A quattro minuti dalla fine del secondo quarto, quando i punti di vantaggio dei Lakers su Minnesota viaggiavano intorno alla ventina, Padre Tempo si è fermato e ha infilato tra le pieghe della storia della NBA l’evento per il quale dentro casa James mister LeBron lavorava da anni. Il primo figlio compagno di squadra di suo padre si chiama Bronny. Resta solo da definire se LeBron volesse proprio questo o se gli importasse di più essere il primo padre che diventava compagno di squadra di suo figlio. Trentanove anni lui, il più grande marcatore nella storia del campionato. Venti l’altro, scelto al secondo giro del Draft di giugno dalla nazionale viola e oro. Sono andati insieme al tavolo, hanno fatto il check-in e il pubblico dell’arena che ha venduto i diritti sul nome alla Crypto punto com è impazzito, o almeno si dice così.

Bronny James è stato al centro della scena per tre minuti, senza far punti e sbagliando entrambi i suoi tentativi al tiro. È poi rimasto in panchina per tutto il secondo tempo. LeBron ha chiuso invece con 16 punti, quattro rimbalzi e quattro assist, in una partita che strada facendo è diventata più combattuta. “La NBA ha avuto molte coppie padre-figlio degne di nota”, dice Ben Golliver sul Washington Post, ricordando Joe e Kobe Bryant, Dell e Stephen Curry, ma nessuna che si sia sovrapposta. LeBron era alla sua seconda stagione in NBA quando Bronny nacque, 6 ottobre 2004.
Ha resistito e ha lottato contro il Tempo per diventare il secondo giocatore da 22 stagioni in campionato, come Vince Carter. Per anni, James ha parlato nelle interviste del suo desiderio di diventare la risposta del basket a Ken Griffey Sr. e Ken Griffey Jr., compagni di squadra con i Seattle Mariners nel 1990 e nel 1991 nella Major League di baseball. Quando alla vigilia della partita con Minnesota è stato chiesto ai Lakers se bisognava aspettarsi di vedere in campo insieme i James, la franchigia ha alimentato il mistero, bah, boh, vediamo, non si sa. Che fosse un segreto farlocco era chiaro dall’invito fatto proprio ai Griffey, ehi, cos’avete da fare martedì sera, perché non fate un salto a Los Angeles?
I Griffey stanotte erano là, seduti a bordo campo durante la partita e in posa in campo con i James durante il riscaldamento. Era la prova definitiva che sarebbe successo. LeBron ha dedicato una buona quota delle sue energie per fare in modo che tutti i pezzi del mosaico andassero al loro posto. Ha giocato da free agent una partita strategico-diplomatico con i Lakers per indurli a prendere Bronny al Draft. Ha speso la sua voce affinché in panchina arrivasse JJ Redick, suo compagno di podcast, per la prima volta alla guida di una franchigia così in vista. Così, come ogni volta che un’ossessione arriva alla casella del traguardo, stamattina rimane una domanda da porsi guardandosi negli occhi. E ora?