La ferocia della Juve: 42 punti in 7 anni dall’86esimo minuto in poi. Ma l’allegrismo è una questione

Cosa sarà questo strano coraggio, il coraggio di una squadra che più di ogni altra si accende quando il cronometro sta per spegnersi. Parrebbe un mistero, la Juventus dei gol all’ultimo respiro, se non avesse uno slogan sui social che dice proprio così, con l’hashtag davanti. Con i due conquistati ieri a Monza, fanno 42 punti negli ultimi 7 campionati dall’86esimo minuto in avanti. Prima di Gatti era successo con Cambiaso contro il Verona, così sono 4 punti che fanno la differenza tra il primo e il secondo posto con l’Inter. 

Non è una novità. Anzi. C’è una fotografia simile per ogni campionato della Juve, finanche quelli chiusi senza scudetto. Nel 21-22  i punti presi agli sgoccioli sono stati 9 [con i gol di Kean sul campo del Sassuolo, Vlahovic con il Bologna, Danilo a Bergamo, Cuadrado con la Fiorentina, Dybala con l’Inter, Locatelli con il Torino] e hanno portato il totale da 61 a 70, la differenza tra un ottavo posto e il quarto che valeva la Champions. Nel 20-21 stessa cosa. I punti nel finale sono stati 6 [due in più grazie a Cuadrado con l’Inter 2, a Ronaldo con l’Udinese, a Bonucci con il Torino] e hanno permesso di arrivare al quarto posto davanti al Napoli [78 punti a 77], una stagione che è stata cruciale per mettere a bilancio i proventi da Champions e a ranking UEFA i punti successivi, buoni probabilmente per qualificarsi al prossimo bancomat del Mondiale per club. Nel 19-20 sono stati cinque [uno grazie a Ronaldo nel pareggio con l’Atalanta, due ancora con Ronaldo contro il Genoa e per l’autogol di Koulibaly con il Napoli], pure questi utili a rovesciare un esito-scudetto, il campionato di Sarri con calo finale, 83 punti a 82 sull’Inter. La madre di tutte le stagioni con il marchio #finoallafine è quella del 17-18, con cinque punti decisivi nel 95-91 sul Napoli, tutti presi in due partite chiave, in due momenti chiave: due con Dybala nella vittoria sulla Lazio all’Olimpico mentre il Napoli perdeva in casa con la Roma [sorpasso in classifica] e addirittura tre presi all’Inter nella famosa partita di Orsato e Pjanic, del cambio Santon-Icardi, con i gol-sorpasso segnati ad Handanovic. Sarebbero stati invece ininfluenti per il titolo l’anno dopo [8 punti in più]. 

Cosa sarà questo strano coraggio, forse una ferocia identitaria, chi lo sa, qualcosa del genere. L’anno scorso per esempio i punti presi nei finali di partita sono stati in tutto cinque, con i gol di Danilo contro l’Udinese, di Milik alla Cremonese e di Bonucci alla Salernitana. Il totale è in linea con le altre stagioni, ma impressiona che siano stati tutti concentrati nella prima porzione di campionato. Da gennaio in avanti non ne sono arrivati più, da quando sulla classifica è calata la penalizzazione per voluta reiterata alterazione delle evidenze contabili per effetto di numerose plusvalenze i cui valori erano fittizi

 

1-2 Il gol del pari subito al 92esimo era contronatura. Gatti ha rimesso la partita dentro l’orbita. Rispetto a un anno fa la Juventus ha cinque punti in più, l’80 percento preso allo spegnersi del tic-tac. Sono tantissimi in 14 partite. 

|   Sebastiano Vernazza sulla Gazzetta scrive stamattina che vittorie simili contengono messaggi, mandano segnali, cose tipo “vuoi vedere che è l’anno buono?”.  È stato il trionfo dell’allegrismo – dice – inteso come il format del cinismo, della speculazione, del successo sofferto per scelta tattico-strategica. Un modello esaltato ieri dal giochismo del Monza di Raffaele Palladino, allenatore opposto per come e per quanto ricerca l’estetica. Palladino deve salire l’ultimo gradino, alzare il tasso di concretezza a costo di perdere un’oncia di bellezza. Non è possibile tirare un’unica volta dentro lo specchio della porta nell’economia di una partita chiusa con il 65,7% di possesso palla totale e con un baricentro molto alto a 57,8 metri. Così si rischia di sconfinare nel narcisismo

Vernazza sottolinea la quinta rete bianconera dalla bandierina, praticamente uno stile di vita. Sopra di un gol in trasferta, la Juve ha cominciato a navigare nel suo mare preferito. Se parlassimo di finanza, la Juve sarebbe un fondo con obbligazioni tedesche

|   Ivan Zazzaroni, direttore del Corriere dello Sport-Stadio, è da tempo un sostenitore del calcio essenziale di Allegri. Stamattina scrive che vincerà anche alla Rocco (Nereo), ovvero all’italianissima, ma è di nuovo davanti a tutti. La domanda più seria adesso è: fino a quanto potrà durare? Fino alla fine? Coltivo qualche dubbio e non da oggi. E ancora: fino a quando questa Juve senza mercato riuscirà a conservare solidità difensiva e tenuta mentale? Fino a quando potrà fare a meno dei gol degli attaccanti? Ieri Vlahovic ha sbagliato due rigori in un colpo solo (per carità, bravissimo Di Gregorio). Per numerosi osservatori, tanti tifosi, alcuni zampognari e anche per qualche dirigente (Marotta, ad esempio) il principale vantaggio della Juve nella corsa scudetto risiede nel fatto di non disputare le coppe e di poter quindi sfruttare tempi di recupero a questo punto straordinari. È una teoria facilmente smentibile: nei cinque anni in cui vinse lo scudetto Allegri riuscì a conquistare anche quattro coppe Italia (una a stagione, non tutte in una volta) e a raggiungere in ben due occasioni la finale di Champions

|   Quattro partite fa, Gatti era sui giornali per il pugno a Djuric. Guido Vaciago, direttore di Tuttosport, stamattina scrive: C’è trippa per Gatti, uno che ha la faccia e il carattere della Juventus Anni 70, operaio specializzato che, negli ultimi due mesi, ha segnato il doppio dei gol di Dusan Vlahovic (2 a 1, per carità, ma il dato fa comunque effetto). È il perfetto uomo copertina di una Juventus così dura da andare in testa alla classifica senza essere la più forte.  la Juventus soffre sempre tantissimo. Non riesce mai a semplificarsi la vita, come avrebbe potuto fare nel primo tempo quando – rigore a parte – ha sciupato almeno altre due occasioni per vivere più serenamente la ripresa. Ma, nella sofferenza, la squadra di Allegri non sembra faticare come capitava nella precedente stagione. C’è una disinvoltura al limite dell’incoscienza nel difendersi bassa, ma non si legge più la paura negli sguardi dei bianconeri, ma una fiducia quasi feroce. Un anno fa, dopo il bellissimo gol di Carboni, la Juventus si sarebbe sciolta, rischiando nei minuti finali di prendere il secondo. Ieri è tornata in vantaggio. Qualcosa è scattato nelle teste dei giocatori. La Juventus si è ricostruita una base solida, ha migliorato molti giocatori, sta forgiando i potenziali leader del futuro, a partire dallo strepitoso Rabiot.  

 

L’allegrismo

 

Sulla sponda opposta alle opinioni di Ivan Zazzaroni siedono quelle di Paolo Condò, che stamattina interviene su Repubblica con un ragionamento che tiene insieme la qualità del campionato con i proventi dei diritti tv internazionali

Condò fa notare che negli ultimi anni siamo rimasti distanti anche dai 900 milioni che il mondo garantisce alla Liga, e comunque ben dietro i 360 incassati dalla Bundesliga. A livello di diritti nazionali le cifre sono vicine (Premier a parte), sono quelli internazionali a scavare un fossato profondo. Fa notare la infelice coincidenza di calendario del 12 novembre, quando in contemporanea si sono tenuti l’orrido 0-0 del derby di Roma con il 4-4 di Chelsea-Manchester City e sottolinea la noia dell’ultima Juventus-Inter. 

Se questa è la migliore gara del nostro campionato, perché un tedesco, un arabo, un americano o un brasiliano dovrebbero guardare la Serie A? Perché le televisioni estere dovrebbero alleggerire l’offerta per la Premier e appesantire quella per noi? Il tema è culturale, come ha ricordato Maurizio Sarri la scorsa settimana a proposito del suo breve passaggio juventino. Il club italiano di riferimento, reduce in quel momento da 8 scudetti consecutivi, aveva la voglia di provare una strada nuova ma non la convinzione. Per come è andata a finire (malgrado il nono scudetto), la decisione incoerente fu l’esonero di Allegri, non a caso richiamato al termine del girotondo che coinvolse anche Pirlo. Lo slogan di certi allenatori che si rincorre dalla notte dei tempi – «chi vuole lo spettacolo vada al circo» – spiega perfettamente il problema del calcio italiano con gli spettatori-clienti di altri Paesi. Seguono l’invito, e vanno al circo.

 

È una discussione che viene da lontano. La distinzione spettatori-clienti è un must di Jorge Valdano, oggi opinionista per El Pais in Spagna. In una intervista a Repubblica sette anni fa parlò di qualche cambiamento che gli pareva di vedere nel calcio italiano, quando disse che Fiorentina e Napoli parevano squadre spagnole. 

«È una rivoluzione formativa, al posto dell’ossessione per la tattica e per la preparazione fisica. Bisognerebbe creare una scuola con l’ossessione per il gioco, dove ci sia spazio per la tecnica e la fantasia. Ma in Italia tutte le rivoluzioni nascono dopo un risultato. Si prova a replicare il gioco di chi ha vinto i Mondiali. C’è un altro fattore: il risultato economico. I club hanno tifosi e clienti. Solo con i tifosi non si va avanti. Se vuoi attrarre i nuovi mercati forti – Usa e Cina – devi saperli affascinare. O con gli eroi: Messi e Ronaldo; oppure col bel gioco: Pep Guardiola. Due anni fa il Bayern ci diede una lezione. Aveva vinto sei titoli ma cambiò allenatore. Mise sotto contratto un’idea. Se sei un tifoso cinese e la domenica hai davanti a te quattro televisori, in cui giocano lo United, la Juve, il Real, il Bayern: cosa scegli? Se cerchi le emozioni, guardi gli ultimi 5 minuti di una partita bloccata. Se cerchi l’allegria, guardi chi ti fa felice col pallone. Ed è là che va a finire il denaro. Il denaro non è stupido». 

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