Il fallimento di World Aquatics sul bando alle transgender. Non ci sono iscrizioni alla categoria Open

  La storia, la storia, facciamo la storia. Anzi – come si dice – la riscriviamo. Un tempo bisognava temere quelli che volevano riscrivere la geografia, in genere usano bombe e cannoni. E invece pure un tratto di penna fa la rivoluzione. World Aquatics, per esempio. Anche World Aquatics vorrebbe rifare la storia. Nel frattempo si è rifatto il nome, abbandonando il vecchio. Era la FINA, un giorno si sono riuniti e si sa come vanno le cose, i creativi, il brand, l’area marketing, qualche scandalo che ti offusca la reputazione, oplà, cambiamo. Hanno tolto l’accento dal nuoto per non far dispiacere chi porta i voti dai tuffi, e si son dati uno slogan assai carino, United by water, uniti dall’acqua, così che il nuovo nome potesse affermare una nuova identità, l’unione e l’uguaglianza. Bello, bellissimo, così bello e bellissimo che in nome di una nuova identità, dell’unione e dell’uguaglianza una delle prime cose fatte è stata mettere al bando persone che cercano altrettanto, le atlete transgender, ehm, grazie, voi no, siete un pericolo per la lealtà e per un’equa competizione. 

 

Il mostro che spaventò la FINA World Aquatics si chiama Lia Thomas. Era l’annuncio dell’imminente arrivo in piscina di «maschi falliti», secondo la definizione data a inizio agosto da Martina Navrátilová. Un tempo si spendeva in battaglie per le donne, adesso immagina che chi voglia esserlo non lo sia abbastanza. Avrebbero invaso le corsie e fatto razzia di titoli universitari, poi si sa come va a finire, si sarebbero prese presto, prestissimo, un titolo americano, i Trials, un posto ai Mondiali, gli ori olimpici, attenzione, avrebbero finito per riscrivere la storia, e proprio loro diamine no, dove andremo a finire. 

Così, World Aquatics s’è regolata come World Athletics e World Rugby. Una nuova identità può andar bene al massimo per il marchio di una federazione. Chi ha affrontato una transizione di genere verso la femminilità, pazienza, starà fuori dalla comunità femminile. Non gareggia. Al massimo, ecco, al massimo, si può concedere di partecipare in una specie di riserva, una categoria a parte, chiamata in modo assai progressista: Open. 

 

Insomma, per farla breve. Tutto era pronto per cominciare, grandi annunci, bello, bellissimo, magnifico. Open, facciamolo. L’occasione giusta era la Coppa del mondo che parte domani con la prima tappa a Berlino, per un involontario rovesciamento simbolico, nella città che una sera buttò giù un Muro. Laicamente, uno pensa: boh, vediamo come va. Solo che, ecco, adesso come dirlo, la penna che doveva riscrivere la storia è rimasta senza inchiostro. 

Due giorni fa, “alla chiusura delle iscrizioni per le gare – si legge in una nota delle federazione mondiale – World Aquatics può confermare che non sono state ricevute domande per gli eventi della categoria Open. Erano state previste varie distanze in vari eventi”. 

E qui arriva la parte politicamente più rilevante, quando la federazione scrive che “il gruppo di lavoro World Aquatics Open Category continuerà il suo lavoro e il suo impegno con la comunità acquatica per questo tipo di eventi. Anche se al momento non c’è una richiesta a livello d’élite, il gruppo di lavoro prevede di esaminare la possibilità di includere in futuro le gare di categoria Open negli eventi Masters”.

Non c’è una richiesta a livello d’élite. Gulp. Perdonate, ma non c’era un’invasione alle porte? Era considerata così imminente, così pericolosa per la lealtà e l’equità delle competizioni, da spingere a una decisione che nello sport è sempre estrema e dolorosa: l’esclusione di qualcuno da qualcosa. È accaduto per le guerre e per il razzismo. L’epilogo di Berlino è allora imbarazzante. Dimostra come una federazione sportiva internazionale, una delle più in vista nel comitato olimpico internazionale, sia intervenuta con un provvedimento urgente e massimo per una sola persona. Contro una sola persona. Lia Thomas.

 

 

Il tema della partecipazione transgender alle gare e della tutela dell’equa competizione su Slalom ha trovato spesso spazio in questi anni, avendo come bussola un principio: che cosa sappiamo. Sappiamo per esempio che ogni sport merita un’analisi a parte, non sono tutti uguali, ci sono quelli dove prevalgono la forza e la potenza, in altri comanda la tecnica. Medici, ricercatori e psicologi ne sanno certamente più di noi, e loro stessi sono divisi, in tutti questi anni alcuni neppure si sono detti certi che la potenza di un corpo sia legata al solo livello del testosterone. Su Slalom ci siamo messi a studiare soprattutto il caso specifico di Lia Thomas. Lia Thomas è stata raccontata e viene tuttora raccontata come l’orco che ammazza le gare femminili. In realtà Lia Thomas ha seguito tutto il protocollo previsto dalla legge e dalle regole sportive, prima di partecipare. 

Ora, se si viene ammessi a partecipare, si dovrebbe anche essere ammessi a vincere. La cosa spesso taciuta è che Lia Thomas vinse in quel famoso campionato Ncaa una gara su tre. Vinse con un tempo che era più lento di 10 secondi rispetto al record americano. Dieci secondi nelle 500 yard equivalgono a un’infinità. Il processo di transizione di genere ha portato Lia Thomas dal 4’18”72 nuotato nel 2019 in campo maschile al 4’33”24 nuotato nel 2022 in campo femminile. È diventata più lenta di 15 secondi. Non lo sottolinea nessuno. È un crono che le avrebbe permesso di vincere solo 2  volte nei 10 anni precedenti. Prima della transizione, Lia Thomas era a 11 secondi di distanza dal record maschile. Dopo la transizione ha nuotato 10 secondi più lenta del record femminile. Di questa gigantesca faccenda si dovrebbe parlare in questi termini, anziché procedere per slogan o rivendicazioni, spazi occupati. 

 

Nell’aprile scorso, il magazine de L’Équipe intervistò la canoista Sandra Forgues, oro olimpico del 1996. Forgues disse che «tutte queste norme sono state poste per agitare paure e per un consenso sociale, non sono basate su un consenso scientifico». Sandra Forgues disse una cosa che pareva un’opinione e che oggi si dimostra un fatto. «Dov’è l’ondata di persone trans nello sport di cui ci parlano?». Forgues ha aiutato la federazione francese di rugby a non seguire le raccomandazioni di World Rugby, consentendo così ad Alexia Cerenys di continuare a giocare nell’élite nazionale senza che la cosa crei problemi a nessuno. Forgues centrava un punto decisivo, ben documentato e argomentato, quando diceva che ogni caso è appunto diverso da un altro, ogni sport da un altro, ma che «tutto questo accade perché Lia Thomas ha vinto una gara in NCAA. Dietro di lei, ci sono persone che soffrono. Immaginare che una persona affronti una transizione di genere solo per vincere delle gare è delirante. L’unica domanda da considerare sempre sarebbe: – Questa ragazza è oltre tutte le altre ragazze?». 

Quando Martina Navrátilová parla di maschi falliti dovrebbe ricordare come andò la storia di Renée Richards, tennista, per un arco di tempo sua allenatrice. Richards condusse una battaglia legale per essere ammessa agli Us Open ’77. Navrátilová ricorderà pure la frase con cui Richards poneva la questione: «Mi sono fatta tagliare il pene per vincere a tennis?». 

Gli ideatori del fallimento Open non hanno peraltro chiarito alcuni dettagli. Come si certifica l’iscrizione alla categoria? Se sul mio documento all’anagrafe è scritto che sono donna, se le leggi di uno stato mi riconoscono un’identità di genere femminile, chi stabilisce – e come – la mia partecipazione altrove? Non esiste forse una violazione della privacy, spesso tirata in ballo per questioni più futili? Chi ha attraversato una transizione di genere, deve essere costretto a raccontarlo? Come si vede, la questione è enorme e attraversa molte discipline scientifiche. 

A questo link trovate tutto ciò che Slalom ha scritto o raccolto negli anni sull’argomento. 

Da Berlino, l’ex città del Muro, resta una verità. L’esclusione delle transgender è diventata l’esclusione dal nuoto di Lia Thomas. Aveva la colpa – come si dice – di voler riscrivere la storia. 

 

 

LE GARE  Il blog Questione di Stile di Stefano Arcobelli, giornalista della Gazzetta fa notare dalle liste di iscrizione alla Coppa del mondo che dai 100 rana bisogna aspettarsi una virtuale finale olimpica, per la partecipazione di Qin Haiyang (Cina), Fink (Usa), Kamminga (Olanda), Matzerath (Germania), Peaty (Gran Bretagna), Imoudu (Germandia), Sidlauskas (Lituania) e il nostro Martinenghi. “Tete è super felice di potersi confrontare subito col cinese iridato reduce dai Giochi Asiatici e con l’olimpionico che da due anni non riesce a trovare il filo”, scrive Arcobelli. L’altro italiano che partecipa è Thomas Ceccon, che nel dorso non avrà per avversrai gli americani Murphy, Armostring e Casas, né i russi Kolesinkov e Rylov. 

 

  LA GUERRA  A proposito di Russia. Il  blog Corsia 4 sostiene: “Sembra che si faccia un passo avanti (e due indietro) verso la riammissione di atleti russi e bielorussi in vista di Mondiali e Olimpiadi. La richiesta di World Aquatics è la  neutralità, la risposta della Russia è per ora nada, e non sembra esserci molto spazio per le trattative. Per ci sono quattro atleti Bielorussi riconosciuticome neutrali: Ilya Shymanovich, Anastasia Shkurdai, Alina Zmushka e Anastasiya Kuliashova, insieme al Coach Andrei Lipnitsky. Anche nel mondo paralimpico si muove qualcosa: con una mozione del 29 settembre, votata dalla maggioranza dei membri dell’IPC, l’Assemblea generale ha sospeso per due anni i comitati paralitici di Russia e Bielorussia per “incapacità di rispettare i loro obblighi di adesione”.  Continuiamo a seguire la situazione tifando per una soluzione che non scontenti nessuno, in primis gli atleti”.

 

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