Raramente lo sport italiano si è imbattuto in una figura così dominante come quella di Jannik Sinner. Quando ormai s’era intuito che il vento stesse spirando nella direzione attesa, Giuseppe Pastore ha diffuso dalla sua pagina facebook una delle sue statistiche così sorprendenti e così saccheggiate. Con il set vinto contro Griekspoor, era appena diventato – Sinner, non Pastore – il secondo tennista dal 1990 a oggi ad essersene aggiudicato almeno uno in tutte le partite giocate nell’anno solare. Settantanove partite. L’ultimo ad averlo battuto a zero è stato Novak Djokovic alla finale del Masters 2023. Dunque la striscia arriva in tutto a 82. Il solo tennista con una statistica simile è Roger Federer, che nel 2005 giocò 85 partite prendendo sempre almeno un set, arrivando poi a 195 match complessivi, fino alla sconfitta contro Andy Murray al secondo turno di Cincinnati 2006.
È un dato forse perfino più impressionante dei due Slam, del Masters, della seconda Coppa Davis arrivata ieri a Malaga, perché parla non solo di una superiorità, ma di una presenza: una presenza anima, corpo e testa dentro ogni minuto dell’anno. Quando una ragazza dice a Massimo Troisi di esser stata bene con lui quella notte, molto meglio di tutte le notti passate con il suo ex fidanzato, in Pensavo fosse amore invece era un calesse lui un po’ si irrita, dice che non si fa, dice che non si paragona una notte con una storia durata anni. E poiché i filosofi vanno ascoltati, qui non si commetterà l’errore di confrontare il gran 2024 di Jannik con la storia degli altri pochi grandissimi fenomeni dello sport italiano.
Intanto emerge il fatto che sono pochi. Capiremo presto se certi confronti saranno possibili, se per esempio Sinner potrà davvero essere accostato a quel Valentino Rossi che fra 2001 e 2005 corse 81 GP andando sul podio 71 volte, 51 da primo al traguardo, senza mai uscire dai primi tre per tre stagioni [2002-2003-2005], in assoluto solo tre volte quarto, una volta 7°, una volta 11esimo.
Ma sarebbe un abuso assegnare questa Coppa Davis al solo Sinner. Scrive Massimiliano Gallo sul Corriere dello sport-stadio: “Questa è stata una Coppa Davis diversa. Dove ci siamo gustati un altro Sinner. Decisamente meno marziano. Più terrestre. E il merito è di Matteo Berrettini il primo ad aver portato il tennis italiano a una categoria superiore, con quella finale a Wimbledon che sembrava impossibile persino da sognare. Non vorremmo essere blasfemi, ma Berrettini ha portato nella Nazionale quel clima anni Settanta splendidamente raccontato nella docu-serie La squadra. Diciamolo, sarebbe stato complesso rendere accattivante il racconto della Davis dello scorso anno. Quest’anno no, quest’anno è diverso. Matteo è stato il trascinatore emozionale. Lo ricordiamo a testa bassa al Quirinale il giorno della premiazione per la vittoria dello scorso anno. Era a capo chino perché lui non aveva contribuito. Si sentiva un intruso. Era in lotta con i propri demoni. E con i parassiti dei social che gli vomitavano addosso il fiele di vite insoddisfatte. Matteo è risalito mettendo in discussione sé stesso”.
Sono lontani, lontanissimi, i giorni in cui la Davis, questa nuova Davis partorita dal barbaro Piqué non piaceva a noi italiani. Stamattina Adriano Panatta sul Corriere della sera espone la convinzione “che due Davis consecutive siano ancora poche e altre ne potranno venire in seguito La considero, questa Davis, un contenitore ideale per una stagione speciale”. Cambierà parzialmente la formula nel 2025, tornerà una fase preliminare a eliminazione diretta. Se non la vinceremo, di nuovo non ci piacerà.
Stefano Semeraro su La Stampa parla di “festa mobile di un’Italia in miniatura, nomade e dilagante, che si specchia nelle accelerazioni intrattabili di Sinner la Volpe e delle lacrime di gioia di Berrettini il Risorto, nelle parole del capitano Volandri, nella gioia popolare di una nazione maltrattata da un quotidiano faticoso che scopre di essere la migliore in qualcosa”.
Emanuela Audisio su Repubblica racconta che “l’Italia comanda, si diverte, regala gioia in un rettangolo di gioco che vale il mondo. Numeri uno con le donne e con gli uomini. A Natale sull’albero mettete pure palle da tennis”.
Anche Giulia Zonca su La Stampa ricorda il successo delle donne in Coppa Billie Jean King e parla di un movimento che “si muove allo stesso passo, affronta problematiche identiche, ne esce con soluzioni condivise. I protagonisti sono in grado di passarsi la palla e la scena, di riconoscersi e ringraziarsi. Succede nello sport che ha avuto la più celebre battaglia dei sessi: uno show movimentista messo in piedi nel 1973 dalla straordinaria persona che dà il nome al trofeo appena vinto dalle azzurre, Billie Jean King. Sono passati più di 50 anni e ora non c’è più bisogno di giocare uno contro l’altra, basta vincere insieme ed è straordinariamente bello, totale”.
Oh, ci sarebbero poi le spine. Ci sarebbe l’attesa per la decisione del TAS sul ricorso della WADA, ci sarebbe l’assunzione di uno dei protagonisti del caso Clostebol nello staff di Matteo Berrettini. Lui ha accennato: «No, non ne ho parlato con Jannik, ho fatto una scelta semplice perché è un professionista bravissimo» e Gaia Piccardi sul Corriere della sera dice che “normalizzare viene facile nella sera della festa”.
Ma Vincenzo Martucci sul Messaggero si domanda: “Non è un autogol proprio fra due amici, quando è ancora aperto l’appello Wada per negligenza della Volpe?
David Loriot su L’Équipe ha scritto che “l’Andalusia è dunque la terra delle delizie per l’Italia. Per tutta la settimana, tamburi e megafoni al massimo del volume hanno risuonato e dato vita gioiosa a questa fase finale della Coppa Davis. Dopo l’eliminazione alla prima giornata della Spagna, si temeva che la vicenda diventasse noiosa”. Invece no, ci siamo dati da fare, italians do it better, non si dice forse così? Gli spagnoli nu’ttanto. L’Équipe scrive che non essendo riusciti a offrire un’incoronazione finale a Rafael Nadal, la cerimonia ha rinunciato a quel po’ di stravaganza che aveva messo in conto, ed è stata piatta, “ecco com’era”.
L’Italia ha chiuso il suo 2024 con una seconda Davis di fila che nessun paese raggiungeva dalla Repubblica Ceca di Tomas Berdych e Radek Stepanek [2012 e 2013], con 7 giocatori nella top-60 mondiale e come sesta nazione di sempre a prendersi tutt’e due le Coppe del mondo: la Russia era stata l’ultima nel 2021. A Malaga ci sono stati 65mila spettatori, il 43% è venuto dall’estero. L’anno prossimo si cambia, probabilmente le finali saranno giocate in Cina e al Corriere della sera la prospettiva non piace: Gaia Piccardi ha dato zero in pagella all’idea.