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    I MONDIALI DI CICLISMO

La migliore cattiva idea mai venuta a Tadej Pogačar

 

  Quando Tadej Pogačar è partito con la sua carica a 101 km dal traguardo, dietro i cappelli nessuno ha pensato che fosse impazzito o avesse bevuto. Se nessun ciclista lo aveva mai fatto prima in un Mondiale, non era un buon motivo perché non lo facesse lui. Pogačar ha istituito la sospensione della sorpresa. Ha una contradditoria capacità di meravigliare senza più stupire. In cent’anni e passa di ciclismo, sulle strade ne sono passati diversi come lui e forse nessuno uguale a lui. È come se Pogačar fosse Hinault a Sallanches ogni giorno, ogni giorno Pantani a Oropa, Merckx alle Tre Cime di Lavaredo. Quando Pogačar non vince, non c’è quasi mai qualcuno che lo batte. È solo un giorno in cui non era il caso arrivare primo, per motivi suoi, boh, chi lo  sa, per qualche pensiero che gli attraversa la testa. 

Quel giorno non era ieri, non era il Mondiale di Zurigo, Svizzera, dove in passato si sono infilati una maglia arcobaleno anche Coppi, Van Looy, Merckx, LeMond, Museeuw, Il 2024 di Tadej è fatto di 9.431 km corsi in 55 giorni. Ventitré volte è stato primo, sette volte fra i primi tre, sempre fra i primi-50 tranne a Roma, ultima tappa del Giro. 

Eppure non siamo più negli 50-70, quando questo sport era confinato dentro un perimetro che si può individuare più o meno con i confini di Belgio, Francia, Italia, Olanda e Spagna. Il ciclismo è di tutti da un po’. La Slovenia è diventato ieri il 22esimo paese diverso a vincere i Mondiali, negli ultimi otto anni solo la Francia si è ripetuta con Alaphilippe, Dal 2008 nell’albo d’oro ci sono tredici bandiere differenti, sette non c’erano mai state prima. 

Questo di Zurigo è l’ultimo capolavoro, così lo chiama L’Équipe che giustamente gli dedica l’intera prima pagina stamattina in edicola, una delle più grandi stagioni della storia di un campione di cui ancora non conosciamo i limiti

È una considerazione che porta la firma di Alexandre Roos, l’immaginifica firma francese, il più grande raccontatore al mondo di ciclismo oggi, Dice che siamo stati tutti delle vittime volontarie della domenica, bambole di pezza indifese pronte a lasciarsi travolgere dal soffio di una corsa che sentivamo elettrica, ma che non eravamo pronti alle tre ore di assolo di Pogačar, una lunga operazione a cuore aperto che ci avrebbe lasciato in uno stato vegetativo, completamente storditi. Il nostro cervello sembrava una stanza messa a soqquadro da un branco di cani. Dimentichiamo per un po’ la storia, i chilometri, le strategie e proviamo a tenere con noi un pezzo di questa pura follia, questa furia, un fermento che è raro assaggiare, qualcosa che si avvicina così tanto alla bellezza assoluta, all’essenza del ciclismo in generale e di un campionato del mondo in particolare. Fine. Che vuoi dire più?

Invece no, c’è ancora qualcosa da dire, c’è sempre qualcosa che si può dire su questo ragazzetto sottile che in maglia verde-Hulk scende dalla bici e va ad abbracciare la sua fidanzata Urska Zigart, una campionessa pure lei, numero uno del paese a cronometro, lasciata fuori dalle convocazioni olimpiche per qualche motivo non precisato, e allora sai che c’è, Tadej alle Olimpiadi non ha voluto andarci. Scrive Roos che questa edizione è stata una corsa storica anche perché è stato un capolavoro di imperfezioni, tutto è andato un po’ storto e così abbiamo assistito a uno spettacolo di funamboli che cercavano di restare in piedi sul filo del rasoio, di tenere viva la fiammella tremolante delle loro speranze. Pogačar ha corso il rischio di fare un salto nel vuoto, cosa che i suoi rivali non erano pronti a fare.  Il responsabile del pasticcio più grande è il neo campione del mondo, lui che ha messo questo Mondiale sulla strada delle grandi sciocchezze, il moccioso che non aspetta la mezzanotte di Capodanno per accendere il primo petardo. Ha attaccato a 101 km dal traguardo – ripeto: a 101 km dal traguardo -, e in quel momento solo Quinn Simmons e Andrea Bagioli sono riusciti a provare ad afferrargli la ruota, ma svolazzavano come aquiloni nella sua scia e non è passato molto tempo prima che la corda si rompesse.

Che peccato non conoscere il francese, non poter cogliere chissà quante e quali sfumature ci sono nelle cose che scrive Roos. Era diventato uno dei preferiti di Gianni Mura. Al traguardo di Parigi 2019, l’ultimo Tour, disse che Roos “ha rotto col passato, i suoi pezzi danno il succo della corsa ma sono pieni di rimandi, giochi di parole, incastri, con frequente ricorso all’argot e ricordano un po’ il Quéneau di Zazie e il Dard di Sanantonio. Aspettandolo a un romanzo, 9”. 

Roos allora parla di delirio, così dice, delirio, per l’azione di Pogačar, anzi una stupidità commessa e che avrebbe riconosciuto dopo l’arrivo, ma ormai non poteva tornare indietro e nel finale abbiamo visto le sue riserve svuotarsi, meno male abbiamo pensato, allora lo vedi che pure lui si stanca, e lui raggomitolato sul suo telaio, rigido come un pezzo di legno, attraversato dal dolore. Le due boccate d’ossigeno sono arrivate dal compagno di squadra Jan Tratnik e da Pavel Sivakov, il francese che fu russo e che corre come suo gregario tutto l’anno con la UAE. Lo hanno forse risollevato anche gli errori degli avversari, ma come potevano Remco Evenepoel e Mathieu Van der Poel – si domanda Roos – pensare di potergli dare un metro di libertà? Il belga ha ammesso dopo l’arrivo di aver pensato che lo sloveno si stesse suicidando. Vai, vai, hanno pensato, che dopo veniamo a raccogliere i tuoi pezzettini con le nostre forchette. Invece erano forchette per il brodo. 

Ha vinto un Mondiale senza correre alla perfezione, il che la dice lunga sul margine che ha sul resto del mondo

La sostanza è che Pogačar ha vinto un Mondiale senza essere perfetto, il che la dice lunga sul margine che ha sul resto del mondo, ma anche su che corridore sia, sullo spirito che lo guida, su questo misto di determinazione e incoscienza, un campione assoluto rimasto ragazzino, pronto a rischiare tutto senza perdere la leggerezza, due sfaccettature che sono alla base della sua onnipotenza e che lo rendono intoccabile

Aveva cominciato il 2024 facendosi 80 km di fuga da solo alle Strade Bianche. Sette mesi dopo ha raggiunto Eddy Merckx e Stephen Roche, gli unici prima di lui ad aver vinto la maglia rosa al Giro, la maglia gialla al Tour e la maglia iridata ai Mondiali nella stessa stagione, ma Roos ne è certo, presto non ci saranno più riferimenti all’andare a pescare qualche nome nel passato, presto non ci sarà più nessun paragone. La storia adesso è lui.

Senza invidia e senza nostalgia, Eddy Merckx ha detto al giornale francese: «È evidente che Pogačar è sopra di me, Un po’ lo avevo già pensato quando ho visto cosa ha fatto nell’ultimo Tour de France, ma stasera non ci sono più dubbi»

Nella vignetta di Martin Vidberg che ogni giorno arriva all’ultima pagina de L’Équipe, stamattina c’è un podio con un cubo vuoto per il primo posto, e il tipo che s’ è piazzato terzo in maglia arancione spiega che Tadej non ha potuto trattenersi. È in fuga. Ha lanciato l’attacco per il prossimo Giro delle Fiandre. 

 

Il bis di Lotte Kopecky

Era dal 2013 che il mondiale di ciclismo femminile non vedeva due vittorie consecutive della stessa atleta. Era il 2012 e 2013 con Marianne Vos e nei due anni precedenti era stata Giorgia Bronzini. 

Nel 2002 e 2003 ci fu la svedese Susanne Ljungskog, mentre il vero dominio era stato di Jeannie Longo tra il 1985 e il 1989, con l’intervallo del 1984 e 88, in quanto all’epoca negli anni olimpici non si faceva il mondiale dopo l’introduzione del ciclismo femminile alle Olimpiadi. Poi si va nella preistoria, con la sovietica Anna Konkina nel 1970 e 71. Dal 1958 a oggi, solo sei cicliste sono riuscite a vincere due mondiali consecutivi [una ricerchina del vostro amico Roberto Liberale]

  EUROGOL

Come si sta rompendo l’amicizia fra Arteta e Guardiola 

  Avevamo un’amicizia, ora abbiamo una rivalità. Un’altra. Ne sentivamo la mancanza. Tra Pep Guardiola e Mikel Arteta c’è sempre stato un rapporto cordiale, ma ora sembra che anche questa dinamica sia cambiata e ci stiamo dirigendo verso un classico testa a testa tra le due grandi della Premier League: passate i popcorn perché questa storia potrebbe durare all’infinito ha scritto Jason Burt sul Telegraph. 

Cos’è successo? È successo che il City abbia accusato l’Arsenal di non-gioco nello scontro diretto dell’altra settimana, quando l’Arsenal è rimasto in 10. Allora da Londra Arteta ha risposto una cosa tipo, zitti voi, sono stato 4 anni là e so tutto. Uuuuh. 

Tutto ciò nel pieno di un processo al City per 115 violazioni presunte alle norme finanziarie della Premier League. Un ping-pong di accuse tra una panchina e l’altra con l’uso di una formula dentro la quale ci può essere tutto: arti oscure. 

Il Telegraph dice che non è assolutamente nello stile di Guardiola cercare un confronto sul piano personale, ma ciò che è sempre stato chiaro con il catalano è che quando viene sfidato, morde. Guardiola non vuole più essere intrappolato in questo genere di rivalità personale. Non gli viene così istintivo come a Mourinho o prima di lui a Sir Alex Ferguson. Ha vissuto con Jürgen Klopp una dualismo senza spigoli, fatto di un chiaro rispetto reciproco, al punto da influenzarsi vicendevolmente finanche in un ambito così intimo come la concezione del gioco, fino a scherzare sui loro limiti a una cena di premiazione, quando il Liverpool aveva vinto la Champions League e il City la Premier League, dicendo che ognuno aveva ciò che l’altro desiderava. 

Ora Arteta sta cambiando le carte in tavole. Il Telegraph scrive che forse ha esagerato a metterla sul piano personale. «Sono stato lì per quattro anni. Ho le informazioni. Quindi lo so». E per Guardiola è stato come accendere una miccia blu. La loro amicizia è messa alla prova. In ultima analisi, si tratta solo di roba da quattro soldi che dà qualche titolo e alimenta il fuoco. Ma nel bene o nel male, abbiamo una rivalità

  CHE SI DICE DEL LIVERPOOL PRIMO E IMPERFETTO

Quel che non abbiamo ancora è il Liverpool atteso. Eppure è in testa alla classifica. Sembra la riproposizione in salsa inglese dell’agitata discussione intorno alla Juventus e a Thiago Motta. Un rigore di Mohamed Salah ha portato i Reds in testa, ma lo Slotball – ha scritto Mike McGrath sul Telegraph – deve ancora affrontare la sua prova più dura. Forse è questa la preoccupazione per il gruppo degli inseguitori. È ancora presto per vedere la mano di Slot, ma il Liverpool ha vinto sette partite su otto in questa stagione. È la squadra che ha subito meno gol. Potrebbe non avere un calcio dominante, ma è spietato. La prova del nove per il Liverpool arriverà nelle prossime settimane con Crystal Palace, Chelsea e Arsenal in programma. Le partite che potrebbero definire la stagione dello Slotball

  COSA SUCCEDE AL CHELSEA

Gol King Cole titolava ieri nella prima pagina di sport l’Observer, edizione domenicale del Guardian, per i quattro gol segnati contro il Brighton dal giocatore del Chelsea, il primo nella storia della Premier League a segnarne tanti nel primo tempo. Il Telegraph ha scritto che Pep Guardiola deve pentirsi del giorno in cui ha lasciato che Cole Palmer scappasse dalla porta, a un certo punto – ha scritto Matt Law – dovrà ammettere che lui e il Manchester City hanno commesso un terribile errore nel venderlo. Mmm. Forse, ma forse, quando eventualmente il Manchester City dovesse perdere un campionato e dovesse vincerlo il Chelsea, allora si potrebbe pensare di porre la questione. 

  FORSE TEN HAG SI STA ALZANDO LA CARTELLA

Sembra finalmente che Erik ten Hag sia giunto alla fine. Attacca così Jason Burt sul Telegraph dopo la sconfitta del Manchester United contro il Tottenham, anzi non: “sconfitta”, si legge che è stata una umiliazione. Può sopravvivere l’allenatore? No, se questa partita viene presentata come una prova. Ten Hag sosterrà che la sua squadra ha dovuto giocare la maggior parte del tempo in 10 uomini dopo un cartellino rosso stupido e forse esagerato per il capitano Bruno Fernandes, ma è una debole attenuante. Lo United ha anche perso Kobbie Mainoo per infortunio, e più tardi Mason Mount, ma anche questa non è una scusa. È stato pessimo dopo l’espulsione, a parte un lampo di a partita finita, e pessimo pure prima, quando un Tottenham assolutamente dominante, controllava il gioco con James Maddison e un eccellente Dejan Kulusevski. Il Tottenham l’ha semplicemente travolto. Kulusevski viene indicato come il modello di centrocampista che lo United dovrebbe cercare per mettere ordine nel caos. Giovedì lo United deve andare in casa del Porto in Europa League e domenica in casa dell’Aston Villa senza Fernandes. Auguri. 

Ciò metterà alla prova la pazienza di Sir Jim Ratcliffe e di Ineos, i controllori del club che avevano già pensato di licenziare ten Hag in estate prima di decidere per l’estensione del contratto. Purtroppo non ci sono segnali di progresso, come può essere accettabile da qualsiasi punto di vista? Ten Hag può discutere quanto vuole del suo bisogno di tempo, sul fatto che questa è una squadra giovane, che ha vinto delle Coppe, ma questa è la sua terza stagione e sta regredendo, Che tipo di squadra vuole? Che stile di calcio sta chiedendo? Queste domande devono essere poste da Ineos, e ora.

  SI STAVA MEGLIO QUANDO SI STAVA PEGGIO

La presenza in calendario di Ipswich-Aston Villa ha indotto lo storico del calcio Jonathan Wilson a una riflessione su chi siamo, chi eravamo, dove andiamo, a che ora si mangia. L’Ipswich è stato campione d’Inghilterra nel ‘62 e ha vinto la sua sola Coppa nel ‘78. La contabilità dell’Aston Villa tocca invece quota 7+7, ma l’ultimo scudetto è del 1982 e l’ultima Coppa del ‘57. Wilson parla allora di un vortice romantico di che esiste e si annusa introno a questa partita ma sembra così pittoresco da essere assurdo. Erano tempi molto diversi. Erano tutt’altro che perfetti – dice – la semifinale europea in trasferta del Villa contro l’Anderlecht fu rovinata da gravi problemi di ordine pubblico, ma c’era un romanticismo nel calcio che portava squadre provinciali come il Villa e l’Ipswich a vincere trofei importanti. Nessuno direbbe che il consiglio del Villa, sia sotto Doug Ellis sia durante l’interregno di due anni di Ron Bendall quando vinsero campionato e Coppa dei Campioni, fosse particolarmente illuminato, ma neppure trattavano i tifosi con lo stesso disprezzo che ha il consiglio attuale. C’è la sensazione che per certi dirigenti – considera – i tifosi di lunga data siano diventati un ingombro. Il cambiamento di mentalità è chiaro. I prezzi per le partite di Champions League costano almeno 70 sterline, anche gli sconti per gli abbonati sembrano calcolati sulla base del fatto che non andranno a ogni partita, ma sceglieranno. Tutto ciò fa parte di un movimento più ampio legato alla proliferazione delle partite. Le società calcistiche ora esistono per generare contenuti per la televisione; l’idea che offrano un servizio per una comunità specifica e locale sembra così bizzarra da essere assurda.

FRANCIA

Che effetto fa il Monaco in testa alla classifica

  L’Équipe parafrasa Louis-Ferdinand Céline per celebrare il Monaco. Con ​​un gol allo scadere dei minuti di recupero, nel principato hanno battuto il Montpellier e festeggiato il centenario, restando spalla a spalla del PSG in testa alla classifica con 16 punti. Il titolo: Festa al termine della notte. Scrivono in Francia: Poco prima delle 23, lo stadio Louis-Il ha gridato due volte: quando ha saputo che l’arbitro di Monaco-Montpellier, signor Bollengier, avrebbe concesso otto minuti di recupero, e quando Lamine Camara ha visto il suo tiro a giro colpire il palo e poi finire alle spalle di Dimitry Bertaud (90°+8). È la migliore partenza in campionato del Monaco dal 1961, quando di punti ne avrebbe avuti 18 calcolandone tre a vittoria. 

  Fermi tutti. Qui però crolla un mito. Il mito dell’auto sufficienza linguistica francese. Quelli che il computer lo chiamano ordinateur. Anche a L’Èquipe scrivono clean-sheet. Sul serio. Purtroppo. Accade a pagina 4 nella sintesi di Lens-Nizza finita 0-0. Prima fanno i figli di Queneau giocando con il senso plurimo della parola “gardien”, portiere e guardione, così sia Samba da una parte sia Bulka dall’altra sono i gardiens de leur temple, e poi – eccallà – sono gli autori di due clean-sheet. Da oggi il mondo non è più lo stesso. 

  PLEURER ET BAISER

È crollato anche il Marsiglia. Una quarta vittoria di fila a Strasburgo avrebbe portato anche il Marsiglia di De Zerbi in testa accanto a Monaco e  PSG. De Zerbi, scriveva ieri mattina L’Équipe, ha già profondamente influenzato l’OM con le sue idee da quando è arrivato. Ma anziché restare incantata da Jonathan Rowe, esterno, inglese, 21 anni, venuto dalla Serie B del suo paese a portare dribbling, corsa e tiri in porta [«Può portare i difensori dove vuole ed è un piacere vederlo mentre li tortura»], ieri sera la Francia ha scoperto lo Straburgo, a ridosso della zona cher vale l’Europa dopo la vittoria per 1-0.

Una vittoria che è arrivata mentre in tribuna facevano lo sciopero del tifo contro la proprietà, anzi la multi-proprietà, che è probabilmente una deriva dal calcio del XXI secolo, con tutto ciò che comporta in termini di piccoli accordi e altre cose non dette, partite di scacchi intelligenti e meschine giocate sottobanco per piazzare questo giocatore qui e prestarne un altro là secondo le parole di Régis Testelin su L’Équipe, ma che consente allo Strasburgo di avere una squadra mai vista prima. 

Le cose stanno così. Lo Strasburgo è entrato nel pacchetto dei beni di BlueCo,  un consorzio multinazionale [Stati Uniti, Svizzera, Iran, Porto Rico] che mette pure i soldi nel Chelsea post Abramovich. Comprendiamo la natura dell’opposizione e staremo attenti a non dare lezioni ai tifosi dello Strasburgo – dice L’Équipe – ma quanto erano buffi e fuori luogo i cartelli branditi nella curva alsaziana su cui era scritto: BlueCo fuori. BlueCo fuori? Perché no, anche se è un po’ tardi. Ma se BlueCo se ne va, addio Diego Moreira, addio Djordje Petrovic, entrambi sono prestati dal Chelsea con la ferma intenzione di riportarli a casa nel post-allenamento di Ligue 1. Questo è sia un vantaggio sia una perversione delle multiproprietà. Ma lo Strasburgo ha o non ha una grande squadra? Non è più bella di quella della scorsa stagione? Allora cosa facciamo la prossima volta in curva? Lo sciopero probabilmente, di nuovo, per non vendere l’anima al diavolo e a BlueCo. Ma quanto si può andare avanti così? Da ieri sera, non vediamo l’ora di saperlo.

SPAGNA

Lo scandaloso derby di Madrid

  Il derby di Madrid è stata una partita di calcio piena di coraggio. È finita con un pareggio che tutto sommato racconta bene quello che s’è visto, ma negli occhi è rimasto altro, la furia circostante, la furia che portato alla sospensione temporanea. Dopo il gol di Militao, sono stati lanciati accendini e bottiglie contro Courtois, accusato di aver festeggiato in modo provocatorio verso la curva dell’Atlético. Venti minuti di stop. Koke, Giménez e Simeone sono andati a mediare con i capi del settore, alcuni dei quali indossavano un passamontagna. 

Alfredo Relano su Diario AS scrive che il Metropolitano ha toccato il fondo e che a fine partita i giocatori sono andati, come di consueto, a ricambiare con gli applausi l’animazione di quella curva, prima di rivolgersi al resto del pubblico, che presto è uscito. Ancora una volta attenzione e considerazione nei confronti degli ultras, contro i quali la società non decide di intervenire con severità e coerenza. Il lato positivo è che il resto dello stadio ora mostra apertamente il suo fastidio verso queste persone.

Il derby della vergogna, lo battezza El Pais, dove si trova la consueta incursione del lunedì di Manuel Jabois, firma della Cultura del giornale. Jabois parla di decomposizione morale. Che i capitani dell’Atleti siano andati a domare gli incappucciati e che i giocatori si siano poi recati sotto quella stessa tribuna per ringraziarli del loro sostegno la dice lunga sullo stato del rapporto del club con i suoi ultras ben organizzati scrive. A Simeone che ha molto indugiato nel sottolineare la provocazione di Courtois, Jabois replica chiedendo cosa sarebbe successo a Messi, secondo la sua logica, se gli fosse venuto in mente di togliersi la maglia e mostrarla al Metropolitano come aveva fatto al Bernabéu, e buon per Messi, un gesto iconico. Stavolta non c’è stato neppure modo di dar la colpa a Vinicius, il brasiliano si è presentato al Metropolitano – scrive Jabois – con l’aria stufa dello stress che genera negli altri e di una crisi esistenziale. Non un polverone né una protesta: un bravo ragazzo, un cocco di suocera. Qualche giorno fa, El Mundo invitava Vinicius a decidere cosa volesse diventare, Mandela o Joker, incarnare un simbolo della lotta al razzismo o fare il villain del calcio. 

Anche nella sua rubrica del sabato, ieri mattina, Jorge Valdano si era occupato di Vinicius, proprio in vista dell’alta tensione del derby, 

Il calcio di Vinicius – ha scritto Valdano – è stato rafforzato dalla forza d’animo di chi ha saputo affrontare delle difficoltà senza arrendersi. La lotta e la competitività fanno parte della loro natura. Se non ci fosse anima viva allo stadio farebbe fatica. Ecco perché ha la mia ammirazione. Vinicius è ora tormentato da altri malintesi e pregiudizi. A causa del potere conferito dalle fortune che guadagnano, molti considerano i calciatori dei poveri diventati ricchi, così ricchi da essere diventati idioti. Ma nemmeno per un momento li considerano delle persone. Tanto meno lo fanno quelli che si radunano sugli spalti, quelle folle anonime e irresponsabili, come le definì Gustave Le Bon in Psicologia delle masse. Gente che porta le proprie frustrazioni negli stadi e che segue slogan di ogni genere, compresi quelli antisociali, con un’obbedienza da bovini. Nessun club è al sicuro da questi eccessi, antichi quanto il calcio

Valdano dice che l’unico colore che dovrebbe contare nel calcio è quello delle maglie. Invece su Vinicius si sfoga a un certo tipo di pulsione, contro un giocatore abituato a trarre energia da un pozzo di rabbia. Sono episodi che gli danno l’autorità morale di diventare una bandiera contro il razzismo, con il sostegno del club, del suo Paese e di tutti i cittadini perbene. Ma non è facile fermare la ruota perché alcune sue dichiarazioni hanno calpestato sensibili calli nazionalisti e irritato i fan. Anche perché Vinicius, nel ruolo di vittima, considera nemici i suoi rivali, gli arbitri, i tifosi, e dà alle sue proteste un’espressività irritante anche per molti tifosi del Real Madrid.  La partita contro l’Atlético sarà un banco di prova. Vinicius deve mettere tutte le sue energie al servizio del calcio divino che gioca, i tifosi dovrebbero mettere tutte le loro energie nel tifare per la loro squadra, con la passione che di solito c’è al Metropolitano. Non si tratta di chiedere rispetto, perché nel calcio i comportamenti sono così lassisti che accettiamo gli insulti come una porzione dello spettacolo. Si tratta semplicemente di non toccare i cavi dell’alta tensione per evitare che il gioco esploda

Eppure stavolta uno stadio si è incendiato anche senza la scintilla di Vinicius. Javier Aznar su ABC ha scritto che l’Atlético, purtroppo, è una squadra rapita dai suoi ultras. Quei cosiddetti tifosi che, quando le cose non vanno bene, decidono di interrompere l’allenamento dei giocatori o di lanciare uova al proprio portiere. Ora hanno creato una nuova regola inedita. Il time-out nel calcio. Segnano un gol e tu hai quindici minuti per andare a riposarti e riorganizzarti

Julián Ruiz, la firma di El Mundo dell’appello a Vinicius, stamattina parla di scandalo vergognoso che sarà la tomba del calcio. Vedremo quanto sarà pesante la punizione all’Atlético, dice El Mundo, augurandosi che sia pesante perché il calcio è caduto nelle mani di gente con poca cultura e senza principi. Il calcio non deve essere dominato dai tifosi.

Carlos Carpio su Marca ha scritto che l’Atlético deve affrontare i suoi ultras una volta e per sempre. Ormai da tempo gli ultras del Frente Atlético girano liberamente sugli spalti del Metropolitano con la complicità del club. Che dopo tutti gli inviti alla calma prima di questo derby, un manipolo di ragazzi incappucciati sia stato autorizzato a entrare nello stadio definisce questi cafoni, sì, ma soprattutto mette a nudo la responsabilità del direttivo dell’Atlético. La tolleranza zero è davvero tolleranza zero, per convinzione, non solo a parole per far bella figura, come successo con Cerezo prima e Simeone poi. Significa agire. Subito. Chi si è dimostrato all’altezza è stato l’arbitro Mateo Busquets Ferrer. Era il suo primo derby e lui è stato impeccabile nel fermare il gioco. Un’immagine imbarazzante per l’Atlético Madrid e per il calcio spagnolo in generale

CALCIO ITALIANO

Che cosa non sappiamo del Napoli di Conte

  Quel che davvero sappiamo del Napoli di Antonio Conte è che non sappiamo ancora niente. Non sappiamo se Lukaku tornerà quello che è stato con lui anni fa. Non sappiamo se tante mezze precarietà sugli esterni [Mazzocchi, Spinazzola, Olivera, Mario Rui fuori rosa] faranno una certezza intera. Non sappiamo se gli impegni ridotti all’osso saranno un vantaggio oppure no: sia perché le agende della preparazione sono ormai standardizzate sul doppio canale, sia perché meno partite significano meno minuti per le rotazioni, e forse più scontenti [lo diceva ieri sera Marchegiani al club di Sky]. 

Si intravedono per ora dei dettagli in controluce, questo sì, per esempio una sopraggiunta fisicità che era mancata alla rosa in modo netto durante le esperienze di Sarri e Ancelotti, ma che Anguissa [ieri il migliore] e Ndombele avevano già portato in dote a Spalletti. In genere è il diamante che porta chi viene dalla Premier, loro due come adesso McTominay. È il vero tratto che marca la differenza tra questa esperienza di Conte e le precedenti, lo stile di gioco ne è conseguenza. 

Ma a Napoli si appassionano da tempo a certe faide fra nostalgici e fra partiti che in fretta nascono, con gli -ismi che fanno da suffisso al nome dell’allenatore. È una faccenda lunga da raccontare, meriterebbe un saggio quasi antropologico, certamente un’analisi sociale di come viene seguito il calcio nell’età narcisa delle bacheche social e di come poi viene seguito a Napoli durante il ciclo De Laurentiis. Ma non è che si può star sempre dietro alla stessa solfa – e comunque su Slalom del 20 settembre c’era una sintesi di questa storia assai buffa, secondo cui Antonio Conte starebbe riscattando con la bruttezza [sintetizzo, banalizzo] ma con la vocazione a vincere un certo calcio velleitario, vanesio, fighetto dice qualcuno. Ora, per carità: ognuno ha i suoi gusti. Il mainstream ha deciso che il calcio va preso a mezza porzione, per ideologie: o stai con Allegri e Mourinho o con il Resto del Mondo, senza distinguo, senza sfumature, e invece le sfumature sono tutto. Ma poi ci sarebbero i fatti, e a Napoli il calcio velleitario e vanesio ha prodotto il miglior ventennio di sempre e l’unico scudetto della storia, tolti i due arrivati per un capriccio del Caso, mandare il più grande proprio là. 

Di quest’eco assordante che noioso tiene conto con ironia Leonardo Salvato su Sportellate, dove dice che questo è il Conte-ball signori, avete capito bene. La semi-cit. vorrebbe a questo punto che aggiungessi, come un novello René Ferretti perché a noi la qualità ci ha rotto il cazzo, ma faremmo peccato di ingiustizia nei confronti di questo Napoli messo a punto dal tecnico leccese, che di calcio piacevole ne ha prodotto

Ecco. 

È un Napoli che come detto – continua Sportellate – studia da grande squadra: essere tali vuol dire anche saper leggere i momenti, capire quando aggredire e quando attendere, saper non solo aggredire all’arma bianca ma sapersi anche mettersi dietro lo scudo lasciando il possesso palla agli avversari, specialmente quando si ha il controllo territoriale delle operazioni

La verità e che bellezza o bruttezza non possono essere definite dalla dicotomia fra calcio verticale o calcio di palleggio, neppure da calcio di proposta o calcio di attesa. Sono meravigliose le azioni con 40 passaggi di fila come le partite decise da 10 parate di un portiere sotto assedio. La migliore definizione di bellezza nel calcio resta quella di Francisco Maturana, cittì della spettacolare Colombia negli anni ‘90. Quando gli chiesero cosa fosse, rispose con un anacoluto: «La bellezza è quando la gente se ne accorge». 

📌   Questa è la puntina [a Napoli punessa] con cui fissiamo questa frase su queste pagine, sperando che non graffi lo schermo. 

  E LA JUVENTUS?

La batteria del campionato si è scaricata del 15%. Se fosse una gara di 100 metri, saremmo fuori dall’uscita dai blocchi. Ma il campionato è una maratona, dunque siamo al km 6,6. La fase di conoscenza sta finendo anche per chi ha avuto in sorte il calendario migliore. Dicesi calendario migliore: sei giornate senza sfidare nessuna delle cinque italiane da Champions. Il Cagliari non  ha sfruttato granché il privilegio, stasera chiude il suo ciclo morbido a Parma e alla prossima gli tocca la Juventus. La Juventus è l’altra delle 20 di A che finora non ha incrociato le prime cinque del campionato scorso. Fra ottobre e novembre ne avrà due [Inter e Milan], ma conserva in linea di princpio un vantaggio sul Napoli, a cui ne toccheranno tre [Milan, Inter e Atalanta]. L’Inter avrà Juventus e Napoli, il Milan avrà Bologna e Napoli, il Torino solo l’Inter.

Sull’altro grande dibattito in corso in Serie A, interviene Paolo Condò su Repubblica: I problemi di Allegri non sono venuti dalle reti subite, ma da quelle non segnate. Motta in questo è un continuatore, e chi l’ha preso lo sapeva perché nella classifica dell’anno scorso la miglior difesa fu dell’Inter, la seconda della Juve e la terza del suo Bologna. La differenza col passato è che la protezione nasce dal controllo del pallone, dal palleggio che a volte risulta esagerato, e spesso noioso, nel suo ripiegare all’indietro se la soluzione in avanti non garantisce il mantenimento della boccia. Un calcio privo di rischi, e la Juve fin qui non ne ha corsi: ma che paga in termini offensivi solo a partire dal secondo gol, perché segnare il primo senza porgere il fianco a un contropiede non è semplice.   Il rigore di Marassi è stato provvidenziale, ha costretto il Genoa a uscire dal bunker: non è un caso se il bellissimo 2-0 di Vlahovic sia giunto in capo a un’azione da più di 20 passaggi, transitata da un’area all’altra perché ogni metro percorso in avanti avveniva in sicurezza. La Juve ha raccolto tre 3-0 e tre 0-0, e la ragione delle ripetizioni è trasparente. Motta festeggia un buon traguardo di passaggio, ma in futuro servirà qualcosa di più delle giocate protette.

  ACQUE

Il karma di Luna Rossa

Oh certamente saprete che Luna Rossa e INEOS Britannia sono sul 2-2 nella finale di Louis Vuitton Cup che deve designare l’avversaria di New Zealand per la vera e propria Coppa America. Sul 2-2 ci sono arrivate con due giorni folli. Sabato il vento ha fatto annullare regata-4 e fatto sospendere regata-3 quando i britannici erano in testa imprendibili. Le barche si sono piantate in mezzo alle acque di Barcellona e non andavano neppure a spingerle con le mani sulla poppa – che peraltro non esiste. Sul serio, fanno la Coppa America con delle barche che non hanno la poppa. 

Ieri invece di vento ce n’era perfino troppo. Regata-5 è stata rinviata di non so più quanto, forse 40 minuti, boh, onestamente c’era Pogačar in fuga e contava solo quello. Quando hanno potuto cominciare, Luna Rossa ha fatto tre buchi con certi ganci nella randa, e alla quinta regata della 36esima edizione abbiamo forse capito che cos’è la randa. Ma è arrivata una squalifica. La randa è stata riparata in tempo per regata-6 e quella l’ha vinta Luna Rossa in volata. 

Il grande argomento di discussione alla fine è stata la rabbia di INEOS per il rifiuto degli arbitri di regata di penalizzare ancora Luna Rossa, perché nella fase di pre-partenza avevano dovuto evitare con una manovra la virata italiana davanti a loro. Gli italiani lo fanno. Gli italiani, si sa, virano. E di nuovo, reclama INEOS, alla terza delle otto boe stavano cercando di sorpassare e gli italiani, pfui, tsk, argh, li conoscete come sono fatti gli italiani. 

Dalla lettura del Telegraph di stamattina, pare di capire che la giuria disponga di una app con cui controllare attraverso dei sensori se le barche si sono pericolosamente avvicinate tra loro. Però date un’occhiata anche voi, che si è fatto tardi e la traduzione è stata volante, come le barche. Quanto aspettavano che si avvicinassero? È stata una roba da brivido scrive il Telegraph, che non essendo un giornale dell’Italia settentrionale non scrive e non usa robe al plurale, senza scandalizzare così né il povero Verga in contrada Passaneto né Mosé sul Sinai [non desiderare le robe d’altri]. 

Non avevamo mai visto prima una regata così ravvicinata su questi colossi, a queste velocità – spiega il giornale inglese – Luna Rossa ha toccato i 55 nodi, e poi in queste condizioni. George Russell, il cui team Mercedes in F1 è coinvolto in questa campagna, avendo contribuito a progettare e costruire la barca INEOS, avrebbe sicuramente approvato. In definitiva, l’unica cosa che contava era che Luna Rossa avesse vinto la gara. Forse gli italiani meritavano un po’ di fortuna dopo che la Gran Bretagna aveva vinto la prima delle regate di domenica per un cavillo. D’altro canto, qualcun altro potrebbe sostenere che era stato il karma, dopo essere stati salvati sabato dal vento

Gaia Piccardi sul Corriere della sera scrive che la Luna evita il baratro e spera che la legge di Murphy, tutto ciò che può andare male lo farà, abbia esaurito i suoi effetti nefasti.

 VITE OLIMPICHE   

Lo dico ai compagni della Mozione Cattiveria: le Olimpiadi sono finite

  Aiutiamo Aldo Cazzullo. È una questione nazionale, ci riguarda, nessuno si salva da solo, nessuno può sentirsi escluso. È rimasto imprigionato in una specie di Jumanji olimpico, non sa venirne fuori, bisogna fare qualcosa, intanto avvertirlo che a Parigi hanno spento il fuoco, hanno smontato tutto, stanno discutendo di altro, del limite di 50 km orari in tangenziale e del rilancio dei mercatini di libri usati. Sì, sono un po’ malinconici per la fine dei Giochi, ma piano piano ne stanno venendo fuori. Bisogna farsene una ragione. Tutto finisce, panta rei, scorre perfino la Senna inquinata, tutto scorre, come disse una volta l’idraulico a casa. 

Su Aldo Cazzullo ci deve invece essere un sortilegio. Un incantesimo. È rimasto là. Eppure non vedeva l’ora di andarsene, ve lo ricorderete, era seccato per le code lunghe da fare ai baretti per un bicchier d’acqua, la dura vita dell’inviato senza navette a disposizione, costretto a doversi mescolare alle masse e prendere la metro. È rimasto là nonostante l’urgenza di fuggire da quella Parigi così scomoda e anche ingrata, una Parigi che nella sua cerimonia d’apertura – brutta eh, intendiamoci: brutta – nella sua cerimonia così inclusiva e attenta agli ultimi non aveva riservato neppure un pensiero a quel sincero democratico di Napoleone Bonaparte. 

È stata l’Olimpiade in cui un collega turco gli ha chiesto se Imane Khelif avesse il pisello e quella in cui si è preso una rispostaccia da Daniele Garozzo, medaglia d’oro a Rio e argento a Tokyo nel fioretto, in replica a quella che pareva una spiritosaggine, e invece ora pare proprio una cosa seria, un’ossessione. Cazzullo aveva scritto che gli schermidori, come i signori secondo Manzoni, hanno un po’ tutti del matto. Quelli che abbiamo adesso sono un po’ troppo bravi ragazzi: per questo vincono meno di una volta

Ohibò. Garozzo se ne risentì. Non avendo un giornale scrisse su X: Trovo piuttosto curioso, per non dire assurdo, il messaggio sottinteso nel suo articolo: che essere “cattivi” sia una qualità essenziale per vincere. Questa idea è non solo falsa, ma anche diseducativa. Affermare che “essere cattivi” porti alla vittoria sminuisce i successi di tanti atleti che, come me, hanno raggiunto i più alti traguardi grazie a impegno, sacrificio e una sana competitività. La narrativa romantica del guerriero spietato potrebbe essere affascinante nei racconti epici, ma nella realtà dello sport moderno è fuori luogo e anacronistica. Essere bravi ragazzi non significa essere deboli o meno competitivi. Significa avere la maturità di comprendere che il vero valore dello sport sta nel rispetto delle regole, degli avversari e di se stessi. Inoltre, la trasformazione culturale e sociale che hai descritto non è una debolezza, ma una forza

Nei giorni successivi giunsero alla rubrica di lettere del Corriere alcuni messaggi di sostegno alla tesi di Cazzullo. In effetti la rubrica è di Cazzullo, Un giorno, nel titolo, Garozzo era diventato tenero, il tenero Garozzo. E vabbè. 

Ora, a quasi due mesi dalle file per le bottigliette d’acqua, non c’è persona che Cazzullo incontri senza che chieda loro del quarto posto di cui era soddisfatta quella rammollita di Benedetta Pilato, o della cattiveria, sempre tra virgolette adesso, sempre ridefinita meglio come ferocia agonistica, non si sa mai su X questi cosa fanno. È giusto o non è giusto essere cattivi, ditelo per favore, rompete questo Jumanji. 

Lo ha chiesto a Julio Velasco tra le righe di una intervista molto bella di qualche settimana fa, e Velasco dovette essere in imbarazzo se la risposta è stata: «Non so se cattivi; aggressivi sì». Così pure ieri mattina, incontrando Thomas Ceccon, lo ha intervistato insieme con Arianna Ravelli, e gli ha estorto una rivelazione clamorosa. No, non quella frase che sta girando su Federica Pellegrini. Quella serve a distrarci. La frase estorta a Ceccon è quella che conferma quanto avesse ragione con Garozzo. «Certo – gli dice Ceccon sulla cattiveria, sulla ferocia agonistica – Per arrivare a una finale olimpica, devono esserlo un po’ tutti. Nessuno è lì per partecipare».

È fatta, dai. Forse l’incantesimo è finito. Forse si può cominciare a pensare a Los Angeles 2028. Il punto però era un altro. Non la cattiveria, non la ferocia agonistica. Il punto era l’elogio degli stronzi e la derisione dei bravi ragazzi. Ma non importa. È andata così. Non so se ricordate, alla fine di Jumanji Alan e Sarah decidono di buttare il gioco nel fiume, lei gli confessa il suo amore e lo bacia. Anche se il fiume non era la Senna. Ma almeno il film non era francese. 

 

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