Dove si legge di tre finali italiane e di gelo: al Giro e per Spalletti a Napoli

 

Giorno 2 della Seconda Manche

 

Chi è salito sui più alti monti, ride di tutte le tragedie del teatro e della vita

Friedrich Nietzsche

 

RUOTE

Il gelo e le montagne, la sfida rosa dei superstiti al Giro 

 

Crans-Montana è il luogo dove la luce è forte, il cielo tagliente, le foreste cupe e inquietanti, dice Monica Sabolo nel romanzo Le stelle si guardano da lontano. È un posto goggesco, da Goggia Sofia, la pista sul monte Lachaux è quella che conosce meglio e ama di più, almeno alla pari con Val d’Isère e Lake Louise. Non è un percorso di scivolamento puro, c’è molta tecnica e ci sono molte curve. Qui ha vissuto un James Bond come Roger Moore, prima della sua morte nel 2017. Se ci fosse stato pure Tony Curtis, avremmo potuto dire  Attenti a quei due. Come stamattina.

Quei due sono i ciclisti divisi da altrettanti secondi in testa alla classifica, Geraint Thomas in maglia rosa, Primoz Roglic nei paraggi. Cycling News considera che il gallese è “alla sua prima grande prova”. Per la Ineos, arrivarci dopo “una giornata in cui non è successo nulla, deve sembrare un paradiso, visto il trauma del pomeriggio precedente, quando Tao Geoghegan Hart è uscito dalla corsa con un’anca rotta”. 

Wielerflits dall’Olanda scrive che questo è il giorno in cui “si distinguono gli uomini dai ragazzini, il giorno del giudizio”. 

Alexandre Roos, l’immaginifico inviato de L’Équipe, scrive che “non può esserci Giro d’Italia senza invocare Dante almeno una volta, l’aggettivo tratto dal suo nome è solitamente il primo che viene in mente quando si pensa alla corsa per la maglia rosa, stavolta suggeriamo che i superstiti di questo Giro somigliano sempre di più ai dannati che sprofondano nell’abisso infernale. Non va però dimenticato che a pochi chilometri di distanza si  consuma una vera tragedia, con l’alluvione in Emilia-Romagna: il gruppo ha reso omaggio alle vittime in mattinata a Bra.  Nell’ambito del ciclismo, molte persone si stropicciano gli occhi davanti a una tale esplosione degli elementi della natura. In dodici giorni di corsa, ce ne sono stati solo due senza pioggia. In dodici tappe, sono già rientrati a casa quaranta corridori, su 176 partenti”.

Ora, a parte i toni apocalittici che lasciamo perdere per rispetto dell’Emilia, va detto che la tappa di oggi nasce mutilata, Il Gran San Bernardo è stato cancellato nell’ultimo per la neve delle ultime settimane. Non sarà la Cima Coppi. La novità delle ultime ore è che molti corridori contestano l’idea di fare la Croix de Coeur, 15,4 km all’8,8% di pendenza media, 1900 metri al 9,1% nel tratto centrale, 4 km al 10,3% con punte dell’13%. Mancheranno una sessantina di km al traguardo, ma dovrebbe piovere, le temperature saranno appena sopra gli 0 gradi, fa notare Oa Sport, e “la discesa è su asfalto dissestato”. 

Rouleur parla invece di tappa che si svolge “lungo le dolci strade asfaltate per le quali la Svizzera è rinomata, ma serviranno solo a rendere più sopportabile il terreno spietato delle sue montagne. Vedremo il duello Thomas-Roglic, oppure potrebbe essere ancora una volta una fuga ad avere successo. Thibaut Pinot è un forte pretendente alla tappa, che ben si adatta a Hugh Carthy”. 

Altri nomi che fa Rouleur: Filippo Zana, Davide Bais, Brandon McNulty, Ilan Van Wilder.

Secondo Riccardo Magrini, voce di Eurosport, «bisognerà aspettare Crans Montana per vedere degli attacchi seri. La selezione ci sarà sulla penultima salita, ma non penso che vedremo attacchi. Finora attacchi veri non se ne sono visti, a parte quello di Roglic sulla salita dei Cappuccini. Non sappiamo in salita quali siano i veri i rapporti di forza. Mi auguro che sulla salita finale ci sia un vero attacco e che vinca uno dei protagonisti, non che arrivi la fuga».

Nelle sue pagelle su Bicisport per abbonati [consiglio: fatelo], Alessandra Giardini ci porta già alla tappa di oggi, quando dice che tutte le strategie sono saltate. Quella della Ineos di Geraint Thomas perché il co-capitano Geoghegan si è rotto, quelle della Soudal per auto-eliminazione da covid. “Ora il vecchio G avrà meno frecce al suo arco: ma le gambe sono sempre le sue, e da oggi dovrà usarle. Roglic lo abbiamo sempre visto aereo e sorridente. Anche questa mattina al via, quando faceva la conta dei danni. «Ho perso un po’ di carne, vorrà dire che sono più leggero». Come avvertiva uno striscione gigante appeso lungo percorso, «Roglic is flying». E come diceva Rocky: «Non è importante come colpisci, l’importante è come sai resistere ai colpi, come incassi»”.

E poi ci sarebbe Joao Almeida, terzo a 22 secondi dalla cima della classifica. Giardini dice che fa il filosofo: «Quasi tutti in gruppo hanno male a qualcosa, io non faccio eccezione». Occhio al portoghese, sembra che si stacchi e poi te lo ritrovi addosso, non ha nessuna intenzione di scendere dal podio.

Gaia Piccardi sul Corriere della sera considera: “Farà freddo, lassù. Il rischio slavine ha decapitato l’ex Cima Coppi ma il Gran San Bernardo (si scollinerà a 1.878 m) è un passaggio obbligato e il Croix de Coeur (a quota 2.174 con neve già a 1800), poco dopo, incute al gruppo decimato (ieri altri quattro abbandoni per un totale di 40) una certa soggezione: c’è allarme per la discesa, che sarà bagnata e gelida, non si possono escludere modifiche last minute. Obbligatorio restare asciutti e caldi, oggi in gara tra Borgofranco d’Ivrea e Crans Montana, alimentarsi bene, rimanere concentrati. Tre atleti in 22” (Thomas, Roglic, Almeida) più la vecchia maglia rosa Leknessund e Caruso primo italiano (a 1’28”) non autorizzano sviste”. 

PANORAMI  Che cosa è successo nella tappa di ieri

Enzo Vicennati lo racconta così su Bici Pro: “La vigilia del tappone forse faceva paura ed è stato così che il gruppo ha lasciato sganciare una fuga super numerosa, da cui a sua volta si sono avvantaggiati i cinque che si sono giocati la tappa. Che poi l’azione sia sembrata una svista più che un attacco non cambia il fatto che a Rivoli si siano trovati testa a testa Denz, Skujins e Berwick, mentre il tenace Tonelli è arrivato a 58 secondi, dopo aver chiesto al suo corpo più di quello che aveva sulla salita di Colle Braida. Dopo aver vinto, Denz strillava come un bambino felice nel giorno della sua vittoria più bella. Il tedesco di Waldshut ha 29 anni, è professionista dal 2015 e prima di oggi aveva vinto soltanto tre corse. A Cesena aveva chiesto a Gasparotto di fare la crono a tutta, sentendo di avere le gambe giuste, ma il friulano gli aveva detto di no, immaginando le grandi fatiche che lo attendevano in aiuto di Vlasov e Kamna. Poi Vlasov si è fermato e chissà se il tecnico della Bora-Hansgrohe, ripensandoci, abbia vissuto quel «no» come un senso di colpa. Sta di fatto che la vittoria di Rivoli ha pareggiato il conto, ha dato ragione a Gasparotto e reso felice il tedescone”

 

LA DOMANDA DI STAMATTINA Perché si cade così tanto?

Marco Bonarrigo sul Corriere della sera racconta che “negli ultimi anni le biciclette non si sono alleggerite (sotto i 6,8 kg non si può andare, per regolamento) ma hanno migliorato sensibilmente aerodinamicità (con tubi a sezione più larga) e rigidezza (fibre di carbonio sovrapposte in modo speciale e geometrie più compatte), due caratteristiche che servono a farle scorrere più veloci sull’asfalto riducendo la resistenza dell’aria e aumentando la risposta allo scatto. Le velocità medie di tappa sono impressionanti. Quando la gara diventa difficile (strade bagnate, percorsi tortuosi, stanchezza del corridore) una bici troppo rigida può diventare un cavallo imbizzarrito. A peggiorare la situazione contribuiscono certe forcelle e sopratutto alcuni tipi di ruota. Quelle in carbonio a profilo alto (iper performanti), specie se i copertoncini sono gonfiati a pressioni troppo alte, scorrono ma non ammortizzano, trasformando la bici in un bolide di F1 lanciato su un circuito stradale”.

VOCI Nibali in difesa del ritiro di Remco Evenepoel

E poi dopo qualche giorno di broncio italiano verso il campione che non rispetta il Giro e si permette di ritirarsi, in fondo aveva il covid, spunta una voce che qui ci pare ragionevole. Vincenzo Nibali ha dato un’intervista a Daniela Cotto su la Stampa e tra le altre cose su questo Giro mattocchio e complicato, parla del belga andato via portandosi dietro la maglia rosa e la maglia arcobaleno. “Cosa pensa del discusso ritiro di Evenepoel a causa del Covid?” gli chiede l’inviata del giornale torinese. 

E Nibali:  «Ho seguito le polemiche, la verità sta in mezzo. Per tanti il virus non è visto come una malattia. Io l’ho preso due volte e so che a livello cardiaco ti porta 10 battiti in più. Stiamo parlando di un professionista del ciclismo che magari ha un contratto che si aggira sui 5-6 milioni di euro. È chiaro che se fossi il team manager della squadra penserei a tutelare il mio investimento guardando anche al futuro. Può causare l’infiammazione del pericardio. Non possiamo fare paragoni con altri sport, il ciclismo non è per tutti. Io ho corso con il raffreddore e a volte mi sarei fatto tagliare un braccio pur di arrivare al traguardo ma devi stare molto attento. Poi certo, resto perplesso sulla gestione della comunicazione»”.

A molti è parso strano che le critiche rivolte a Remco Evenepoel non siano state rivolte anche a Filippo Ganna. 

 

IL GIRO DEI GIRI | LE PAROLE SULLE STRADE DELLA CORSA

“Sulla strada da Biella poteva capitare di incontrare il Signore: un vecchio permaloso che chiedeva ai viandanti «dove vai?» e se rispondevano solo «in Svizzera», senza aggiungere «se Dio vuole», li trasformava in rospi. Così una fiaba del Canavese, registrata anche da Italo Calvino nelle sue Fiabe Italiane , conduce da Borgofranco d’Ivrea fino in Svizzera”. 

[Irene Soave, Corriere della sera]

 

“A Crans-Montana, clima secco, veniva a curarsi Thomas Mann: a un tale dottor Galofaro del sanatorio Beauregard si sarebbe ispirato il Krokowski de La montagna incantata . Più inconsistenti le prove che qui si curasse anche Emily Dickinson: lo sostengono diversi articoli, ma la reclusione della poetessa nella sua casa in Massachusetts era notoria. «Le nostre vite sono svizzere», scrive, eppure. «Così calme – così fredde – fin quando un pomeriggio strano – le Alpi lasciano giù i sipari». Di là c’è l’Italia, prosegue la poetessa, e in mezzo, «come un custode – le Alpi solenni, le Alpi sirene»”.

[Irene Soave, Corriere della sera]

 

in tv oggi ore 10.45 Eurosport, 11 Rai Sport, 14 Rai 2: Borgofranco d’Ivrea-Crans Montana 

 

 

TENNIS

Il raggio verde di Rafa Nadal

Più o meno all’ora de la tarde in cui García Lorca sentiva il vento portar via i cotoni e le ferite bruciare come soli, Rafa Nadal ieri ha detto tre cose: non giocherà al Roland-Garros, sarà lontano dai campi per diversi mesi ancora, spera di tornare per il 2024, la sua ultima stagione, certamente.

A questo punto davvero viene il dubbio che i dominatori del tennis di un Quindicennio fossero una persona sola, senza aggiungere altro per non essere blasfemi. Uno se n’è andato e si sono sgonfiati all’improvviso pure gli altri due. Possiamo dargli un nome da poeta balcanico [Roger Nadalović], da cattivo della Marvel [Rafa Djokerer] o da titolare di un mobilificio [Novak Fedal], ma la sostanza non cambia, parevano eterni tutti insieme e adesso tutti insieme sono ombre sulla scena. 

Quando Roger pianse, Rafa lo fece insieme a lui. Per compassione, per empatia, per preveggenza. Stava guardando da testimone privilegiato l’addio del suo avversario e l’annuncio del suo stesso funerale sportivo, prossimo chissà quando, pensava, e adesso lo sappiamo. 

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EUROGOL

L’Italia è in tutte le finali, la Juventus no

 

  L’immagine viene ormai dai Classici della letteratura calcistica contemporanea. Il pullman davanti alla porta. Un tempo il concetto si poggiava su similitudini differenti, ci si muoveva nel campo militaresco [le barricate] oppure dalle parti dei romanzi di Federico Moccia [il catenaccio]. In ogni caso, ci siamo capiti. Difesa, difesa, difesa. È così che José Mourinho ha portato la Roma in finale di Europa League, l’anno dopo averla portata a sollevare la Conference League. 

Matteo Pinci su Repubblica lo spiega così: “Non lo userà per coprire i mille e seicento chilometri che separano Leverkusen da Budapest. Ma in finale di Europa League, la Roma va col pullman. Parcheggiandolo davanti alla porta per frustrare i novantotto minuti di inutile assedio del Bayer, sconfortato, nervosissimo, incredulo. Mentre i romanisti festeggiano, Florian Wirtz, la stella ventenne del Leverkusen, rifiuta la mano a Bove, quasi lo sposta, mentre in campo pioveva da tempo di tutto, pure ululati razzisti contro Abraham”.

È l’atteggiamento storicamente preferito da Mourinho. Se va, va, e sei uno stratega. Se non va, sei un vecchio allenatore fuori tempo massimo. Pinci dice che in Germania la partita della Roma gli è parsa “quasi la riproduzione in scala del match con l’Inter a Barcellona nel 2010. Ostruzionismo, difesa a oltranza per capitalizzare il golletto di Bove all’Olimpico, giocando sui nervi degli avversari, pizzicandoli sistematicamente come le corde di un mandolino per trasformare la loro furia in frenesia. Ti chiedi cosa succederebbe, cosa potrebbe mai inventarsi per tornare in partita se il Leverkusen segnasse. Se il pallone sparato da Diaby sulla traversa dopo pochi minuti finisse dentro, se Azmoun non sbagliasse da posizione comoda, se Mancini non anticipasse l’iraniano dissidente che a settembre si era schierato con le donne contro il regime dei mullah. O se Ibañez non si stendesse tra Frimpong e la porta. Inutile chiederselo: non succede e non sarebbe successo mai, era chiarissimo dall’inizio”.

Ivan Zazzaroni, direttore del Corriere dello Sport-Stadio spende parole d’elogio per Mourinho, come accade da tutta la stagione: “I tifosi della Roma – dice – ricorderanno a lungo la battaglia di Leverkusen, i sacrifici di una squadra che per 99 minuti ha dato gambe, cuore, polmoni, caviglie e muscoli per un risultato che rende storici i due anni di Mourinho: due finali europee consecutive, soddisfazioni internazionali come mai in precedenza per il club oggi dei Friedkin.
Mourinho ha fatto la partita che voleva, che aveva sognato, preparato. Di pura sofferenza e applicazione: lo conferma il fatto che ha rinunciato anche a un solo minuto di Dybala pur di lasciare in campo gente con le caviglie arroventate, i quadricipiti disturbati, ma la testa lì, sul pezzo. Nel preciso momento in cui ha tolto Celik, José ha rinverdito i fasti dell’Eto’o di Barcellona, chiedendo a Edoardo “Edo’o” Bove di piazzarsi a destra come quinto per coprire chiunque si presentasse da quelle parti“. 

  Con lo stesso pullman la Juventus non ce l’ha fatta

Deve trattarsi di una questione di ditte di trasporti. Con lo stesso pullman davanti alla porta, la Juventus invcee non ce l’ ha fatta. 

Emanuele Gamba su Repubblica spiega che “la Juve ha raccolto quel che è tutto l’anno che semina, cioè un pugno di mosche che ronzano, in questa seconda stagione di fila senza un titolo e anche senza un gioco. A Siviglia è uscita ai supplementari dopo una gara di trincea e rappresaglia che per un’ora è stata perfetta, almeno fino a quando la trincea è diventata un concetto troppo spinto: a forza di lasciarsela attaccare, gli andalusi l’hanno violata. Il Siviglia è una squadra tatticamente elementare, è corsa e furore, è rapporto intimo con il pallone e sa cosa farne, ma non ha un tessuto organizzativo ed è per questo che la Juve ha saputo resistere e ribaltare la frittata ogni volta che ha potuto”.

Gamba ha visto “una partita semplicemente d’altri tempi, con il Siviglia che ha spesso rinchiuso la Juve nei 30 metri davanti a Szczesny (lo juventino più avanzato stava a 35) cercando una cruna dove infilare il filo di un pallone, e i bianconeri sempre pronti a sfruttare i 70 metri spalancati che gli andalusi — che per altro non avevano nessuna impellenza di attaccare a tutto spiano: lo hanno fatto perché a pallone si gioca per segnare”. 

Massimiliano Nerozzi sul Corriere della sera ha scritto che “è una di quelle sconfitte che salvano l’onore, ma perdendo comunque l’ultima occasione per redimersi da tutti i peccati. O per lo meno quelli commessi sul campo, dopo una Champions League da girone dantesco (5 sconfitte su 6). E invece, «zero tituli», per la seconda stagione consecutiva, un’etichetta abrasiva per una squadra certo flagellata dalla sventure — fisiche, anche — ma che pure avrebbe potuto dare di più”.

Anche la Stampa parla di sconfitta a testa alta. Gigi Garanzini parla di “una Juve rigenerata dal gol di Gatti dopo la lunga sofferenza dell’andata ha giocato a viso aperto, rispondendo colpo su colpo agli spagnoli come a Torino non le era riuscito”. Garanzini sottolinea le “parate da campioni, a fronte di sgorbi d’autore davvero inattesi: a cominciare da quello con cui Di Maria ha alzato oltre la traversa un grande assist di Rabiot: ignorando oltretutto il liberissimo Kean”. 

 

Dalla Spagna, Alfredo Relano su As celebra la settima finale del Siviglia nel torneo. Che storia. “Lode al Siviglia, consolazione per il nostro calcio, il cui cammino europeo è stato scarso, e lode a Mendilibar, che ha rivoltato la squadra come un calzino o quasi, dal suo arrivo. Che peccato che Acuña debba perdersi la finale. È stata una partita indimenticabile. Quella del Sánchez-Pizjuán una serata gloriosa. La Juventus ha giocato con più passione e più nerbo rispetto a Torino. In questo ha eguagliato il Siviglia. Nel gioco, non tanto. Una partita in cui tutto è andato bene tranne l’arbitro, Makkelie. Una partita con due grandi portieri”. 

«Se la Juve – e sottolinea il “se” – ha fatto un falso in bilancio perché le devo togliere i punti? Se io ragionassi come l’Agenzia delle entrate o la Guardia di finanza le sequestro lo stadio visto che ha uno stadio di proprietà, le creo un danno economico su quello. Però va ripensato tutto, anche perché ci saranno altri casi magari quest’estate e c’è il rischio del caos» | Il ministro Giancarlo Giorgetti

 

  Allora riassumiamo. L’Inter in finale di Coppa dei Campioni è la prima italiana sei anni dopo la Juventus di Cardiff. La Roma in Europa League è la prima italiana tre anni dopo l’Inter di Conte nella bolla di Colonia. La Fiorentina in finale di Conference League è però la seconda italiana in finale in due edizioni del torneo. Azzardiamo: più il campo delle iscritte si discosta dal torneo dell’élite, più la serie A sa giocare un ruolo di rilievo. È la rivincita della middle class, la borghesia del calcio italiano che in campionato fatica per prendersi uno dei primi quattro posti, le carte d’accesso al torneo del Grande Bancomat, e dove in genere ci si fa largo con grandi capitali a propria disposizione. È un risultato che smentisce una recente posizione di Igor Tudor. In una iintervista a L’Équipe di qualche tempo fa disse: «Se domani si giocasse Empoli-Strasburgo, quest’ultima vincerebbe con ampio margine». 

Può darsi. Quando giocheranno lo vedremo. Intanto, la Ligue è fuori, sull’orlo del sorpasso da parte dell’Olanda. La serie A gioca tre finali come nel 1994.

Dal calcio italiano al calcio di Italiano. La finale della Fiorentina è arrivata con un gioco differente. Alberto Polverosi sul Corriere dello Sport-Stadio dice: “A Praga ce l’ha trascinata Nico Gonzalez, finalmente ai livelli più alti, i livelli di un grande giocatore. Doppietta e prestazione totale, attacco e difesa, di forza, di coraggio, ma anche di tecnica, di intelligenza. Insieme a Bonaventura, Dodo, Biraghi, Amrabat e alla fine Barak, è stato l’anima di una partita di cui la Fiorentina non ha mai perso il controllo, nemmeno quando ha preso un gol stupido che stava per rimettere tutto in discussione. Il calcio di Italiano è emerso con tutta la sua forza per 120 minuti. Quando a metà primo tempo Biraghi ha cercato Dodo con un cambio gioco, da sinistra a destra, l’allenatore si è alzato urlando dalla panchina e indicando al capitano una direzione chiara, netta, l’unica che conosce, la sua stella polare: palla avanti. Ha sorpreso anche l’aspetto fisico, nei tempi supplementari la Fiorentina ha continuato ad attaccare, a creare occasioni da gol, a dominare un avversario ormai piegato su se stesso. La riflessione è la stessa che facciamo da un anno e mezzo: con un bomber, un bomber vero, questa squadra andrebbe chissà dove”. 

 

Come se la può giocare l’Inter

Paolo Condò su Repubblica analizza stamattina che cosa ha fatto trovare in tasca ad Ancelotti un cellulare con la batteria scarica, merafora del suo Real Madrid, nella semifinale di mercoledì sera sul campo del Manchester City. Ma soprattutto, Condò dedica il suo intervento a un concetto sul quale si sofferma anche Moncia Colombo sul Corriere della sera. Questa Inter può battere il Manchester City? Diciamola così: come può giocarsela contro la squadra reduce dalla partita perfetta?.

Condò ipotizza: “il possesso palla sarà dei rivali — prevedibile una quota del 65% —, ma contrattaccando appena possibile per evitare di esaurirsi nel lavoro di pura opposizione, com’è successo al Real. La presenza del solo Haaland a centro-area nella fase iniziale del palleggio (Acerbi ha la stazza per contrastarlo ma non la velocità, il raddoppio di Darmian dovrà essere costante nella speranza che Dumfries tenga da solo Grealish, e che sull’altro lato Dimarco regga la versatilità di Bernardo Silva) costringerà i difensori a continue scalate: una di queste, Bastoni su De Bruyne, in caso di palla recuperata è l’innesco perfetto per la verticale su Barella che tante soddisfazioni ha già portato a Inzaghi. E proprio Barella — che è un po’ il De Bruyne italiano — dovrà sdoppiarsi tra l’aiuto a Çalhanoglu nelle chiusure sul letale Gundogan e le proiezioni per portarsi via Rodri liberando il centro della scacchiera alla scherma di Dzeko, e al conseguente dialogo con Lautaro. O magari sarà più utile schierare subito Lukaku, raggiungibile alla bisogna con un lancio lungo, e che ha il fisico per tenere il pallone consentendo alla difesa di respirare. Perché ci saranno molti periodi di apnea, evitare che si trasformino in asfissia sarà fondamentale”.

 

leggi anche Povera Inter, che cosa ti aspetta | Seconda Manche, 18 maggio 2023

 

Va segnalata, en passant, la prima pagina di Mundo Deportivo di stamattina. Parta di “Triplete Culé”. Oddio, che ci siamo persi? Eravamo rimasti alla Liga vinta da Xavi. Il giornale dell’orgoglio catalano ci fa invece sapere che sono culé anche il Mundial di Messi e un Guardiola a tre vittorie di distanza da Premier-Champions-Coppa d’Inghilterra. “Tutte vittorie dello stile Barça“, si legge. A Parigi si sono un po’ dispiaciuti che non si siano appropriati anche del loro titolo, ma finché la matematica non ci condanna, c’è sempre tempo.

FRANCIA 

Anche i poveri ridono, guarda il Lens

 

A tre giornate dalla fine il Lens è ancora secondo in classifica, con due punti di vantaggio sul Marsiglia, alle spalle del PSG. È un risultato straordinario, quando si guardano le sue disponibilità economiche. Aveva il diciottesimo monte ingaggi nel 2020-2021, il quattordicesimo nella  scorsa stagione, l’undicesimo quest’anno. La squadra guadagna in tutto 23,3 milioni di euro. In estate scriveva Joel Domenighetti su L’Équipe che l’obiettivo eda raggiungere l’ottavo posto dietro gli intoccabili Parigi, Lione, Marsiglia, Lille, Rennes, Nizza o Monaco. Obiettivi sportivi? Neanche a parlarne. Questo perché in Ligue1 “i soldi fanno la felicità. Per salire sul podio del campionato, devi pagare bene i tuoi dipendenti” dice stamattina il giornale francese, verificando l’esito delle ultime cinque stagioni. 

Solo una squadra è riuscita dal 2018 a finire in alto senza avere uno dei cinque libri paga più pesanti della Ligue1. È stato lo Stade Rennais di Julien Stéphan, terzi nel 2020 con il settimo monte ingaggi.

 

BELGIO 

La dietrologia del proprietario del Molenbeek

 

Monsieur Lione si allarga. “Tra selfie, telefonate, abbracci, strette di mano e giri d’onore davanti ai tifosi più calorosi, John Textor ha portato la sua allegria allo stadio Edmond-Machtens”. È lo stadio del RWD Molenbeek, di cui è proprietario John Textor dall’inizio del 2022, il proprietario americano del Lione. Si è fatto la  multiproprietà in Belgio pagando 8 milioni di euro, nello scorso week-end ha festeggiato la promozIone del club di Bruxelles in serie A. Frase pronunciata sotto i fumi dell’euforia: Il prossimo passo sarà diventare campioni. Prenderemo a calci in culo l’Anderlecht e l’Union Saint-Gilloise».

 

SUDAMERICA

Il quartiere dove aspettano Bielsa

 

    È un posto quieto. In giro si sente solo qualche cane che abbaia da lontano, come nelle Fotografie di Baglioni. È un quartiere residenziale, a circa 15 minuti di macchina dallo stadio Centenario, guidando dritto lungo la Avenida Italia. Un tempo, fino a una cinquantina d’anni fa, la zona era una località balneare, dove gli abitanti di Montevideo venivano nei fine settimana per godersi le spiagge e il fiume. Non ci sono residence privati, non devi annunciarti a nessuna sbarra, non ci sono recinzioni, nulla di tutto questo. Non c’è nemmeno la sicurezza. Non è un posto come tanti, ma neppure un posto come pochi. Qui sta cercando casa Marcelo Bielsa, nuovo Ct della Nazionale uruguayana, folgorato da pueblo e dintorni durante una vacanza con sua moglie. L’ha detto lui stesso in conferenza stampa l’altro giorno. Voleva fermarsi solo qualche giorno, non se ne sono andati per due mesi. 

Al Clarin, nonostante lo conoscano, hanno un tono stupito. Il Parque ha pochi edifici, circa 1.200 case in tutto. Si trova tra il torrente Carrasco, il viale Las Américas e il viale A la Playa. È circondato da alcuni laghetti artificiali, molto verde, aironi, oche, anatre, lontre, tartarughe, uccelli selvatici, pesci. Poco più in lù, si sta sviluppando un progetto immobiliare da un milione di dollari, ma sarebbe poco Loco. I possibili vicini di Bielsa ancora non ci credono. Aria fresca, natura, silenzio, calore umano. E adesso Bielsa. Vale la pena tenere gli occhi aperti, su quest’Uruguay. 

 

CALCIO ITALIANO

Che cosa sta succedendo tra Spalletti e De Laurentiis

 

Monica Scozzafava lo spiega così sul Corriere della sera: “Non c’è trattativa, c’è silenzio. E non è un silenzio innocente. L’enigma è risolto: l’intesa non c’è e l’ipotesi più probabile è quella di una riflessione molto intensa. Ciascuno per conto proprio. Chiamiamola pure pausa di riflessione, una messa in prova di un rapporto controverso sul piano umano. La frattura tra presidente e allenatore non è improvvisa ed è un po’ un copione che si ripete in casa Napoli, nonostante siano soltanto nove i tecnici che si sono avvicendati sulla panchina in 19 anni. Da Reja a Mazzarri a Sarri e per finire a Gattuso e Ancelotti: tutte convivenze lunghe ma più o meno turbolente. Il problema stavolta è di natura relazionale, un aspetto sul quale nel calcio non ci si sofferma mai abbastanza ma che evidentemente per Spalletti può diventare un punto di non ritorno.  De Laurentiis cerca convinzione, Spalletti vuole rispetto e condivisione. Strade parallele e silenzio. Come accade nei matrimoni l’uno aspetta che l’altro cambi e viceversa“.

Antonio Giordano e Fabio Mandarini sul Corriere dello Sport-Stadio raccontano che l’allenatore è deciso a chiudere la sua avventura, ha disertato la presentazione del ritiro, il titolo è un’intuizione: “Il capolista se ne va“. La versione coincide con quella del Corriere della sera: “Alla base nessun motivo economico ma visioni diverse sui rapporti umani. Un amore vero, intenso e tormentato come solo le grandi passioni sanno essere: straordinaria con la città e con la squadra, due anime che ama profondamente e che rappresentano le sole boe a cui legare la cima sfilacciata; in chiaroscuro con De Laurentiis. Beh, per la verità ormai le ombre hanno di gran lunga coperto le luci. Il signor Luciano, se DeLa non riuscirà a ricucire lo strappo, è pronto a presentare le sue dimissioni, a dispetto dell’anno di contratto, e ad affrontare le conseguenze. Spalletti non ha mai nascosto la sua delusione per essere stato avvisato con una lettera consegnata in sede da un dirigente e non in prima persona dal presidente dopo l’attivazione dell’opzione di rinnovo fino al 2024 via Pec. E ancora: ha avvertito forte il senso d’amarezza per non aver chiacchierato del futuro prima di ritenerlo già un allenatore confermato; e non ha metabolizzato la mancata telefonata di Adl per abbracciare la squadra nella notte dello scudetto a Udine. Lo strappo è profondo, il rapporto logoro, ma De Laurentiis sta provando a ricucire e a rigenerare: nella sua idea c’è la possibilità di rinnovare fino al 2025 e di progettare il futuro subito, al volo, a caccia della Champions. Ma in questo momento Spalletti è lontano, troppo lontano“.

in tv oggi ore 20.45 Dazn: Sassuolo-Monza

 

 

PALAZZETTI E DINTORNI

Lo Zecchino [della pallavolo] d’oro

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FAMMI CRESCERE I DENTI DAVANTI Quelli che ricominciano e ce la fanno

Stamattina c’è su La Stampa una bella analisi sullo scudetto maschile della pallavolo a Trento, nella quale – mi pare – si può anche sentire un’eco dello stesso scudetto femminile a Conegliano, se non addirittura dello scudetto del calcio a Napoli. Rinnovarsi, alcune volte, è necessario. Perfino staccandosi dalle proprie stelle. A Trento ci sono risuciti dopo la separazione dal loro regista fuoriclasse Simone Giannelli [“chiude le valigie e va a Perugia. Sembra l’inizio del declino” racconta Di Marino], a Conegliano stessa cosa con Paola Egonu, nel calcio a Napoli lo sapete. 

“La società dall’industriale trentino Diego Mosna – si legge su la Stampa – presidente onorario della Lega di Serie A, da anni rappresenta un esempio di sana gestione. Nella direzione giusta anche la presidenza dell’Itas: dal 2021, sulla poltrona per ventuno anni di Mosna, siede Bruno Da Re, uno dei dirigenti di volley più quotati al mondo, 32 trofei vinti con la Sisley Treviso, lui che trevigiano ci nasce. È quello il club dei Benetton che fa del PalaVerde la sua roccaforte. Lo stesso palazzetto dove ora vincono le ragazze dell’Imoco Conegliano, un altro modello che va oltre gli arrivi e le partenze. A Trento cresce il meglio della pallavolo italiana. Dopo Giannelli, uno per tutti Alessandro Michieletto, tra i bomber più forti al mondo: da raccattapalle sognava di vincere il tricolore e il suo idolo era Matey Kaziyski, il capitano 38enne”. 

Trento si trova adesso anche a celebrare la promozione in A1 della squadra femminile, con Francesca e Annalisa Michieletto, “un cognome che è una garanzia” dice la Stampa. E ripartono: va via l’allenatore Lorenzetti, va via il suo vice Petrella, va via il cannoniere Kaziyski. In panchina arriva Fabio Soli, ex Latina, ct dell’Estonia, in attacco Kamil Rychlicki da Perugia. “Il modello Itas non prevede soste”. In fondo come per tutti noi. 

 

[ultimo aggiornamento: ore 9.18 del 19 maggio]

 

 

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Una selezione ragionata dei temi e dei protagonisti del giorno, con contenuti originali o rielaborati, con brevi estratti degli articoli più interessanti usciti sui quotidiani italiani e stranieri, i siti, i blog, i social, le newsletter e le riviste specializzate, con materiale d’archivio, brani di libri e biografie. Una guida e un invito alla lettura e all’approfondimento.

Orson Welles diceva: il montaggio è tutto.

A cura di Angelo Carotenuto.

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