
Quando Ekaterina Antropova è apparsa nella pallavolo italiana, pareva un regalo incartato da qualche parte dove son bravi a fare le sorprese. Arrivava come una carezza del Caso alla migliore generazione italiana di sempre, un concentrato di qualità e personalità perfino superiore ai giorni di Lo Bianco e Togut, Piccinini e Cacciatori.
Ekaterina era una specie di replay sotto un’altra forma della storia di Tai Agüero, fino al 2001 cubana, ma sei anni dopo braccio dell’Italia campione d’Europa. Agûero giocava a Perugia quando il governo del suo paese le aveva ordinato il rientro in patria. Era la stella dell’oro olimpico 2000. Era andata via di casa a dieci anni. Vedeva i genitori una volta ogni due mesi. Aveva dovuto vincere i pregiudizi di chi la diceva troppo bassa per giocare a pallavolo.
Al governo cubano Agüero non rispose. Un giorno che era con la nazionale sparì da un albergo di Montreux, prese le scale di servizio, si nascose in una macchina e scappò verso Perugia. Pioveva, alla frontiera non controllarono i documenti. Era una donna innamorata, le persone innamorate non rispondono ai governi. Dopo qualche settimana scrisse a casa, resto qui, mamma, resto in Italia, ti porto nel cuore. Si sposa, prende il passaporto, mette una maglia azzurra, tutto bello, tutto felice: fino al giorno in cui chiede il visto per rientrare a Cuba, sua madre sta morendo, il governo glielo nega. Arriverà troppo tardi.
BRACCIO DI FERRO
Con Egonu o contro Egonu
La madre di Ekaterina è stata invece un motore della scelta di farsi italiana. Tai era troppo bassa, sua figlia era troppo alta. A 14 anni è già un metro e 94, quattro centimetri più di lei. L’ha mandata a ginnastica, lo sport della giovane Korbut di cui lei porta il nome, Olga. Quest’altra Olga era finita a giocare a pallamano, in porta. Suo marito è stato un centro nel basket quando i centri nel basket si chiamavano pivot. Insomma, i centimetri di Ekaterina diventano 212, troppi per stare in equilibrio su una trave, Olga le affianca un preparatore atletico su consiglio del suo secondo marito, un chirurgo che lavora con la nazionale di basket. Portiamola in Italia, pensano, dove per la pallavolo c’è cura. Il resto è sotto i nostri occhi.
Un regalo, una carezza del Caso, un’aggiunta alla generazione di Egonu e Sylla, finché qualcuno non ha immaginato che si potesse usare Ekaterina contro la generazione di Egonu e Sylla. Farla strumento di un golpe. È andata come è andata anche perché “non spettava a lei far cambiare approccio a Paola Egonu solo perché in nazionale ora cʼera una rivale nel
suo ruolo. Come non spettava a lei – ha scritto Eleonora Cozzari su Supervolley – far vincere l’Italia giocando in posto quattro, modello Turchia di Santarelli. Che se va bene per Karakurt e Vargas, perché non dovrebbe esserlo per noi. Per non parlare dello spogliatoio. Troppo Egonu centrico. Lei, si diceva, l’avrebbe bilanciato. Lei, lei, lei”.
Daniele Santarelli in Turchia ha fatto convivere Melissa Vargas con Ebrar Karakurt, convertita in martello: esperimento riuscito. Davide Mazzanti non ci ha nemmeno provato. Ha perso il lavoro di cittì, questa brace sarà tra poco fra le mani di Julio Velasco, il veterano richiamato in servizio per qualificare l’Italia a un’Olimpiade che potrebbe perfino ancora essere vinta, contro la Turchia, la Serbia, le USA – se due club [Milano e Conegliano] sono in finale di Coppa dei Campioni.
Velasco parte da una idea prudente, ma nel mondo della pallavolo è anche il più consapevole delle conseguenze di una frase detta male o troppo presto. Per ora guarda, osserva, studia. Ekaterina è avversaria di Paola nella semifinale scudetto, il primo vero scontro diretto con qualcosa in palio. Gara-1: 19 punti a 17 per Antropova e 3-0 per Scandicci. Gulp.
RADICI
Ekaterina raccontata da sé stessa
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A Kate ha dedicato un bellissimo servizio di alcune pagine la rivista Supervolley nel numero di gennaio-febbraio. Eleonora Cozzari è andata a Scandicci per intervistarla.
“Il suo livello di italiano è decisamente alto, per una ragazza arrivata nel nostro Paese nel 2017. Quando però nel gesticolare, ha involontariamente colpito la sua borraccia riprendendola giusto un attimo prima che cadesse dal tavolo e una mezzora dopo, sempre per muovere le mani, ha rovesciato completamente la tazza di tè che aveva davanti, mentre tentava di togliersi dall'imbarazzo le ho detto: "gesticoli da perfetta italiana". Lei ha sorriso e mi ha risposto: «L'Italia mi ha aperto il mondo». Poi la cittadinanza andrebbe data anche alle migliaia di ragazzi nati e cresciuti in Italia da genitori stranieri, anche se evidentemente non schiacciano come lei, ma questo è un altro discorso".
Antropova si è aperta come mai prima. Si è fatta conoscere. Ha raccontato delle mattine in cui andava a scuola, a San Pietroburgo, “anche se distava solo cinque minuti a piedi, usciva con i pantaloni da sci e le scarpe da neve. Poi, una volta arrivata, si metteva l’uniforme della scuola e le scarpe abbinate. Le scarpe, mi dice, si cambiano sempre in Russia, perché non saranno
mai le stesse per stare dentro e per stare fuori”.
Ha raccontato dell’Islanda in cui è casualmente nata [«Mia madre lì ha ancora un’amica e ci vive la sorella di mia nonna»] e di San Pietroburgo dove «tutt’ora abitano sia mio padre che il mio patrigno. È grande, bellissima ed è anche la città della mia migliore amica, Nelia, che giocava a pallavolo con me e ora studia management dello sport. Non la vedo da due anni e mezzo e mi manca».
E qui c’è anche un passaggio politico, un passaggio in cui accenna a cosa pensa su quanto accade nella sua terra.
«Non è facile oggi stare in Russia, sono questioni complicate. Se dici di stare da una parte o dall’altra vuoi spiegare il mondo. Ma spiegare il mondo è più complesso. È come con la religione, ti ci appoggi. Io credo solamente che è assurdo fare ancora la guerra dopo che sei cresciuto dicendo che la guerra è sbagliata».
Racconta che le piaceva la ginnastica «ma una volta sono andata in un’accademia specializzata e quelli mi hanno detto senza tanti giri di parole che con me non si perdevano niente e per farmelo capire ancora meglio mi hanno fatto vedere come si piegava un’altra ragazzina nell’eseguire un esercizio. Invece la pallavolo all’inizio non volevo farla, uscivo dalla palestra che mi facevano malissimo le braccia e l’allenatrice stava tutto il tempo a urlare. Però mia madre insisteva e a dire il vero più passava il tempo e più avevo un obiettivo che volevo raggiungere: imparare a schiacciare da sopra verso sotto, visto che la maggior parte delle mie compagne schiacciava facendo una parabola, da sotto verso sopra. Credo che il mio amore per la pallavolo sia iniziato quando ci sono riuscita».
Finalmente una giocatrice che non dà il merito di tutto a Mila e Shiro. «In Russia il cartone di Mila e Shiro non è mai arrivato, però recentemente mi sono appassionata a Haikyuu, la serie tv tratta da un manga giapponese in cui il protagonista vuole diventare un giocatore di pallavolo di vertice».
Quando il compagno di sua madre le proposte l’Italia, Ekaterina dice che «sapevo sarebbe stato un cambiamento radicale per tutti, non solo per me. Però l’euforia era quella di una ragazzina, non mi piaceva una professoressa della mia scuola ed eravamo stati in Italia in vacanza, a Reggio Calabria. Dove si mangiava benissimo, splendeva sempre il sole e il mare era caldo. Presa la decisione, abbiamo cercato un insegnante che venisse a casa a darci lezioni di italiano. In questi aspetti esce fuori tutto il mio essere russa, la voglia di superarmi e abbattere le difficoltà. Da noi c’è l’idea di “andare alla conquista”, spesso di Mosca che è la città di riferimento. Ma comunque il concetto è lo stesso, andare incontro alle cose, magari fare fatica ma superarle e andare avanti. E così sono arrivata a Sassuolo l’estate del 2017, con le valigie e il mio gatto. Avevo 15 anni».
È una chiacchierata davvero tutta interessante [a Supervolley ci si abbona qui] nella quale Antropova racconta della foresteria in cui viveva, cinque ragazze nella stessa palazzina con sua madre che era la tutor di tutte.
«All’inizio, tranne il libero ho giocato in tutti i ruoli, pure alzatrice. Una volta ricordo che l’allenatore ha detto: “Chi è la più scarsa a schiacciare? Ecco Antropova vai tu a palleggiare!”. Io sono andata ma tutte si lamentavano! (ride, ndr). Quando sono arrivata in Italia ero mezzo centrale, mezzo posto quattro, però il campo era il mio posto preferito perché mi sfogavo».
Nello spogliatoio «a destra parlavano di un argomento, a sinistra di un altro. Io cercavo il gruppetto dove capivo più parole e stavo in ascolto. Sassuolo è piccolina e tutti si conoscono, così il primo giorno di scuola avevo un solo obiettivo: non finire da sola al primo banco. Ma quando sono arrivata tutti erano già sistemati a coppie e io mi sono trovata da sola, vicino alla porta, al primo banco. Capivo il 20% di quello che i professori dicevano ma prendevo un sacco di appunti, l’italiano è facile da scrivere perché è uguale a come si pronuncia. Qui ho ripreso a studiare matematica e comprendevo la fisica meglio che in russo».
Ha preso la patente. Ha una persona che la ascolta e con cui parla di come si sente. «Normalmente ti ricordi solo dei palloni che hai sbagliato e invece mi devo sforzare di ricordare le cose che mi servono per andare avanti. Dobbiamo mettere l’attenzione su quello che ci è utile. Io ho bisogno anche del mio spazio, di stare da sola. Non so giocare a burraco e non sto li a dire: “andiamo in camera a parlare”. Ma la scoperta di quest’anno è stata decisamente Myriam (Sylla). È una persona super disponibile e in campo mi piace da impazzire. Una scoperta bellissima direi!».
La frase finale è un messaggio a Velasco.
«Io mi sento più sicura da opposta, non mi sono mai allenata a questi livelli da posto 4. Però a me piace lavorare e migliorarmi, quindi se c’è qualcuno che mi insegna a giocare schiacciatrice-ricevitrice, io ci sono. Le sfide non mi spaventano. Di certo nessuno può prendermi, farmi fare il posto 4 e aspettarsi il 100% in ricezione».
Rischia di essere un argomento ancora per un po’. Ne ha scritto nei giorni scorsi Enrico Spada su Oa Sport
“Chi ha allenato la schiacciatrice di Scandicci da giovane parla di una buona propensione alla ricezione che legittimerebbe quantomeno una prova. Se ne riparlerà. Antropova con Velasco in panchina, pare destinata al ruolo di vice Egonu e cercherà di fare talmente bene da mettere qualche dubbio al tecnico argentino, aperto a tutte le possibilità”.
Se Velasco non dovesse mai provarle insieme, sarebbe davvero sorprendente.
QUANDO LE RIVEDIAMO Mercoledì 10 aprile ore 20.30 gara-2 semifinale scudetto