Uno così viene la tentazione di chiamarlo predestinato. Errore. La predestinazione è un concetto da Antico Testamento. Esclude dalla scena il libero arbitrio. Nel tennis di Sinner invece abbonda. Senza fatica non c’è talento che stia in piedi. Il suo non è un tennis rumoroso come quello di Becker a suo tempo. Casomai è sfacciato ma c’è una costruzione del gesto e della postura che non è arrivata con un bacio dal cielo. È stata la conseguenza di un metodo. Sinner ha trasformato il suo servizio in una risorsa. Ha fatto diventare il rovescio a due mani un colpo che lascia cicatrici nel gioco altrui. Ha lavorato sul dritto per renderlo più naturale. Conosce l’arte di variare l’atteggiamento in campo perché legge le strategie degli avversari come pochi nessuno dei suoi coetanei. Ha un’etica del lavoro che gli consente di reggere ritmi sopra la media. Se dovesse migliorare anche nel gioco di volo a rete, diventerebbe imbarazzante cercargli non un difetto ma addirittura un punto debole.
Ora dovrà il Paese dimostrare di essere alla sua altezza, crescendo in cultura sportiva, maneggiando la sua eccellenza senza stabilire con lui un rapporto da calciomani, quel tipo di partecipazione popolare che si traduce in sostanza nel fatto che vinceremo insieme e perderà da solo.
“Come potrei dimenticare: i primi punti Itf li ha presi in doppio con mio figlio Roberto in Tunisia. E ho detto: se riesce a far arrivare in semifinale mio figlio deve essere un fenomeno” [Angelo Binaghi, presidente della federazione, a Umberto Zapelloni per il Foglio Sportivo, stamattina]