La settimana da Merckx di Tadej Pogacar

Prima che Tadej Pogacar salisse in bici, le previsioni di algoritmi e computer immaginavano che il suo vantaggio in classifica sul secondo potesse crescere di 9 secondi. Se tutto fosse andato secondo le proiezioni, oggi sarebbe dovuto ripartire in maglia rosa con 55 secondi di margine su Daniel Martinez. Invece siamo sopra i due minuti, per questo nello studio francese di Eurosport ieri si chiedevano se la crono di Perugia resterà leggendaria o no, perfino più di quella alla Planche des Belles Filles, al Tour del 2020. Eppure, a cronometro aveva patito lo scorno più grande, un anno fa, da Vingegaard sempre in Francia. Si è riconciliato, scrive Lucas Sáez-Bravo su El Mundo con un’esibizione brutale sul muro di Perugia 

 

Il muro. La chiave è questa. Pogacar ha preceduto di 17 secondi Filippo Ganna, nonostante si trovasse una quarantina di secondi dietro di lui dopo i 34 km iniziali, pianeggianti. Il muro significa 6 km con una pendenza media del 4,1% e passaggi superiori al 10%. Un tratto che ha mandato alla deriva Geraint Thomas e ha fatto prendere 4 minuti a Einer Rubio e Juan Pedro Lopez. Era da tre anni che un corridore in maglia rosa non vinceva una tappa, dal Bernal di Cortina d’Ampezzo. Fra il km 34 e il km 40 Pogacar ha dato 32 secondi a Martinez, 35 a O’Connor, 40 a Tiberi, 1.04 a Ganna. 

 

Alessandro Autieri su Al Vento ha scritto che simile a una supernova è deflagrata la potenza in sella di Tadej Pogačar. Un’esplosione derivata dal contatto di forza, di aerodinamicità, di leggi della fisica, di delicati equilibri e polmoni forti così. Una miccia, una reazione, accesa dal desiderio, racchiuso nel grido dopo il traguardo: volontà che brucia, rinunce che accendono e scompigliano. Anche in Filippo Ganna c’è stata bellezza, aggiunge, qualcosa che ha a che vedere con l’architettura, che disegna lo spazio in cui scorre. Viene da pensare che Filippo Ganna e la bicicletta siano un corpo unico durante lo sforzo, perché traspare una facilità, una genuinità nello sforzo che è apparenza. Chiedete a Ganna la fatica che si fa, oppure limitatevi ad osservarlo al traguardo, svuotato, stanco. Il talento esce così: consuma chi lo mette in pista, mentre chi guarda ha la sensazione di essere trasportato altrove, in un futuro da fantascienza in cui tutte le logiche siano sovvertite e un uomo possa fare l’impossibile

 

Ganna era andato a riprendere uno dietro l’altro Luka Mezgec, Amanuel Ghebreigzabhier, Vadim Pronskiy, Kevin Colleoni, Thomas Champion, Marius Mayrhofer, Ewen Costiou. Un’impresa pazzesca che stamattina resta impigliata fra le righe. 

Alessandra Giardini su Bicisport lo ha visto andare vicino alla perfezione. Monocorona, spinge un 64. Parte quasi due ore prima degli uomini di classifica. Chiude in 52’01”, un tempo strepitoso. Raccoglie per strada 8 degli 87 corridori partiti prima di lui. Arriva stremato, dopo aver superato gli ultimi due avversari e aver speso davvero tutto, lo devono sorreggere. Magrissimo, forte anche in salita. Appena si siede, beve due bottiglie senza neanche prendere fiato. Non sembra contento, parla di giornata no quando sembra evidente a tutti che ha fatto qualcosa di mostruoso. Poi arriva quell’altro mostro”

 

Eh. Il piano era questo. Spaccare subito il Giro, togliergli fiato e respiro sin dalla prima settimana per gestire le prossime due e presentarsi al Tour con le energie necessarie per aggiungere la maglia gialla alla rosa. Il general manager Gianetti dice infatti che è arrivato il tempo di «iniziare a risparmiare». 

Gaia Piccardi sul Corriere della sera dice che nessuno sa giocare al gatto e al topo come Pogacar, che è dall’inizio del Giro che dopo ogni tappa fa defaticamento su una bici da crono proprio alla ricerca di quel comfort che ieri gli ha permesso l’impresa dell’anno, tornato al pantaloncino granata sdoganato dall’Uci, insofferente sotto il fuoco amico di domande di chi vuole sapere qual è il suo segreto («Non ce ne sono»), cosa ha modificato a crono oltre alla posizione («Non ve lo dico»), imperscrutabile dietro occhi chiari da killer gentile, convinto di non essere lontanamente vicino al picco della forma («C’è molto da migliorare»), padrone di una prova contro il tempo violenta come il pugno lanciato in aria nel centro di Perugia, in uno di quei pomeriggi in cui grande ciclismo e città d’arte si fondono in superbe cartoline di Giro e d’Italia. È più sorprendente Pogacar o la resa dei rivali?

Cosimo Cito su Repubblica spiega che negli ultimi 6 km Pogacar ha viaggiato a 430 watt, a una velocità di 32 all’ora e a 94 pedalate al minuto. Su questo Giro potrebbe essere calata la mannaia. Repubblica sottolinea che Pogacar ha vinto anche la battaglia tecnologica con Ganna. Il piemontese – leggiamo – ha montato una moltiplica monocorona da 64 con un complesso sistema, detto “classified”, azionato col bluetooth, che permette alla catena di non dover scendere sul 44 ma di continuare a lavorare anche con rapporti lunghi. A tutto questo Pogacar ha opposto un 58/44, più tradizionale, due denti in più nella moltiplica grande rispetto al 56 usato nella disastrosa crono di Combloux del Tour 2023, quando perse pesantemente da Vingegaard.

Marco Bonarrigo, ancora sul Corriere della sera, considera che ci sono due modi per vincere con 17” di vantaggio una cronometro quando hai 47” di ritardo dal leader e mancano soltanto 6 chilometri al traguardo: sperare che il battistrada fori due o tre volte e sbagli anche strada oppure chiamarsi Tadej Pogacar. Lo sloveno ha usato la Foligno-Perugia di ieri come laboratorio per verificare il mostruoso lavoro fatto negli ultimi otto mesi dopo lo sconfortante 21° posto al Mondiale crono di Glasgow, dove sembrò incapace di produrre potenza e ballerino in sella. Durante l’inverno Poga ha cercato, tra galleria del vento e pista, una posizione in bici (Colnago gli ha costruito un nuovo telaio) che gli permettesse di erogare la sua mostruosa potenza (ieri 430 watt di media nei 12’ di salita) senza comprimere la cassa toracica e senza rendere meno efficace la pedalata come accadeva in passato. Partito due ore dopo Ganna, ha trovato (come Thomas e Martinez) un muro di vento contrario che lo scorso anno l’avrebbe messo in crisi: ieri l’ha cavalcato senza minimamente scomporsi

Eppure, Enzo Vicennati per Bici Pro riprende un discorso accennato ieri e si domanda come mai lo sloveno sia tanto nervoso. Il podio è andato per le lunghe e quando Tadej Pogacar arriva davanti ai giornalisti, che le sue parole dovranno scriverle e non soltanto registrarle o mandarle in onda, sembra piuttosto nervoso. Entra nel van delle interviste masticando parole che non ti aspetti dopo una tappa in cui ha vinto rifilando minuti ai diretti avversari. A un certo punto anche il suo addetto stampa sembra mimare l’invito ad abbassare i toni, ma evidentemente qualcosa disturba la maglia rosa. Il protocollo dopo l’arrivo è lungo, ma non certo più di quanto lo sloveno viva costantemente da anni al Tour de France.

Dovrebbe casomai scomporsi Thomas, il gallese che Jon Rivas su El Pais definisce l’alternativa prevista,  il ciclista che sa di essere vecchio più che di essere un diavolo. La gioventù offensiva di Tadej Pogacar non si lascia scoraggiare dall’esperienza del gallese, né dalla forza della sua squadra, l’Ineos, che sembrava avesse tutto per inoculare l’antidoto al Giro e minimizzare l’impatto del leader della corsa. Invece Geraint l’ha presa bene. Dice che la Ineos non è la prima squadra presa a schiaffi da Pogačar. La rivista Rouleur ha scritto che a volte può esserci qualcosa di demoralizzante nel guardare un pilota esibirsi con un dominio così indiscutibile, può significare che la gara sarà noiosa, un vincitore così prevedibile toglie tutto il divertimento. Ma la reazione di Pogačar quando ha tagliato il traguardo è stata di una gioia e di una felicità così viscerali, da attenuare questa sensazione. Era come se la pressione della vigilia si stesse lentamente allentando. Il modo in cui Pogačar ha corso finora al Giro lo ha reso un simpatico leader della corsa

Come si regola oggi in salita? Si arriva a a Prati di Tivo e lui conosce bene quel percorso, era la tappa regina quando vinse lì, due anni fa, alla Tirreno-Adriatico ricorda Daniela Cotto su La Stampa. Pier Bergonzi sulla Gazzetta si domanda: Riuscirà a contenere il suo istinto killer o farà prevalere il Cannibale che ha dentro? Noi speriamo che faccia semplicemente Pogacar, il più spettacolare e completo campione di questa generazione di fenomeni. A noi piace così

Oh, comunque Luke Plapp è la nuova maglia bianca. Dai, appassioniamoci a qualcosa. 

 

IL GIRO DEI GIRI

Tappa-7

Una cinquantina d’anni fa Prati di Tivo era famosa per un paio di cose. La prima: Giovanni Battaglin arrivò in cima alla salita e prese la maglia rosa al Giro del 75. È il solo precedente arrivo di tappa nella storia della corsa. Maurizio Caravella su La Stampa scrisse che era finito il suo allegro valzer in maschera. Adesso chi non sa ballare ha un volto e un nome, non può più confondersi in mezzo agli altri.

Battaglin era arrivato terzo due anni prima, dietro Merckx e Gimondi, ma la sua crescita si era fermata per una caduta in garage [schiena] e un’altra alla Tirreno-Adriatico [polso]. A Prati di Tivo aveva cambiato la bicicletta prima della salita, se ne fece dare una con le gomme leggerissime, e gli altri risero, pensarono che avrebbe forato.

Perse la maglia il giorno dopo a Campobasso da Francisco Galdós, la riprese a cronometro a Forte dei Marmi alla 13esima tappa, ma la perse ancora immediatamente, al rientro in strada da un giorno di riposo, in una seconda cronometro consecutiva, stavolta in salita verso il Ciocco. La prese Fausto Bertoglio e la portò fino allo Stelvio. 

La seconda cosa per cui Prati di Tivo viene ricordata è La maestra di sci. Nel senso del film. Il film sexy all’italiana con Carmen Russo nei pochi panni di Celia Berni in arte Lucille Brown, Andy Luotto nel ruolo del paparazzo Franco Landi. Alcune scene del film furono girate là, fingendo che fossero le Alpi. 

La rivista Rouleur dice che la salita di Prati di Tivo è più lunga, più ripida e più alta dell’arrivo in vetta di Oropa di domenica scorsa, ed è uno degli arrivi più difficili di tutto il Giro. 

È il tipo di montagna implacabile su cui devi prendere il ritmo, sebbene non ci siano brutte rampe con pendenze a due cifre, non viene mai offerto alcun sollievo. Il loro pronostico: una fuga oppure Nairo Quintana. 

Giovanni Battistuzzi su Giro di Ruota prende spunto dall’ippovia del Gran Sasso di fianco alla quale passa la corsa, per ricordare le sfide tra biciclette e cavalli, e di quando nei pressi di Prati di Tivo, il condottiero Ludovico Malvezzi, in sella a un tenebroso cavallo nero, si rifugiò per evitare di perdere la testa in tempo di pace dopo essere riuscito a non perderla in tempo di guerra: il marito di una nobildonna picena lo voleva morto per aver scoperto che il condottiero si intratteneva tra le sottane della sua amata. Ecco. Forse una maestra di sci. 

LE FAVOLE ABRUZZESI DI MONTANELLI

“L’Abruzzo ci è venuto incontro nella persona di una donna che teneva per mano una bimbetta. Non era una donna molto vecchia: un enorme scialle nero le avviluppava interamente la magra figura ed essa, sedendosi, lo aprì con le braccia per trarselo sulla testa e parvero le ali di un mostruoso uccello notturno che si distendessero per il volo. Sedette sul ciglione della strada ma molto in alto e tacque per un pezzo guardandoci insospettita. Teneva però, strettissima nella sua, la mano della bambina e solo dopo un poco si decise a chiederci, timidamente, se i corridori facevano del male a nessuno. “A nessuno” garantimmo, “nemmeno ai propri concorrenti”. La donna parve rassicurata e dopo un poco cominciò a parlare con la piccola. Non era facile capire quello che diceva, ma credetti intendere che le raccontasse la storia di suo padre che fu il primo in quella contrada a veder passare una bicicletta e corse al paese ad annunziarlo a tutti gli uomini; tenuto consulto e stabilito che un mostro cosiffatto non poteva essere altri che il lupo di Pretorio, si armarono di forconi e con essi vennero sulla strada per accogliere degnamente il malcapitato. Il quale, per sua fortuna, era già scomparso all’orizzonte. Ma questa favola la donna, più che alla sua giovane compagna, la raccontava a se stessa. (…) Nell’impervia e chiusa civiltà abruzzese le favole non sono monopolio dei bambini, come altrove. Esse sono il modo di sentire e di rappresentare anche dei grandi. Questa è la sola terra d’Italia dove i lupi circolino ancora per le strade dei villaggi, vestiti da uomini, e il serpente possa insinuarsi nei letti delle ragazze per sedurli. E le favole d’Abruzzo non sono soltanto in Abruzzo, ma dovunque sia un abruzzese”

[Indro Montanelli, Corriere della sera, 22 maggio 1948] – in Indro al Giro, Rizzoli, 2016

COVER

2023 Giro d’Italia Art by Garth Bayley: The Stage 17 sprint finish
Copyright © 2023 Garth Bayley Art
Garth’s cycling art is available for purchase at Garth Bayley Art.

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