Ba Dak viveva in tenda da nove giorni quando è arrivata la polizia. È uscito dal sacco a pelo, ha aperto la cerniera all’ingresso e ha sentito che fuori faceva freddo. Febbraio. Sotto il ponte Charles de Gaulle, sulla sponda settentrionale della Senna, c’era un via vai mai visto. Gli agenti di polizia in giubbotto verde fluo stavano marciando nell’accampamento, in mezzo a gente assonnata, gli occhi gonfi, le borse in mano. Altri agenti armati vestiti di nero stavano di guardia, bloccavano pedoni e ciclisti.
Dak si è rannicchiato con gli amici ai margini del campo, tutti giovani, in alternativa giovanissimi, con un mucchio di km alle spalle per arrivare a rifugiarsi là, ognuno arrivato da lontano con un dramma e con una speranza.
Dak, 20 anni, veniva da una famiglia di agricoltori del Sud Sudan. Ha trascorso la sua adolescenza facendo il soldato e poi è scappato in macchina attraversando la Libia, ha viaggiato per il Mediterraneo in barca, ce l’ha fatta, dall’Italia è partito in treno verso la Svizzera e poi la Francia. Per arrivare a Parigi ha impiegato quasi due anni.
Dak dice di voler fare il pugile, di volerlo fare in Francia, perché in Francia vive e gioca [non per molto] il suo idolo Mbappé.
Comincia così il reportage di Albert Samaha per il Washington Post fra le tendopoli del Lungosenna, dove i migranti accampati si sono trovati di fronte a una scelta nuova: salire sull’autobus e andarsene subito, oppure aspettare la prossima retata della polizia.
Le operazioni fanno parte di un programma lanciato in Francia nel maggio 2023. I funzionari lo hanno presentato come un piano di solidarietà, con il trasferimento degli homeless in strutture di nuova costruzione in tutto il paese, portandoli via anche dagli hotel di periferia in cui erano stati inizialmente accolti. Ma le organizzazioni che offrono sostegno ai rifugiati sostengono che il governo ha motivazioni più subdole e specifiche: liberare Parigi dalle tendopoli, sgombrare migliaia di camere d’albergo prima dei Giochi, identificare le persone che non hanno i requisiti per rimanere legalmente nel paese.
È una questione che ogni quattro anni si ripropone nelle città dei Giochi, probabilmente accade da sempre, di sicuro in maniera mediaticamente più forte dal 1992 in avanti, dalla spopolazione della Barceloneta, la gentrificazione dell’antico borgo di pescatori.
Le autorità cinesi sfrattarono un milione e mezzo di persone dalle loro case per dare un nuovo volto a Pechino prima delle Olimpiadi 2008. In Brasile demolirono le case nelle favelas di Rio de Janeiro prima dei Giochi 2016. A Vancouver nel 2010 la polizia venne accusata di reprimere la vendita degli ambulanti e la minzione pubblica, in un quartiere a basso reddito del centro. Per Londra 2012, le autorità britanniche buttarono giù complessi di appartamenti economici per fare spazio a servizi nuovi, destinati agli atleti e ai visitatori. Ma non riuscirono a portare a termine i piani per la costruzioni di alloggi popolari. A Los Angeles già si parla delle politiche in atto per lo sgombero degli accampamenti in alcune zone della città. All’inizio di marzo, il sindaco Karen Bass ha visitato Parigi per studiare l’approccio della città all’argomento.
“A poche settimane dalla cerimonia di apertura, vivere in una tenda comporta un rischio costante di sfratto. Nei primi quattro mesi del 2024, la polizia ha sgomberato 20 siti in tutta la città, più che in tutto il 2022, secondo i registri del governo” racconta il Washington Post.
«Per le Olimpiadi si nasconde tutto, ma non si risolve il problema», afferma Paul Alauzy, assistente sociale dell’organizzazione no-profit Médicines du Monde, fondatore di Le Revers de la Médaille, un’associazione che lavora per attirare l’attenzione sull’impatto che hanno i preparativi per i Giochi sulle comunità emarginate della città. «Tutti quelli che vivono per strada – dicono – subiranno le conseguenze delle Olimpiadi».
Il CIO ha rifiutato di rispondere alle domande del Washington Post: “Il problema dei senzatetto a Parigi – ha fatto sapere con una dichiarazione – è chiaramente al di fuori della competenza degli organizzatori dei Giochi”.