come Giorgio Armani che, oltre a provvedere al sostentamento del club, garantisce tranquillità e fiducia anche quando le cose vanno male. E le cose, per Milano, girano nel verso sbagliato da troppo tempo sul palcoscenico più importante a dispetto di risorse di primo livello.  Responsabilità condivise, qualità nelle scelte, capacità di far pesare il valore tecnico dei giocatori, questo è il lavoro che spetta a Ettore Messina – che oltre a essere l’allenatore è anche President of basketball operations – e soprattutto ai giocatori, quelli che vanno in campo. Dopo due stagioni chiuse al 12esimo posto l’Olimpia deve a se stessa qualcosa di meglio


NEVI

Paolo De Chiesa non vuole più tacere

Matilde Lorenzi si poteva salvare. Se ne dice certo Paolo De Chiesa, seconda generazione della cosiddetta Valanga Azzurra e commentatore in RAI. Con Daniela Cotto e Gianni Giacomino de La Stampa ne parla stamattina in un’intervista: «Sono vicino alla famiglia e lo devo dire a chiare lettere. Noi che amiamo lo sci non possiamo star zitti su questa vicenda. L’allenatore Angelo Weiss ha visto per filo e segno ma ha preferito lasciare dichiarazioni incomplete. Non si muore per una facciata sulla neve altrimenti i tracciati sarebbero un cimitero. E mi chiedo: perché non è stata fatta l’autopsia? Perché il caso è stato chiuso così in fretta? Non sono la solita voce fuori dal coro. Ne ho parlato con gli ex azzurri Piero Gros, Alberto Schieppati e con alcuni campionissimi di oggi. Sugli sci abbiamo passato una vita. Lì dove è caduta Matilde non c’era neppure il sistema di protezione. Come è possibile? Il costo del giornaliero sul ghiacciaio è sui 70 euro circa e con queste cifre non hanno protetto la pista neppure con le reti B. Non voglio fare i conti in tasca ai gestori degli impianti ma… Avrebbero almeno potuto vietare ai ragazzi di sciare così vicino a quel bordo per motivi di sicurezza. Lei ha preso velocità per quel cordolo di neve dura sul bordo della pista che è stato tolto il giorno dopo. Deve essere stata una caduta pazzesca. Il gestore degli impianti ha declinato ogni responsabilità. Con gli sci di oggi si scende a 60 chilometri all’ora e lì non c’erano vie di fuga. Spero che queste mie dichiarazioni aprano gli occhi a chi di dovere. Non c’è neppure un video, anche questo è strano». La Stampa ha sentito la federazione sport invernali. Risposta: «Non commentiamo».

SLALOM POP CORN 

  Il primo Wembanyama da 50 punti

  È stata un’altra notte di esagerazioni in NBA. Il francesin-francesone ne ha segnati 50 per la prima volta in carriera, LeBron James ha chiuso la terza partita di fila con una tripla-doppia a quarant’anni. Giannis Antetokounmpo ha sfogato la sua frustrazione segnando 59 punti. I Cleveland Cavaliers hanno vinto la 13esima partita iniziale consecutiva contro la povera Philadelphia, in realtà ridotta a stracchino [bella battuta]. 

Le immagini di quanto è successo, più quello che d’ora in poi accadrà nel corso della giornata si trovano in questa specie di LIVE blogging con gli highlights, i post, i reel – [qui]

 

     REWIND

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LA GUIDA RAGIONATA

Sinner contro Fritz al Masters di Torino, la Champions League femminile nel calcio e nella pallavolo 

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