UNA STORIA, UN GP
di roberto liberale
Si chiamava Ricardo Londoño-Bridge e faceva il pilota. Si iscrisse a un Gran Premio di Formula Uno, Brasile, 1981, circuito di Jacarepagua, dove si è corso quasi ininterrottamente tra il 1978 e il 1989. Ma Ricardo in quella gara non c’era e non ne corse nessun’altra. Londoño era il primo colombiano a provarci, dopo sarebbero arrivati Roberto Guerrero e Juan Pablo Montoya. Aveva fatto tanta gavetta. Al volante di una Porsche 935 aveva conquistato i primi risultati interessanti nel campionato IMSA GT nel 1979. L’anno dopo si era classificato settimo alla 24 Ore di Daytona su una Porsche Carrera, insieme con De Narvaez, suo concittadino di Medellin, proprietario del team, e allo statunitense Naon. In quella stagione corse nove gare su dieci del campionato Can-Am Challenge a bordo di una Lola T530, in una scuderia da lui stesso fondata, portava il suo nome. Si piazzò sempre tra i primi dieci, miglior risultato: un quinto posto a Mosport Park, in Canada. Nella classifica finale fu 12esimo, dietro a colleghi famosi come Patrick Tambay e Keke Rosberg.
Presto le strade di Londoño e della Lola si separarono. Pare che la macchina, finita a uno sconosciuto personaggio colombiano, fosse stata trasformata in una sorta di aiuola fiorita in una campagna colombiana. La sorte di Ricardo si diresse verso l’Europa, l’approdo in Formula Uno, grazie al denaro del suo sponsor, la National Association of Coffee Growers, più semplicemente il Café de Colombia. Fu così che a fine stagione 1980, il 5 ottobre, si iscrisse all’ultima gara del campionato britannico. Al Pentax Trophy di Silverstone, con una vecchia Lotus 78 presa a noleggio, partì per 18esimo e finì settimo. Quella fu anche l’ultima gara di Giacomo Agostini, sul podio alla fine del suo triennio di corse in auto. Londoño si convinse di essere sulla strada giusta. Si trattava solo di trovare una scuderia disposta ad accoglierlo. Colin Bennett lo seguiva, lui gli aveva noleggiato la Lotus, era appena entrato nel team Ensign come comproprietario. La scuderia era in grave crisi. Aveva perso Clay Regazzoni per l’incidente di Long Beach, la Unipart se ne era andata. Qualsiasi pilota pagante, possibilmente ben pagante, sarebbe stato ben accetto.
Bennett propose a Nunn l’ingaggio di Londoño, che in un colpo solo avrebbe potuto risolvere molti problemi alla scuderia. Ricardo aveva talento, era veloce, il suo stile era aggressivo. Fu soprannominato Cuchilla, la lama del rasoio, in macchina si faceva rispettare. Essere accompagnato da sponsor ricchi lo aiutava. Si racconta che Mo Nunn, andato in Colombia per discutere del contratto, fosse stato ospitato in una lussuosissima tenuta di campagna lungo la costa, sperduta nel nulla, raggiungibile grazie a una bretella grande quanto un’autostrada. Frastornato da tanta tanto sfarzo, poco interessato all’origine di tutto quel denaro, Nunn ingaggiò Ricardo per l’intera stagione. Ma Londoño non aveva disputato il numero minimo di gare per ottenere la superlicenza necessaria a correre in Formula Uno. Saltò il primo GP in USA a Long Beach, provò a debuttare in Brasile nella seconda gara della stagione, nel weekend del 29 marzo 1981.
All’arrivo di Ricardo Londoño-Bridge a Jacarepagua, il paddock fu sorpreso nel vedere questo sconosciuto, non più giovane, un 32enne. Qualcuno arrivò addirittura a pensare che fosse uno pseudonimo, vista l’assonanza con il ponte sul Tamigi. La Ensign lo mandò in pista nella sessione prevista dalla federazione per consentire a tutti i piloti una sorta di acclimatamento con un circuito su cui non si correva da tre anni. A Ricardo occorreva completare una serie di giri per mettere insieme i chilometri necessari per avree la superlicenza, senza strafare. Ma Cuchilla era veloce, aggressivo, forse troppo. Credette di doverci mettere la stessa foga che aveva usato nelle categorie inferiori. Completò i dieci giri di test. Era dietro Carlos Reutemann di 4 secondi, ma davanti a fuoriclasse come Villeneuve, Piquet, Arnoux. Tutto su una Ensign e al suo esordio.
La superlicenza era una formalità. Ma in pista era successo un episodio che al momento sembrò avere un peso molto relativo. Londoño aveva superato Rosberg in maniera irruenta per almeno un paio di volte. Apparentemente irritato dall’atteggiamento guascone del Cuchilla, Keke gli frenò davanti all’improvviso, facendosi tamponare. La federazione analizzò quanto successo e decise che Londoño non potesse mai più ottenere la superlicenza a causa del comportamento spericolato. Ricardo venne allontanato seduta stante dalla Ensign, da quel momento non mise mai più piede in Formula Uno.
Perché la Fisa prese una decisione così pesante e definitiva tanto in fretta ? Alcuni indizi, uniti all’improvvisa apparizione di un pilota sconosciuto e molto ricco, avevano insospettito Bernie Ecclestone, allora presidente dell’associazione costruttori [la FOCA]. Londoño si era presentato con tre guardie del corpo. Qualcuno si accorse che i tre avevano delle facce note. Svelarono a Ecclestone che erano apparsi su una rivista americana, indicati come tra i nove criminali più ricercati al mondo. Bernie iniziò a indagare sul misterioso sponsor Colombia appiccicato sulla Ensign e ricostruì. Fece qualche telefonata, mise insieme i puntini, realizzò che dietro Londoño c’erano Pablo Escobar e il suo cartello di Medellin. Il nome Ricardo Londoño-Bridge fu depennato dagli iscritti ufficialmente per la mancanza della superlicenza. L’incidente con Keke Rosberg era la pistola fumante: Ricardo era troppo inesperto. Le vere ragioni erano chiaramente altre. Pur di mantenere pulita l’immagine della Formula Uno, già scossa dalle accuse giudiziarie mosse al finanziere napoletano Franco Ambrosio, sponsor e co-fondatore di Shadow e Arrows, Ecclestone aveva chiuso definitivamente il caso, in accordo con l’allora capo della federazione Jean Marie Balestre. Un accordo così veloce tra i due boss della F1 non si era mai visto. Avevano rapporti burrascosi, si trattò di un caso quasi unico. Al posto di Londoño tornò al volante lo svizzero Marc Surer, l’Ensign si tenne pure il denaro versato per quella gara dai colombiani.
Quel GP del Brasile andò a Carlos Reutemann, davanti ad Alan Jones e Riccardo Patrese. Una gara noiosissima, sotto la pioggia, con i primi tre nelle stesse posizioni dall’inizio alla fine, chiusa con un giro di anticipo perché era stato raggiunto il limite delle due ore. Grazie a uno scontro fra tre macchine al via, per l’errore di alcuni piloti che non vollero montare gomme da bagnato, tra cui Piquet, Marc Surer e la sua Ensign riuscirono a piazzarsi al quarto posto. Il miglior risultato in carriera, replicato quattro anni dopo al GP d’Italia di Monza, al volante di una Brabham.
Come aveva fatto Pablo Escobar a sfiorare il suo ingresso in Formula Uno? L’imperatore della cocaina, quando non era impegnato in traffici, corruzioni e omicidi, amava correre in auto sui circuiti colombiani. Aveva partecipato a una Copa Renault, di cui la leggenda racconta che i rivali non riuscirono neanche ad arrivare in pista, attardati lungo la strada dalla polizia locale. Una volta lasciata la Renault, Escobar aveva iniziato a correre con la Porsche 911 e così aveva incontrato Londoño-Bridge, conosciuto durante una trasmissione alla radio, quando Ricardo si divertiva ancora a fare lo speaker. Nel frattempo Londoño era diventato famoso e amato nel paese, era considerato più veloce della Colombia. Si racconta di una sfida tra lui e Escobar, persa naturalmente dal primo, visto che ci teneva a salvare la pelle. In realtà l’obiettivo di don Pablo era l’approdo nel mondo automobilistico europeo. Con un pilota veloce e tanti soldi, la Formula 1 non sarebbe stato un grosso problema. Il piano fallì, Londoño riparò come pilota pagante in F2. Tre gare, due ritiri, il ritorno in America dove corse fino al 1986 nella categoria Endurance. Pablo Escobar non era più il suo sponsor, ma nel frattempo il criminale più ricco e famoso della storia, fino alla sua uccisione nel 1993.
Una volta smessi casco e guanti, Ricardo Londoño-Bridge divenne un intermediario nella vendita di barche, aerei ed elicotteri ai narcotrafficanti. Nel 2000 gli furono confiscati beni per 10 milioni di dollari, fu provato che erano il frutto del traffico di droga e del legame con il cartello di Medellin. Il 18 luglio 2009 fu ucciso da sei uomini armati, affiliati a un’altra organizzazione criminale. Tre pallottole lo raggiunsero alla testa durante un’imboscata nel ristorante dell’albergo di sua proprietà. Nel regolamento di conti furono assassinate anche due delle sue guardie del corpo. Gli assassini non sono stati mai trovati.
IN ORIGINE PUBBLICATO IL 5 NOVEMBRE 2023
Complimenti per l ottimo articolo e per il sito
Bravi