Dalla sua casa a Ramat HaSharon, Gabriel Burstein sente i missili fischiare. È la prima volta che pensa davvero di andarsene, lasciare Israele, tornarsene a casa, in Argentina. «In tutti questi anni mi sono sempre sentito al sicuro. Mio figlio di dieci anni mi ha detto che non ha paura delle bombe, ma adesso ha paura che i terroristi possano entrare in casa. È come trovarsi accanto a un vulcano che non erutta da molti anni. Pensi che non accadrà mai. Finché non accade».
Gabriel è stato il cittì della nazionale femminile di calcio in Israele. È arrivato nel paese nel 1995, aveva 19 anni, partì per far visita a suo padre che si era trasferito per motivi di lavoro. La sua storia è stata raccontata qualche giorno fa da Rodrigo Nardillo per La Nacion.
Burnstein rimase sorpreso da un Paese in crescita, fu attratto dalla sensazione di trovarsi in un ambiente amichevole, sentiva che avrebbe potuto vivere in pace. Ma sì, fermiamoci, vediamo come va. È andata che per molti anni ha giocato in porta, numero uno in squadre di serie B e serie C, e dopo allenatore nelle giovanili, poi direttore tecnico nel movimento femminile. Nel Maccabi Holón ha messo insieme sei campionati e sette coppe tra il 2003 e il 2010, prima di proseguire la carriera al Ramat HaSharon, dove è stato votato allenatore dell’anno per tre volte consecutive. Nel 2019 la sfida più grande: la guida della nazionale femminile. Fino a pochi mesi fa.
«Ora è tutto fermo. Le scuole sono chiuse. È vietato riunirsi in grandi gruppi. C’è stato trasmesso un allarme sulla possibilità che la guerra duri a lungo. La gente è uscita per comprare del cibo e ha svuotato i supermercati».
La maggior parte dei giocatori e delle giocatrici straniere sono andati via subito dopo l’attacco iniziale di Hamas. Sono rimaste le ragazze che non hanno ancora potuto viaggiare e aspettano un’opportunità per lasciare Israele. «Per molto tempo – dice Burnstein a La Nacion – ho girato Israele per il calcio. Sono stato in città al confine con la Palestina. Ho giocato in città a maggioranza musulmana. Non ho mai avuto paura. L’idea che questo sia un luogo sicuro non esiste più. È scomparso l’altro venerdì». Sono morti due giovani a lui cari. Uno era l’allenatore di uno dei suoi figli, l’altra una giocatrice che lui stesso allenava, uccisi durante il festival attaccato da Hamas.
«In Nazionale – ha raccontato Burnstein – avevo due giocatrici musulmane e indossavano con orgoglio la maglia israeliana. Una volta, una tournèe ha coinciso con il Ramadan e con la Pasqua ebraica. Le due ragazze musulmane digiunavano tutto il giorno senza abbandonare la squadra e il momento in cui andavano a mangiare coincideva con l’inizio della celebrazione da parte delle ragazze ebree. Ebbene, ricordo che aspettavano rispettosamente la fine della cerimonia, per mangiare quando lo facevano tutte le altre, per cenare insieme. Ho visto che la convivenza è possibile, che ci sono migliaia di musulmani desiderosi di vivere in pace, come gli ebrei, come i cristiani. Quello che succede è il prodotto dell’azione di un gruppo di terroristi e di assassini, non della popolazione palestinese. Possiamo vivere in pace, nella stessa terra».