Qualcosa è successo. Qualcosa è cambiato. A dicembre Scamacca era un centravanti con un problema all’inguine, a marzo un ragazzo con un problema in nazionale per dipendenza notturna da playstation, a maggio il numero 9 che la nazionale sta aspettando da almeno tre anni, dai giorni del ballottaggio Immobile-Belotti [soprattutto mediatico].
Fare il giro largo è la sua specialità. È partito ragazzino per l’Olanda. Ha messo una parentesi inglese nel curriculum pieno di squadre fuori dall’orbita metropolitana. Eccolo, finalmente. Ha segnato 9 gol nelle ultime 11 partite, da marzo in avanti, l’ultimo è quello di Marsiglia che tiene in corsa l’Atalanta per la finale di Europa League, miglior risultato europeo della storia dopo la leggendaria semifinale di Coppa delle Coppe 1988, guadagnata con una finale di Coppa Italia persa dal Napoli scudettato di Maradona.
Là dove c’erano Stromberg ed Evair, adesso ci sono lui e De Ketelaere. Ha un cognome che potrebbe essere quello di un monsignore [monsignore Scamacca] o di un balordo uscito da un film di Dino Risi [Er scamacca].
Emanuele Gamba su Repubblica ha scritto qualche settimana che “le folate di vento che il centravanti scatena con i suoi tiri impetuosi” stanno spazzando i dubbi sul suo conto. “Scamacca adesso corre, come rincorre, è il modo in cui sta dentro al gioco, si connette con i compagni, “sente” le cose attorno. E sono anche i sorrisi che libera dopo aver segnato, la maniera in cui si lascia finalmente andare condividendo la gioia con i tifosi. Prima festeggiava serio, come se il gol fosse un dovere. Adesso si vede che prova piacere, a segnare e a giocare. È questa la risposta che Spalletti aspettava”.
Manca poco più di un mese agli Europei. Dovrebbe essere un bel segno. “Siamo diventati un paese senza centravanti – scriveva Gamba – al punto che abbiamo dovuto importarne uno che fino a un anno fa neanche parlava l’italiano. Scamacca lo attendiamo da molto, però: è stato una rivelazione precoce ma dalla maturazione tardiva. A Bergamo pensano invece che lo Scamacca sbocciato a marzo sia la naturale evoluzione dei mesi della semina gasperiniana. Su di lui l’Atalanta ha investito ben 25 milioni, cifre che non sono nella sua natura: significa che gli ha affidato un salto di livello. E lui ha investito sull’Atalanta, preferendola all’Inter, perché convinto che Gasperini lo avrebbe portato a un livello più alto. Ci è voluto un po’, sta succedendo”.
LA SEMIFINALE DI MARSIGLIA
Fabio Licari sulla Gazzetta dello sport ha parlato di Scamacca come “il 9 ideale di ogni tecnico. Mancini gli aveva dato undici presenze. Spalletti non ha mai nascosto le preferenze in attacco: «È un centravanti con la scocca», una di quelle frasi che entreranno nella leggenda azzurra. “Scocca”, cioè potenza, fisico e struttura imprescindibili nel calcio moderno. Il c.t. ne ha bisogno: l’Italia offre sempre 45’, massimo un’ora, di calcio offensivo e spettacolare, crea occasioni, ma il calo fisico la costringe poi a subire o a esporsi alle ripartenze. Non ha il senso del gol di Kane o Lewandowski, forse non l’avrà mai, ma sempre più s’avvicina a due modelli ideali tecnico-tattici e fisici: lo stesso Kane e Dzeko. Centravanti dalle spalle enormi e da movimenti (e visione) di un trequartista. Dzeko è nato 10, come Bergkamp, come il prototipo storico Hidegkuti, primo 9 arretrato. Kane è diventato un regista offensivo senza smettere di segnare. Scamacca con l’Atalanta ha fatto il 9 e il 10. Ha firmato gol da attaccante vero, e ha illuminato il gioco sulla trequarti non limitandosi alle sponde, ma impostando con lanci, assist, filtranti. “Dialoghi” da trequartista. Andare all’Euro con Retegui e Raspadori sarebbe un rischio: se l’italoargentino prende un raffreddore, chi fa il 9?”.
Dario Saltari su Ultimo Uomo ha analizzato movimenti, gesti e azioni di Scamacca. “All’Atalanta, Scamacca sembra aver asciugato il suo gioco, rendendolo più essenziale. Quando viene incontro sulla trequarti cerca di toccare di meno il pallone, anzi, spesso gioca di prima, probabilmente per anticipare l’arrivo dei difensori alle sue spalle, e non esporsi a una sfida in cui è ancora ben lontano dall’essere il migliore. Questo lo costringe a essere troppo frettoloso a volte, ma gli permette anche di perdere molti meno palloni in zone pericolose, e in maniera meno goffa. C’è una giocata che sembra aver imparato a memoria, e che è possibile che Gasperini abbia codificato per lui come un esercizio da ripetere a memoria. Movimento incontro, stop ad aprirsi il gioco verso il lato opposto, apertura per l’esterno. Di giocate di questo tipo ne realizza almeno una, due a partita”.
Claudio Pellecchia su Rivista Undici ha scritto che non è ancora troppo tardi per vederlo entrare nell’eccellenza. “Scamacca è sempre stato un giocatore difficile da capire e interpretare, come tutti quelli che sembrano essere capitati per sbaglio all’interno di un corpo troppo grande per riuscire a esprimere tutto il proprio potenziale tecnico. Per questo l’approdo all’Atalanta è sembrato fin da subito un passaggio giusto e naturale per razionalizzare le spigolature di un talento che si è sempre retto su un sistema di contrappesi e controsensi legati al suo essere un attaccante di quasi due metri che, incredibilmente, sembra trovarsi a proprio agio solo in quelle situazioni e in quei contesti che sarebbero più adatti a giocatori che pesano la metà di lui. E che siano più bassi di almeno venti centimetri. Eppure è proprio questo apparente cortocircuito che lo ha trasformato nell’attaccante italiano più forte, o comunque in quello che è riuscito ad andare oltre la specializzazione e la settorializzazione che costituisce il limite oltre il quale i vari Immobile, Belotti, Retegui e Kean non sono mai riusciti ad andare”.
Amen.