C’è chi lo chiama Mozart, chi lo chiama un altro Cruyff. Quando vinse il primo titolo mondiale, per Marco Mensurati su Repubblica era l’incarnazione del “Pilota Nuovo”, quello che “manda in pensione a forza di sportellate vecchi arnesi come Fernando Alonso, Sebastian Vettel e Kimi Raikkonen, e mette in crisi anche gli ibridi come Charles Leclerc e Carlos Sainz giovani (sempre meno) promesse che però rischiano di smarrire la strada prima ancora di averla imboccata in maniera stabile”. Max Verstappen era diventato a tutti gli effetti l’interprete ideale di una Formula Uno che “ha finito di cambiare la sua pelle e da sport si è ormai trasformata definitivamente in show. E che show. Una sorta di wrestling su quattro ruote. Una messa in scena in cui l’arbitro, nel caso di ieri il malcapitato australiano Michael Masi, è poco più di un elemento di colore, un signore probabilmente munito di papillon e baffetti, vocato alla drammaturgia più che al regolamento, le cui scelte sono sempre di più determinate dagli eventi. Quando non addirittura dalle necessità di sceneggiatura. Nel vecchio mondo, quello in cui lo spettacolo veniva dopo il merito sportivo, succedeva – almeno in teoria – esattamente il contrario. Alla retorica del campo, gli americani hanno invece lentamente sostituito la logica di Netflix”.
Ecco perché nella Formula Uno riscritta da Liberty Media, scriveva Mensurati nell’ottobre 2021, c’è “bisogno di nuovi protagonisti, anch’essi geneticamente modificati: lottatori con muscoli gonfissimi, doti da cannibali e una propensione naturale a prendersi la scena, a qualunque costo. Un po’ acrobati un po’ attori. Proprio come nel wrestling”.
Luigi Perna sulla Gazzetta dello sport lo definì un Mozart dei motori. “L’olandesino volante ha subito fatto vedere sorpassi magici, duelli ruota a ruota e manovre difensive smaliziate, affrontando i senatori con la sicurezza sfrontata di chi è arrivato per sovvertire tutte le gerarchie. Era sicuro che fosse l’unico modo per nuotare nello stesso acquario con squali più grandi come Hamilton, Alonso o Vettel, senza farsi sbranare. Le sue dichiarazioni di fuoco hanno fatto tremare il cliché politicamente corretto del mondo dei GP, ricordando i piloti di una volta che dicevano sempre quello che pensavano. Ma ha dovuto aspettare sette stagioni di F.1 prima di avere fra le mani una Red Bull vincente, con cui competere ad armi pari contro Lewis e la sua Freccia Nera”.
Stefano Mancini su la Stampa gli diede 10 in pagelle e lo ringraziò “per avere reintrodotto i sorpassi in Formula 1. Grazie per aver portato una ventata di aria fresca in uno sport che era stato monopolizzato (con pieno merito, s’intenda) da un’altra squadra e un altro pilota. Grazie per aver contribuito ad animare, anche con le polemiche, il più bel campionato del secolo e forse anche più indietro nel tempo. Trionfa con merito non tanto per l’ultima, folle gara, quanto per aver combattuto da marzo in avanti senza mai abbassare la guardia”.
Era un Formula 1 strappata in quei giorni al dominio della Mercedes e di Lewis Hamilton. Marco Evangelisti sul Corriere dello sport-stadio ricordava che Verstappen era giunto a tanto dopo essere stato “troppo a lungo un’espressione artistica del padre, un robot programmato per arrivare; troppo a lungo ha identificato classe, velocità e diritto acquisito su ogni spazio vitale. Ha passato due o tre anni a vedere la macchina come una spada, gli ordini di scuderia come battute di spirito. A buttare fuori pista, senza scrupoli e senza tremori, Vettel, Raikkonen, Hamilton stesso, oppure Ocon o Bottas. E un altro paio di stagioni a scontare quei peccati originali. A farsi dimenticare prima, quindi a rimodellarsi in forme più agonisticamente civili”.
Ora la sua vittoria, continua Evangelisti, smonta “l’ottavo inno a lode e gloria di Lewis Hamilton, con tutto l’apparato di infanzia sofferta, lavori emergenziali, passioni frustrate, rivincite sul destino, crescita personale e meritorie battaglie sociali”, tutto quello che – scrive – “sarebbe stato dolce quanto un’indigestione di miele”.
Emeroteca | Epifania di un fenomeno
“Cosa ci si può mai aspettare da un bimbetto di tre anni la cui mamma dice di accelerare, invece di ammonirlo a non combinare guai, nel vederlo in giardino a smanettare con il quad? Beh, che scriva la storia: diventando prima il più giovane pilota di F1, e ieri — soprattutto — il più giovane vincitore di un gp di tutti i tempi. Signore e signori, ecco a voi Max Verstappen, 18 anni e 228 giorni, già definito da qualcuno come il pilota del secolo. Esagerazioni? Forse sì. Ma forse no. Il gran premio di Barcellona è stato testimone di un segno (ulteriore) del destino, con il piccolo Max al posto giusto nel momento giusto. Per dire: non avesse, a Sochi, Kvyat tamponato Vettel, quelli della Red Bull non avrebbero mai deciso lo scambio dei due: Kvyat in Toro Rosso, Verstappen in Red Bull. E cosa succede al debutto? Che le due Mercedes fanno l’autoscontro e il giovane Max trionfa. Non è destino questo?” – di paolo rossi, la Repubblica, 16 maggio 2016
| “Avete mai sentito il verbo «gestire» sulle labbra di un diciottenne? Difficile. Perché quella è l’età degli errori e della dissipazione, altro che «gestire»: un diciottenne non fa che cercarsi occasioni e gettarle al vento, per sbaglio, per impazienza. Invece Max Verstappen, appena finita la gara, dopo l’esplosione di gioia, si è presentato ai microfoni e ha dichiarato senza quasi scomporsi: «Ho dovuto solo gestire e non fare errori». Solo. Non si può dire che abbia un aspetto da bambino, Max, ma neanche che abbia proprio un’espressione adulta. Un po’ l’uno, un po’ l’altra. La sua faccia somiglia a quella di tanti adolescenti: quando temiamo che non usciranno mai dall’infanzia, improvvisamente ci smentiscono e ci appaiono persino troppo cresciuti, poi ci giriamo e ritroviamo il sorriso del bambino. L’incostanza è la loro caratteristica (e la maledizione dei genitori, che non sanno come prenderli)”. – di paolo di stefano, Corriere della sera, 16 maggio 2016
| “Temino da fare a casa: «Immaginate una F1 più divertente». Svolgimento: regolamento meno demenziale e, soprattutto, altri 4/5 piloti come Max Verstappen in griglia. Punto. Perché avrà la faccia da schiaffi, il sorriso indisponente, perfino qualche brufolo schifoso, ma la scarica elettrica che ha dato il talentuoso 19enne alla F1 vale più di mille power unit impazzite. Certo, non avrà il carisma e i tormenti di Senna, né l’aura di Schumi, ma il pilota Max Verstappen è un vero “bastardo”, epiteto che nel linguaggio delle corse significa stima, magari sibilato a denti stretti da quelli (tanti) che gli arrivano dietro. Forse merito della mamma Sophie Kumpe, che quando aveva 3 anni lo mise su un quad gridando «accelera, accelera». Ma era già a manetta. O forse merito di papà Jos, pilota da retrovie in F1 e poi primo sponsor del figlio ma che, dopo una gara di kart finita male (una delle poche, visti i 9 titoli europei e mondiali) non gli ha parlato per una settimana. Viva la genetica. E viva la faccia tosta” – di tommaso lorenzini, Libero, 15 novembre 2016
Binocoli | Cosa scrissero in Olanda
Willem Vissers su De Volkskrant, il giornale dei progressisti olandesi, accostava già tre anni fa la parabola di Verstappen a quella di Johan Cruijff.
“Infinite sono le differenze tra i due. Cruijff, ad esempio, si rivelava nervoso durante le partite, mentre Verstappen è incredibilmente figo in uno sport che richiederebbe tensione, mettendo in pericolo la vita. Guardate il suo spettacolare giro finale ad Abu Dhabi, si è chiuso con il grido: Oh, mio Dio. Eppure Verstappen guida più o meno come Cruijff giocava a calcio. All’attacco. Senza esitazione. Con visibile piacere. Sfacciato. Per vincere, ma anche per intrattenere il pubblico, che entrambi credono sia/fosse uno degli aspetti più importanti nello sport commerciale. A volte sento Max ridere quando grida qualcosa alla radio di bordo, a una velocità che farebbe girare la testa ai comuni mortali. A più di cinque anni dal suo primo successo a Barcellona, Max Verstappen è campione del mondo. Ha mantenuto la sua promessa. È una ricompensa per il talento, il coraggio, l’abilità tattica e l’originalità. In questo senso è totalmente cruijffiano”.
Marcel Haenen per NRC andò a Montfort, tremila abitanti nel Limburgo centrale, il luogo d’origine della famiglia di Verstappen. “È vero che Max è nato e cresciuto dall’altra parte della valle della Mosa – scriveva – ma le sue radici sono qui. Il bisnonno Jef aveva una discarica qui. Il nonno Frans era proprietario di un bar e ha gestito la gelateria fino alla sua morte nel 2019. Il comune di Roerdalen, di cui fa parte Montfort, non aveva ancora preparato alcun festeggiamento fino a ieri, ha spiegato il vicesindaco Jan Smits”.
voci La sua personalità
➣ La regola che toglierebbe?
«Tornerei ai motori V10 o V12. Ai tempi di mio padre Jos quando entravi nel paddock e cominciavano le prove sentivi un rumore da brividi, mentre ora puoi chiacchierare tranquillamente. A livello di emozione non c’è confronto».
➣ Quest’anno i duelli con Leclerc sono più morbidi: è una questione di maturità dei piloti?
«No, dipende dalle nuove macchine. Le gare sono completamente diverse, in passato, se facevi una buona qualifica definivi la tua gara, adesso i sorpassi sono agevolati. Puoi vincere anche partendo indietro, e se in un certo momento sei più lento, puoi lasciarti superare e poi recuperare».
➣ Suo padre corre nei rally: gli farebbe da co-pilota?
«Ma neanche per idea. Al massimo guiderei io, il co-pilota lo faccia lui». – intervista di stefano mancini, La Stampa, 9 settembre 2022
➣ Che cosa c’è nella sua vita fuori dai circuiti? Farsi una famiglia?
«Certe cose non le puoi pianificare e organizzare: accadono quando accadono. Più o meno come le mie gare, si vedrà alla fine che cosa succede».
➣ Meglio prendere un cane, come ha fatto Hamilton?
«Meglio i miei due gatti. Un cane quando viaggi molto devi lasciarlo ad altri, così ti tocca trovargli una doggy sitter. I gatti se ne fregano, fanno le loro cose. L’importante è ricordarsi di chiudere a chiave la camera da letto, altrimenti ti svegliano la mattina presto». – intervista di stefano mancini, La Stampa, 18 marzo 2022
➣ Lei non ama parlare del suo mondo privato. Lewis Hamilton pure. In un certo senso siete uguali.
«No, siamo differenti: gli stili di vita sono diversi, io non amo essere al centro dell’attenzione mentre Hamilton gradisce apparire nel jet set. Però il privato è il privato: va tenuto da parte».
➣ Papà Jos è stato centrale nella sua vita. Invece Max non parla quasi mai della mamma: perché?
«Perché non mi fate domande… Però, è vero: parlo più di mio padre, dopo la separazione dei genitori ho vissuto con lui. Ma con mamma Sophie non ho mai avuto problemi e di recente ho migliorato il rapporto. Quando sono andato a vivere da solo, mi ha arredato la casa: mandava le foto degli oggetti e io sceglievo».
➣ È vero che tira di boxe?
«Uso alcuni esercizi del pugilato, per l’agilità e la velocità. Ma non so se saprei tirare un pugno». – intervista di flavio vanetti, Corriere della sera, 6 luglio 2018
➣ Ha mai avuto un idolo?
«Sinceramente no. Mi è sempre piaciuto Fernando Alonso, perché è rimasto una persona normale, nonostante i titoli mondiali. È giusto e vorrei che in futuro valesse anche per me. Ci sono esempi là fuori di gente che è completamente cambiata (un riferimento a Hamilton? n.d.r.). Fernando dimostra il contrario. E anche Vettel».
➣ Niki Lauda ha detto che le Formula 1 di oggi sono troppo facili da guidare e che ai suoi tempi il fenomeno Verstappen non sarebbe mai esistito.
«I tempi cambiano e la specie umana si evolve. Siamo più alti e più forti. Di certo più preparati fisicamente rispetto ai piloti di un tempo. E questo, magari, ci aiuta nella guida. Ormai si arriva al vertice molto giovani in ogni sport». – intervista di luigi perna, La Gazzetta dello sport, 27 marzo 2016
Il secondo titolo
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Un anno fa, a Suzuka, la festa di Verstappen arrivò dopo una corsa condizionata dalla pioggia, interrotta dopo tre giri, ripartita dopo due ore e terminata al 29esimo giro. Nel giorno del suo trionfo annunciato da tempo, al centro della scena finì la federazione internazionale, di nuovo sotto accusa. Inizialmente, Verstappen addirittura non sapeva di aver vinto il Mondiale, Binotto strepitava per l’interpretazione della giuria, Horner diceva che non gli pareva giusto assegnare il punteggio pieno. Pierre Gasly aveva altro per la testa. Aveva dovuto superare lo shock di una gru vista passare nei suoi paraggi ad alta velocità: «Sono solo felice di essere ancora su questa terra». Il pilota dell’Alpha Tauri è stato amico d’infanzia di Jules Bianchi, morto per le conseguenze di un incidente avvenuto in circostanze analoghe, proprio a Suzuka. Aggiunse a Sky Sport: «Come può esserci una gru mentre siamo ancora in pista? Non capisco. Abbiamo già perso Jules. Abbiamo perso un ragazzo fantastico, otto anni fa. È stato irrispettoso nei confronti di Jules, è irrispettoso nei confronti della sua famiglia e di tutti noi». Charles Leclerc, figlioccio di Jules Bianchi, ha detto: «Non dovremmo vedere queste cose. È successo qualcosa di grave nel 2014 e dovrebbe essere una lezione». Il padre di Bianchi, Philippe, ha scritto su Instagram: “Nessun rispetto per la vita del pilota, nessun rispetto per la memoria di Jules. Incredibile”.
PUZZLE Che cosa si dice in giro
◇ Leo Turrini, sul blog Profondo Rosso: celebrava così il secondo titolo olandese: “Max aveva vinto il mondiale già da un pezzo. È un grande campione. Quello che fa a Suzuka in partenza resistendo all’esterno all’attacco di Leclerc è degno dei giganti del passato. Stop“. Marco Fasano su Circus F1 scrisse che “al netto delle polemiche, sicuramente sacrosante e giustificate, è altrettanto giusto tessere le lodi al dominatore di questa stagione, che in questa mattinata ha scelto di prendersi il primo pezzo del titolo approcciando in maniera mostruosa curva 1. Tutto perfetto, un monologo durato da marzo a ottobre. Chapeau”.
◇ Simone Valtieri su Motorbox riconosceva che Verstappen “sul bagnato ha una marcia in più, come i vari Senna, Schumacher e Hamilton. E lo dimostra non soltanto con la manovra al via su Leclerc, che parte meglio ma viene tenuto dietro con una staccata al limite e una traiettoria esterna in curva 1, ma anche due ore dopo, alla ripartenza, quando attende un paio di giri prima di spingere dopo il pit-stop e poi macina giri più veloci di chiunque altro, trattando le gomme come nessuno altro sa fare. Una vittoria perentoria, campione del mondo per la seconda volta, stavolta senza se e senza ma”.
Fabio Tavelli su Foglio scrisse che “Max Verstappen ha meritato di vincere il mondiale a Suzuka. Perché su questa pista hanno messo la corona piloti come Senna e Schumacher e l’olandese è certamente fatto di una pasta simile alla loro”. Stefano Mancini su la Stampa sottolineava che “Max Verstappen ha cambiato la Formula 1. L’ha resa uno show da gladiatori l’anno scorso, appena ha avuto una vettura competitiva. Ha attaccato in senso fisico un mostro sacro come Lewis Hamilton e l’ha sconfitto nel modo più crudele, all’ultimo giro di pista di una stagione avvelenata”, mentre in questo secondo anno, dinanzi a un rivale di riferimento cambiato, “Max è cresciuto, è più saggio: aspetta il momento buono per colpire. Sfrutta gli errori, nel senso che gli altri ne commettono tanti (troppi), lui neanche uno”.
Daniele Sparisci sul Corriere della sera lo segnalava allora come “l’unico pilota in F1 ad avere la spinta di un popolo, quello arancione, che travalica i confini dell’Olanda. Biglietti esauriti in Austria, Belgio, Ungheria, l’orange è il colore dei record, degli affari. Ormai ovunque. Ci aveva visto lungo papà Jos a inventarsi «l’agenzia viaggi» per i tifosi, in tempi non sospetti. Quando i giornalisti olandesi seguivano la F1 per hobby, la leggenda del paddock racconta di dentisti-inviati «costretti» poi, dal successo di Max, a lasciare guanti e otturazioni. Per seguire il destino di una stella accecante”.
Umberto Zapelloni sul Giornale scrisse che “se la vita fosse una scatola di cioccolatini, quella di Max Verstappen sarebbe ancora piena di dolcetti da scartare”. Infatti.
Alessandra Retico su Repubblica raccontò come nel frattempo era cambiato, questo ragazzino che “prima voleva tutto e subito, adesso osa solo se ne vale la pena. Non ha quasi mai commesso errori e i pochi fatti non gli sono costati troppo. È un brand che trascina un esercito, l’orange army. Ha una canzone-inno scritta per lui (dai Pitstop Boys), SuperMax. È legato al team con un contratto fino al 2028, 40 i milioni a stagione. È innamorato: di Kelly Piquet, figlia del tre volte campione brasiliano. La mentalità vincente non gli è mai mancata. Sua mamma, Sophie Kumpen, belga, ex campionessa di kart: «Da bambino controsterzava e dava di gas ancor prima di saper leggere e scrivere»”.
Mario Salvini sulla Gazzetta ricordò che “c’è un’immagine che spiega Verstappen meglio di tanti racconti. Era grande come metà prima pagina del Telegraaf, il più importante quotidiano olandese, l’indomani del suo trionfo a Zandvoort: Max ancora con il casco in testa abbracciato a papà Jos. Il titolo era una sua frase: «Sono contento per papà». Insomma è papà che lo ha disegnato così: per diventare campione. E Max è entrato nella parte. «Che cosa ti piace fare lontano dai GP?», gli hanno chiesto di recente. E lui: «Andare in kart». Poi, consapevole di sembrare monomaniaco, ha aggiunto: «Non ridete». Nessuno ride”.
Dal Belgio, in quelle ore, arrivò la tesi di Gert Vermersch, su Het Nieuwsblad: “Max Verstappen è vicino al Valhalla della Formula 1 con il secondo titolo mondiale, ma non ancora dentro. Solo dopo un quarto titolo potrà fare il passo decisivo. Come? Nel modo che richiederebbe il massimo rispetto: trasferirsi in un’altra scuderia e diventare campione anche lì. È il tentativo fatto invano da Fernando Alonso e Sebastian Vettel. Se Verstappen restasse alla Red Bull, dove ha un contratto fino al 2028, allora per rafforzare il suo status di grandissimo dovrebbe raggiungere un quinto, un sesto o un settimo titolo”. Stasera da Losail, Qatar, Max Verstappen ci fa sapere che sta camminando su quella strada.
Il terzo titolo
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I sette cilindri di Roberto Liberale da alcuni GP della stagione.
GP Barcellona: Questo è Red-Bullismo [5 giugno] GP Austria: Il marziano Verstappen sul pianeta Red Bull [3 luglio]. GP Spa: L’età del Maxismo [31 luglio]. GP Olanda: La loggia Maxonica di Verstappen [28 agosto]. GP Monza: I Maxggiordomi di Verstappen [4 settembre] GP Singapore: Impossibile dimenti-Carlos [18 settembre]. GP di Suzuka: I Maxnadieri [25 settembre]. GP Singap