Mandela è stato un’eccezione. La politica non passa dal rugby. Forse

    Okay, d’accordo. È globale. Facciamo pure che sia il più globale tra i Mondiali di squadra. È vero. Ce ne siamo accorti. Il rugby è l’unico sport nel quale l’Africa si sia affacciata nell’albo d’oro. Non è stato un caso. Guardate i quarti di finale di sabato e domenica: Galles-Argentina, Irlanda-Nuova Zelanda, Inghilterra-Fiji, Francia-Sudafrica. Quattro partite che sono tutte Emisfero Nord vs Emisfero Sud. Quattro partite con la presenza di quattro continenti. Manca solo l’Asia. Quattro anni fa c’era grazie al Giappone, ma erano rimaste fuori le Americhe. Scorrendo la storia dei Mondiali di rugby a ritroso, l’ultima volta di un tabellone con meno di quattro continenti ai quarti di finale è di vent’anni fa, poi dal 2007 succede regolarmente. 

Però-però, insomma, come dirlo, la politica non passa di qua. Non è come nel calcio. L’ha sostenuto il professor Sylvain Venayre, storico, docente all’Università di Grenoble-Alpes, invitato da Libération ai Rendez-vous de l’histoire, una serie di incontri nei quali si cerca uno sguardo diverso sull’attualità.

Il professor Venayre dice che solo l’apartheid sudafricano ha incrociato la storia del rugby. Mandela è stato un’eccezione. Non c’è nessun confronto lontanamente possibile con il calcio. 

Tutto è politico… tranne il rugby? La domanda – dice – può sembrare assurda. Eppure, nel un momento in cui l’edizione attuale riscuote un grande successo presso il pubblico francese, bisogna riconoscere che i Mondiali di rugby non hanno quasi mai avuto echi politici paragonabili a quelli dei Mondiali di calcio.

I suoi esempi sono numerosi e convincenti. Venayre ci ricorda che il 21 novembre del 1973, l’URSS avrebbe dovuto giocare una partita di ritorno contro il Cile per qualificarsi alla Coppa del Mondo organizzata in Germania Ovest. A Mosca le due squadre avevano pareggiato 0-0 ma i sovietici rifiutarono di andare a Santiago. Due mesi prima, il colpo di stato di Pinochet aveva tragicamente messo fine alla presidenza di Salvador Allende. Così passò il Cile e si trovò fra le partecipanti al famoso Mondiale che mise di fronte la Germania Est e la Germania Ovest, molto più di una partita. La tensione era tale – ricorda Venayre – che i cecchini erano stati posizionati intorno allo stadio. La Guerra Fredda aveva invaso il calcio. I cecchini appostati sul tetto dello stadio c’erano pure agli Europei di Francia, quando il Belgio giocò a Lille, un’ora di treno da Bruxelles, nel pieno del dopo-Bataclan e delle indagini sulle infiltrazioni jihadiste nelle periferie. 

Venayre ci dice che potremmo sempre parlare delle Falkland o Malvinas, di Argentina-Inghilterra al Mundiale del Messico, e tutto il resto non si deve neppure ripetere. Potremmo parlare di USA-Iran ai Mondiali del 98, con la celebrazione del successo da parte della guida suprema della Repubblica islamica, Ali Khamenei. Potremmo parlare del Mundial del 78 e di certi misteriosi aneddoti su boicottaggi che non ci furono, oppure dei calciatori tedeschi che si sono coperti al bocca in Qatar, un anno fa, per protestare contro gli attacchi alla libertà di espressione. Potremmo parlare dei Mondiali femminili, di Brandi Chastain che si libera della maglietta e resta in reggiseno, oppure di Megan Rapinoe che si rifiuta di cantare l’inno nazionale per protesta contro Donald Trump.

 

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Ecco, sottolinea allora il professor Venayre su Libération: nel rugby, a quanto pare, non è mai successo niente di tutto ciò. La recente vittoria dell’Inghilterra sull’Argentina [27-10] non ha fatto venire in mente le Falkland a nessuno. Intorno a Francia-Italia di venerdì scorso, nessuno ha costruito dei pezzi sulla tensione che esiste a Ventimiglia, o tra i governi, per l’accoglienza dei migranti. 

Perché – si domanda – questo ritiro dalla politica? Non c’è motivo di credere che il pubblico delle partite di rugby sia meno sensibile alle tensioni internazionali rispetto al pubblico delle partite di calcio. Ci sono anche buone ragioni per credere che più il rugby diventerà popolare, più queste tensioni saranno evidenti in campo: i riflettori attirano il dibattito. Ma la geopolitica del rugby continuerà a opporsi ancora per molto tempo a una giusta rappresentazione.

Secondo Venayre, le partite tra l’Inghilterra e i paesi che un tempo erano chiamate colonie bianche dell’Impero ricordano molto più un passato comune che le tensioni contemporanee. Il rugby è addirittura l’unico sport in cui l’Irlanda del Nord e la Repubblica d’Irlanda hanno una squadra comune. Il Sudafrica al tempo dell’apartheid è stato un’eccezione. Il rugby era uno sport talmente bianco che parte della popolazione nera preferiva tifare per la Nuova Zelanda, la cui squadra a sua volta non aveva giocatori bianchi

 

 

Però-però [e sono due]. Insomma. Come dirlo. I Mondiali di Francia possono diventare una tappa indimenticabile, se dovesse finire per vincerli per la prima volta proprio quell’Irlanda unita. Qualche giorno fa, il Post ha rilanciato il dibattito che si tiene fra Dublino e Belfast a proposito della canzone che sta accompagnando le vittorie della squadra, un pezzo dei Cranberries, Zombie. Alla fine della partita contro il Sudafrica, l’altoparlante l’ha messa a tutto volume dentro lo stadio e gli irlandesi in tribuna si sono scatenati. Il punto è che Zombie non era mai stata trasmessa prima dentro uno stadio perché parla della guerra civile, delle violenze tra indipendentisti e unionisti, degli attentati avvenuti tra la fine degli anni Sessanta e la fine dei Novanta. Zombie è stata scritta esattamente trent’anni fa quando l’IRA colpì a Warrington, uccidendo due bambini di 3 e 12 anni. Il Post sottolinea che si tratta di un pezzo associato a una condanna verso l’IRA, sebbene Dolores O’Riordan, la voce del gruppo, abbia sempre ripetuto che quel pezzo non stava dalla parte di nessuno – indipendentisti, cattolici, unionisti o protestanti — ma era in memoria dei morti dei Troubles.

Cinque anni fa, la squadra di Limerick, città natale di O’Riordan, vinse il campionato e la introdusse nella liturgia dei festeggiamenti, subito imitati dai tifosi del Munster. Zombie  ha cominciato a diffondersi e adesso in Irlanda devono gestire questo pezzo di realtà che ha sopraffatto immaginazione e politica.

«Diciamo la verità, il pubblico ha cantato Zombie semplicemente perché suona benissimo quando a cantarla sono migliaia di persone» ha scritto il sito sportivo The 42. Sull’Irish Mirror hanno lanciato un sondaggio: sì o no. L’ex rugbista Shane Byrne ha detto la sua: «C’è un significato dietro quella canzone. È stata scritta come una canzone di protesta. Ma a volte una bella canzone va presa soltanto come una bella canzone».

A meno che il professor Venayre non ci dica che sta succedendo qualcosa di politico finanche nel rugby. Di nuovo. 

 

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    albo d’oro 1987 Nuova Zelanda, 1991 Australia, 1995 Sudafrica, 1999 Australia, 2003 Inghilterra, 2007 Sudafrica, 2001 Nuova Zelanda, 2015 Nuova Zelanda, 2019 Sudafrica

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