Il dibattito intorno alle divise della nazionale USA di atletica

Quando le atlete americane saranno in pista alle Olimpiadi di Parigi quest’estate, potremmo domandarci se per caso non si tratti di un’audizione per una nuova serie di Baywatch

Neppure a Kareem Abdul Jabbar sono piaciute le nuove divise disegnate dalla Nike per la nazionale americana di atletica leggera. Le divise femminili, perché quelle maschili hanno un design che sembra piuttosto standard. È la tuta intera della donna che presenta invece una linea sorprendentemente alta

Kareem è una voce ascoltata dell’America. Per la sua grandezza da giocatore di basket in campo, per la sua testa e il suo impegno civile in difesa dei diritti, fuori. Sulla piattaforma Substack è il curatore di una newsletter in cui scrive di politica, persone, libri, film, canzoni. Ovviamente parla e scrive di sport, così l’ex centro dei Lakers ha ripreso uno dei temi di discussione degli ultimi 10 giorni in America. 

Il New York Times l’ha chiamata una reazione inaspettata. Inaspettata per la Nike, ma non è piovuta dal cielo, non è nata dal nulla. Era in atto, dice il New York Times, una rivoluzione silenziosa. Quella che ha portato nel tennis a rigettare il gonnellino, nel calcio a ribellarsi ai pantaloncini bianchi che mettono in imbarazzo durante il ciclo, nella ginnastica artistica a preferire una tuta intera al body, nelll’hockey su prato a gettar via le canottiere scollate. Se un giorno dovremo assegnare il merito e la primogenitura di tutto questo, forse dovremo rivolgere lo sguardo verso la Norvegia, dove la squadra di beach pallamano protestò contro l’obbligo di dover mettere i bikini durante le partite. 

Invece dai laboratori Nike è venuto fuori questo body sgambato, così sgambato che sui social c’è stato chi si è domandato se la ceretta alle atlete la paghi la federazione americana.

Tara Davis-Woodhall, stella del salto in lungo, ha fatto un commento osé. «Dovremo stare attente a non scoprirla». Colleen Quigley, ostacolista, ha scritto: «Io voglio ancora far parte della squadra ma così…» . Grayson Murphy fa trail running e ha confessato di provare disagio, di avvertire una certa ansia dinanzi a quella divisa. La maratoneta Laura Green l’ha messa sull’ironia e ha pubblicato un video in cui fingeva di provare il look [«Ci sentiamo carine, ehm, disinvolte»] e di controllare il resto della borsa, all’interno della quale si scopriva della lacca per capelli, un lucidalabbra e un fantomatico kit per l’isterectomia,.

Lauren Fleshman, fondista, ha detto di voler sapere se esiste una squadra di WNBA o di calcio che sarebbe felice di mettere una divisa del genere. «Le atlete – ha detto – dovrebbero essere in grado di gareggiare senza dedicare troppi pensieri alla vigilanza del loro pube o alla preoccupazione di avere in mostra buona parte del proprio corpo. I kit delle donne dovrebbero essere al servizio della prestazione. Se questo outfit fosse davvero un aiuto per le prestazioni fisiche, anche gli uomini lo indosserebbero». Fleishman lo ha definito «un costume nato da forze patriarcali che non sono più benvenute o necessarie negli sport femminili». 

 

John Hoke, responsabile dell’innovazione per Nike, ha chiarito che in realtà quella divisa è solo un’opzione. Le atlete potranno scegliere di mettere dei pantaloncini, un top, una canottiera. La gamma completa dei look non era disponibile nel giorno della presentazione a Parigi, gli altri saranno presentati la settimana prossima a New York. Quello di Parigi, ha spiegato l’azienda, doveva essere un teaser. 

Può darsi, ha obiettato il New York Times, ma ciò che Nike non ha notato è che scegliendo si presentare quei due look come anteprima anziché i pantaloncini e le canotte disponibili, ha rafforzato un’iniquità di lunga data nello sport, che mette in mostra il corpo di un’atleta donna in un modo diverso dall’atleta maschio.

Nike ha spiegato pure che le atlete erano state consultate. Kareem non sembra crederci. L’ha definita una ciarlataneria aziendale. La NBA potrebbe ottenere un pubblico più ampio se gli uomini giocassero in infradito, ma ci sarebbe dell’indignazione nel sessualizzare gli uomini anziché guardarli per le loro capacità atletiche. Sentirsi impacciate interferisce con le prestazioni. I tentativi di enfatizzare la sessualità rispetto alle prestazioni sono semplicemente squallidi. Quel che è peggio e che ciò riduce il rispetto per le donne come atlete e come persone, e perpetua la discriminazione. I corpi delle donne vengono sfruttati nello sport per ottenere più spettatori. Più spettatori equivalgono a più soldi per le donne, quindi questo sarebbe un vantaggio. Ma lo svantaggio è che enfatizzare la “sensualità” rispetto all’atletismo è dannoso per tutte le donne in tutto il mondo.

Rory Satran del Wall Street Journal ha scritto che il bikini dal taglio alto sembra aver toccato un nervo scoperto”.

Solo che. Questa storia ha fatto il giro completo su sé stessa ed è tornata al punto di partenza, tra le mani di Tara Davis-Woodhall. Colpo di scena. Due giorni fa ha detto che si era sbagliata. La foto non rendeva giustizia alla divisa. «La divisa l’ho vista oggi. È bellissima. Non è come nella foto. Il taglio sembra diverso sul manichino. Avrebbero semplicemente dovuto trovare qualcuno che scegliesse la foto giusta da pubblicare».

E il patriarcato di Lauren Fleshman? C’è sempre? Non c’è più? Sarà rimasto in piedi da qualche parte? Non si sa. La polvere si è diradata, non interessa più a nessuno approfondire. Nella newsletter di Kareem la questione è rimasta tutta in piedi. La newsletter è stata inviata dopo il secondo atto di Tara Davis. È Tara Davis che non si capisce più come la pensi. « I corpi delle donne – ha detto – sono diversi uno dall’altro. Direi la stessa cosa anche per gli uomini. I body si realizzano per le persone che li indossano, non per le opinioni». Arrivederci alla prossima. Magari se ne riparla a Parigi.

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