Nelle prime 27 partite di una stagione, solo una volta l’Atlético Madrid aveva segnato più gol di quanti ne abbia fatti ora. Era successo nell’anno dello scudetto [2014], erano 2.5 di media contro i 2.3 che adesso in Spagna contano. Ma non è questo. Non è tutto. Il punto è che la squadra più famosa d’Europa per il suo atteggiamento difensivo non ne aveva mai subiti così tanti [1.3]. Sta succedendo qualcosa e quella cosa in Francia adesso la chiamano Cholo-taka, una specie di conversione, uno strappo con tutta l’impalcatura ideologica che Diego Simeone ha costruito e tenuto in piedi in questo decennio da colchonero arricchito.
L’Équipe sottolinea come Antoine Griezmann sia diventato il direttore di questa orchestra. È al centro della scena da quando Simeone “ha scosso la sua tattica offensiva articolandola attorno al suo talento a un un gioco centrato sui passaggi corti”. La sintesi di Antoine Simonneau è chiara: “L’Atlético Madrid è diventato irriconoscibile”.
La zucca del pullman davanti alla porta è stata trasformata nella carrozza del gioco di posizione, “un gioco collettivo basato su un maggiore controllo della palla, un circuito di passaggi corti, un movimento perpetuo”, l’Atlético Madrid che aspetta l’Inter in Champions si è trasformato in “una formazione offensiva entusiasmante e formidabile”.
C’era una volta il gioco verticale e diretto. Verso Radamel Falcao, verso Diego Costa, verso Luis Suarez. Senza troppi giri di parole calcisticamente corretti, in buona sostanza era lancio lungo e contropiede. Era dis-possesso palla. Non è più la norma. L’Atlético costruisce da dietro.
La Bolognina di Simeone viene individuata nella prima metà della scorsa stagione, il frammento prima dei Mondiali, quando in classifica la squadra era scivolata al quinto posto, la peggiore partenza nell’età del cholismo. “Consapevole di doversi reinventare – scrive L’Équipe – l’argentino ha ripensato all’attacco”.
La mutazione più evidente ha il suo certificato di residenza nei piedi di Jan Oblak, il portiere. Un tempo calciava lungo, era un monumento vivente al calcio degli anni Settanta. In questa stagione ha una percentuale di passaggi corti del 53 percento. Percentuale di successo: 100 percento. I giocatori chiave sono tre: Axel Witsel, Mario Hermoso e Koke. Il belga è stato retrocesso a centrale difensivo, ma recupera e legge il gioco come quando faceva il centrocampista [7 partite con il 100% di passaggi riusciti in questa stagione]. Hermoso sta a sinistra nei tre centrali di difesa, si inserisce, apre varchi. Koke è tornato a certi antichi livelli di eccellenza, deve farsi trovare lungo linee di passaggio pulite, deve smarcarsi e andare. Nel suo caso i numeri dicono che non ha mai perso così pochi palloni. Senza questo Griezmann [L’Équipe lo chiama “l’elettrone libero”] probabilmente non basterebbe. A innescarlo ci pensano giocatori che nei corridoi e negli spazi stretti ci sanno palleggiare: Rodrigo De Paul, Nahuel Molina, Samuel Lino, Rodrigo Riquelme, Marcos Llorente.
Durante la puntata in Arabia per la Supercoppa, Griezmann è diventato il capocannoniere della storia dell’Atlético, nonostante la sconfitta della squadra in semifinale. Ha segnato 174 gol. No, non quella sera a Riad. Centosettantaquattro in tutto, sorpassando una delle leggende del club, il suo totem più totem di tutti, Luis Aragonés. Danien Degorre, ancora sul quotidiano francese, ha scritto che ormai è lontano il tempo in cui don Diego lo faceva giocare solo per trenta minuti su ordine dei dirigenti, così non sarebbero stati obbligati a esercitare l’opzione di acquisto dal Barcellona che glielo aveva dato in prestito. Griezmann era ancora l’attaccante al quale i tifosi tenevano il muso per la lussuriosa estate del 2019, quando aveva lasciato Madrid per congiungersi in modo carnale con la Catalogna, attirato dall’idea di un tridente con Messi e Suarez. Le cose andarono come andarono, Antoine ha messo la marcia indietro, inizialmente ha accettato di giocare di meno nella speranza di giocare di più. Si è tagliato lo stipendio per restare. Ha rigettato le offerte dei sauditi per non andare. È arrivato a 18 gol stagionali quando mancano ancora quattro mesi alla fine. Questa nuova vita al centro del Cholo-taka se la merita.
El País assegna meriti significativi anche ad Álvaro Morata, 19 gol, a un soffio dal suo miglior rendimento in una stagione. Il merito? È del golf. Così ha scritto Ladislao J. Monino. Con la nuova passione “evita lo stress e si rilassa”. Simeone ha notato che il giocatore impaurito e fragile, quello che si abbatte quando le cose girano storte, non esiste più. Dice che non ha più bisogno di proteggerlo, che il bell’Álvaro ha raggiunto la maturità per scuotersi da solo. Anzi, anzi, adesso è anche diventato una voce autorevole e ascoltata nello spogliatoio. C’è di più. Ha perfino “inoculato il veleno del golf” [El País] a Koke e Marcos Llorente. Prendono sacca e bastoni e se ne vanno alla periferia di Boadilla del Monte. Visto? Era facile. Perché non lo fanno tutti?