Dicono in Germania che questa partita è il classico dei classici e che un compito colossale attende il Bayern per salvare la stagione. È l’ottava volta dal 1976 che questi due giganti si incrociano, eppure – strano a dirsi – mai in finale. Le quattordici Coppe presenti nella vetrina del museo allo stadio Bernabéu rendono il Real favorito sempre, ogni volta, contro chiunque. Régis Testelin su L’Équipe ha scritto che questa “serenità eterna è ben incarnata dalla flemma e dall’autorità di Carlo Ancelotti. Il Real non ha mai paura ed è scritto in maiuscolo sul volto dell’italiano”.
Per essere all’altezza di cotanta atarassia, il Bayern si era ripromesso di evitare un’inutile dispersione di energie. Poi Uli Hoeness ha iniziato a parlare A un convegno organizzato dalla Frankfurter Allgemeine Zeitung ha preso la parola e ha detto due cose che gli passavano per la testa sul conto di Thomas Tuchel, allenatore che sta guidando questa coda della stagione con la valigia pronta sullì’uscio della porta. Le acque attorno a lui parevano essersi calmate. Non per Uli Hoeness – che al convegno ha confessato il desiderio di avere un allenatore bravo a migliorare i giocatori come Aleksandar Pavlović o Alphonso Davies. Quando hanno riferito a Tuchel dell’uscita, il poverino che poteva fare. Si è sottratto finché ha potuto, ha solo mormorato che non c’era un momento peggiore per un simile spettacolo collaterale.
Secondo Claudio Catuogno, per la Suddeutsche Zeitung, non si tratta tanto di una critiche a Thomas Tuchel, ma di un messaggio spedito al candidato al posto, Ralf Rangnick. A Die Welt credono che Hoeness non ha ancora finito il lavoro [“Non nasconderà la sua opinione. Anzi”], mentre la rivista Stern è più critica: “Uli Hoeness lo ha fatto di nuovo. Ci fa sentire dentro una macchina del tempo. Ci riporta agli anni Ottanta, ai Novanta, ai Duemila, quando gli attacchi di Hoeness erano parte integrante del business dell’intrattenimento della Bundesliga. Cosa potrebbe fare se non soddisfare il suo ego, forse privato di attenzioni ultimamente? Perché Hoeness doveva mandare all’allenatore quest’ultimo, caustico saluto?”
A Der Spiegel per esempio non ne possono più. Hanno scritto che “Il metodo Hoeness sembra essere giunto al termine. Il presidente onorario aiuta ancora i campioni oppure è diventato un problema?”.
TEMI
I rapporti tesi con Kroos
Tutta queste tensione interna ha scolorito la tensione che esiste tra il Bayern e Toni Kroos da quando il giocatore è passato al Real Madrid dieci anni fa. Andò via un anno prima della scadenza del contratto, il Bayern guadagnò 30 milioni. Da allora ogni tanto Kroos fa l’Uli Hoeness e tira qualche zeppata alla casa madre [«Al Real dopo ogni gol ci abbracciamo tutti»], spesso proprio Hoeness si preoccuopa di replicare. «Il nostro gioco è diventato più fluido, da quando non c’è più siamo diventati improvvisamente irresistibili. Toni gioca sempre in orizzontale nel cerchio centrale del campo, dovrebbe prendere dei rischi ogni tanto. Il suo stile di gioco è obsoleto. Non ha più niente a che fare con questo calcio».
Un’antica inimicizia
Bayern e Real sono nemici intimi, ha scritto su El Pais il decano del giornalismo calcistico Alfredo Relano. Ha messo in fila gli episodi più aspri e controversi di questa rivalità e ne ha tirati fuori alcuni speciali, originali, maturati addirittura nel contesto amichevole del trofeo Bernabéu. In un’edizione il Bayern abbandonò il campo “per pura sfrontatezza”, durante la finale per il terzo posto contro la Dinamo Tbilisi. Tutto lo stadio attendeva la finale Madrid-AZ, che non poté neppure essere anticipata perché andava trasmessa in televisione.
Una seconda volta fu lo scatto di un fotografo a scoprire che i tedeschi avevano lasciato il trofeo d’argento nella tromba delle scale. “Quella foto indignava”. E ancora: in un’amichevole precampionato a 10 giorni dalla Bundesliga, contro un Real che aveva nelle gambe solo 8 giorni d’allenamento, i tedeschi vinsero 9-1 senza fermarsi. Al rientro a Madrid Vujadin Boskov spiegò la cosa con una grande classico. Disse che è sempre meglio perdere una partita con nove gol che nove partite con uno.
Ode a Rüdiger. “Il Real è Machiavelli”
Orfeo Suarez su El Mundo si è invece dedicato ad Antonio Rüdiger. Gli pare l’ultimo dei non galattici così caro alla folla della Bernabéu. Secondo Alfredo Di Stéfano, quella definizione ha fatto molti danni al Madrid. Pensava che nessun giocatore da solo è migliore di tutti i giocatori messi insieme. Non vuol dire che siano tutti uguali. Chiedere ad Amancio di sudare era inutile [così la pensava Radomir Antic], era superfluo pure esigerlo da Butragueño. Tuttavia, molti dei giocatori tecnici passati per il club sono stati fischiati per mancanza di impegno: da Velázquez a Benzema, da Míchel a Guti. Nei momenti critici, anche Cristiano Ronaldo provava a riconquistare la simpatia del popolo con quelle che il giornalista David Gistau definiva gare demagogiche. Esibiva la famosa maglia sudata.
Alcuni nel tempo sono riusciti a unire i due aspetti, l’eleganza del gesto e la fatica. Sono i Di Stéfano, i Pirri, i Camacho, i Sergio Ramos, i Carvajal, meglio ancora Modric. Adesso è arrivato Rüdiger che “non ha il talento calcistico di nessuno di loro – ha scritto El Mundo – ma è diventato uno dei più amati” dopo le barricate contro il Manchester City di Haaland.
Secondo El Mundo “nonostante il Real Madrid sia una squadra offensiva, da vertigini” quel suo atteggiamento non ha provocato alcun dibattito estetico perché “il Real Madrid non è schiavo della narrazione della partita, come il Barça, né di alcuna narrazione politica. Ne ha una sola, la vittoria, e questo giustifica sia le rimonte sia le barricate, per le quali è necessaria la stessa mentalità. Il Real è il Machiavelli del calcio”.
La lente inglese
Vista dall’Inghilterra, questa partita è un duello a distanza tra Harry Kane e Jude Bellingham. Jonathan Liew, firma di spicco del Guardian, ha scritto che ci vorranno degli anni prima che Kane si senta a casa in Baviera, se mai ci riuscirà, mentre Bellingham è al Real Madrid da soli 10 mesi, eppure sembrano già 10 anni.
“Ora che Bellingham torna in Germania per la semifinale di Champions League, si presenta nei panni di uno dei calciatori più adorati del pianeta, universalmente accettato come la tua carta di credito preferita. Nel suo portamento e nel suo comportamento, Bellingham sembra rappresentare una qualità intangibile che va oltre qualsiasi cosa possa fare su un campo di calcio, la stessa qualità che Kane – nonostante tutti i suoi talenti – non possiede. Chiamatelo il fascino della vecchia scuola, chiamatelo romanticismo, di sicuro un uomo che è stato in soli due club in 20 anni viene visto come un mercenario calcolatore, mentre un ragazzo con tre squadre in quattro stagioni è diventato l’incarnazione della poesia calcistica di una volta”.
In effetti.
Liew sottolinea che Bellingham a Birmingham non ha resistito neppure la metà del tempo che Kane ha dedicato al Tottenham, alla speranza di vincere qualcosa lì. Solo che non ha funzionato. “Ci sono altre ragioni, ragioni calcistiche, per cui questi due grandi giocatori inglesi vengono percepiti in modo così diverso. È una lezione sull’importanza di riconoscere l’opportunità da cogliere. Kane ha affrontato la sua carriera come un uomo che si concede sempre un’altra stagione. Bellingham ha navigato nel suo percorso come uno che sta giocando la sua ultima partita. Bellingham avrebbe mai lasciato che la sua carriera andasse alla deriva come ha fatto Kane al Tottenham? Forse questo spiega perché uno dei due è sull’orlo del tutto e l’altro è sull’orlo del nulla. Il talento non basta. Il duro lavoro non è sufficiente. Il desiderio non è sufficiente. C’è bisogno di un po’ di fortuna e di un po’ di tempismo. Il futuro non aspetta”.