La millesima volta su una moto in pista

 

  Pecco Bagnaia parte dalla pole position a Le Mans, in un GP storico per il motociclismo. È il numero mille nella classe regina, a 74 anni di distanza dal primo, corso nel giugno del 1949 nell’Isola di Man. Il campione in carica ha strappato il miglior tempo con un guizzo finale a Marc Márquez. Accanto a loro in prima fila c’è Luca Marini. La Sprint Race è stata vinta invece da Jorge Martin davanti a Binder. 

 

Lo Snaefell Mountain Course era lungo 60 km. Anzi 60 km e 761 metri. Quando oggi si rievoca il circuito su cui tutto è cominciato, mille Gran Premi fa, tutti ricordano che aveva 200 curve. A sessanta di esse è stato dato il nome di un pilota. Le gare nell’Isola di Man erano iniziate già nel 1904. Tra le moto che si presentarono per la prima volta sulla linea e quelle che oggi pomeriggio partono a Le Mans ci passa il mondo. Nel giorno del traguardo millenario, L’Équipe ha dedicato due pagine a cosa sono diventati i bolidi tra le mani di questi ragazzi che non mettono più gli occhialoni, piloti che si piegano così tanto da non strisciare più col solo ginocchio a terra, ma ormai col gomito. 

In questa avventura tecnologica – dice il giornale francese – la Ducati ha avuto un ruolo enorme nell’ultimo decennio. La casa italiana ha moltiplicato gli esperimenti in cui aria e macchina interagiscono per ottenere un guadagno in potenza

Luigi Dall’Igna, il direttore generale del settore corse, ha spiegato quali sono le principali linee di sviluppo di una moto Duemila-Ventitré. 

«All’inizio tutti si sono dedicati all’aerodinamica per migliorare la velocità in rettilineo, in seguito ci siamo resi conto che si poteva fare molto di più. L’aerodinamica dà una risposta al problema del wheeling, il beccheggio della moto, un problema importante che riguarda la sicurezza, da quando i mezzi non toccano più terra con la ruota anteriore. L’effetto aerodinamico ora viene cercato anche in curva e in frenata, non solo in accelerazione».

Le moto del GP numero mille devono avere un sistema di raffreddamento per trovare la giusta temperatura in pista, devono avere delle pinne per darsi stabilità e sicurezza. Sono il contrario degli alettoni in Formula 1. Devono impedire alla moto di decollare. Le moto del GP numero mille hanno aggiunto rispetto ai mezzi del GP numero uno il cupolino, che serve sia a proteggere il pilota, spiega L’Équipe, sia a evitare il rollio. La parte anteriore della carenatura si distingue poco per la sua originalità da una marca all’altra, i regolamenti su questo punto sono precisi. 

«Tutti i cupolini hanno quasi le stesse dimensioni – spiega Dall’Igna – il primo obiettivo è cercare di nascondere il pilota, deviando il flusso d’aria».  

 

Il primo GP | Alle qualificazioni si presentarono 59 piloti. Non si chiamava ancora pole position, ma il miglior tempo lo fece Artie Bell su una Norton, correndo a una media di 140 km orari. La partenza venne data dal Duca di Edimburgo. Si portò subito in testa Leslie Graham su AJS, seguito da un compagno di marca non meglio identificato nelle cronache del tempo e dalla Moto Guzzi di Bob Foster. Ebbero tutti dei guai meccanici, furono sorpassati da Harold Daniell, su Norton anche lui, seguito dal compagno di marca Johnny Lockett e dall’irlandese Ernie Lyons su Velocette. Il giro più veloce fu della Moto Guzzi di Foster. Arrivarono al traguardo in 35 

 

| testimoni Il manager Carlo Pernat

«Se penso da dove siamo partiti e dove siamo arrivati oggi, mi dico: ma dove diavolo siamo finiti? È tutto un altro mondo rispetto a quello che ho trovato agli inizi, dove prevaleva la voglia di divertirsi, il pilota era trasgressivo, piuttosto che salutista e perfezionista come oggi; e poi ci si conosceva tutti, c’erano grandi rivalità e grandi amicizie ma si stava spesso tutti insieme. Per la prima metà abbondante di questi mille GP il Mondiale è stato un circo di zingari, vestiti ognuno a modo suo, un po’ improvvisati se vogliamo ma ricchi di personalità. In questi ultimi anni si dà tanta importanza all’immagine, alla comunicazione, alla forma più che alla sostanza; ieri era tutto più vero e chi andava a vedere le gare era più appassionato di chi correva e si sentiva anche lui in qualche modo pilota».

 ➣  Poi?

«Tutto è cambiato con l’era di Valentino Rossi che ha dato grande popolarità al motociclismo da corsa. Sono arrivate in circuito persone che non sapevano niente di moto, affascinate dal campione- personaggio».

 ➣  Il motociclismo ha allargato i suoi confini. Non è un bene?

«È un bene ma ha portato grandi trasformazioni, l’era dello sport pane e salame dove tutti erano amici è finita e chi l’ha vissuta la ricorda con nostalgia. Era un motociclismo romantico dove dopo la gara si ritrovavano tutti a bere una birra. Oggi non più».

 ➣  Ti senti un pesce fuor d’acqua?

«No, niente affatto, perché ho ancora una gran passione e continuo a voler fare gruppo, a fare casino. Anche se il rapporto con i piloti è cambiato perché potrei essere il nonno di quelli che assisto oggi (fra questi Bastianini). Sono giovani molto diversi da quelli di ieri, non hanno bisogno di stare in compagnia e ci sono meno occasioni per familiarizzare».

 ➣  Avresti mai detto che le Case motociclistiche europee avrebbero superato quelle giapponesi?

«Se vent’anni fa mi avessero chiesto se fosse possibile, gli avrei risposto: è più facile che un cammello passi nella cruna di un ago Mi avessero detto che un giorno avremmo avuto uno schieramento con la metà delle moto italiane e altre quattro austriache non ci avrei mai creduto, così come non avrei mai pensato che la Honda potesse ridursi così. Quel che è successo è dovuto alla bravura degli uomini che lavorano nelle aziende europee, perché l’ingegner Dall’Igna ha smazzato le carte, ha portato tutti a lavorare in aree nuove ed è stato bravo a batterli. Ha creato un divario tecnologico difficilissimo da colmare; i giapponesi hanno accusato il colpo e non si sono ancora ripresi. Il pericolo è che anziché volersi riscattare decidano di andarsene perché sono rimasti molto indietro». – intervista di stefano saragoni, Il Giornale [per intero qui]

 

Sì, ma oggi chi vince

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Dall’isola di Man al circuito di Le Mans, votato l’anno scorso dai piloti come il migliore della stagione. Nell’anno del GP numero mille, il Mondiale tocca quasi simbolicamente i cinque continenti, con le sedi inedite di India e Kazakistan, per arrivare a un totale di 31 nazioni coinvolte nella storia e 75 sedi diverse. 

Il numero 1000 fa gola al numero 1 Bagnaia. Paolo Lorenzi su Sky lo chiama l’uomo del sabato. Sembrava in difficoltà venerdì (decimo al mattino, nono al pomeriggio) per problemi di gomme, messa a punto, persino un fastidioso Marquez capace d’infastidirlo nella rincorsa alla top ten. Eppure eccolo lì al momento giusto, in qualifica, un solo giro, quello che conta. Perfetto l’ultimo settore di Bagnaia, il colpo di reni finale con cui ha scavalcato lo spagnolo, rimasto in seconda posizione per soli 58 millesimi. In ogni caso, Marquez gli pare in ottima forma, ritrovato se non del tutto quasi, e capace di far rivivere quella tecnica di guida che l’ha reso celebre

L’Équipe non nasconde la delusione per Quartararo, caduto dopo aver recuperato cinque posizioni, dalla tredicesima all’ottava. David Fioux racconta che dopo l’eccezionale ondata di caldo dello scorso anno, Le Mans è tornata alle sue tradizioni. Intorno al circuito Bugatti, gli appassionati di motociclette girano in K-Way, i pallet di legno ammucchiati nei campeggi servono a riscaldarsi, i piloti si lamentano del tempo umido.

 

  | orizzonti I MALMOSTOSI  I piloti si lamentano anche della Sprint Race che scatena i bassi istinti. Massimo Calandri su Repubblica racconta che Luca Marini ce l’ha col vecchio Freddie Spencer e tutto lo Steward Panel, che dovrebbe sanzionare i piloti “aggressivi” e invece — complice la nuova formula, con la gara del sabato pomeriggio — in nome dello spettacolo sta trasformando la MotoGp in una rissa da saloon

 

in tv oggi ore 14 Sky e Now: MotoGP da Le Mans

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