La maturità di Larissa Iapichino

 

  Un amico di Slalom ha trovato la sintesi felice su Twitter. Attenta Larissa, che così si abituano. Attenta perché poi la gioia dal divano per una vittoria diventa pretesa, come se nello sport non esistessero pure le avversarie, figurarsi in una faccenda dove la differenza tra la gloria e l’amarezza si misura in centimetri. Larissa tira dritto. È nella pienezza della sua esplosione definitiva. Sulla pedana di Monte-Carlo s’è presa una tappa di Diamond League per la terza volta, facendo dire a Nicola Roggero su Sky che adesso è una delle favorite per una medaglia ai Mondiali, non solo, ma che in fondo possiamo ritenerla la punta della spedizione italiana di metà agosto a Budapest. Anche Andrea Buongiovanni sulla Gazzetta dice che non inserirla tra le favorite dei Mondiali diventa impossibile

Christian Marchetti sul Corriere dello Sport-stadio stamattina attacca: E adesso i 7 metri. O magari il record italiano di mamma Fiona May a 7,11. Ha l’imbarazzo della scelta quella ragazza di 21 anni compiuti soltanto martedì. Nella storia dell’atletica italiana, solo Gianmarco Tamberi ha tre successi nella lega dei diamanti, ma non consecutivi. Qui siamo alla terza perla di fila, dopo Firenze e Stoccolma, dopo il titolo europeo Under 23 in Finlandia, per giunta con la misura di 6 metri e 95, primato personale all’aperto. Non è tutto. Il salto più lungo è arrivato all’ultimo tentativo, quando la gara era arrivata nella sessione finale. Larissa aveva messo da parte un 6,62 contro 1,4 di vento, un nullo, un 6,72 (-0,6), un 6,74 (-0,6), un 6,81 (-0,4). Era terza dietro alla statunitense Davis (6,88) e alla serba Vuleta-Spanovic, (6,86), che un tempo era il suo modello. Ha corso con una bava di vento finalmente alle spalle (+0,3) e ha messo i piedi nella sabbia oltre la riga virtuale della prima in classifica. 

«È un momento bellissimo e cerco di godermelo al massimo – ha detto alla Rai – sono consapevole che non durerà per sempre e che ci saranno alti e bassi, ma fa tutto parte del percorso. Spero di continuare a vivere l’atletica così, con tranquillità. Da una parte mi sto abituando a calcare pedane di questo livello, ma dall’altra mi sento ancora una bambina che non riesce a credere di aver vinto tre tappe consecutive di Diamond League. Oggi non c’era il mio allenatore e ho costruito questa gara passo dopo passo. Un’esperienza nuova». 

L’allenatore è babbo Gianni. Un rapporto tecnico cominciato così così, l’ennesimo team privato, un po’ di perplessità sulla necessità di cambiare [anche qui a Slalom], il confronto con quelle conmplesse armonie e disarmonie che si presentano nell’avere un tecnico che ti porti a casa, oppure un papà che ti porti al lavoro. Ne ha scritto qualche settimana fa Aligi Pontani su Domani, parlando di diabolica condizione umana, ben prima che sportiva. Su Larissa: Quello che sembrava un rischio, adesso sembra una scelta giusta. Ma basta andare a rileggere quanto si scriveva dopo il flop di Larissa ai mondiali dell’anno scorso, per capire quanto in fretta possa cambiare un giudizio dato dall’esterno quando si mettono le mani nella materia più interna che esista, quella del legame tra un figlio e i suoi genitori.

 

| parole  Che cosa dice lei

 ➣  Come spiega la sua leggerezza?

«È frutto di tante componenti. Innanzitutto il lavoro su me stessa con il mental coach: ho dovuto entrare dentro di me e trovare una mia dimensione lontano da tutto e tutti. Poi il lavoro al campo con papà, che dà i suoi frutti. Aggiungiamoci un po’ di maturità in più: cresco in esperienza e consapevolezza. Ed ecco spiegati i risultati».

 ➣  A Montecarlo, dove ha centrato uno storico tris in Diamond League (prima di lei, solo Gimbo Tamberi), papà-coach Gianni Iapichino non c’era: come mai?

«Papà non allena solo me, ma anche quando si è liberato per la mia gara abbiamo deciso che rimanesse a casa. È stato una specie di test: ho voluto sperimentarmi sotto pressione da sola. Lui è stato d’accordo: ti vedo maturata, mi ha detto, è arrivato il momento che te la cavi senza di me, vediamo come va. Mi sono messa in gioco, ed è stato divertente. Papà era come se fosse lì con me e nelle altre gare importanti della stagione non mancherà».

 ➣  Stabilizzato il salto, come ci si spinge oltre?

«Il salto perfetto non è ancora stato fatto. Tutto, nella dinamica del lungo, è da migliorare. Sono ancora tanto giovane: mi considero un’atleta in costruzione. Il salto che faccio oggi è un abito che è stato cucito su misura per le mie caratteristiche: la pre-rincorsa serve a sfruttare la dinamicità dei piedi e la velocità, le mie qualità di base. Nel tempo ho provato tanti vestiti e questo era quello che mi stava meglio. Però c’è ancora molto da fare».

 ➣  Quanto si sente vicina alla barriera dei 7 metri?

«Per le donne, nel lungo, è il muro da abbattere. Io non ci penso. O meglio: non voglio pensarci, sennò diventa un’ossessione. E le ossessioni non sono producenti, per come la vedo io. Mi sono molto avvicinata ai 7 metri, sogno di superarli: quando la misura arriverà, sarò contenta. Ma la prendo con tranquillità, senza pensieri e senza affanno».

 ➣  Riesce ancora a conciliare l’atletica e gli esami alla facoltà di giurisprudenza all’Università di Firenze?

«Proprio in questi giorni pensavo che mi merito una pacca sulle spalle. Esame di diritto privato, Europeo U23 a Espoo e Montecarlo: vengo da settimane di fuoco eppure sono riuscita a fare tutto. Mi impegno, sono organizzata, mi dico che sono stata brava a calibrare studio e allenamento. E poi mi piace coltivare le amicizie: sono pur sempre una ragazza di 21 anni».  – di gaia piccardi, Corriere della sera

 

| parole  Perché papà non c’era

 ➣  Si aspettava il nuovo exploit monegasco di venerdì?

«Larissa è stata grandiosa, ha tirato fuori più di quel che pensavo avesse. È stata una gara molto difficile: la settima ha fatto 6.70 e gente come Burks, Rojas e Sawyers solo tre salti perché fuori dalle prime otto».

 ➣  Invece Larissa, ancora una volta, ha dimostrato un carattere da campionessa navigata.

«Non avesse centrato 6.72 al terzo salto, sarebbe rimasta a sua volta esclusa dalla prime otto e la serata finita lì. Non fosse atterrata a 6.81 al quinto, non sarebbe entrata tra le tre che hanno avuto a disposizione un’ultima prova. E non avrebbe vinto se, all’ultimo tentativo dell’intera gara, non fosse volata a 6.95, senza nemmeno sfruttare tutto l’asse di battuta. Peccato solo che la gara, in apertura di programma, non abbia avuto copertura tv».

 ➣  Perché non l’ha seguita?

«Per farla uscire dalla propria confort zone. Rappresento un riferimento, deve imparare a gestire certe situazioni da sola. In tribuna comunque c’era Silvia, mia compagna e sua manager che ha svolto un super lavoro nel trasferirle le poche indicazioni che fornivo a distanza. Non va poi dimenticato che Larissa era reduce dalla lunga trasferta di Espoo e che in settimana aveva festeggiato il 21° compleanno. Avrebbe potuto essere scarica».– di andrea buongiovanni, La Gazzetta dello sport

 

  ALTRE COSE SUCCESSE A MONTECARLO

L’infortunio di Alessandro Sibilio

Karsten Warholm ha vinto i 400 ostacoli in 46. 51, miglior crono dell’anno. Il napoletano si è fermato alla quarta barriera. «Ho sentito lo stesso dolore dell’anno scorso – temo che anche questa stagione sia andata». Sibilio aveva programmato di attaccare il primato personale, ipotizzando di correre 14 passi fra una barriera e l’altra nelle prime sette, per tornare ai 15 dall’ottava in poi. Stamattina La Gazzetta scrive che invece c’è qualche speranza per averlo ai Mondiali: 10 giorni di riposo. 

 

Il record del mondon di Faith Kipyegon

“Regina” la chiama il Corriere dello Sport-Stadio perché dopo il record del mondo di Firenze sui 1500 e di Parigi sui 5000, Faith Kipyegon ha aggiunto in due mesi e mezzo pure quello sul miglio, 4:07.64, quasi cinque in meno del precedente dell’olandese Hassan, stesso stadio, anno 2019. Come sottolineato da Roggero su Sky è stata la migliore gara femminile del miglio nella storia dell’atletica, con cinque tempi che si sono inseriti fra gli 8 più veloci di sempre, il primato oceanico battuto da Jessica Hull, il primato nordamericano con Nikki Hiltz, i primati nazionali per Ciara Mageean in Irlanda, Laura Muir in Gran Bretagna, Berenice Cleyet-Merle in Francia. 

 

La sconfitta di Duplantis

La sorpresa più grossa nel salto con l’asta, dove Mondo Duplantis ha chiuso al quarto posto, a quasi due anni di distanza dall’ultima volta. Ha sacavalcato 5,72 contro il 5,92 dello statunitense Nilsen.

 

 

VITE OLIMPICHE

I Mondiali di scherma a Milano

Gli ucraini non gareggeranno con i russi

 

I russi sono sette in tutto e di basso ranking, spiega Flavio Vanetti sul Corriere della sera. Partecipano ai Mondiali di Milano in maniera neutrale, con la sigla AIN, senza inno, senza bandiera. Eppure, gli ucraini salteranno le gare individuali nelle quali sono presenti. Lo stesso faranno con atlete e atleti di Bielorussia. Andranno in pedana dove non ci sono – si legge sul Corriere – e poi per le competizioni a squadre, dal momento che la Federazione Internazionale, seguendo i suggerimenti del Cio, non ha ammesso la Russia nei tornei collettivi. Quindi si replicano i fatti di fine giugno in Bulgaria e poi, in occasione dei Giochi Europei, quelli di Cracovia, dove la scherma si è spostata per le prove a squadre e dove l’Ucraina era rappresentata.

 

      TITOLI

 ◇   Corriere della sera: L’Italia dei millennial pronta agli assalti per il tesoro mondiale Da Milano la rassegna iridata, tappa chiave per Parigi ➔  Flavio Vanetti scrive: Ci sono quelli di lungo corso, come la super-veterana Mara Navarria (38 anni), Gigi Samele o la neo-mamma Arianna Errigo, ma la domanda più intrigante che riguarda la scherma italiana nel Mondiale che oggi prende il via all’Allianz Mi-Co di Milano è questa: la «meglio gioventù» è pronta a innestare la sua forza nascente nel solco di una tradizione che è vincente, come dimostrano le 16 medaglie, con 5 titoli, dei recenti Europei?

◇   Il Foglio sportivo: Il fioretto di mamma Arianna” – La Errigo torna in pedana a Milano dopo la nascita dei due gemelli ➔  A Pierfrancesco Catucci ha detto: «I primi giorni mi allenavo tra una poppata e l’altra, con loro a pochi metri da me. Ora, visto che a tre mesi purtroppo ho dovuto smettere di allattarli al seno, c’è una ragazza che mi aiuta quando sono in palestra, ma loro sono sempre lì, poco distanti. A volte mi chiedo chi mi dia la forza di affrontare tutto questo, ma mi sono resa conto che l’amore ci porta ad accedere a riserve sconosciute. Certo, sono stanca, ma devo dire che loro sono anche molto bravi. La nostra vita ora gira attorno a loro, ma cerchiamo di non privarci di nulla. Abbiamo già prenotato le nostre prime vacanze da famiglia allargata in Galizia e proviamo a vivere una vita più normale possibile. E loro sono anche uno stimolo per allenarmi sempre meglio e raggiungere i risultati a cui ambisco».

E se la scherma è rimasta pressoché uguale rispetto a un anno fa – dice Catucci – è Arianna a essere cambiata

◇   La Gazzetta dello sport racconta un’altra vita cambiata, quella di Daniele Garozzo, oro olimpico a Rio, due ori europei, mai mondiale, laureato in medicina. 

«Voglio sorprendere anche me stesso» dice a Paolo Marabini. «La laurea in medicina e l’inizio della mia nuova attività professionale di medico hanno provocato una vera e propria rivoluzione nella mia vita, di atleta e non solo. Dal 1° novembre scorso l’hanno proprio stravolta. Dalle 8 alle 3 del pomeriggio presto servizio a Tor Vergata nel dipartimento di cardiologia e medicina dello sport, poi vado in palestra, a volte con doppia seduta di allenamento. Insomma, è tosta. Confesso che in certi momenti arrivo a fine giornata sfinito, cotto. Ma il lavoro non mi ha mai spaventato». 

 ➣  Come riesce a conciliare il camice da medico con la divisa da scherma? «Innanzitutto mi sostiene un pensiero fisso stupendo: sto facendo quello che più mi piace, in ambulatorio e in pedana. Da quando sono medico a tutti gli effetti, sono cresciuto tantissimo come uomo. Aiutare pazienti che non stanno bene, mi riempie di soddisfazione, dà un senso agli anni che ho dedicato agli studi. Idem vincere col fioretto in mano. E percepire di essere preso ad esempio da tanti giovani schermitori». 

 

ADDII

Il Bond del giornalismo sportivo

Valerio Piccioni sulla Gazzetta dà un’ultima carezza a Gianni Bondini, 77 anni, firma del giornale per un trentennio durante la direzione di Candido Cannavò, dove per tutti divenne Bond per i suoi affondi investigativi sui più svariati argomenti della politica sportiva. Veniva da L’Occhio, il quotidiano popolare diretto da Maurizio Costanzo all’inizio degli anni ‘80. 

Piccioni scrive: Muoversi, vedere con i propri occhi, ascoltare, fiutare, intuire, condividere. Sono alcuni verbi che riempivano il giornalismo di Gianni Bondini. Ha attraversato tanti palcoscenici dello sport anche se quello che conosceva a memoria era proprio il palazzo del CONI, dove ha passato migliaia di giornate alla ricerca di quelle notizie che diventavano poi racconti senza reticenze, sempre pieni di garbo e rispetto. La robustezza professionale di Bondini si combinava con una sua sensibilità passionale. Negli ultimi anni, nonostante la malattia, aveva continuato a spendersi soprattutto nella formazione di dirigenti e giornalisti sportivi presso la Scuola dello Sport. Il suo mantra era: il giornalismo non si fa stando fermi

Su Facebook lo ricorda in modo commosso Eugenio Capodacqua, negli stessi anni cronista per Repubblica. Non è facile vedere giorno dopo giorno che parti della tua vita pian piano ti lasciano. E il senso di vuoto e di solitudine ti assale. Gianni intendeva la professione del giornalismo, oggi bistrattata e ridotta a volgare “tamburinaggio”, come un elemento essenziale e vitale della società. Insieme abbiamo condotto tante battaglie. Concorrenti sul lavoro, ma amici e uniti dallo stesso scopo: cercare di dare un contributo per migliorare questa società alla deriva. Abbiamo fatto, insieme, il possibile e l’impossibile. Come quel giorno che al Coni, che seguivamo quotidianamente, vietarono l’accesso ai giornalisti durante il Consiglio Nazionale. Trovammo una strada nei meandri del palazzo di mussoliniana memoria per arrivare dietro ai finestroni della salone d’onore. Lassù in alto dominavamo la scena e sopratutto sentivamo ogni parola e ogni sospiro. Per ascoltare e poi informare i nostri lettori. Nonostante divieti che giudicavamo francamente inopportuni, quasi un insulto per i nostri lettori. Un dovere, per chi abbraccia il mestiere come il mestiere dovrebbe essere sempre abbracciato. Durò poco; fino al primo starnuto di uno dei due “uditori”, una malaugurata mattina d’inverno. Però, subito dopo la scoperta e lo “smascheramento” dei due “furbacchioni” il Consiglio Nazionale tornò ad essere di pubblico accesso

 

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  La Nazionale di pallavolo in Nations League

Pierfrancesco Catucci sul Corriere della sera riassume la sconfitta in semifinale dell’Italia in  Nations League contro gli Usa, in semifinale – sottolinea – come l’anno scorso contro la Francia, in un torneo vinto l’ultima volta nel 2000 quando si chiamava ancora World League. Catucci racconta: Dopo un quarto di finale giocato ad altissimo livello contro l’Argentina bronzo olimpico a Tokyo 2020, gli azzurri crollano sotto il profilo del gioco e del risultato e perdono 3-0 (25-19, 25-18, 25-18). Saranno i padroni di casa della Polonia (si gioca a Danzica) e gli Usa a contendersi il titolo (e un assegno da un milione di dollari) in finale, mentre l’Italia affronterà il Giappone del «milanese» Yuki Ishikawa per il terzo gradino del podio. Il muro-difesa non dà le solite risposte e anche l’attacco, condizionato da una ricezione non di alto livello, non offre soluzioni con Michieletto (9 punti) e Romanò che non trovano continuità.

  quando |  oggi ore 17   in tv su Sky

 

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