Povera Inter, cosa ti aspetta: il genio di Pep e l’hard power del City

Se un giorno si potesse trovare la perfezione nel calcio, forse bisognerebbe partire da qui, questo puntino sulla mappa chiamato Pep Guardiola, localizzazione: Manchester, provincia di Barcellona. C’è una stessa vittima, la sua maglia è bianca, il suo nome è il Real Madrid. Non i primi che passano. Sulla stampa inglese stamattina non c’è traccia delle perplessità sull’overthinking, la ridondanza di pensieri a cui Pep ogni tanto s’abbandona, innamorato di sé, del suo laboratorio, delle novità che sa tirar fuori come la famosa maionese dal famoso tubetto. Stamattina è solo celebrazione, alla quale l’Inter guarda con una certa inquietudine, in attesa della finale. 

Jason Burt sul Telegraph ha finito le parole: “Probabilmente la più grande partita casalinga che il Manchester abbia mai giocato da quando si è trasferito all’Etihad nel 2003, semplicemente maestoso. Era inarrestabile. La serenità trasmessa con un’intensità feroce. Il calcio su un altro piano. Il calcio di un altro pianeta. Soprattutto in un primo tempo in cui nessuna squadra al mondo avrebbe saputo resistere. Il Real è stato smontato, ha ceduto il 72% del possesso palla e ha toccato solo 10 volte il pallone nell’ultimo terzo di campo del City. Anche con i suoi leggendari poteri di rimonta, al Real sapevano che la partita era finita. Una cosa da togliere il fiato e il Real aveva proprio l’aria di una squadra che non ne avesse”. 

 

   I RUMORI DELLA CHAMPIONS

Farsi delle domande sul Manchester City

 

Guardatelo stamattina, questo Manchester City, a una vittoria di distanza dalla vittoria in campionato, a una dalla vittoria della Coppa d’Inghilterra, a una dalla sua prima Champions League. La prima di Guardiola senza Messi. “La perfezione nella sua meravigliosa distruttività” dice il Telegraph.

Una squadra così in fuga dal resto del mondo che il suo quarto gol, nei minuti di recupero, è stato costruito e rifinito da due giocatori come Phil Foden e Julian Alvarez, due riserve. È di nuovo arrivato il momento di domandarsi quante ombre ci siano dietro un progetto del genere, un club-Stato allestito con una disponibilità di denaro illimitata, eppure solo adesso con la Coppa dei Campioni a portata di mano, alla vigilia di una finale nella quale nessuno lo darebbe per sfavorito contro l’Inter. Una squadra sotto inchiesta da parte della Premier League, con il rischio di vedersi cancellati un bel po’ di titoli, se e quando arriverà mai una sentenza. Una squadra a cui l’Uefa invece ha dato un buffetto sulla guancia per certe sponsorizzazioni che non convincevano nessuno. 

 

Se ne occupa Jonathan Liew sul Guardian, quando parla di “perfezione di una campagna militare ben eseguita, perfezione della ricchezza e della forza”. 

Liew sottolinea come uno degli stati più ricchi del mondo abbia trascorso anni a cercare di assumere il più grande allenatore del mondo, “ci riesce e poi gli dà letteralmente tutto ciò di cui ha bisogno. Ogni altro club del mondo, a eccezione del Paris Saint-Germain, deve operare entro i limiti della finanza o della fortuna. Tutti gli altri hanno dei difetti o problemi che non possono affrontare in questo momento, sebbene sperino di farlo in futuro. Guardiola, al contrario, ottiene lo staff che vuole, i giocatori che vuole, quando li vuole, e ottiene anche le loro riserve, prima del previsto. Quindi non ingaggi solo Erling Haaland, ma ingaggi pure Julián Álvarez per dargli tregua. Quando Kalvin Phillips arriva per 45 milioni di sterline e non gioca per tutta la stagione. Quando decidi – riflettete solo per un secondo sulla sfrontatezza mozzafiato di tutto questo – che hai bisogno di un aggiornamento di Phil Foden, e arriva Jack Grealish. Se qualcuno ti accusa di infrangere le regole, allora assumi i migliori avvocati del mondo per contrastarlo. Questa è la perfezione, non tanto la perfezione di una grande arte, quanto la perfezione di una campagna militare, la perfezione della ricchezza illimitata, la perfezione della forza politica. Nessun giocatore dell’Academy e nessun giocatore di Manchester era titolare ieri sera per il City. Ha qualche importanza?”. 

Il Guardian dice che in realtà la sensazione diffusa è che ci sia dell’indifferenza intorno all’argomento, “una scrollata di spalle per l’inesorabile inevitabilità” di questo progetto, chiamatelo soft power, ma anche hard, chiamatelo sportswashing. E sapete perché? – si domanda Liew. Perché “tutti in questo sport sono un po’ contaminati, e anche in questo campo di gioco ineguale i tifosi del City si sono guadagnati il ​​loro momento di trionfo”. 

Non ci sono tante vergini nel calcio mondiale, forse nemmeno all’Inter. 

 

Il Telegraph parla di passaggio di testimone, da totem come Luka Modric e Toni Kroos, “due dei migliori centrocampisti di sempre, fatti fuori molto prima del fischio finale. È stato l’ultimo atto di Modric? È stato certamente un maldestro esame fisico al cospetto di Jack Grealish. L’unico modo in cui il 37enne poteva fermarlo, come pochi istanti prima Dani Carvajal, era placcarlo in modo ridicolo. Sull’altra fascia Eduardo Camavinga non è riuscito a far fronte a un Bernardo Silva quasi demoniaco”. 

 

  Il lavoro di Guardiola

Ma poi vengono le persone, viene il lavoro. Oliver Brown, ancora sul Telegraph, scrive che “guardare Pep Guardiola significa assaporare l’impegno di un virtuoso del calcio. Studiare Guardiola sulla linea laterale è di per sé un seminario psicologico. È come un magistrale coreografo che schiera le sue truppe, un tipo particolare di stregone che sa rimpicciolire il Real Madrid, ridurlo a una misera collezione di bambole di pezza. Per riuscirci ci vuole un coreografo così magistrale, così ossessivo, così assolutamente impossibile da soddisfare che persino Kevin De Bruyne si sente obbligato a dirgli di stare zitto. Ci vuole un virtuoso chiamato Pep Guardiola, che ora si sta lanciando verso la singolare impresa di vincere un triplete con due squadre diverse. Guardiola si sta specializzando nelle stragi degli aristocratici in total white. A Barcellona il suo picco è stato un 5-0 nel 2010 contro il Real di José Mourinho. Questi sono livelli mai raggiunti prima dal calcio inglese”. 

In Italia, Ivan Zazzaroni, direttore del Corriere dello Sport-Stadio dice: “Se Guardiola voleva impressionarci c’è riuscito. I suoi sembravano quattordici, non undici. Arrivavano da ogni parte, si infilavano ovunque, catturavano tutti i palloni possibili, tagliavano le linee e naturalmente non sbagliavano un passaggio. Mai visto Grealish giocare così, da fenomeno, all’eccellenza di Bernardo, Gundogan (prova strepitosa) e De Bruyne in fondo siamo abituati”.

 

I cuginetti italiani del City

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  Inter, che cosa ti aspetta

 

Gigi Garanzini su La Stampa sottolinea la vocazione dell’Inter di Inzaghi a essere “una squadra da grandi classiche. Non da corse a tappe”, in termini ciclistici. “Lo si era capito – dice – già lo scorso anno, perché quell’Inter era comunque superiore al Milan. A maggior ragione è diventato evidente con le 11 sconfitte in campionato di quest’anno: alcune delle quali francamente inammissibili. E lo racconta in maniera perfetta una vecchia intervista a Simone Inzaghi, roba di un anno fa a fine stagione. Domanda. Qual è la partita, una sola, che vorrebbe rigiocare? Qualunque vecchio, ma anche giovane, cuore nerazzurro avrebbe risposto Bologna, dove l’Inter perse lo scudetto, consegnandolo niente meno che al Milan, per una papera sesquipedale del portiere. Inzaghi rispose invece Inter-Liverpool: persa 0-2 a San Siro e rimediata solo in parte con l’uno a zero fuori casa al ritorno. La vocazione internazionale, che oltretutto figura nella ragione sociale? Può essere. Ma di sicuro le caratteristiche di un allenatore che sa preparare al meglio le partite quando il gioco si fa duro. Parigi-Roubaix e Milano-Sanremo: per i grandi giri si prega di ripassare”.

Nell’analisi per Ultimo Uomo, Fabio Barcellona ha spiegato come l’Inter sia stata superiore in  tutto al Milan in semifinale, mentre la stampa internazionale sottolineava l’inadeguatezza della squadra di Pioli a un livello del genere. 

“Come nella partita di andata, l’Inter non ha scelto soluzioni particolarmente complesse e rischiose per superare il pressing offensivo del Milan, andando presto in verticale da Dzeko e Lautaro. Dietro di loro accompagnavano energia e dinamismo l’azione con le due mezzali e i due esterni. L’unica consistente alternativa è stata quella della ricerca dal basso dei due esterni, Dumfries e Dimarco, ma più per tirare fuori in pressione i due terzini del Milan e isolare le due punte contro i centrali rossoneri che per risalire il campo esternamente. Come detto la volenterosa e ruvida partita di Thiaw e Tomori ha limitato il piano dell’Inter, ma non le ha comunque impedito di usare Dzeko e Lautaro come target principale per sfuggire alla pressione avanzata degli avversari”.

 

Milano che si scusa

Beppe Severgnini firma sul Corriere della sera un intervento per scusarsi, probabilmente a nome dei tifosi, o forse a nome dei quotidiani milanesi, non è chiaro, con Simone Inzaghi, per le critiche della stagione. Dice: “Dobbiamo le nostre scuse all’allenatore dell’Inter, Simone Inzaghi, detto Inzaghino (per via di un fratello maggiore, milanista). Ma lui deve provare a capirci. Essendo una squadra pazza — deliziosamente pazza, ma il quadro clinico non si cambia in pochi mesi — l’Inter ha collezionato undici (!) sconfitte in campionato e una serie di prestazioni eccellenti in Champions, fino al biglietto per Istanbul. Senza contare la finale di Coppa Italia. Avremmo sottoscritto una stagione del genere? Certo che sì.  Inzaghi ha calcolato tutto? Oppure è stato fortunato? Non si sa, e non è importante. Calcolo e fortuna sono due virtù, in certi mestieri. Con la sua aria filosofica, la sua educazione e il suo autocontrollo ansioso ci ha spiazzato tutti. Continui a farlo, per favore”

 

Le semifinali di Europa League di stasera

 

  La Stampa: “Prova finale” – Europa League, Juve stasera a Siviglia: si parte dall’1-1 è l’ultimo ostacolo prima di Budapest. L’idea è Di Maria trequartista, Milik favorito su Vlahovic”. Antonio Barillà scrive: “Non un volo qualsiasi: non conduce semplicemente in Spagna. Può portare i bianconeri a una finale che manca da sei anni – era Champions, a Cardiff passò il Real, in panchina sedeva sempre Max – e a lottare per un trofeo internazionale inseguito ormai da venticinque anni: Supercoppa Uefa strappata al Psg, a meno di non voler considerare l’Intertoto. Può portarli, soprattutto, oltre l’ansia dei processi e le ombre di un futuro incerto, dentro un’ultima partita da illuminare, insieme a una stagione complicatissima («folkloristica» la definisce il tecnico, alludendo ai punti fluttuanti), con lampi d’orgoglio e luccichii di Coppa. L’alternativa è sabbia tra le mani per il secondo anno di fila, delusione che nessun alibi lenirebbe”.

 

  Roberto Maida, Corriere dello Sport-Stadio: “ Avete mai sentito parlare del traffico tedesco? Se la risposta è no, significa che non siete mai capitati in Renania nell’ora di punta. Un inferno, di cantieri e autoveicoli. La Roma se ne è accorta sulla sua pelle alla vigilia della partita che può regalarle un risultato storico, cioè la seconda finale europea consecutiva. Atterrata in orario a Colonia, la squadra ha impiegato un’ora a raggiungere l’albergo. Ancora peggio è andata a José Mourinho, che è passato per la BayArena insieme a Matic. Ma l’aria è frizzante, c’era anche un bel sole a illuminare lo stadio e la maglia di Ulf Kirsten, bomber storico del Leverkusen, custodita nel corridoio che porta verso il campo.  Mourinho insomma non ha un motivo per perdere il buon umore”

 

Emanuele Gamba su Repubblica riassume: “L’exploit dell’Inter ha stuzzicato le velleità degli altri. Allegri e Mourinho hanno in testa Budapest, mercoledì 31 maggio: che spettacolo se ci arrivassero assieme, con il loro stile démodé e la loro furbizia. potremmo fare un clamoroso pieno di finaliste, addirittura 4 su 6. Non è semplice, ma nemmeno improbabile”.

 

E la Fiorentina in Conference League

Alberto Polverosi sul Corriere dello Sport-Stadio dice che “qualcosa Italiano ha sbagliato, ma questa squadra è cresciuta con lui, è stato lui a darle un’identità, a portarla fino a questo punto, a farla crescere e maturare. Quando vediamo la difesa così alta, pensiamo subito alla palla dietro la linea, al contropiede che ti fulmina. Può essere più equilibrato? Certo, potrebbe e dovrebbe essere più equilibrato. Però, con quella difesa così alta sono arrivati i successi di questa e della scorsa annata, le vittorie, la semifinale di Conference e la finale di Coppa Italia. Italiano ha sbagliato una, due, tre partite, anche quattro, anche cinque (su 55…), ma non la stagione. Il 2022-23 è già una buona stagione. Ora serve l’ultimo sforzo per trasformarla in storica”.

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