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VENERDI 2 AGOSTO 2024

GIORNO #7 DELLE OLIMPIADI

 

  IN CIMA AI PENSIERI

Gli USA hanno iniziato a fare gli USA

La giornata-7 delle Olimpiadi comincia con un medagliere che adesso sì, adesso sì che ci conforta e rassicura, adesso ha una faccia conosciuta. La Cina è ancora in testa con 11 ori [24 podi] ma gli USA sono risaliti in un battibaleno dal sesto al secondo posto portandosi a 9 ori [37 medaglie complessive]. La Francia è terza, come spesso accade ai paesi organizzatori, con 8 ori e 27 medaglie in totale. Ne ha 8 pure l’Australia, che continua a vincerne solo con le donne.

I medaglieri sono un affascinante mistero. Nel giorno in cui l’Italia ha aggiunto due ori al tesoro, ha perso una posizione scivolando dalla settima all’ottava. Hubert Kos nei 200 dorso ha sbloccato lo zero dell’Ungheria alla casella: ori. L’Ungheria è uno dei paesi da G-10 di tutti i tempi. La Spagna esulta dopo le marce perché non aveva mai vinto tante medaglie tutte assieme nell’atletica in un giorno solo, ma è ancora a zero ori.

I paesi finora a medaglia sono stati cinquanta, quelli con un titolo sono 29 e l’Africa continua a essere rappresentata dal solo Sudafrica, ma l’atletica è qui e tra poco la scena cambia: stasera la finale dei 10mila metri porta qualcosa a Uganda o Etiopia. Ieri si sono presi i titoli Simone Biles con il secondo oro nel concorso individuale, a otto anni di distanza da Rio; la cinese Zheng che ha fatto un’impresona battendo Iga Swiatek sull’amata terra rossa di Parigi; l’uscita di scena di Andy Murray; il secondo oro della ragazza canadese che chiamano Estate: Summer McIntosh, minorenne ancora per un paio di settimane. 

 

GLI HIGHLIGHTS PRIMA DEGLI HIGHLIGHTS  Oggi ci sono 23 appuntamenti da medaglia. 

La nazionale maschile di calcio USA affronta il Marocco nel suo primo quarto di finale olimpico dal 2000. L’atletica leggera ci porta dentro casa il primo sprint di Sha’Carri Richardson alla sua prima partecipazione ai Giochi e i pesi che partono dal collo di Ryan Crouser. In piscina Caeleb Dressel tenta di difendere il suo titolo nei 50 stile libero, Leon Marchand punta al quarto oro della collezione nei 200 misti. La Croazia è in eccitazione per i fratelli Sinkovic nel canottaggio, dove gli USA hanno vinto nel quattro senza il loro primo oro dal 2016. Kaylee McKeown punta in piscina a un’altra doppietta nel dorso dopo 100-200 fatti a Tokyo. Léon Marchand si tuffa per il quarto oro nei 200 misti, mentre il calcio propone un quarto di finale tra Francia e Argentina, come la finale mondiale in Qatar e come qualche giorno fa nel rugby a sette. 

 

    IL RUGGITO DI MAMELI

 

Noi oggi siam pronti alla morte con Lorenzo Marsaglia e Giovanni Tocci nei tuffi sincronizzati dal trampolino di 3 metri; con il doppio pesi leggeri di Stefano Oppo e Gabriel Soares; con la regata per le medaglie dell’iQFOiL femminile dove c’è Marta Maggetti e quella maschile di Nicolò Renna; con la coppia di arcieri Mauro Nespoli e Chiara Rebagliati per la mista a squadre; con Asya Tavano nel judo 78 kg; con la nazionale maschile di spada [Gabriele Cimini, Davide Di Veroli, Andrea Santarelli e Federico Vismara]. 

A quel punto si sarà fatta una certa, e nel tintinnar di piatti posate e bicchieri avremo Leonardo Deplano nella finale dei 200 stile libero, Alberto Razzetti in quella dei 200 misti, Pietro Bertagnoli nelle semifinali delle biciclettine BMX. 

     

ITALIANISMI 

Quasi un pippone su Imane Khelif

Quando il cittì Emanuele Renzini dice che Angela Carini si è ritirata perché tutta l’Italia pugilistica glielo ha chiesto, e pure il governo, diventa limpido come il cristallo che la vicenda della povera Imane Khelif è stata solo politica. Non c’è stato nulla di scientifico in tutte le chiacchiere che l’hanno circondata, non c’è stato nulla che fosse davvero rilevante per l’etica sportiva, per i ragionamenti sulla competizione equa, i vantaggi, gli svantaggi. Khelif è stata venduta sul mercato dell’informazione – con una superficialità ormai tipica – prima come transgender, poi come intersex, a un certo punto si è letto pure che è la vittima di una malattia. Quando la valanga è partita, nessuno si è lasciato sfiorare dall’idea che non sappiamo tutto, qualche volta non sappiamo niente. Ma un’etichetta prestampata va sempre bene per farci 50 righe al volo e prenotare il ristorante per la cena, che sarà mai la dignità di una persona. 

L’Olimpiade è il paradiso dello sport, ma per un misterioso meccanismo diffuso nel mondo ormai incomprensibile dei giornali, i direttori ci mandano pure persone che non sanno distinguere una canoa da una carabina. Così quando dall’Olimpiade si leggono richieste allo sport di definire in fretta regole chiare e valide per tutti e in tutti i contesti, vien proprio voglia di rispondere che le regole sono già chiare e valide per tutti e in tutti i contesti. Il punto è che poi il mondo gira, la società cambia, l’umanità evolve. C’è soprattutto la politica con i suoi scherani, che un giorno si svegliano e mettono gli artigli sulle storie delle persone secondo i propri interessi. Sulle storie e sui corpi delle persone. Una volta è il corpo di una donna incinta, una volta il corpo di un malato terminale, una volta il corpo di una mezzofondista sudafricana, una pugile algerina, una nuotatrice americana. Sono corpi che spaventano. Quando Giorgia Meloni crede di essere nel giusto invocando competizioni «ad armi pari», dice una cosa di cui lo sport non si occupa. Non può. Le armi pari con i corpi non esistono. Michael Phelps aveva un’apertura alare di 2,03 metri. Detiene il maggior numero di medaglie nella storia delle Olimpiadi con 23 ori. Aveva un vantaggio? Sì. Chi stabilisce se era iniquo? Victor Wembanyama, l’ultima stella del basket francese, è alto 2 metri e 25 e ha un’apertura alare di due metri e mezzo. Ha un vantaggio? In certe situazioni sì. Nei giorni scorsi è stato fotografato alle Olimpiadi mentre incrociava i passi del giapponese Yuki Togashi, alto 1 metro e 67. Non sono certo «armi pari». Così come non aveva «armi pari» ai suoi avversari il ciclista spagnolo Miguel Indurain, 8 litri di capacità polmonare senza che fosse intervenuto sul corpo ricevuto alla nascita. Come Caster Semenya nell’atletica, come Imane Khelif nella boxe. Eppure nessuno ha mai pensato di escludere Indurain, Phelps, Wembanyama. Lo sport è fatto di regole non di «armi pari» e Khelifi, per quanto se ne sa, non è fuori dalla regole. Aver identificato Khelif come un’atleta transgender è una sorta di impronta digitale su questa storia. È la traccia di un’intenzionalità politica in linea con la normativa che ostacola la pratica sportiva delle persone che affrontano un percorso di transizione di genere, non solo al vertice, non solo alle Olimpiadi, ma anche alle base, a scuola, come accade negli stati americani a guida repubblicana. Per Angela Carini si è mobilitato con un hashtag Elon Musk. Servono altre prove?

Nicoletta Verna su La Stampa sottolinea: È la paura della complessità. Il suo corpo esula dalla norma: e in una società che sempre più predilige le forme di espressione di pensiero basate sulla banalizzazione, lei è un esempio negativo, disforico, deviante. La nostra società gratifica il normale, colui che obbedisce alle sue norme, mentre nei confronti dell’anormalità nutre profonda diffidenza, quanto non aperto odio. Khelif ci spaventa. Per questo va accuratamente presentata ed esibita come mostro.

Sono quei corpi che non meritano neppure di essere trattati con dignità. Al massimo sono freak, meritevoli della nostra paternalistica compassione: Siamo tutti fatti a immagine e somiglianza di Dio – concede Aldo Cazzullo sul Corriere della sera – e quindi possiamo vedere il volto di Dio non soltanto negli occhi di una donna e di un’intersessuale, ma anche di un ermafrodito, di un transessuale, di un transgender. Ma anche. Addirittura. 

Del resto, nel suo pezzo di stamattina, ad Aldo Cazzullo preme pure farci sapere, trova rilevante farcelo sapere, che un collega turco gli ha chiesto se l’algerina avesse il pisello. Questo è. Come quei pezzi di tanti vecchi inviati annoiati che raccontano cosa gli ha spiegato il tassista mentre stava guidando verso l’albergo, giacché prendere una metro quando mai, e se c’è da fare la fila a un bar apriti cielo. Il mondo visto da una limousine ce lo aveva già raccontato Sabrina. Correva il Cinquantaquattro, e correva ancora Zatopek. 

Questo è il paese che amo. Un paese che ancora parla e fotografa il bacio di una ragazza alla sua compagna  come un’eccezionalità, una notizia, quella che un tempo ti spiegavano fosse l’uomo che morde il cane, mentre adesso in pagina ci vanno sempre e solo cani che mordono uomini, avvenimenti che siano riconoscibili dentro uno schema o un indottrinamento, un bel format chiaro – non sia mai il lettore-cliente scemo si confonde. Righe e righe di reazioni di portatori di interessi, di politici che dicono cose che non sanno, cose che oggi gli interessano [gli interessano, ma non che li riguardino] e domani stanno già da un’altra parte, sul surf di un’altra onda, al coperto di un altro vento che tira.

Tra gli interventi più interessanti, quello di Marco Bonarrigo sul Corriere della sera. Spiega che nessuna delle condizioni straordinarie di Caster Semenya si può applicare alla filiforme Imane Khelif, boxeuse di livello ma con decine di sconfitte alle spalle. Semenya – ricorda Bonarrigo – venne umiliata con ispezioni ginecologiche, costretta ad assumere anti-androgeni ed infine cacciata da World Athletics assieme ad altre colleghe con diversità dello sviluppo sessuale grazie a un regolamento condannato dalla Corte Europea dei Diritti dell’Uomo

Il Cio ha diffuso una nota ieri sera, ricordando che «dietro ogni atleta ammessa c’è una commissione medica che deve valutare eventuali vantaggi iniqui bilanciando il diritto alla partecipazione con l’equità della competizione». Bonarrigo definisce decisivo il principio lanciato dal comitato: Di fronte a un’atleta intersex (ma anche trans) è una federazione che deve dimostrare che i vantaggi sono iniqui, non l’atleta che deve discolparsi a priori. Se la federazione non ci riesce l’atleta deve essere fatta gareggiare tra le donne. L’argomento è spinoso, perché se è vero che il testosterone in circolo in un uomo può essere decine di volte superiore a una donna è vero anche che nelle intersex può collocarsi su valori molto inferiori e, soprattutto, come forse nel caso di Khelif, non riflettersi sulla sua forza muscolare. La scienza ha poche certezze

Tra le certezze citate da Bonarrigo ci sono i Newton prodotti da un pugno di un peso medio uomo [circa 2.600 alla velocità di 47 km/h] e quelli di una donna [1.600 Newton e 40 km/h]: Una differenza sostanziale. Dei Newton dei pugni Khelif e dell’altra pugile Dsd, l’atleta di Taiwan Yu Tin Ling che debutta oggi nei 57 kg contro l’uzbeka Turdibekova, sappiamo poco

Gli ori di Roncadelle

Emanuela Audisio, Repubblica: Due ori nell’atletica in 11 minuti a Tokyo tre anni fa, Tamberi che abbraccia Jacobs e gli urla: ma cosa hai fatto? Re del mondo nel salto in alto e nei cento metri. Si poteva fare il bis? Mais oui. Due ori in 19 minuti a Parigi 2024. Il tempo di cuocere un piatto di riso. Presidente Mattarella, con rispetto, si può aggiungere il primo agosto nel calendario delle feste nazionali? Giovanni De Gennaro e Alice Bellandi, il primo nella canoa (slalom K1) e la seconda nel judo (-78 kg) si abbracciano da lontano. Specialità distanti, acque mosse e tatami. Ma così italiane: stare in equilibrio quando sotto di te l’acqua trema ed evitare di restare capovolta a terra. E stessa provenienza degli ori, made in Roncadelle, 9 mila abitanti, alle porte di Brescia, comune dei campioni olimpici. Paese delle meraviglie. Viene voglia di cantare We are family

L’oro di Alice Bellandi

«Quando ero all’asilo, mia madre mi portò in palestra per incanalare la mia aggressività, che atterriva le maestre. A dieci anni poi il Brescia femminile di calcio mi propose un provino perché facevo un sacco di gol. Ma io non mi presentai. Avevo già deciso. Volevo fare la judoka».

Marco Bonarrigo, Corriere della sera: Era una predestinata che non arrivava a destinazione.Alice Bellandi da Brescia ha trovato l’indirizzo giusto nel palazzetto provvisorio ai bordi dei Campi di Marte, battendo quattro avversarie, soffrendo solo nei primi due minuti della finale contro l’israeliana Inbar Lanir, che aveva dalla sua parte il pubblico. E salvando così la spedizione italiana di judo, che era arrivata a Parigi con aspettative molto alte, andate tutte deluse. Tranne una.

 «Tutti in piedi ad applaudire: ci sono Giovanni Malagò! Giorgia Meloni! Al Bano!» (Fabrizio Tumbarello, Raidue) – segnalato da Antonio Dipollina, Repubblica

L’oro di Giovanni De Gennaro

Arianna Ravelli, Corriere della sera: Gli americani la chiamano legacy: è l’eredità di saperi, conoscenze, esperienza che chi è più anziano trasmette a chi sta per iniziare il viaggio, perché non esistono gelosie, ma solo la voglia di mettersi al servizio. L’oro di De Gennaro arriva 12 anni dopo quello a Londra di Daniele Molmenti che ora è direttore tecnico e anche suo allenatore. Molmenti era all’epoca allenato da Pierpaolo Ferrazzi, oro a Barcellona ’92. Il filo continua, non si spezza

La semifinale di Musetti

Gaia Piccardi, Corriere della sera: Il ragazzo che gioca il tennis dei gesti bianchi degli avi, è il pioniere che riscrive una pagina di storia del tennis italiano. Lorenzo Musetti da Carrara, Italy, giocatore intagliato con mano felice nelle cave di marmo in cui lavora il padre Francesco, ritocca il record di Uberto de Morpurgo, bronzo proprio qui a Parigi cento anni fa, nell’Olimpiade 1924, quando lo sport era mestiere per amatori e nobili con molto tempo libero: 44 Paesi, 3 mila atleti, il barone de Morpurgo, classe 1896 come i primi Giochi dell’era moderna, vincitore della finalina per il terzo posto con il padrone di casa Jean Borotra, che veniva dal trionfo a Wimbledon.

Federica Pellegrini, inclusiva sempre. Ma non sempre sempre

Quanto è avanti Federica Pellegrini. Quanto è aperta, quanto è progressista. «Ho letto le polemiche, che non capisco: queste cose non mi turbano mai, anzi, mi fanno pensare che andiamo avanti» ha detto in un’intervista con Giulia Zonca su La Stampa. Solo che qualche riga più su, nel vantarsi di essere «inclusiva sempre e a prescindere», dimostra di confondere il senso della parola sempre e il significato di a prescindere, quando considera che «nello sport però esiste la fisiologia ovvero il come ci presentiamo non il come siamo o come ci sentiamo ed esistono delle regole. Siamo tutti socialmente aperti e io sono felice se una persona trans decide di cambiare genere perché significa che ha trovato il proprio benessere, ma poi non credo che sia lecito vedere chi decide per una transizione da uomo o donna rientrare nella categoria sportiva femminile». 

È legittimo. La pensa così. Le può far bene rileggersi il passaggio di una vecchia illuminante intervista di Emanuela Audisio a Renée Richards, tennista transgender, nel passaggio in cui racconta che le avversarie «avevano paura di perdere il guadagno, credevano che un giorno noi trans avremmo sbaragliato la concorrenza, fatto a pezzi tutte loro, che poverine avrebbero vinto solo spiccioli. Io che volevo stare in silenzio, mi ritrovai bandiera di un mondo che voleva dignità. Come oculista guadagnavo 100 mila dollari l’anno, secondo le mie colleghe mi ero fatta tagliare il pene per vincere a tennis?”.

 

   ARTEFICI    

Non è che hai un biglietto per Simone Biles?

Quegli sciovinisti dei francesi, lo sapete come sono fatti, quei mammalucchi arroganti e presuntuosi che non darebbero certo a un francese la fiaccola per accendere il calderone, in mezzo alla loro Olimpiade fatta di molto Marchand e un Teddy Riner in arrivo, hanno dato la copertina del loro quotidiano sportivo, il più bello del mondo, a Simone Biles. Anzi, dedicando a Simone Biles il titolo che Roger Vadim diede al suo film con cui Brigitte Bardot venne lanciata sulla scena internazionale. Et Dieu… créa la femme è diventato Et Dieu créa Simone Biles. Da noi lo traducemmo con Piace a troppi, e piace a tanti pure Simone. Un’icona tra le star la chiama il giornale francese. Simone Biles ha il potere di rendere meravigliose le foto nelle quali sta in posa esattamente come tutte le altre ginnaste. Come faccia non si sa. Ha più luce. Spicca. 

Quando si va a vedere Simone Biles, c’è chi se ne vanta come quando si va al tour di Beyoncé o Taylor Swift. Il palazzetto di Bercy era esaurito da mesi. Sono andati a mescolarsi al pubblico Stephen Curry e Kevin Durant, il tennista Tommy Paul, la golfista Céline Boutier. E poi sono andate Nicole Kidman, Natalie Portman, Jessica Chastain, Spike Lee, Lady Gaga, Ariana Grande, Anna Wintour, Tom Cruise. Come fanno se biglietti non ce ne sono più? Pfui, sono delle star. Jill Geer, responsabile del marketing della ginnasta americana, dice di ricevere spesso email di personalità che le chiedono se possono avere un posto «e io rispondo a tutti la stessa cosa: non ne ho. I nostri posti sono per le famiglie degli atleti. Devono parlarne con il Comitato olimpico americano, il Comitato olimpico Internazionale o la NBC». E voi volete che la NBC non trovi un posto a Nicole Kidman e Tom Cruise? [Ehm, no, non seduti vicini]. 

 

ALLONSANFAN

I nuovi idoli di Francia

  La Francia solleva in alto i suoi cuori per un gigante dell’età contemporanea, il suo judoka da due ori olimpici sopra i 100 kg. L’uomo che ha accompagnato Marie-José Perec ad accendere il fuoco dentro la mongolfiera. Dopo il fallimento delle Olimpiadi di Tokyo, Teddy Riner ha un appuntamento con la storia, dice L’Équipe, otto giorni dopo la cerimonia d’apertura e il calderone olimpico.

Anouk Corge ha scritto: Accendiamo un fuoco, Teddy Riner sa come si fa. Dovrebbe incendiare l’Arena Champ-de-Mars, già incandescente dall’apertura delle gare di judo sabato scorso. Ottomila bruciano dalla voglia di vivere un momento XXL. A Tokyo Lukas Krpalek approfittò dell’eliminazione del francese ai quarti per vincere il titolo nei +100 kg, cinque anni dopo quello nei -100 kg. Il cecko ha 33 anni e secondo gli incroci del tabellone potrà incontrare Riner solo in finale. Lui non aspetta altro che questo da anni, dice che gli sarebbe piaciuto a Tokyo e continua a desiderarlo a Parigi. 

Pare che Riner sia in grande forma. Pesa 141 kg, uno in meno rispetto a Tokyo. Un peso effettuato al villaggio olimpico dove il colosso dello sport francese ha fatto solo rarissime apparizioni per non distrarsi fra mille richieste. Dal suo arrivo il 22 luglio da Marrakech, dove vive attualmente, si è stabilito nella zona ovest di Parigi dividendo il suo tempo con i familiari che gli erano mancati così tanto durante le Olimpiadi del 2021 sotto la pandemia,

Qui c’è l’esame dei suoi avversari a cura di Franck Chambily, l’allenatore di Riner. In tre puntate L’Équipe ha raccontato nei giorni scorsi come Riner ha sfruttato il fallimento di Tokyo nella corsa all’oro alle Olimpiadi del 2024. Ha richiamato uno dei suoi ex allenatori. È stato per degli stage in Brasile, in Kazakistan e Mongolia. 

|  ANTAGONISTI  TATSURO SAITO  A Libération suonano meno fanfare e anzi scrivono che la paura è umana perché la sua reputazione di invincibilità è ormai scheggiata e non ha più l’ascendente psicologico di un tempo sui suoi rivali. Era una sorta di mito scolastico, ci si passava la voce, sembra che in Giappone abbiano creato una scuola speciale di judo dove si allenano solo per battere Teddy Riner. Oggi, a rischio di deludere quel ricorso, no, non esiste un dojo segreto nell’arcipelago in cima a una collina boscosa dove l’arte di abbattere l’orco tricolore occupa ogni ora di veglia dei ninja dediti a questo unico scopo. Ma detto ciò, Tatsuru Saito esiste. Il 22enne giapponese dal passato ancora modesto sembra essere stato scelto come i monaci designano il Dalai Lama, dopo anni di vagabondaggio. È relativamente piccolo per la categoria dei giganti (1,91), incredibilmente pesante (170 chili), mancino, e a Riner questo non piace, tutte caratteristiche che lo rendono un blocco di cemento umano difficile da smuovere. Soprattutto, dannazione, la classe non può mentire. Suo padre Hitoshi ha regnato sui pesi massimi negli anni ’80, trionfando nella finale dei Giochi di Los Angeles su un francese allora insuperabile, Angelo Parisi, il nostro primo campione olimpico di judo.

  Stretto fra Marchand e Riner,  si sta conquistando uno spazio contre nous de la tyrannie pure Félix Lebrun, quel tipino che su Google insieme con la parola occhiali fa stare Slalom in alto in alto nel motore di ricerca. Questo per dire che Lebrun ce lo siamo cresciuto insieme ai francesi e il nostro cuoricino tenero batte forte forte nel saperlo in semifinale nel torneo di tennis tavolo. 

Da mercoledì – racconta L’Equipe – il volontario appollaiato sulla sua sedia da bagnino che dà indicazioni alla folla dell’Arena Paris Sud, non grida “ping pong” nel suo megafono. Tutto quello che deve fare è dire “Félix laggiù, Félix laggiù” . E la folla va a cantare il nome del diciassettenne che ha fatto uscire il tennis tavolo dall’ombra, in Francia e non solo

Félix ha battuto Manca nei quarti di finale il taiwanese Lin Yun-ju e adesso gli tocca il cinese Fan Zhendong. Il pubblico non ha bisogno di riscaldamento per dargli un benvenuto da rock star. C’era pure Zidane a vederlo sotto un cappellino nero, Félix Lebrun è stato generoso con i colpi di scena, un po’ meno con i nervi dei 7.000 spettatori presenti, e sicuramente di milioni di altri davanti alla tv. Tre volte ha condotto e tre volte il suo avversario lo ha raggiunto. Sugli spalti, suo fratello Alexis canta e balla. La Francia non aveva un pongista così da quando Jean-Philippe Gatien fu argento a Barcellona nel 1992. Nel doppio arrivò una medaglia a Sydney 2000. 

 

 

 

LA PAROLA CHE NON VI HO DETTO

Ripescaggio

È la novità nel programma di atletica leggera ai Giochi di Parigi. Uno scorre il programma e sobbalza. Ripescaggio. Oddio, pensa, che altro si sono inventati nella Senna? Così mentre appaiono dinanzi agli occhi canne, lenze, esche, taglierine e mulinelli, mentre tornano gli avvistamenti recenti di un beluga e di un’orca nel fiume di Francia, soccorre la spiegazione di World Athletics. È un turno in più inserito in calendario per le distanze comprese tra 200 e 1.500, ostacoli compresi. Ecco. Un turno in più. Non c’era, e adesso c’è. Una superfetazione. Come la Supercoppa. Con questa nuova formula. gli atleti che non accedono alle semifinali grazie a un piazzamento nelle batterie, avranno diritto a una seconda possibilità. È il sistema che rimpiazza la qualificazione grazie ai migliori tempi fra gli eliminati. Ha il vantaggio di mettere l’accento sull’agonismo cancellando le piccole grandi ingiustizie di una batteria più lenta o più veloce, in compenso aggiunge una fatica. 

A L’Équipe vanno molto fieri del fatto che in tutti i documenti di World Athletics in inglese, la parola sia indicata in francese, repechage, anche se per iscritto la R non si sente. Diciamolo, diciamolo come Franco Bragagna: repechage. L’Équipe sostiene che nei prossimi giorni sulla televisione pubblica anglosassone qualcuno invece dirà: Eh, Woupechaige cosa?

La misura non riguarda i 100 metri che prevedono già le eliminatorie prima delle batterie, quel turno nel quale vedremo apparire e subito scomparire atlete e atleti nel giro di 10 secondi, in molti casi 11, in qualche caso 12. Marco Masini chiederebbe a World Athletics perché lo fai, disperata ragazza mia? Sebastian Coe, il suo presidente, ne ha parlato durante i Mondiali di Eugene, spiegando che gli atleti e le tv lo preferiscono, ma a naso più le tv. 

 

OGGETTI DI SCENA

Il ghiaccio

I Giochi di Parigi farebbero la gioia del colonnello Aureliano Buendìa, quello che molti anni dopo, di fronte al plotone di esecuzione, si sarebbe ricordato del remoto pomeriggio in cui suo padre lo aveva condotto a conoscere il ghiaccio. Ecco, se il papà del senor Aureliano lo avesse portato all’Olimpiade, sai che sballo, sai che straordinario giro fra le meraviglie dell’acqua allo stato solido. Il Guardian ha raccontato che per l’Olimpiade di Parigi sono state ordinate 650 tonnellate di ghiaccio, uno stress tremendo per le risorse locali e regionali, secondo l’allarme lanciato da accademici di Francia, Qatar, India e Svizzera che ne hanno scritto in una pubblicazione del British Journal of Sports Medicine. 

Ventidue tonnellate di ghiaccio furono consegnate alle sedi di gara delle Olimpiadi di Tokyo per scopi medici, altre 42 al Villaggio Olimpico. Ecco, il fabbisogno di Parigi 2024 supera di gran lunga queste cifre. Le stime iniziali erano di 1.624 tonnellate per un costo di 2,5 milioni di euro, ma nessun fornitore indipendente è stato in grado di soddisfare la gara pubblica, così Parigi ha rivisto le cifre e siamo arrivati a 650 tonnellate [450 per le Olimpiadi e 200 per le Paralimpiadi].

L’immersione in acqua fredda rappresenta circa il 10% dei trattamenti prescritti dai fisioterapisti presso i policlinici olimpici di Atene 2004 e Londra 2012, sono saliti al 44% per Rio 2016. Delle immersioni, il 98% arriva a scopo di recupero, il resto è destinato al trattamento di lesioni. Oh, l’aspetto nuovo che emerge dallo studio degli scienziati è che sebbene l’immersione in acqua fredda sia utile per trattare l’esaurimento da calore, dopo l’attività fisica svolta a temperature elevate e per i dolori muscolari, non dovrebbe essere utilizzata per il recupero tra sessioni consecutive di allenamento ad alta intensità, né per il recupero immediato o a lungo termine dopo uno sforzo di resistenza. Non è che faccia male. Dicono gli scienziati che non serve. È solo uno spreco di ghiaccio, e dunque di acqua. Quando si pianifica la fornitura di ghiaccio – hanno scritto – gli organizzatori dovrebbero puntare a ridurre al minimo l’uso di pratiche la cui utilità non è basata su prove scientifiche, e promuovere anzi una migliore sostenibilità. Il ghiaccio dovrebbe rimanere disponibile per determinate situazioni, tra cui il sollievo dal dolore acuto, specifiche esigenze e la gestione del colpo di calore

In risposta a questa nuova posizione, Paulina Kloskowska, fisioterapia, docente di muscoloscheletrica al King’s College di Londra, dice che lo sport di alto livello ha sempre agito al limite della scienza per ottenere proprio quei guadagni marginali in termini di prestazioni, di prevenzione degli infortuni o di recupero, aggiungendo che le preoccupazioni sull’uso eccessivo del ghiaccio sono fondate. «Ci sono sempre più dati che spiegano come la terapia del calore sia in effetti migliore per il recupero muscolare a lungo termine, ma che la terapia del ghiaccio e del freddo con tanta frequenza riduce la resilienza dei tessuti, la capacità di sopportare carichi o di adattarsi in modo sano» 

Richard Budgett, direttore medico e scientifico del Comitato Olimpico Internazionale, ha affermato che lo studio dovrebbe aiutare a garantire che i Giochi utilizzino il ghiaccio nel modo più efficace e razionale possibile. Inoltre, spiega, sono disponibili delle alternative al ghiaccio, tra cui un sistema di raffreddamento con acqua filtrata a 10 gradi, che consente di ridurre il consumo di energia. Professo’, e voi mo’ ve ne venite?

 

     

  IL TELECOSLALOM 

LO SPORT OGGI IN TV

LA GIORNATA

VITE OLIMPICHE

8.30  Le Olimpiadi – su Discovery+, Eurosport 1 e 2, Rai 2, Rai Sport. Su Sky sono disponibili tutti i canali olimpici di Eurosport   [TUTTA LA GIORNATA OLIMPICA QUI]

RUOTE

11.45  e 15.05  GP Gran Bretagna, prove libere – su Sky  

16.00  GP Gran Bretagna, prove – su Sky 

TENNIS

18.00  WTA Washington, quarti di finale – su Sky 

20.00 ATP Washington, quarti di finale – su Sky

PODEMI

19.30  Amichevole: Pisa-Inter – su DAZN  

  IL CANALE WHATSAPP

 

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