Il ritorno della Champions nell’UEFA più vulnerabile degli ultimi anni

  La musica stasera è la stessa di sempre, ma la palla al centro della Champions che riparte è assai diversa dalle altre, da tutte le altre rotolate dall’inizio della stagione e da quelle che non smettono di farlo dal settembre del 2016. Non hanno smesso di rotolare neppure in pandemia, perché così voleva Aleksander Čeferin, il gran burattinaio del calcio europeo. Così fece in modo che accadesse, inventando le finali in bolla nell’estate del 2020, spostando partite di qua e di là per tutto il continente, minacciando sanzioni e attuandone contro nazionali a cui i governi impedivano di lasciare il paese in lockdown. 

In sette anni alla guida dell’UEFA ha combattuto con le buone e le meno buone tutto quel che si metteva di traverso sulla sua strada – la sua dell’UEFA, e la sua-sua. Una volta era il covid, un’altra volta la Superlega. Ha inventato la Nations League dando alle nazionali più piccole l’occasione di competere fra pari e crescere, imparare come si va in vantaggio, come si addormenta il tempo anziché scuoterlo. Ha allargato la taglia della prossima Coppa dei Campioni senza migliorarla. Ora basta. La palla al centro della Champions si rimette in moto e per la prima volta il calcio europeo sa che esiste una data di scadenza sul mandato di Aleksander Čeferin. Non si ricandida. 

 

Se Evelina Christillin a Radio RAI ha confessato la sua sorpresa, deve essere stato davvero un colpo inatteso. Pochi mesi dopo il pronunciamento della Corte di giustizia UE sull’abuso di posizione dominante, l’addio a fine mandato di Ceferin amplifica le domande sul futuro dell’istituzione. Così scrive Nick Ames in un lungo editoriale sul Guardian – sottolineando che se Ceferin non avesse premuto per una modifica dei limiti del mandato, ci sarebbe stata poca discussione sull’elezione di un nuovo presidente nel 2027. Quello sarebbe stato il momento di dimettersi. Era scontato. Invece, continua il Guardian, Ceferin ha permesso che le acque diventassero torbide nel momento peggiore possibile. Ceferin si dice stanco dell’esperienza vissuta tra covid, due guerre e Superlega, perché almeno due di questi problemi non sono scomparsi e ha ancora davanti a sé tre quarti del mandato.

 

Le sue parole avranno sicuramente avuto una risonanza forte negli uffici di A22, la società che guida il progetto Superlega, molto attiva con i club europei di piccole e medie dimensioni per far comunque nascere al ribasso il suo torneo, altrettanto attiva nei corridoi di Bruxelles. Secondo il Guardian, la frase di Ceferin sulla decisione di non candidarsi «per vedere la faccia che faranno alcune persone», non sarà sfuggita alla Commissione europea.

Che si creda o meno a quel che dice – continua Ames – Ceferin potrebbe arrivare a pentirsi per aver messo in pubblico una logica così goffa. Alcune federazioni sono rimaste a dir poco deluse per non essere state informate in anticipo. Nulla di tutto ciò favorisce un clima di fiducia e di cooperazione

 

C’è la sensazione che Ceferin abbia dato il via in anticipo alle presidenziali e che questo possa rappresentare un ulteriore motivo di indebolimento dell’istituzione. I candidati sono pochi: il presidente della federcalcio portoghese Fernando Gomes [75 anni], il rumeno Razvan Burleanu, l’ex calciatore Levan Kobiashvili della Georgia. Un altro colpo alla struttura è giunta da quello che il Guardian chiama il curioso caso di Zvonimir Boban, l’ex capo del calcio in Uefa, a sua volta dimissionario il mese scorso. Sapeva o no? Ci sono in giro versioni discordanti. Così come non tutti attribuiscono al milanista la stessa ampiezza d’influenza come mediatore con la FIFA, per arrivare al lancio della Coppa del mondo per club quadriennale dal 2025. 

Il Guardian dice che nel giro dei suoi alleati Ceferin è descritto come un individuo schietto, a volte troppo schietto, poco abituato a fingere. 

Questa caratterizzazione – dice il Guardian – ha abbastanza sostegno in luoghi molti rispettati e merita di essere presa sul serio. Ma la dice lunga su come intorno a lui potrebbero decidere di navigare i prossimi anni di acque inevitabilmente agitate, con conseguenze preoccupanti per l’UEFA. 

 

  IL TORNEO

Iniziano gli ottavi di finale

 

Si ricomincia con un turno al quale sono qualificate tre squadre dei Minions, le nazioni fuori dall’élite del ranking UEFA. A bordo delle zucche della fata Smemorina sono arrivati i danesi del Copenhagen, gli olandesi del PSV e i portoghesi del Porto. Due di esse sono delle ex vincitrici della Coppa e nel neo-Calcio dobbiamo trattarle da intruse.  Tuttavia, ricordiamo che 7 delle 16 squadre col fatturato più alto d’Europa [fonte Deloitte] non sono fra le prime 16 della stagione.

 

  COPENHAGEN-MANCHESTER CITY

Secondo il ranking degli statistici di Opta, il Manchester City è la squadra più forte fra le 16 rimaste in corsa. Ha segnato 18 gol in sei partite e si è qualificato per gli ottavi di finale con due partite di anticipo. Il Copenhagen è invece il club con il coefficiente più basso. Così questo sarebbe l’abbinamento più squilibrato tra i possibili. The Athletic esclude qualunque sorpresa: l’anno scorso nei girone è finita con cinque gol di scarto.  Per la Danimarca è il primo ottavo di finale dal 2011, il secondo in assoluto da quando la Coppa ha scelto questo formato. 

Essere o non essere | Guardiola arriva alla partita in Danimarca con un tormento sul conto del tormentato Haaland. Dice che il suo norvegese deve imparare a frenare la rabbia quando sbaglia un’occasione. Dopo la vittoria per 2-0 di sabato sull’Everton, Pep si è congratulato col norvegese per la doppietta, ma si è lamentato con la tv norvegese per il linguaggio del corpo del suo attaccante. L’ha ripetuto in conferenza stampa alla vigilia. Non gli piace vederlo andare in giro per il campo, a vuoto, con le mani sui fianchi, neppure se si tratta di un uomo da 208 gol in 261 partite. [qui sul Times].  

 

  LIPSIA-REAL MADRID

L’ultima volta che il Real Madrid ha giocato a Lipsia, nella fase a gironi della scorsa stagione, ha perso 3-2 e i gol sono stati segnati da Gvardiol, Nkunku e Werner. Nessuno dei tre gioca più là. 

Lo fa notare David Álvarez su El Pais per sottolineare la straordinaria capacità di reinventarsi da parte della squadra sotto l’ombrello Red Bull. La linea è chiara: catturare giovani talenti prima che emergano a prezzi fuori portata, usufruirne per un po’ e fare profitto. Gvardiol era arrivato a Lipsia da 19enne, Werner a 20 anni e Nkunku a 21. Sono andati via, ma la macchina tutto sommato regge e funziona, con il quarto e il quinto miglior marcatore della Bundesliga, Benjamin Sesko e Loïs Openda. Attenzione, scrive El Pais, perché la difesa quadratadel Real Madrid, con Nacho e Tchouameni difensori centrali, deve vedersela con due attaccanti di corsa. 

 

in tv oggi ore 21 Sky e Mediaset Infinity; Copenaghen-Manchester City | Canale 5 e Sky: Lipsia-Real Madrid 

 

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