MILAN-FROSINONE
Eccolo in campo, il Milan, per la prima partita dopo i fuochi d’artificio fatti da Paolo Maldini nell’intervista dell’altro giorno a Repubblica [«Milan senza amore e ideali. Con Cardinale una telefonata e quattro messaggi. Scaroni? Se le cose andavano male usciva prima per non trovare traffico, poi per lo scudetto era in prima fila. Io in Arabia Saudita? Un’idea»].
Secondo Carlos Passerini – sul Corriere della sera – “non ha rasserenato l’ambiente” mentre Andrea Tempestini su Libero si dice poco stupito dal tempismo “con cui ha fatto a pezzi quel che resta del Milan. Maldini non dimentica, ha l’istinto del killer e colpisce nel momento in cui fa più male. Poi credo anche che avrebbe potuto risparmiarsi la mitragliata proprio ieri: poteva parlare quando lo fecero fuori o attendere fine stagione. E invece no: ha scelto i giorni del tracollo col Borussia, ha atteso un Milan in stato confusionale. Paolino mica è semplice da maneggiare, e chissà se è davvero uno da «tenersi stretto». Ma chi ha il coraggio di negare il «legame agli ideali» faccia un passo in avanti”.
Su Twitter o X o col nome nuovo che avrà di certo cambiato stamattina, Giuseppe Pastore ha trovato che parte più debole della versione di Maldini fosse quella “sull’infelice mercato 2022. Comprensibile difendere DeKetelaere che di fatto “gli è costato il posto”, ma CDK sta facendo malino anche a Bergamo. E Dest, Origi, Vranckx…? Ma si sa, l’uomo non è molto incline ad ammettere gli errori”.
Sul Corriere dello Sport-Stadio una lunga e interessante analisi delle parole di Maldini arriva dalla firma economica Alessandro F. Giudice. Fa notare come Maldini sottolinei “con orgoglio i successi della gestione sportiva e finanziaria negli anni in cui ha ricoperto il suo ruolo, ma ne rivendica il merito quasi esclusivo. Come se, per cinque anni, avesse dovuto combattere avversità provenienti non dall’esterno ma dalle proprietà succedutesi: Elliott e Red Bird. Il manicheismo di questa ricostruzione è assai singolare. Maldini dice sicuramente il vero quando afferma che le operazioni di mercato richiedevano la firma di chi aveva i poteri, non la sua. È il normale funzionamento di qualsiasi azienda: per impegni finanziari di notevole portata non basta neppure la firma dell’ad, serve una delibera del CdA”.
Giudice fa notare come Maldini sia rimasto perplesso da normali dinamiche di natura manageriale. “Maldini attribuisce la causa del licenziamento ai cattivi rapporti con Furlani, ma non era motivo da poco essendo il Ceo stato nominato di recente dall’azionista. In un’azienda, i contrasti con il dirigente apicale pongono fuori dalla linea societaria. In un altro passaggio Maldini allude a disaccordi anche con Gazidis e col presidente Scaroni che arriva ad accusare di salire sul carro solo dopo le vittorie, ma se questi erano i suoi rapporti con i vertici societari non può stupire il suo allontanamento. In un altro punto svela come l’obiettivo della scorsa stagione fosse la qualificazione alla Champions ’23/24: traguardo che il suo Milan non ha però raggiunto sul campo (arrivando quinto) ma grazie alle vicende extra sportive della Juve. Il passaggio più sorprendente, sul piano manageriale, è la rivelazione di un suo piano strategico di 35 pagine, preparato per 5 mesi in autonomia («con Massara e con un mio amico consulente») poi spedito a Cardinale e Furlani. Sembra una sorta di “governo ombra”, ma in un’azienda i piani strategici sono prerogativa del capo azienda. Non è dato sapere se la società avesse conferito un mandato al consulente-amico con cui Maldini avrà certamente condiviso dati e informazioni che solitamente hanno natura riservata e vengono comunicati a soggetti esterni solo previo accordo scritto di confidenzialità. Presentare un piano all’azionista equivale a delegittimare il Ceo rendendo, di fatto, incompatibile la presenza di entrambi. Sorprende allora lo stupore per un licenziamento che diventava prevedibile”.
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