Le conseguenze di Panatta e quelle di Jannik Sinner

[Pubblicato il 31 gennaio 2024 dopo l’Australian Open]

 

Le piccole chiese dello sport reagiscono più o meno così. Quando sono assediate e travolte dal calcio, si dolgono per esser trascurate dalle masse. Le masse sono incolte. Vanno dietro solo a quei tipi col pallone. Se poi per via di un Sinner, di un Marcell Jacobs o di una Federica Pellegrini gli occhi di tutti si posano su di loro, non c’è verso lo stesso di vederle felici. Le masse sono sempre incolte, per giunta vogliono parlare, vogliono dir la loro su volèe, virate e blocchi di partenza. Le chiese allora si rinserrano e i sacerdoti rivendicano d’essere nella terra promessa da prima dell’arrivo dei fedeli nuovi. Dov’erano quelli ai tempi di Cancellotti, eh?, dov’erano quando Simone Collio usciva in batteria?

Le masse erano dove in genere si trovano le masse, in ascensore, al supermercato, in metropolitana. Sono là, fanno la loro vita, non chiedono niente. Siamo noi casomai che le inseguiamo. Non possiamo aspettare una Paola Egonu per andare a pescare nuovo pubblico, e poi lamentarci che il nuovo pubblico vuol parlare di lei, vuol sapere tutto, vuol commentare. Invece succede, ci casca ogni piccola chiesa prima o poi.

 

  REWIND  Cosa accadde l’altra volta  ►  Al tennis era capitato pure nel 76. Anzi: soprattutto nel 76. La tv stava cominciando a portare lo sport in diretta nelle case, stavamo passando dall’età dei cantori a quella dell’erotismo, per dirla in termini cari a Gian Paolo Ormezzano [I cantaglorie]. Non c’era più qualcuno che ci raccontava qualcosa. Potevamo vedere da soli. 

Adriano Panatta combinò un grosso guaio a Tennis Town vincendo gli Internazionali d’Italia e il Roland-Garros con i televisori accesi. Gli Stati Uniti avevano 35 milioni di praticanti, con il suo ciuffo e le sue veroniche da noi arrivammo a 800 mila, secondo la contabilità del Corriere della sera. Una travolgente espansione la definì Franco Melli, pari a quella che il basket ebbe qualche anno fa e che più recentemente toccò lo sci. Gustav Thoeni inventò la settimana bianca, Adriano Panatta mandò gli italiani a comprare una racchetta, in ogni fascia d’età, perché il tennis è lo sport definito come l’attività che si può praticare dagli otto agli ottant’anni spiegava il Corriere della sera a chi non s’era convinto ancora.

Sui giornali pareva più interessante il boom fra i piccoli. Prometteva nuovi campioni nella scia di Adriano. Su 100mila praticanti nella città di Roma, seimila erano ragazzini. 

Sognano la favola del vip Panatta – ancora il Corriere della sera – oppure semplicemente di frequentare il court per capire sempre meglio i segreti d’un gioco che puo essere languido oppure stressante; dispersivo oppure velocissimo

Se ne parlava con i timori e le convinzioni di quel tempo. Per esempio: Gli psicologi non hanno dubbi: assicurano che si può essere tennisti da Davis oppure da strapazzo, senza accusare scompensi, incubi, lacerazioni

 

SCENARI  Le famiglie mezzo secolo fa  ►  L’altra grossa discussione riguardava i costi. Angelo Bartoni, all’epoca direttore della scuola maestri, dinanzi all’assillo delle famiglie parlava di preoccupazioni inutili, perché «bastano 4-5 mila lire a garantire il necessario». Nel primo anno di corso, le scuole romane provvedevano a fornire gratuitamente la racchetta. In commercio se ne trovavano di decenti a 18mila lire. 

Nei titoli dei giornali, questa nuova attenzione delle masse si chiamava boom oppure febbre. Giuliano Gambacurta, presidente del comitato regionale laziale, confessò centinaia di richieste e di pressioni quotidiane per far entrare questo o quel bambino in una delle SAT [Scuola addestramento tennis]. «Servirebbero perlomeno il doppio dei campi – diceva – e delle associazioni. Ecco perche stiamo sostenendo l’attuazione di un accordo con il ministro della pubblica istruzione, affinché il tennis venga inserito nelle scuole». Sarebbe diventato il fattore decisivo per la diffusione in Svezia, per arrivare da Borg a Edberg. 

Alle SAT si entrava a nove anni, con un costo d’iscxrizione fra le 8 e le 12 mila lire mensili, più 2500 per la visita medica annuale e mille lire per il tesseramento speciale comprensivo dell’assicurazione. Roma ne aveva 50 su 860 campi cittadini, Milano 300 campi e 40mila giocatori. Sergio Palmieri, a quel tempo presidente dei giocatori professionisti italiani, si lamentava del fatto che «purtroppo è molto diffusa l’ignoranza. Se uno vuol soltanto divertirsi, per carità, cominci pure a 15 o a 30 anni. Ma se il traguardo è l’attivita agonistica, allora, ripeto, il bambino di 10 anni è vecchio».

 

  MEDUSE Il Cile e la politica  Quando Adriano e la sua squadra si trovarono a dover volare in Cile per la finale di Coppa Davis, il boom era già in atto e il dibattito politico sul boicottaggio diventò un’onda senza argini. La federazione era peraltro alla vigilia delle elezioni per la presidenza. L’Unità dedicò una serie di servizi alle denunce di usi e abusi fra i delegati, incoerenze presenti nello statuto, privilegi sorprendenti e discriminazioni insopportabili. C’erano circoli che avevano un peso da tre voti, altri [il Tennis Club Milano] ne valevano 228. Fu eletto un avvocato fiorentino, Paolo Galgani, che prometteva di percorrere «la strada del rinnovamento. della popolarizzazione e della democratizzazione». Sarebbe presto diventato uno dei dirigenti italiani più attaccati e criticati di tutti i tempi. Innanzitutto per la partita in Cile. Ora Galgani – scrisse L’Unità – andrà a Santiago. E avrebbe fatto bene a decidere di non andarci. In una domenica di fine novembre, il cinema Maestoso di Roma ospitò una grande manifestazione di protesta organizzata Gian CarLO Pajetta della direzione del Pci, con il sindaco di Roma Giulio Carlo Argan, il presidente della giunta della Regione Lazio Maurizio Ferrara, i dirigenti del CSI e dei sindacati CGIL, CISL e UIL. Intervennero Chiro e Hugo Coffre, cantanti cileni vicini alla resistenza.

 

  ROTTE Da Galgani a Binaghi  Le critiche a Galgani non finirono dopo il Cile. Rimase alla testa della federazione fino al 1997 e riapparve nel 2005 con la proposta di una presidenza onoraria avanzata da Angelo Binaghi, all’epoca al suo secondo mandato. La Gazzetta dello sport prese posizione in maniera drastica, parlando di un Galgani ai vertici non già per meriti sportivi, perché le vicende tecniche erano andate sempre peggio, ma grazie al sistema piramidale, altamente politicizzato, che l’avvocato di Firenze aveva impiantato. Un sistema talmente negativo e lontano dallo sport giocato da suggerire un’espressione nuova: galganismo. Era caduto, il padre padrone, nel 1997, solo perché il suo parafulmine del settore tecnico, Adriano Panatta, l’aveva denunciato pubblicamente insieme al suo orrendo neologismo. E, sinceramente, nessuno in questi anni di faticosa ricostruzione d’immagine e programmi ne ha avvertito la mancanza né ne avvertirà il bisogno oggi, quando invece Galgani ricomparirà nel governo del tennis come se niente fosse, anche se svestito di poteri ufficiali

Binaghi lo difese: «Il galganismo è morto, il responsabile non era solo Galgani ma un’ intera classe di dirigenti, alcuni dei quali – Michele Brunetti e Francesco Ricci Bitti in testa – ci vengono invidiati dal mondo intero. Bisogna dividere il sistema dalle responsabilità personali. E, alla luce di quanto abbiamo visto, non è giusto che paghi solo lui. Dobbiamo quindi rileggere le sue accuse di allora e rivalutare la scelta d’orgoglio dell’uomo, quando disse che la Fit era minacciata da un gruppo di affari. Inoltre dobbiamo chiudere definitivamente una porta ed andare avanti». La Gazzetta concluse: Purtroppo ci convince di più l’ipotesi che questa presidenza onoraria sia la cambiale elettorale presentata all’incasso dal potente collettore di voti della Toscana, primo feudo del galganismo.

 

    PROSPETTIVE Il sorpasso al calcio  ►  Come dice Aligi Pontani, Sinner sta a Panatta come Pellegrini a Calligaris. Adriano e Novella hanno insegnato a nuotare e giocare, Federica e Jannik ci hanno convinto che era fichissimo farlo. A vent’anni di presidenza nel frattempo è arrivato Binaghi. Senza alcuna intenzione di fermarsi, anzi adesso entra nel mood della gestione delle conseguenze di Sinner. Dopo la vittoria in Coppa Davis, a dicembre, parlava di sorpasso al calcio in termini di tesserati [qui su Ubitennis]. In vent’anni sono cresciuti da 137 mila a 660 mila. I praticanti sono passati da un milione e trecento mila a 4 milioni e mezzo, ma un milione gioca a padel – la disciplina fagocitata dalla federazione. Così sono cresciute adesioni e contributi. Il fatturato stimato per quest’anno è di circa 190 milioni di euro. Il contesto sarebbe perfino favorevole al sorpasso. Il calcio vive una fase di disaffezione tra le generazioni più giovani. Sinner può attrarre più di un Baggio che non nasce più. Con la speranza poi di trovare ancora campi dove andare a giocare, prima che siano tutti riconvertiti alla neo-febbre del padel e del pickleball. Attenzione. Perché accadde così pure al calcio, quando arrivò il calcetto. Anche il cinema Maestoso, per dire, non esiste più. 

 

 

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TITOLI      

  Il Messaggero: Sinner, festa con Meloni ma dice no a Sanremo” – «Anche la Meloni gli ha detto che dovrebbe andare al festival, ma Sinner va protetto, non va strumentalizzato. Mi ci metto io a petto nudo se serve. Se ci andasse, sarebbe una delusione. Tutti ci andrebbero, ma lui è diverso. Al premier ho detto che mi auguro che Jannik diventi uno straordinario strumento per trasmettere concetti positivi soprattutto alle nuove generazioni. È un italiano diverso dallo stereotipo al quale siamo abituati».

La Stampa: Tirato per la racchetta” – Stefano Semeraro scrive: Che Jannik sia un gladiatore non lo mette in dubbio nessuno. Ma lo showbiz fa più paura di Djokovic e dei leoni

Corriere della sera: San Sinner non Sanremo” – Massimo Gramellini scrive: Lo dimostra la parabola di Chiara Ferragni, Sanremo è una ghiotta ribalta da maneggiare con molta cura. In chi proviene da altri mondi, e vi eccelle al punto da non avere bisogno di riconoscimenti televisivi, la sovraesposizione festivaliera regala un’euforia pericolosa che, in assenza di anticorpi e per la nota legge del contrappasso, rischia prima o poi di presentare un conto salato. Di solito più prima che poi.

  Libero: Inizia la caccia a Sinner: c’è chi lo vuole in Italia per fargli pagare le tasse” – “Il fisioterapista: «Pazzo per burraco e tortellini»

Corriere della sera: Lettera di Franco Fava ad Aldo Cazzullo: Basterebbe una piccola norma del Coni: convocazione olimpica a chi paga le tasse in Italia. Altrimenti mi dice lei perché ad esempio il poliziotto Tamberi dovrebbe pagare l’Irpef sui 150.000 euro e passa del premio Coni per l’oro (ci auguriamo) e Sinner nemmeno un centesimo?

  Il Riformista: Sinner e i poliziotti della morale” – Andrea Ruggieri scrive: Il principio si mal intende solo come dovere, e rivela la pretesa statalista del dominio dello Stato sui singoli, ai quali si concede al massimo il diritto di lamentarsi delle troppe tasse che si pagano qui e zavorrano questo paese. Ma la contribuzione fiscale non è beneficenza. È sinallagma, scambio tra chi cede suoi soldi alla collettività rappresentata dallo Stato in cambio di servizi per se ed altri, in una cornice di permanenza stanziale e con l’augurio che lo stato li spenda bene. I tennisti italiani girano incessantemente tutto il mondo 11 mesi l’anno, passano in Italia al massimo 20 giorni l’anno, non ci vivono. Non godono nemmeno dei diritti e servizi (scarsissimi) di cui godiamo noi. E il principio di uguaglianza, che è opposto a quello di ugualitarismo, impone che situazioni diverse siano trattate diversamente. Non confondiamo per capriccio ideologico causa ed effetto: se tutti quelli che possono, se ne vanno, vogliamo una volta per sempre prendere atto del fatto che -vale per tutti noi che ci restiamo- qui il livello fiscale è insostenibile?

  La Gazzetta dello sport: Sinner-Alcaraz la bella rivalità che sostituirà Federer-Nadal” – Paolo Berolucci scrive: Il gioco di Alcaraz è più completo sotto l’aspetto del bagaglio tecnico, mentre quello di Sinner e più concreto. Lo spagnolo è portato a vincere il punto cercando l’applauso del pubblico, l’azzurro invece vuole vincere la partita e lo fa adattandosi agli avversari e alle situazioni di gioco, se poi viene anche lo spettacolo tanto meglio. Alcaraz aggiunge qualcosa in più del necessario, cerca sempre l’effetto speciale nei suoi colpi; Sinner non prende rischi inutili se proprio non è costretto a farlo.

  Il Giornale: “Se le vittorie rapiscono l’età più bella di un ragazzo” – Domenico Ferrara ha scritto: “Sul trionfo di Sinner cade una goccia di tristezza. È lui stesso a farla scivolare, ma con semplice naturalezza. Non è un’accusa ai genitori o una recriminazione sulla vita, ma è un semplice dato di fatto, una constatazione. Amara, per carità, ma già elaborata. Nei 22 anni del campione italiano c’è anche, forse soprattutto, questo: la consapevolezza di aver perso l’adolescenza unita alla certezza che non potrà mai riaverla. Saper lasciare andare: è lì la chiave”.

  Il Giornale: «Io e lui vicini di banco Non solo uno sportivo, era studente modello»

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