L’ultimo Napoli che s’era presentato al San Paolo con lo scudetto sulla maglia, era una squadra sfacciatamente crepuscolare, almeno così ci appare a trentadue anni di distanza. Si era separato da Moggi e aveva perso Maradona da meno di due mesi, inghiottito da certe notti ormai ingestibili, con tutta la sua fragilità emersa da un’ultima pipì. Che prospettive poteva darsi il Napoli, in quella domenica 26 maggio di un’era lontana, senza anticipi, senza posticipi, se il più grande era svanito nel buio come un’ombra? La stagione era cominciata con cinque gol segnati alla Juventus in Supercoppa e adesso finiva con altri tre fatti al Bologna. Nessuno ebbe la percezione che il presepe fosse sul punto di scollarsi del tutto. Era ancora la squadra di Careca, di Zola, di Ciro Ferrara. Avrebbe provato a prendere Bergkamp, arrivò finanche a depositare in Lega un pre-contratto con Hristo Stoichkov. La decadenza che gli attribuiamo oggi, tutto sommato era ancora ben nascosta. Non tutto si coglie in tempo reale.
Aveva intorno a sé una città a sua volta indecifrabile. Si preparava all’arrivo di Paul McCartney per un concerto al teatro Tenda, ma aveva in strada quel che i giornali chiamavano il Far West, ai Quartieri Spagnoli, dove sotto i colpi dei killer, in pieno pomeriggio, cadde un passante per un colpo alla nuca, un comandante in pensione della flotta di Achille Lauro. I soccorsi arrivarono in quindici minuti, a terra rimasero tracce di sangue, una scatola con una borsa in pelle, da donna, appena comprata, alcune monete che gli erano scivolate dalla tasca.
La guerra ai Quartieri sconfinò fino all’angolo-bene di piazza Trieste e Trento, davanti al Gambrinus, con una sparatoria che fece sette feriti, quattro passanti, una raffica di colpi tra la gente che guardava le vetrine. Avevano agito due giovani in Vespa, senza casco, erano ancora i giorni in cui si raccontava che ai Quartieri non andava indossato, perché le sentinelle dovevano riconoscerti. I vecchi padroni combattevano col piombo le famiglie emergenti per il controllo del territorio, era tutto un via via di Nibbi dalla questure, le auto dell’anticrimine.
Al parco giochi di Fuorigrotta, l’Edenlandia, meno di mezzo km dallo stadio, distribuivano le foto di Pasqualino, Santina e Adriana, trecentomila cartoline simbolicamente destinate al presidente Cossiga, per chiedergli che fine avessero fatto, loro e gli altri 388 bambini sotto i quattordici anni scomparsi in tutta Italia, con la Campania in cima alla lista.
“Quali crimini si nascondono dietro queste scomparse?” si domandava Repubblica parlando di baby boss di cui si perdevano le tracce, mentre l’associazione nazionale per l’infanzia smarrita faceva stampare le loro foto sulle buste del latte. In tribunale cominciava il processo all’ex super assessore socialista Masciari, la prima vera scheggia di Tangentopoli – pure questa ancora sotto traccia. I pm indagavano su un giro di tangenti legato ai preservativi in vendita nelle farmacie, Raffaele Cutolo chiedeva ai giudici di poter avere un figlio in provetta dal carcere. Presto sarebbe venuto giù il governo della città e pure il Napoli si sarebbe messo in cammino verso il tramonto.
Maradona ora è il nome dello stadio. I Quartieri sono il tempio del suo murale. Lo scudetto di nuovo su una maglia azzurra al San Paolo bacia la città in uno dei suoi momenti mediaticamente più felici dell’ultimo mezzo secolo, in coincidenza dell’imminente trentennale dell’elezione a sindaco di Antonio Bassolino, il seme del primissimo Rinascimento. Resta da capire cosa ne è della squadra campione, due giornate non possono esser capaci di produrre neppure un indizio. Sono come cinque metri su uno sprint di cento. Un’uscita dai blocchi. Puoi giudicare solo gli appoggi e neppure in maniera definitiva. Sappiamo solo che quattro delle prime sette di un anno fa sono in ritardo da Napoli, Milan e Verona, in un ventaglio che va da 2 a 6 punti. L’Inter ci dà una risposta stasera da casa Ranieri. La settimana scorsa la Juventus era ritrovata, era moderna, stamattina le opinioni italiche stanno già seguendo un altro vento.
Così pure il Napoli non può non restare un mistero fino all’arrivo di prove più definitive, con il nervosismo manifesto di Osimhen sulla scena, gli sbadigli teatrali di De Laurentiis dalla tribuna, la prima uscita pubblica e le prime parole post-scudetto di Spalletti che s’avvicinano. La retromarcia di Gabri Veiga è l’ennesimo motivo di lacerazione degli umori interni, dentro una cornice nella quale i sauditi sono cattivissimi perché sono ricchi. Quando i milioni uscivano dalle casse delle grandissime di serie A, tanta sensibilità non ci apparteneva. Né deve trattarsi di un’attenzione per i diritti civili, per la questione sociale di quel paese, se andiamo a giocare proprio là la Supercoppa. Peraltro l’affaire Gabri Veiga non sembra affatto la stessa cosa di tanti altri. Il Napoli non è finito dentro un’asta per la quale non aveva mezzi. L’Al Ahli ha preso lo spagnolo alla stessa cifra con cui poteva prenderlo De Laurentiis. C’era una clausola. Quaranta milioni. Non c’è stato rilancio. Se ti presenti subito a Vigo con l’assegno, non c’è molto da discutere. Se invece danzi per due settimane intorno a uno sconto, arriva chi lo paga per intero e la storia finisce, finisce pure male.
2-0 Comunque sia. “Come uomini che non devono chiedere mai – scrive Antonio Giordano sul Corriere dello Sport-Stadio – magari semplicemente a se stessi: e in quella bolla in cui Napoli vive, c’è un calcio diverso però l’identica scenografia. Come dirlo, se non con i numeri: venticinque conclusioni, due rigori (e uno sbagliato), 67% di possesso, un dominio evaporato solo per una ventina di minuti. Quando Kvara è stato scongelato (stava male?), la luce s’è diffusa ulteriormente”
| Francesco De Luca commenta sul Mattino: “Il meccanismo è collaudato, con qualche ritocco apportato dal saggio francese, come il posizionamento più arretrato di Lobotka. Sembra che il Napoli, oggi come allora (cioè come nella scorsa annata), abbia la capacità di rendere tutto facile, favorito anche dall’atteggiamento e dagli errori degli avversari”.
| Marco Ciriello, ancora sul Mattino, celebra Di Lorenzo e lo chiama “un terzino inglese, con la forza di uno tedesco e la fantasia di un sudamericano. Di Lorenzo appare ancora più lanciato, dalla sicurezza di un campionato meraviglioso, che ora gli garantisce la possibilità di aggiustare il tiro, provare ancora di più il dribbling e soprattutto trovare il gol. È l’evoluzione di sé stesso”.
Paolo Condò su Repubblica spiega i sei punti di Milan e Napoli come un risvolto di una solidità finanziaria. “La qualità del gioco e la facilità delle palle-gol rossonere dimostrano che Pioli ha potuto (e saputo) lavorare sulle due ricchezze messegli a disposizione dalla società: il mercato generoso, e i suoi tempi di realizzazione. Il Milan è questo da luglio e il suo tecnico ha sfruttato l’estate per definire le nuove direttrici di gioco; è lo stesso privilegio di cui godette Spalletti un anno fa, uno spazio prolungato e sereno per assemblare le forze e arrivare al campionato lanciati. La salute economica garantisce questo, ed è evidente il vantaggio sui club costretti invece ad aspettare le fasi finali del mercato, quando i prezzi calano, per dotarsi del necessario”.
LA TIGRE
A chi serve davvero Romelu Lukaku
Prima o poi arriverà pure la verità. Negli ultimi due giorni Romelu Lukaku fa sospirare d’attesa i romanisti, solo che tra le pieghe di alcune ricostruzioni si legge che manca ancora l’accordo sulla cifra del prestito e pure quella sull’ingaggio, anzi, il belga dovrebbe tagliarsi cinque milioni l’anno. Ecco. Nel frattempo facciamo come se. Ivan Zazzaroni, direttore del Corriere dello Sport-Stadio ha scritto: “Al terzo indizio sono arrivato a questa conclusione, ci sono ho le prove: i Friedkin e Tiago Pinto possiedono una qualità fondamentale tanto nella vita quanto nello sport: sono fortunati. Pensate: convinsero Mourinho – per tutti era inavvicinabile – allettandolo con un progetto ambizioso proprio nel momento in cui José, esonerato dal Tottenham non per motivi tecnici alla vigilia di una finale col City, soltanto di quello aveva bisogno. Un anno dopo si sono potuti permettere Dybala a zero (sette mesi prima, a dicembre 2021, la Juve gli aveva offerto 9,2 milioni a stagione) grazie alla deviazione vlahoviciana del club e, in seguito, alla scarsa convinzione dell’Inter e alle diffidenze della Premier. E adesso hanno la possibilità di ripresentarsi con il gigante “impossibile” che serviva sfruttando il fatto che sempre alla Juve non è riuscita la forzatura Lukaku per Vlahovic e milioni. I romanisti sono in estasi preorgasmica – continuava Zazzaroni l’altro giorno – vicini al grande sogno e a un motivo in più per riempire l’Olimpico – lo fanno da 34 partite di fila – e sentirsi di nuovo da primi posti, ovvero in linea con le disponibilità finanziarie della proprietà americana”.
| Guido Vaciago, direttore di Tuttosport, da Torino sottolineava invece che è andata a finire “nel modo più coerente con il progetto di rilancio della Juventus che, salvo cataclismi mercatiferi, si tiene Dusan Vlahovic e Federico Chiesa, 23 e 25 anni. Romelu Lukaku finisce in modo piuttosto clamoroso alla Roma che mette a segno un grandissimo colpo, perché il valore tecnico del belga (al netto dell’incognita atletica) non si discute e sembra il centravanti ideale per il calcio di José Mourinho. In fondo lo sarebbe stato anche per la Juventus, almeno nell’immediato, ma i suoi trent’anni stonavano con il piano di una società che vuole e deve svecchiare la rosa e alleggerire i costi. Forse chi non esce bene da questa vicenda, almeno sulla carta, è l’Inter che, perso Lukaku, ha rimediato con i più modesti Arnautovic e Sanchez, ma le strade del campo sono infinite e agosto propizia spesso previsioni imprudenti”.
La Gazzetta dello sport, il giornale che nelle settimane scorse commentava in modo critico e scettico il passaggio di Lukaku alla Juventus, ha scritto con Stefano Agresti: “Voleva così tanto la Juve che adesso è a un passo dalla Roma. Romelu Lukaku è fatto così: ama, illude, tradisce, cambia idea. Spiazzante, imprevedibile. Ma è anche gigantesco, e non solo per la stazza. Nel nostro campionato fa la differenza, lo ha dimostrato con l’Inter, soprattutto all’epoca di Conte. Non a caso il suo arrivo (possibile, probabile) sta adesso scatenando i sogni di mezza Roma – la Roma giallorossa. È una città incline a infiammarsi d’entusiasmo, la capitale, talora senza motivo, ma stavolta è difficile non comprendere l’euforia dilagante: come puoi evitare di fantasticare se ti dicono che in attacco forse avrai Dybala e Lukaku? il trasferimento di Lukaku in giallorosso potrebbe cambiare gli equilibri del campionato. Se arriverà Lukaku, le valutazioni sulle prospettive della Roma dovrebbero essere riviste. Fino a inserirla tra le possibili vincitrici dello scudetto? Forse sì, se e quando il belga avrà recuperato la migliore condizione fisica. E anche Mou sarà obbligato a lottare al vertice, senza se e senza ma”.
– IL TRAPEZISTA – Mancini Ct dell’Arabia
È il giorno dei commenti all’accordo tra Roberto Mancini e l’Arabia Saudita. Daniele Dallera sul Corriere della sera rilancia la delusione che il presidente Gabriele Gravina aveva confessato in un’intervista al giornale milanese e commenta: “Mancini ci ha regalato un titolo europeo, che resta, resterà per sempre, e purtroppo un Mondiale visto in tv. Ecco doveva evitare e risparmiarci questa ultima puntata, il copione è stato scritto male e recitato peggio”.
| Maurizio Crosetti su Repubblica dice che “si potevano evitare le pantomime, bastava dire la verità. Il segreto di Pulcinella è durato lo spazio di due settimane d’agosto, un ombrellone, due lettini e uno spritz. Mancini era scarico, stanco, forse demotivato e lo aveva lasciato intendere già a marzo. Umanamente comprensibile, ma senza l’offerta araba, irrinunciabile dal punto di vista economico, magari sarebbe ancora lì al suo posto”.
| Anche Paolo Brusorio su la Stampa è critico: “Quello che stona e che macchia la camicia bianca di Mancini, sono i modi. Una pantomima dietro questa scelta che la Nazionale e la sua storia (cui l’ex ct ha contribuito eccome) non meritava. Quattro anni di contratto, l’8 settembre a Newcastle l’esordio contro il Costa Rica. Newcastle, il club proprietà del fondo Pif che è proprietario della nazionale e quindi anche di Mancini. Il giorno successivo, a Skopje, l’Italia si giocherà un pezzo di qualificazione europea contro la Macedonia del Nord. Sì, proprio quella squadra che battendoci a Palermo nella semifinale playoff ci chiuse in faccia le porte del Mondiale 2022. Quella notte, il volto di Roberto Mancini era un cencio, le parole uscivano a fatica e suonavano pure assurde («puntiamo al Mondiale 2026»). Com’era?, un bel tacer non fu mai scritto”.
| Qualche elemento di riflessione originale è nel commento di Stefano Salandin su Tuttosport. Ha scritto che “in un gioco di specchi non conta tanto chi l’abbia rotto prima, lo specchio (perché poi si potrebbe discettare su chi ha sparso in giro le pietre da tirargli contro), ma il fatto che tutti, da una parte e dall’altra, abbiano saputo subito come mettere insieme i cocci. Reattività sospetta…”.
IL CERCHIO DI FUOCO La frenatina della Juventus
Antonio Barillà su la Stampa la racconta così: “Bastano pochi scambi per comprendere come la Juventus sia incredibilmente regredita in sette giorni: lenta, bloccata sulle fasce, prevedibile nello sviluppo centrale. Cambiaso, come stordito da responsabilità e complimenti, ciondola a sinistra, Chiesa sprinta ma raramente incide, Weah è intraprendente ma non sempre sfonda, le idee di Locatelli sono poche e confuse”. La modernità già non si vede più.
| L’analisi di Paolo Condò su Repubblica: “La Juventus non possiede la qualità leggera del Milan, non ha un generatore di superiorità numeriche come Leao né un ballerino tra le linee come Pulisic, e nemmeno un coltello che entra nel burro come Theo Hernandez. La sua cifra è l’impeto, e Allegri deve metterlo al servizio di Vlahovic per estrarre dal suo centravanti le doti anch’esse originali che può garantire”.
| Alessandro Barbano, condirettore del Corriere dello Sport-Stadio ha trovato la Juventus “caotica e inconcludente in attacco, dove Vlahovic deve ancora imparare a giocare di sponda e a controllare il pallone come dovrebbe un centravanti di valore. E dove Chiesa parte lepre e arriva tartaruga, anche perché gioca inspiegabilmente troppo esternamente e troppo arretrato. Se Allegri davvero pensa che sia un attaccante, perché non gli dà una posizione più congeniale?”.
| Guido Vaciago, direttore di Tuttosport, invita Allegri a non smettere di credere nel lavoro di ricostruzione. Era, dunque, un’illusione la Juventus estiva, aggressiva e veloce? Una triste restaurazione ha stroncato la rivoluzione offensiva? Forse no, ieri qualcosa non ha funzionato, ma la Juventus non si è mai abbassata, né ha smesso di cercare il gol, ha semplicemente sbagliato molto e corso un po’ meno. Quindi merita tempo e altre partite per essere giudicata. Certo, le aspettative si erano alzate e il primo tempo di ieri le ha depresse”
L’EQUILIBRISTA L’arbitro Di Bello
Il primo caso arbitrale del campionato. Alessandro Bocci, Corriere della sera, riepiloga: “Siamo a metà ripresa, il Bologna è in vantaggio 1-0 dal 29’ del primo tempo grazie alla rete di Ferguson su assist di Zirkzee. Ndoye, sbilanciato da Iling-Junior, vola a terra nel momento in cui sta per spingere in rete a porta vuota il pallone deviato da Perin. Per l’arbitro è tutto regolare. Il Bologna è incredulo, Motta si fa ammonire. Simon Colinet, il preparatore atletico,viene espulso. Manca il rigore e il rosso all’esterno juventino, che nove minuti dopo, proprio lui, confeziona l’assist per l’incornata perfetta di Vlahovic”.
| Emanuele Gamba su Repubblica con nettezza: “Era rigore (e rosso per l’inglese) ma Di Bello non è andato al video per verificare, dando questa spiegazione alle panchine: «Ho visto bene io, sono caduti insieme»”.
| Guido Vaciago, direttore di Tuttosport, si fa sentire da Torino, quando dice che nei commenti post-partita “è stato completamente ignorato l’affossamento di Chiesa da parte di Moro nel primo tempo, sullo 0-0. Ne ha parlato, sui social, un isolato Aldo Serena, uno che non può essere tacciato di essere tifoso (men che meno della Juventus) e che qualche partita l’ha giocata nella sua vita. Detto che parlare così tanto di arbitri è una delle tante ragioni per cui il nostro calcio se la passa maluccio, almeno bisognerebbe farlo in modo equo, altrimenti è solo caciara, buona per alimentare i veleni di un ambiente già troppo avvelenato”.
IL GIOCOLIERE Emanuele Gamba su Repubblica racconta che “Zirkzee è stato uno straordinario centravanti regista che ha distribuito un pallone delizioso dopo l’altro ai suoi compagni, incluso quello che ha invitato al gol Ferguson. Il movimento continuo dei rossoblù, con la palla o senza, ha costretto la Juve a una partita vecchio stile non tanto nell’atteggiamento, mai passivo, quanto nell’organizzazione, raffazzonata come un tempo. Le vecchie abitudini, specie quelle cattive, sono dure a morire e certo non basta il caldo di una notte d’estate a farle sfiorire: i virgulti di nuova Juve che sembravano germogliati a Udine si sono rintanati con il primo fresco e hanno lasciato il campo alla Juve di sempre, alla Juve di prima”.
IL CORPO CHIUSO NELLA CASSA Dov’è il Torino
Ieri Tuttosport titolava: “Cairo che fai?”, dopo i quattro gol subiti dal Milan, una prestazione sconcertante, un mercato perfino di più. Guglielmo Buccheri su la Stampa dice che “il punto più basso è toccato e, ora, serve uno scatto in avanti per evitare il corto circuito. Juric ha abbassato i toni, tutto attorno hanno abbassato le attenzioni nei suoi confronti. Capita, spesso, quando un allenatore si presenta al via del campionato con il contratto in scadenza e il rapporto tra il tecnico di Spalato e il presidente Cairo si esaurirà il prossimo giugno”.
CHI VEDERE STASERA
Paolo Tomaselli sul Corriere della sera scrive che l’attacco dell’Inter è tutto nuovo o quasi e da stasera a Cagliari si comincerà a capire se è davvero meno forte di quello dello scorso anno. “Perché il calcio – dice – non è una scienza esatta. E se è vero che Dzeko e Lukaku sulla carta sono giocatori che offrono in partenza più garanzie di Thuram e Arnautovic, è altrettanto vero che Lukaku l’anno scorso ha saltato 19 gare per infortunio e Correa in campionato ha segnato solo alle tre retrocesse (3 gol). Quindi non è detto che avere quattro attaccanti sempre operativi ed efficaci non consenta all’Inter di inseguire lo scudetto con più costanza e convinzione rispetto a un anno fa”.