Bentornato Sampaoli, al calcio servono dei matti come te

 

  FRANCIA

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L’Altro Loco riparte dal Rennes

Per diciotto mesi se n’è rimasto a guardare, ma non per dire, quando Jorge Sampaoli si mette a guardare il calcio degli altri si può esser certi che rende più ricco pure il proprio calcio. È su questa certezza che si fonda la scommessa del Rennes, dove gli hanno dato una panchina riportandolo in Ligue 1. Se ne era andato dopo un secondo posto e una semifinale di Conference League a Marsiglia, una separazione non tanto figlia dei risultati, quanto di una sintonia venuta meno con la coppia alla guida, Javier Ribalta-Pablo Longoria.  Sampaoli pensava che non si facesse abbastanza per ribellarsi all’idea che in Francia si potesse solo arrivare secondi dietro il PSG. «Non volevo tornare in panchina per essere nuovamente vicecampione, il mio livello di motivazione non era quello» ha spiegato in un’intervista con L’Équipe qualche tempo fa.  Stamattina il giornale francese gli dedica la prima pagina e ricorda il bromance vissuto comunque con Longoria a Marsiglia. 

A Ribalta invece il suo calcio venne a noia, iniziò a cercare un altro stile, una visione del gioco più verticale, soprattutto meno costosa – elemento decisivo ma indicibile. Prese Tudor, convincendosi che fosse un rimedio alle troppe partite che gli erano parse bloccate per il gioco di posizione caro a El Pelado. Quando era arrivato al Marsiglia con un contratto di due anni e mezzo, Sampaoli sapeva poco del calcio francese, aveva seguito soprattutto l’esperienza di Marcelo Bielsa in Provenza. Così ricostruisce L’Équipe raccontando la sua scoperta, il suo stupore per «un campionato da capogiro, velocità ovunque». Ha continuato a seguirlo da lontano, quando era al Siviglia, al Flamengo, quando era a casa sua. Non ha perso neppure una partita del Marsiglia. Ogni due-tre mesi ha fatto una telefonata a Longoria oppure l’ha ricevuta. Si è innamorato del gioco di De Zerbi a Brighton, la versione più moderna del calcio di posizione, potrebbe aver speso una parola per portarlo all’OM. Ha avuto approcci con l’Ajax nell’autunno del 2023, con il Genoa nel mese di ottobre. Ha detto di no perché aveva in testa la Francia, un Paese che ha imparato ad adorare insieme con Juliette Binoche [che lui pronuncia Binoché]. Capisce la lingua, non la parla ancora bene. Durante la sua permanenza al Marsiglia, il club gli aggiunse un bonus nel contratto. Sarebbe scattato se fosse riuscito a parlare in francese in conferenza stampa. Lo fece timidamente. Una volta sentì che i dirigenti stavano per aprire la porta e per entrare nel suo ufficio alla Commanderie, così schiacciò subito il tasto play delle sue lezioni di francese in audio, come un adolescente scoperto nella stanza dai suoi genitori durante l’ora dei compiti, e improvvisamente scrupoloso racconta Mathieu Grégoire. Nella tradizionale vignetta satirica in ultima pagina, il giornale francese stamattina lo rappresenta a bordo campo mentre dà indicazioni alla squadra, come una specie di Hannibal the Cannibal rinchiuso in una camicia di forza. 

Il vero esordio di Jorge Sampaoli in Europa è vecchio di oltre vent’anni. Non lo conosceva nessuno, era uno squattrinato e dormiva nei parchi, sulle panchine, dove si trovava. Aveva 36 anni, da due allenava tra i dilettanti in Argentina, si era fratturato una tibia in allenamento da giovanissimo. Per due mesi girò la Spagna, l’Italia e l’Olanda per studiare gli allenamenti dei migliori allenatori. Prese una sbandata per Louis Van Gaal e per la bizzarria del 3-3-1-3. Pressing alto, squadra cortissima, recupero palla e verticalizzazioni veloci. Lo schema adorato dal suo totem Marcelo Bielsa, pure lui  una gamba spaccata presto, pure lui precoce nel matrimonio e nel diventare padre, pure lui legato all’idea che il calcio sia prima di tutto un gioco passionale. Anni fa, dopo una partita andata male, Sampaoli spedì una lettera di scuse al Loco per non aver applicato bene i suoi comandamenti, mandando in confusione il mondo del calcio, a quel punto indeciso su chi fosse il vero Loco dei due.  

All’allenamento arriva un’ora prima per preparare il campo. Studia per giorni gli avversari con un software che si è fatto preparare. Gli amici lo definiscono un picaro, un piccolo rifiuto del mondo che si è preso il successo con sudore, sangue, umiliazioni in campo e fuori ha scritto una volta Repubblica. Suo padre è stato un poliziotto durante la dittatura di Videla, mentre lui era pigro a scuola, asociale, rissoso. Una volta rotti tibia e perone a 16 anni, se ne andò a lavoricchiare in banca, e la lasciò sarrianamente per darsi al pallone amatoriale. Un fanatico irriducibile, senza nessuna esperienza di fatica. Workaholic, si dice oggi nel mondo delle aziende. Vinse un campionato di poco peso nel 1991 con una squadra chiamata Alumni e cominciarono a considerarlo un maestro. La leggenda vuole che la svolta sia arrivata cinque anni dopo, quando lo espulsero e lui salì su un albero continuando da lassù a guidare la squadra. Da Sarri a Calvino. Pare che il presidente del Newell’s si sia convinto così a dargli la squadra, ma quante leggende si raccontano a cominciare dalla fondazione di Roma. 

Sampaoli è un uomo sempre fuori posto. È un refuso, come quello che gli hanno tatuato nella scritta sul tatuaggio che porta al braccio sinistro. Nel tempo che gli rimane, gioca a tennis, guarda le serie tv, ascolta la musica rock argentina. Pare ce ne sia. In casa ha un ritratto di Evita e divora saggi di politica marxista, senza alcuna passione per la lettura, ma per sentirsi un uomo del popolo. Quando allenava la Universidad de Chile, il suo giovanissimo vice Sebastián Beccacece lo convinse a far leggere ai giocatori Il segreto dei suoi occhi, romanzo di Eduardo Sacheri da cui è stato tratto un film arrivato al premio Oscar. Secondo Beccacece, i calciatori avrebbero giocato meglio. Forse a Rennes si metterà a imparare il bretone. 

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