A un certo punto il CONI decise di punire le bestemmie che si alzavano dai prati della Serie A verso l’alto dei cieli. Fu una quindicina d’anni fa, Gianni Petrucci era il presidente e non ne poteva più – lui che dice di governare perché così vuole la divina provvidenza. A quel tempo il calcio internazionale era preso da altri peccati. L’Inghilterra aveva scoperto gli atti impuri di John Terry, desideroso della donna d’altri, e gli altri era un compagno di squadra. L’Italia si mise a cercare con la prova tv e la lettura del labiale chi nominava il nome di Dio invano. Nel 2001 da commissario in FIGC Petrucci aveva addirittura cambiato il regolamento. Ogni bestemmia prevedeva un cartellino, rosso come l’inferno. La prima squalifica per espressioni blasfeme la prese Baldini, allenatore dell’Empoli, un toscano in Toscana, e dove se no. Lo sentì il quarto uomo, scrisse tutto nel rapporto dopo averle contate. Sessantasette. Addirittura. Gli diedero una giornata. Poi toccò a Vavassori e a Novellino, il quale la prese con spirito: «Chi si accorge se Terim bestemmia in turco?». Il calcio reinventò così un reato che nel 1985 alcuni pretori avevano depenalizzato. Paolo Rosi da telecronista aveva rischiato il posto nel ’67 perché gliene era scappata una in diretta quando si era rovesciato del caffè bollente addosso. Il festival di Sanremo aveva fatto cambiare il testo di 4 marzo 43 a Lucio Dalla, «Gioco a carte e bevo vino», anziché «bestemmio». Un prete scrisse a un giornale facendo notare che pure lui giocava a carte e beveva vino, e non gli sembrava ci fosse niente di male. In effetti.
Così finimmo nell’imbuto del paradosso. Un sacerdote ti assolve dal peccato e il giudice sportivo ti punisce. Quando ne scappò una a Buffon, il cattolicissimo Trap lo riprese: «Se non pari un rigore a Materazzi, cosa c’entra la Madonna?». Il cittì Lippi, altro toscano, confessò che «sotto stress può capitare», eppure il toscano Dante faceva strozzare dalle serpi il bestemmiatore Vanni Fucci. Risulta che bestemmiasse il Sandokan di Salgari e certi nobili nei romanzi di Matilde Serao. Il più tramandato dei casi nel calcio italiano rimane quello di Claudio Correnti, mediano del Como, capitano. La squadra vinceva 2-1 contro la Juventus, anno 1975, e lui dice quel che dice a un minuto dalla fine. L’arbitro Menegali lo sente e gli fischia una punizione contro. Tiro di Causio, deviazione di Fontolan, gol. Altre bestemmie.
Per molto tempo ci sono state squadre avvantaggiate. Chi aveva Diaz o Hristo [Stoichkov] poteva camuffare. Quando un calciatore lanciò un porco zio, disse che ce l’aveva con Bergomi. L’ultimo che c’è cascato risulta Eziolino Capuano, leggendario allenatore sui campi gloriosi della C, alla fine di un Taranto-Picerno nel mese di gennaio. Ha tirato un pugno alla porta e oplà, ha fatto scendere dieci santi in terra. Capuano vanta alcune decine d’anni di onorata carriera fra gli aneddoti estremi del pallone. Quando allenava l’Arezzo, disse che in campo ci vogliono le palle, non le checche. Si difese dall’accusa di omofobia brandendo un dizionario: «Ho la Treccani sotto mano – disse – checca non vuol dire gay». Quando ti mettono alle strette, puoi sempre giurare di avere degli amici che lo sono. Un altro must è dire di non riconoscersi nelle accuse: io non sono così.
Ora accade una cosa simile in Formula 1. Accade per una curiosa coincidenza mentre in Italia s’è sollevata l’onda intorno al dissing tra Tony Effe e Fedez, con una nuova-non nuova riflessione sulla lingua del rap e della trap. Una discussione sintetizzata così stamattina da Paolo Di Paolo su Repubblica: “Le frasi toccano vette di sgradevole allusività, di misoginia e sessismo ributtante, in onore a certi codici tradizionali del genere, ma senza coscienza del peso delle parole”.
La parola che disturba in F1 comincia in inglese proprio con la F [e a scriverla ‘sta newsletter finisce dritta nello Spam]. C’è una corsa furiosa a eliminarla, ha scritto il Wall Street Journal per raccontare la battaglia del gran capo della FIA, Mohammed Ben Sulayem: non vuole più sentire quella parola quando si accende il canale del team radio.
“Succede a ogni pilota di Formula Uno. Sei stipato in un minuscolo abitacolo – racconta il WSJ – sudi attraverso la tua tuta ignifuga, con il piede sull’acceleratore a 200 miglia orarie, quando all’improvviso qualcosa va storto con la tua macchina da 10 milioni di dollari. O vieni sorpassato. O ti schianti. Quindi lanci una F. Il problema è che quel momento di frustrazione non è confinato all’interno del casco: tutto ciò che dicono i piloti viene trasmesso alla loro squadra tramite radio. E in un’epoca di copertura completa delle gare di F1, quelle comunicazioni radio vengono spesso trasmesse direttamente a un pubblico televisivo di decine di milioni di persone”.
Riflessione: il problema nasce dalla F dei piloti o dalla nostra necessità, il nostro bisogno di spettacolarizzare tutto? Se infiliamo la telecamera sotto la doccia, scommettiamo che si vede una scena di nudo? Ben Sulayem ha chiesto moderazione e i migliori piloti del mondo gli hanno risposto educatamente che intendono continuare a imprecare, grazie mille Ben. «Cosa siamo, bambini di 5 anni?» ha detto Max Verstappen. «La gente dice un sacco di cose brutte quando è piena di adrenalina, in altri sport. Semplicemente non si sente». Tranne Eziolino Capuano.
Scrive il WSJ che la schiettezza olandese di Verstappen è famosa in F1, “non è mai stato uno che si censura”. Pochi minuti prima che gli venisse chiesto della raccomandazione di Sulayman, si era lamentato delle condizioni della macchina in Azerbaijan e l’aveva detto, «ho capito che la macchina era fottuta».
Una coincidenza finanche più meravigliosa è nascosta nel paragone sfuggito dal seno di Sulayem nella sua intervista con Autosport. «Dobbiamo fare una distinzione tra il nostro sport e la musica rap. Noi non siamo rapper. Loro dicono la parola con la F quante volte al minuto? Noi no». Non è chiaro se il passaggio implichi pure un semaforo verde per Fedez e Tony Effe [mamma mia quante F]. Per certo Lewis Hamilton non l’ha presa bene. «Non mi piace come ha parlato. Dire rapper è molto stereotipato. La maggior parte dei rapper sono neri, quindi significa: noi non siamo come loro. Penso che siano parole sbagliate».
A rendere sublime questa storia c’è che Lewis Hamilton il rapper l’ha fatto. In clandestinità. Esercitava la libertà di parola dell’artista nascondendosi sotto il nome di XNDA, come fanno scrittori e scrittrici da anni sotto il nome di Elena Ferrante. Venne alla luce lui stesso a un certo punto su Instagram: «XNDA sono io», disse, ringraziando Christina Aguilera per un pezzo che gli aveva offerto. Può essere un’idea pure per Eziolino Capuano.