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VITE OLIMPICHE
Perché non parliamo del sesso nel Villaggio delle Paralimpiadi
Simona Quadarella è sempre Veleno e Marta Bassino il pesciolino Dory, ma poche cose, pochissime cose sono certe come una vittoria a cronometro del miglior ciclista italiano del nostro tempo e i titoli del giorno dopo: “Top Ganna”. Non bisogna mica vergognarsi di sorriderne, ce lo ha detto una volta Henri Bergson che di riso se ne intendeva: «La comicità nasce dalla ripetizione. Ma non da una ripetizione pura e semplice – una macchina non farebbe ridere nessuno – bensì dalla ripetizione di ciò che non dovrebbe ripetersi».
Tra le pochissime cose che battono Top Ganna ci sono i preservativi distribuiti al Villaggio olimpico. Hanno il difetto di arrivare solo una volta ogni quattro anni, Top Ganna è vivo e lotta insieme a noi quattro-cinque volte all’anno, ma la notizia sui condom accompagna la solennità di un’Olimpiade. Quest’anno per esempio è girato il numero di 300mila. Se la maestra Finizio ha fatto bene il suo lavoro alle elementari sulle divisioni, dovremmo essere all’incirca sui 27 a testa per ciascuno degli 11 mila fra atlete e atleti. Ventisette a testa per 16 giorni. Ora, per carità, parliamo di ventenni, ciascuno conosce le proprie abitudini e i propri ritmi, ma con 300mila preservativi viene da stupirsi che rimanga del tempo per le gare. Trecentomila sono un numero superiore perfino ai bisogni dei baccanali immaginati da Thomas Jolly nella cerimonia d’apertura.
Comunque. Il punto non è questo. Il punto è che goni quattro anni ci sono. Li contano, ce lo dicono e finiscono almeno in una breve, qualche volta in un fogliettone, in ogni caso nel colonnino di destra. «La ripetizione appartiene all’ humour e all’ironia, essa è per natura trasgressione» dice Deleuze in Differenza e ripetizione, altro saggio sui meccanismi filosofici del comico, o forse sui meccanismi comici della filosofia.
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La sfida tra Duplantis e Warholm sui 100 metri
Un paio di giorni fa gli organizzatori dalla tappa finale di Bruxelles [13-14 settembre] hanno annunciato la presenza di Sydney McLaughlin-Levrone, la campionessa olimpica e detentrice del record mondiale sui 400 ostacoli [50′.37]: la davano per iscritta sia ai 200 sia ai 400 metri. I commenti si sono divisi fra Gulp e Mmm.
Il partito del Gulp è sobbalzato al pensiero che fosse un vero evento, un evento raro. Vedere McLaughlin in Europa ha la stessa frequenza delle dimissioni di un ministro italiano. Se Michael Johnson ha un piano per riscrivere il calendario dell’atletica [Slalom ne ha riferito QUI], c’entra in qualche modo pure la di lei riluttanza a farsi vedere in giro.
Il partito del Mmm ha fatto notare che per partecipare alle finali della Diamond League, anche con una wild card e non grazie alla qualificazione, resta necessario aver partecipato ad almeno una delle tappe durante la stagione. Un requisito di cui McLaughlin-Levrone non dispone. Petr Stasny, direttore generale della Diamond League, l’ha fatto sommessamente notare agli organizzatori del meeting di Bruxelles attraverso il sito specializzato Let’s Run. «La signora McLaughlin-Levrone non soddisfa i criteri».
E adesso? E adesso non la vedremo a Bruxelles né sui 200 né sui 400, ma se ci sono accordi, patti, promesse, se per caso ci fosse pure già un bonifico partito verso qualche Iban, probabilmente potrebbe essere infilata in un evento non incluso nel programma delle finali della Diamond League. È un’ipotesi che rilancia stamattina L’Équipe, precisando che gli organizzatori belgi non hanno ancora reagito alla dichiarazione della Diamond League.
Del resto, l’atletica show ha appena mandato in scena ieri sera una sfida sui 100 metri tra il primatista del mondo del salto con l’asta e quello dei 400 ostacoli. Armand Duplantis vs Karsten Warholm, antipasto anticonvenzionale della tappa di stasera. Metterlo in cartellone proprio a Zurigo, uno dei passaggi più classici della stagione, è come portare l’auto-tune in concerto alla Carnegie Hall – cosa che peraltro ormai accade abbastanza regolarmente.
Ha vinto Duplantis con il tempo di 10.37, tempo che lo avrebbe qualificato per la finale ai campionati Assoluti italiani del giugno scorso. L’idea era nata l’anno scorso alla vigilia del meeting di Monte-Carlo, dove si erano allenati assieme. Ne parlarono ad alta voce l’anno scorso alla vigilia del meeting di Zurigo, e infatti eccoli qua, in mezzo a sponsor e aree marketing ingolosite, Li hanno messi nelle corsie 5 e 6 e pam, correte. Il pubblico ha pagato 100 franchi svizzeri, all’incirca 106 euro, c’erano 2.500 spettatori, musica, break-dance, ricchi premi e cotillon. Duplantis e Warholm sono arrivati in pista come se fosse stato un match di boxe, racconta L’Équipe, in accappatoio, tra giochi di luci e di bandiere. In teoria entrambi avrebbero battuto il loro primato personale, ma nella definizione felice del giornale francese sono primati aneddotici.
La tappa vera di stasera a Zurigo: tutti i partecipanti nella guida tv
Il calcio nuovo che si intravede dal Pallone d’Oro
Quando il 31 dicembre verrà il momento di tirare le somme, ricorderemo il 2024 come l’anno in cui è finalmente finito il 2003. Il Duemila Tre fu l’anno in cui si aprì nel tennis l’età dell’oro, dell’incenso e della mirra: Federer prese la Coppa a Wimbledon e il primo dei 66 titoli di Slam spartiti dai Tre Re Maghi. Il Duemila Tre fu pure l’ultimo anno vissuto dal calcio prima di entrare nel tempo dei Due Colonnelli, l’ultimo anno in cui nella lista del Pallone d’oro non erano presenti né Cristiano Ronaldo né Leo Messi.
L’una e l’altra dittatura si sono chiuse insieme. Il 2024 è il primo anno senza neppure uno Slam finito in casa di Quei Tre e da ieri pomeriggio è pure il primo anno senza Quei Due nella crema della crema del pallone. Sono passati 21 anni e per due sport comincia il futuro.
Ronaldo e Messi hanno sbaragliato la concorrenza nel calcio dei club, molto meno nel calcio delle Nazionali: un sublime paradosso perché quello è il palcoscenico sul quale pesano più le individualità che i meccanismi di squadra. Si sono accaparrati così tutti i Palloni d’oro tra il 2008 e il 2018 di Luka Modric. Ora sono fuori dalla lista dei 30 candidati, due Buffalo Bill che hanno portato il loro circo in piazze lontane, uno all’età di 39 anni e l’altro a 37. Non potevano immaginare di esser presi in considerazione per gli highlights che ci fanno arrivare dal campionato saudita e dalla MLS. Per giunta Ronaldo ha giocato un Europeo malinconico e la vittoria dell’Argentina in Coppa América non deve essere stata considerata questa colossale impresa.
L’Équipe stamattina analizza la lista maturata fra i giurati del suo cuginetto [o fratellino] France Football e scrive che “se non esiste una ricetta miracolosa per essere uno dei candidati al Pallone d’Oro, vincere l’Europeo o la Champions League è un primo argomento”. Così finisce che il Real Madrid domini le nomination con sei giocatori, tutti seriamente indiziati per finire nell’altissima classifica finale: Jude Bellingham, Vinicius Jr, Federico Valverde, Antonio Rüdiger, Toni Kroos, Dani Carvajal più il nuovo acquisto Kylian Mbappé. Un riconoscimento, ma pure una minaccia. Nel Liverpool dominante del 2019, van Dijk perse il Pallone d’oro contro Messi per un soffio di 7 punti, qualcuno certamente sminuzzato e sparpagliato fra i compagni di squadra Manè [quarto], Salah [quinto], alisson [settimo]. Il Manchester City di Pep Guardiola ha portato 4 giocatori, un bel colpetto, ma le presenze sono dimezzate rispetto al 2023. Sono presenti tre giocatori del sorprendente Bayer Leverkusen [Granit Xhaka, Florian Wirtz e Alejandro Grimaldo], né più né meno nei panni vestiti l’altra volta dal Napoli di Spalletti [c’erano Osimhen, Kvara e Kim].
E le Nazionali? Avversarie nella finale europea, Spagna e Inghilterra hanno sei rappresentanti a testa, i tedeschi ne hanno piazzati quattro. Il dato più accattivante fra tutti è che 15 giocatori su 30 compaiono nella lista per la prima volta. Spiccano Lamine Yamal – il più giovane con i suoi 17 anni – e Nico Williams, ma pure l’Ademola Lookman dell’Atalanta. In questo contesto di rinnovamento generale, sono Kylian Mbappé e Harry Kane i nomi con più presenze nel passato, rispettivamente 7 e 6 nomination. Dal 2015 i Palloni d’Oro vengono vinti da trentenni, il 2024 potrebbe segnare una svolta pure in questo senso. L’età media dei nominati è di 27,4 anni. La certezza è che avremo un vincitore inedito, un nome nuovo.
A parte Lookman, la Serie A figura con Lautaro Marrtinez e Calhanoglu dell’Inter e i due nuovi acquisti della Roma, Dovbyk e Hummels.
Francia-Italia: i Giochi hanno messo in ombra il calcio
Colpo di scena. Non è solo un disagio italiano. Anche la Francia ha il sospetto che l’interesse intorno al calcio stia calando, sotto l’effetto di un’estate olimpica travolgente. Loro, poi, ce l’hanno avita in casa, e parte i risultati possono misurare pure un certo clima di festa che gli Europei del pallone non hanno suscitato. “I Bleus sono meno apprezzati di prima?” si domanda L’Équipe alla vigilia della partita di Nations League contro l’Italia. Il giornale parla di “Europeo frustrante” e di Olimpiadi che “hanno attirato il pubblico verso altri sport”. I calciatori stamattina appaiono “solo attori secondari, condannati all’ombra dalla meravigliosa sequenza attraversata dallo sport francese. Il loro ritorno in campo appare un po’ blando e si potrebbe temere che la follia delle Olimpiadi, protratta fino a domenica con le Paralimpiadi, porterà a un disincanto del pubblico già stordito dalle agonie della Ligue 1”.
Tuttavia, L’Équipe deve ospitare la precisazione della federazione che questo, quello, ma no, cosa vi salta in mente, guardate che abbiamo appena firmato un contratto con Nike che porta 100 milioni all’anno, eccetera eccetera. “Del resto – concede il giornale – i rilievi sulla noia della squadra di Deschamps non hanno impedito a più di sedici milioni di telespettatori di seguire Francia-Spagna agli Europei, il dato più alto dell’anno per un evento di sport prima della cerimonia di apertura dei Giochi. Un dato che però non dice se tutti siano ansiosi di rivedere la squadra francese il più presto possibile”
In Italia abbiamo più certezze anche su questo aspetto. L’audience della partita contro la Svizzera fu un mezzo disastro. Nascosto dallo share del 74%, c’era il numero dei 12 milioni di spettatori circa, tre in meno rispetto alla partita con la Croazia, penultimo posto nella classifica degli ascolti delle ultime tre edizioni degli Europei.

L’alba con Sinner: Jannik in semifinale a NY
Di Sinner avrete già saputo da mille e più notifiche. La partita è cominciata alle tre e un quarto della notte ed è finita un paio d’ore e mezza dopo. The Athletic parla di “un tennis scintillante” per la vittoria di Jannik in quattro set su Daniil Medvedev. Era il 13esimo scontro diretto fra loro, una rivalità dall’andamento curioso, ma indicativo allo stesso tempo. Medvedev ha vinto le prime sei sfide. Tutte fino al torneo di Shanghai dell’autunno 2023, dove Jannik arrivò per avvitare gli ultimi bulloni alla sua scalata all’élite. Ci arrivò portando addosso il peso della campagna di stampa della Gazzetta per aver saltato la Coppa Davis, “una campagna durissima ma con scarse ragioni” venne definita da Il Post, impregnata di nazionalismo alla stessa maniera di oggi di fronte all’antidoping. Jannik batté Medvedev per la prima volta e salì al numero 4, non era mai andato tanto in alto, dopo sono venute Malaga, Melbourne, la vittoria legale dei suoi avvocati londinesi nell’arbitrato sulle positività al clostebol, a pure il numero 1 al mondo.
Dalla trasferta in Cina in poi, per cinque volte Medvedev è stato battuto, di fatto sempre tranne nel quarto di finale a Wimbledon, e di nuovo è stato battuto stamattina all’alba, la mezzanotte di NY, in un match che ha avuto pure uno scambio di 24 tiri, “velocità pazzesca e grande abilità difensive di Sinner” scrive ancora The Athletic. “Entrambi hanno costretto l’altro a colpire ancora più forte, e ci sono stati sussulti della folla quando Medvedev è scattato dopo una smorzata e nel suo colpo successivo ha sferrato un vincente di rovescio”.
Ora non c’è torneo dello Slam in cui Sinner non si arrivato almeno in semifinale. A NY è il terzo italiano nella storia a farcela, diciamolo, diciamolo forte a Mameli che ruggisce nei nostri cuori, il terzo dopo Barazzutti e Berrettini, addirittura il primo tennista italiano nella storia che non abbia la B come iniziale nel suo cognome [oh, si scherza, giochiamo un po’].
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