Dove si legge del patteggiamento juventino e della finale di Mourinho a Siviglia – La carezza del 31 maggio

 

mercoledì  31maggio 2023

# Giorno 14 della Seconda Manche

[ultimo aggiornamento alle ore 9.20]

 

La messa è finita, andate in pace

Formula di congedo dal rito religioso dei cattolici

 

Il Tribunale federale nazionale ha accettato la richiesta di patteggiamento da parte della Juventus sulla cosiddetta manovra stipendi. Il club è stato multato di 718mila euro e non verrà penalizzato di altri punti in classifica, oltre ai 10 sottratti con lo sconto [dall’iniziale  -15] per la slealtà sul Sistema Plusvalenze. Con il patteggiamento la Juventus ha anticipato i tempi del processo e ha ottenuto la riduzione della pena di un terzo. Non potrà fare ricorso presso altri gradi della giustizia sportiva. Andrea Agnelli non ha patteggiato e andrà a processo il 15 giugno, salvo successivi accordi dei suoi legali. Resta in piedi l’ipotesi che la UEFA imponga un anno di sospensione dalle Coppe. Ma il -10 consente il minore dei mali: la qualificazione a una Coppa minore per scontare l’eventuale squalifica, senza avere alcun tipo di strascico nella prossima stagione. 

 

    Arianna Ravelli sul Corriere della sera scrive che “se qualche giorno fa si urlava al giustizialismo dei tribunali sportivi (da riformare seduta stante), adesso è il momento dell’indignazione per «l’accordo papocchio»  Il patteggiamento è uno strumento previsto dal codice in certe condizioni ed è chiaro che entrambe le parti rinuncino a qualcosa. D’altra parte, la Juventus non poteva pensare di chiuderla meglio: è vero che il patteggiamento è spesso percepito come un’ammissione di colpa (anche se il club ribadisce la «correttezza del proprio operato») ma un’altra penalità l’avrebbe costretta a una partenza ad handicap la prossima stagione o a non qualificarsi alle Coppe quest’anno con il risultato che la molto probabile esclusione dell’Uefa sarebbe scattata la prossima volta. Ecco, l’Uefa: manca solo il pronunciamento di Nyon che dovrebbe «accontentarsi» di un anno di esclusione. E poi sarà possibile davvero mettere «un punto fermo». Ciascuno con le proprie recriminazioni”.

| Valerio Piccioni sulla Gazzetta delllo sport spiega: “Com’è che dice il proverbio? Chi la dura la vince. In questo caso, chi la dura la patteggia. Dopo una serie di vorrei ma non posso, procura federale e Juventus riescono a trovare un accordo  com’è stato possibile arrivare alla fumata bianca quando le parti sembravano distantissime? La verità è che proprio i dieci punti di penalizzazione hanno creato le condizioni per la svolta, assorbendo tutto il filone della “mancata lealtà” anche dell’altro provvedimento sugli stipendi. Pure il percorso della Juve per arrivare a patteggiare non è stato privo di ostacoli. Non è un mistero che all’interno del club ci fossero posizioni diverse: una, poi messa evidentemente in minoranza, puntava a proseguire sulla linea oltranzista del portare lo scontro fino al TAR e al Consiglio di Stato.  Sono rimaste in campo però le responsabilità, già confermate dal Collegio di garanzia, per i dirigenti apicali. Ora è difficile pensare che i sei club inseriti nel limbo dell’attesa delle conclusioni delle varie procure penali, possano essere sanzionati pesantemente in presenza di una pena esclusivamente pecuniaria per la Juve con una decisione che coinvolge anche la vicenda delle partnership sospette. Per Bologna, Cagliari, Udinese, Sassuolo, Samp e Atalanta l’accordo Juve-procura federale è una buona notizia. Diverso, ma neanche troppo, il discorso per Napoli, Lazio, Roma e Salernitana (che comunque è già protetta dal cambio di proprietà). Se dalle inchieste penali non emergeranno novità istruttorie significative o delle prove di un «sistema», il rischio dovrebbe essere limitato anche in questi casi a una multa”.

| La posizione più critica è del Fatto Quotidiano con Lorenzo Vendemiale: “È finita con la carota per il bastone. Un buffetto sulla guancia (una piccola ammenda) dopo il ceffone (la penalizzazione) in piena faccia. Una stretta di mano fra gentiluomini, si fa per dire. Insomma, un patteggiamento che sa tanto di compromesso all’italiana. Siamo arrivati all’epilogo dell’ennesimo scandalo del calcio italiano, che ha condizionato il campionato appena finito ma almeno non lo farà con il prossimo: La retrocessione in Serie B non è mai stata seriamente in discussione, e probabilmente non sarebbe stata neanche giusta: il codice la prevede solo in caso di vizi sulla regolare iscrizione al campionato, e nessuno può sostenere che la Juve di Agnelli non avrebbe potuto partecipare alla Serie A senza i benefici contabili contestati. In ballo ci potevano essere altri punti di penalizzazione, alla vigilia si parlava di una maxi-multa ma la pena concordata di “maxi” non ha quasi nulla.  il patteggiamento sembra non accontentare nessuno. In realtà, sotto sotto, sta bene a tutti”. 

| Anche il Foglio solleva delle obiezioni, ma all’interno di una campagna che conduce per la riforma della giustizia sportiva in chiave più garantista. Nella pagina dei commenti si legge: “Qualcuno la chiama maximulta. Qualcun altro fa notare che Cristiano Ronaldo 718.240 euro li guadagnava in una settimana e quindi di maxi ci sarebbe soltanto l’ennesimo pasticcio di una giustizia sportiva che di giusto alla fine ha fatto una cosa soltanto: ha messo la parola fine a una vicenda che dovrà essere studiata in futuro come un esempio perfetto di cattiva gestione del calcio italiano.  L’impressione è che la giustizia sportiva, partita per dare una punizione esemplare alla Juve, si sia fermata una volta raggiunto il risultato di farla scivolare fuori dalla Champions evitando di proseguire fino a cacciarla come suggeriva qualche ultras in Serie B (chissà cosa penseranno al Chievo che per un caso di plusvalenze fittizie nel 2018 cominciò il suo inarrestabile tracollo)”.

In modo analogo, sul Corriere dello Sport-Stadio, il condirettore Alessandro Barbano interviene così: “In una logica utilitaristica e di tutela del calcio italiano, il compromesso trovato realizza il suo obiettivo di riportare serenità e, per così dire, rimette la palla al centro, rendendo effettiva una sanzione che, alla luce degli illeciti contestati, pare anche ragionevole. Tuttavia resta il fatto che a questo risultato si giunge in una logica di riequilibrio tra rapporti di forza, che lascia intatti i problemi di logicità e di coerenza mostrati dalla giustizia sportiva. E ne rende perciò indifferibile una riforma. A ciò si aggiunge la necessità di ridefinire i confini dell’autonomia investigativa della procura federale rispetto alla magistratura ordinaria e le norme processuali che regolano l’acquisizione e la valenza probatoria degli indizi di illecito. Perché non è possibile che da una parte la magistratura sportiva rivendichi una tempestività e un’indipendenza di giudizio rispetto al giudice penale, dall’altra sia a questo subalterno nell’acquisizione delle prove. Con l’effetto di punire solo la Juve perché il caso vuole che la procura di Torino abbia aperto un’indagine e le altre procure non abbiano fatto altrettanto. O con l’effetto paradossale di utilizzare le intercettazioni come prova della colpevolezza bianconera, ma di negare la responsabilità di quei club che hanno concorso con la Juve a realizzare gli illeciti. Da un punto di vista logico la giustizia sportiva esce sfigurata da un anno horribilis. Per tutte queste ragioni proponiamo di non usare il patteggiamento per praticare l’arte dello struzzo e mettere la testa sotto la sabbia. È l’ora di aprire un cantiere, con il contributo delle migliori intelligenze giuridiche del Paese, per costruire un sistema sanzionatorio coerente, equo, uguale per tutti, indipendente e autorevole. Si può ancora fare”.

| Il Giornale ribadisce la tesi secondo cui insieme alla Juventus sono stati salvati i conti e gli interessi dell’intero calcio italiano. È una tesi che Slalom non condivide, e che se peraltro fosse vera, non potrebbe essere accolta come un segno di salute del sistema. Nell’analisi di Tony Damascelli viene inoltre disegnato il quadro dei conflitti interni alla proprietà.  “Elkann – scrive – ha posto l’azienda prima di tutto, questa la sua vittoria politica nella vicenda disgraziata, allestita da Andrea Agnelli il quale, all’opposto, ha messo prima se stesso, la propria arroganza di potere, il desiderio scriteriato di avere tutto ad ogni costo, travolto dagli eventi, dal bilancio, da un sogno irrealizzabile. Cocciuto anche in quest’ultimo atto, deciso a non venire a patti, staccandosi dal resto della comitiva, quella che lo aveva supportato e sopportato, amici, colleghi, sodali, confidenti che hanno preferito evitare il peggio, il tribunale, la sentenza peggiore, forse la radiazione.  La Juventus di John Elkann ha vinto una partita disperata. La Juventus di Andrea Agnelli non esiste più”.

| Andrea Masala, ancora sulla Gazzetta considera: “La prima sensazione, per i bianconeri e non solo, è di averla scampata bella. dopo un patteggiamento che implica un’ammissione di colpa, il bando europeo per la Juve è in pratica inevitabile. Un anno senza Coppe sarebbe un colpo pesante da assorbire. Due stagioni di fermo continentale sarebbero ancora più deleterie: un club delle dimensioni della Juve non se le può permettere. Si andrebbe incontro a gestioni in profondo rosso, con la prospettiva di perdite milionarie a tre cifre”.

Se qualcuno volesse poi pesare i piatti della bilancia del patteggiamento, potrebbe trovare una guida nell’editoriale del direttore di Tuttosport, Guido Vaciago, nel sollievo che i titoli riferiscono e nelle sue parole: “Il finale di ieri certifica che, negli ultimi cinque mesi, abbiamo parlato di politica e potere, non di giustizia e diritto. E allora tutto assume un senso diverso, al limite anche logico, forse un po’ perverso, ma logico. Andrea Agnelli ha provato ad abbattere il sistema con la Superlega, il sistema ha retto e ha colto la prima occasione per vendicarsi (occasione che, con qualche attenzione in più nella gestione della Juventus degli ultimi anni, poteva anche non essere offerta, ma è un’altra storia). Adesso Andrea ha preso un’altra strada, anche nel patteggiamento, tuttavia il legame affettivo con il club è indissolubile e i destini non viaggiano necessariamente paralleli (nel senso che potrebbero anche reincrociarsi a un certo punto). Molto dipenderà dalla sentenza della Corte di Giustizia Europea attesa per l’estate (luglio, probabilmente), un altro passaggio giudiziario, ma che la Juventus attende con grande serenità, adesso c’è da pensare all’allenatore e al ds, poi al mercato. Al calcio, insomma. Finalmente“.

Sì, la messa è veramente finita.

PAROLE Campedelli

Ora spiegatelo a Campedelli, dice il Foglio, che ha sentito l’ex presidente del Chievo. 

«Il mio Chievo? È stato buttato in pasto ai leoni. Ma neanche, dritto nella spazzatura senza una reale motivazione. Stiamo ancora aspettando risposta sulla norma che fin qui ci ha condannato. Nel frattempo, mi sembra che il calcio italiano sia andato avanti lo stesso: se va bene a loro, va bene a tutti. Questa svolta non mi sorprende. L’avevo previsto. Ai miei amici juventini l’avevo pure detto, che sarebbe finita così. Nel complesso, l’intera vicenda lascia perplessi». 

 

La ricostruzione tecnica

Massimiliano Nerozzi sul Corriere della sera spiega che “la Juve scruta profili del tutto diversi, per età e formazione: da Tudor, che a Torino tornerebbe di corsa e che il Marsiglia liberebbe, a Italiano, pensiero complicato (parecchio) dall’anno di contratto con Commisso. Sfogliato il depliant, il club vorrebbe però evitare salti nel buio, a questi livelli di pressione. Tanto che, un dirigente, è stuzzicato dall’idea — e tale rimane, al momento — di un clamoroso ritorno, quello di Antonio Conte: che, da qualche tempo, chiacchierando con gli amici è parso vago sul proprio futuro”.

| Emanuele Gamba e Domenico Marchese su Repubblica raccontano che “la prima decisione riguarderà il destino di Allegri, perennemente in bilico. La società è orientata a offrirgli una buonuscita per chiudere in anticipo il rapporto in scadenza nel 2025, ma una mossa di questo genere spetterà eventualmente ad Elkann, anche perché ballano più di 40 milioni di euro. Nel frattempo Calvo sta guardandosi attorno appuntando nomi di allenatori papabili per la successione: sul taccuino ci si sono sicuramente quelli di Tudor (in uscita dal Marsiglia) e Grosso (appena promosso con il Frosinone), anche se ci sarebbe una preferenza per Thiago Motta e Italiano (contattati già da De Laurentiis per il Napoli). Allegri, in ogni caso, è convinto di potersi ancora meritare la conferma: domeni ca a Udine proverà a chiudere sul podio virtuale, dopodiché presenterà il bilancio dal suo punto di vista, sottolineando gli enormi problemi incontrati in questa stagione, la sua solitudine in seno a una società nella quale ha faticato a trovare interlocutori con i quali dialogare di calcio e il lancio di giovani «che rappresentano un valore patrimoniale del club», forse anche superiore a quanto costeranno i suoi due ultimi anni di contratto”. 

 

 

     VISIONI Cosa c’è da imparare da Ted Lasso

Nella sua rubrica di critica televisiva, Aldo Grasso sul Corriere della sera torna sul personaggio di Ted Lasso e scrive che le vicende dell’improbabile allenatore è “una grande lezione per gli allenatori e per Inzaghi in particolare: vedere il lato positivo delle situazioni e aggirarle per ottenere il miglior risultato possibile”.

Grasso scrive che “l’eroe cinico fa la fine di Max Allegri; invece quello che è capace di farsi scivolare addosso le critiche, giuste o ingiuste che siano, riesce a trasformare l’ingenuità in una carta vincente. Ted Lasso è una delle serie più riuscite degli ultimi tempi, capace di coniugare sarcasmo e malinconia, ironia e riflessione sul senso della vita. Totalmente ambientata nel mondo del calcio, Ted Lasso è in realtà un pretesto per denunciarne eccessi e stereotipi, in un’altalena continua di gag che lasciano il segno e non scadono mai nel banale.   È vero che le battute, i consigli, gli insegnamenti, i discorsi motivazionali di Coach Lasso possono ricordare gli aforismi di «Chance il giardiniere» (Peter Sellers in Oltre il giardino ), ma sono pur sempre frasi sulla nostra perfettibilità”.

 

  I temi della finale di Europa League

 

★★★  Il futuro di Mourinho

Luca Valdiserri per il Corriere della sera si domanda: “Vincere e dirsi addio, proprio come successe con l’Inter del Triplete nella notte della conquista della Champions League 2010? Mourinho è legato da contratto fino al 2024 ma, come ha ripetuto più volte, nel calcio i contratti a volte contano e a volte meno. Questo per i pessimisti. Gli ottimisti, invece, vedono queste frasi come l’ennesimo tentativo di chiedere ai Friedkin un mercato di grande livello. La Roma è vincolata al financial fair Play e anche per questo Tiago Pinto ha cercato e cerca parametri zero”.

Giancarlo Dotto sulla Gazzetta dello sport dice che José Mourinho “arriva in magnifica solitudine là dove voleva arrivare. La vertigine del giocatore d’azzardo. Mai, nella sua pur mirabolante storia di allenatore, era stato così vicino al brivido di chi si gioca tutto in una mano. Sbancare o franare. L’azzardo assoluto del tutto o niente. José solo alla meta. Scortato sì dai suoi fedelissimi legionari, dalle migliaia di tifosi adoranti, ma essenzialmente solo nei titoli che fanno la locandina del match. Poche volte in passato una partita così importante è stata presentata come la sfida tra una squadra e un allenatore. Il Siviglia contro Mou. I due invincibili l’uomo di Setubal sarà come Atlante. Al suo apice titanico dovrà tenere sulle spalle tutta la volta giallorossa. Sarà solo nella vittoria e solo nella sconfitta. Celebrato in un imperatore a vita o pietrificato nella statua senile di se stesso. L’equivalente di Gloria Swanson e del suo tramontante viale”.

Ivan Zazzaroni, da mesi mourinhista convinto, scrive stamattina sul Corriere dello Sport-Stadio: “Stasera (siamo) tutti con Mou. Quelli che tifano Roma sempre e comunque ; quelli che hanno riempito l’Olimpico per trenta tré volte di seguito ; quelli rimasti senza biglietto che la seguiranno sui maxischermi o da casa; quelli semplicemente stregati dalla personalità del Fenomeno; quelli che capiscono il senso di un miracolo calcistico . E, in più, molti interisti. Stasera con Mou anche i Friedkin che da sei mesi non si fanno vivi e probabilmente non pensano calcio, né coltivano il valore della gratitudine, texani dal cuore di ghiaccio e dal portafoglio in calore. Se stasera Mou alzerà la coppa sarà impossibile non (ri) eleggerlo dio del calcio e re della Roma. E se non ci riuscirà resterà comunque dio delle città e dell’immensità. Perché non può essere una sconfitta in finale a ridurre il valore di un’impresa sportiva”. 

 

★★  L’impiego di Dybala

Luca Valdiserri sul Corriere della sera considera che “il problema alla caviglia è reale e l’ipotesi più probabile è vedere El Shaarawy o Wijnaldum dall’inizio e Dybala in panchina come carta per il finale di gara. Ma nessuno sa la verità. L’unica certezza è che questa città è troppo piccola per due invincibili e così stasera o lo Special One o il Siviglia conosceranno la sconfitta”. 

Stefano Carina sul Messaggero racconta: “Ascoltandolo sembra di rileggere quell’antico paradosso greco sulla distanza. Qualcuno si avvicina: un chilometro, mezzo chilometro, un terzo di chilometro, un quarto, un centesimo e, se è vero che i numeri sono infiniti, non arriverà mai a destinazione. Con Mourinho più o meno è così. Dopo due anni pensi ormai di conoscerlo, di averlo capito, di aver intuito i suoi depistaggi, le sue smorfie, la pre-tattica e invece è capace ogni volta di portarti fuori strada. Non si è Special a caso. E ieri c’è riuscito un’altra volta. Perché se per capire come sta Dybala, tra giornalisti nigeriani che gli chiedono della sua esperienza al Tottenham e quelli spagnoli del rapporto tra lui e Mendilibar, bisogna rincorrerlo a fine conferenza mentre sta uscendo dalla sala («Paulo? Ha venti, forse trenta minutini. Quelli li ha»)“.

★  Certi vecchi amici

Alessandro Ruta sul Giornale racconta gli ex. “Di Monchi si ricordano anche i toni un po’ da guru del mercato, del resto si era presentato proprio così, e cessioni pesanti non bilanciate da acquisti dello stesso livello. Sotto la sua gestione infatti se ne andarono colonne del calibro di Alisson, Nainggolan, Salah e Rudiger, mai sostituiti adeguatamente. Dopo il biennio romanista peraltro Monchi se ne tornò tranquillamente da dove era venuto e cioè dal Siviglia, dove è ancora adesso, accolto come un semi-dio. Erik Lamela se ne era andato molto prima dalla Roma, nel 2013, quando era uno dei giovani più in bella vista del calcio internazionale. Adesso l’argentino di anni ne ha 31, il tocco è sempre elegante, ma le attenzioni nei suoi confronti non sono quelle degli esordi”. 

Alberto Polverosi sul Corriere dello Sport-Stadio racconta che “c’è un altro aspetto del Siviglia che la Roma deve cercare di annullare, la qualità di tante piccole e meno piccole mezze ali. Allegri ne sa qualcosa. Suso e Lamela hanno ribaltato la Juve al ritorno, Rakitic è un punto fermo come Ocampos, Papu Gomez può diventare una sorpresa, nessuno di questi è un campione vero (ai tempi del Barcellona poteva esserlo Rakitic, ma ormai ha 35 anni), il vero Dybala è superiore, però tutti hanno la qualità che può rendere la giocata imprevedibile. E attenzione anche al contropiede. Una palla persa può trasformarsi in una colpa grave e irrimediabile”

 

TENNIS

Fatevi un dritto come si deve e dopo ne parliamo

 

Il dritto è la spada, il rovescio è lo scudo. Per vincere una partita di tennis, bisogna piantarsi dentro la testa questa verità. Lo sostiene Craig O’Shannessy nel suo blog Brain Game Tennis. È uno degli analisti più apprezzati di questo gioco. Ha lavorato con Novak Djokovic e per un periodo con Matteo Berrettini. O’Shannessy ha raccolto i dati che vengono dal torneo del Roland-Garros nelle edizioni 2018-2022, cinque anni di vincenti e di errori, per un totale di quasi 130.000 punti.

Che cosa emerge? Uno: i colpo di dritto sono stati efficaci più del doppio delle volte dei rovesci, pecisamente ne abbiamo avuti 26.549 contro 11.177 [70 a 30 in percentuale]. 

Due: anche gli errori di dritto sono prevalenti ma con un margine decisamente inferiore, 48.299 contro 43.274 [53 a 47 in termini di percentuale]. 

“La prima cosa da considerare – dice l’analista – è che il tennis è un gioco di errori. Molto più di quanto sia un gioco di colpi vincenti”. Fatevi un dritto come si deve e poi ne parliamo. 

 

Medvedev è già stato eliminato

 

Federica Cocchi sulla Gazzetta dello sport racconta così l’eliminazione al primo turno del numero 2 del mondo, Daniil Medvedev: “Un amore appena nato e già finito. Potremmo definirlo così, prendendo in prestito i versi di Maurizio Costanzo per Mina, la breve storia tra Daniil Medvedev e la terra rossa. Una passione nata all’improvviso a Roma e spenta al primo turno del Roland Garros per mano di un brasiliano, Thiago Seyboth Wild, che in uno Slam non aveva mai raccolto vittorie nel tabellone principale. E non era nemmeno mai riuscito a superare un top 10, per non parlare delle vittorie collezionate nel 2023, zero: Mats Wilander su Eurosport ha detto che in Seyboth Wild ha visto tracce di Guga Kuerten, un paragone che rischierebbe di schiantare chiunque”. 

 

   italianismi 

Stefano Semeraro su la Stampa si occupa della prima vittoria in carriera in una vittoria dello Slam di Andrea Vavassaori, dal gioco vintage. 

Scrive: “Fare dei pensieri nuovi su gesti antichi: per spiegare la sudatissima vittoria in 5 set di Andrea Vavassori, detto «Wave» (onda), sul n. 37 del mondo Miomir Kecmanovic si può adattare al tennis il motto neoclassico di un rivoluzionario francese. Serve & Volley, rovescio monomane, grinta e pazienza infinita: così, battagliando per 5 ore (5-7 2-6 7-6 7-6 7-5) anche contro i crampi, e salvando 5 matchpoint, Vava, l’amico di sempre di Lorenzo Sonego, a 28 anni e da n. 148 Atp ha vinto il suo primo match in uno Slam. Come ai tempi di Laver & Co., sulla terra bisogna sempre «portarsi il pranzo da casa»; gli impatti sono più violenti, le impugnature più estreme, ma la Grande Bellezza resta ammirare un tennis non omologato, non arreso al solo esercizio di muscoli e podismo. Ad Andrea ormai sta stretta l’etichetta di solo doppista (non l’attitudine barricadera, che a rete aiuta) e contrariamente al poeta Chenier, precocemente ghigliottinato, ha speranze di sopravvivere: lo aspetta l’argentino Olivieri, n.231 Atp”.

 

L’équipe: “Fognini, Ferrer, Murray… Monfils è abituato a scenari da capogiro al Roland-Garros” –  La vittoria a tarda serata di martedì sera nel primo turno contro Sebastian Baez si aggiunge a un elenco già ben nutrito di scenari folli sulla terra battuta parigina.

“Perché Auger-Aliassime sta avendo un inizio di stagione mediocre” – Un anno dopo essere stato l’avversario più pericoloso di Rafael Nadal al Roland-Garros, lunedì Félix Auger-Aliassime è caduto al primo turno contro Fabio Fognini. Una sconfitta che chiude la sua stagione sulla terra battuta e una prima parte di anni difficile.

 

AMERICHE

Il riscatto di Caleb Martin

 

La Gazzetta dello sport dedica una pagina a Caleb Martin, l’eroe per caso di Miami nella serie di finale di conference contro Boston. Racconta il lieto fine di una storia cominciata con “l’infanzia senza padre, i sacrifici della madre”.

Paolo Bartezzaghi racconta: “Quando parla di difficoltà, Caleb si riferisce a un’infanzia in cui la ragazza madre Jenny Bennett si è occupata di tre figli contro tutto e tutti. Caleb e il gemello Cody sono cresciuti a Cooleemee, un paese da un migliaio di abitanti nella contea di Davie in North Carolina. Il padre sparisce in fretta, e Jenny vive in una roulotte scassata con i due gemelli e il loro fratello Raheem maggiore di due anni. Soldi zero, tanti lavoretti, fame tanta, degrado. E Jenny è bianca. «Un giorno la macchina si è rotta – ha raccontato – e stavamo tornando a casa a piedi quando un’auto ha cercato di investirci. Quegli sguardi, i sussurri, commenti diretti e indiretti: accadevano spesso». «Mamma si sacrificava per noi – ha ricordato Caleb – a volte non mangiava e diceva che non aveva fame. Doveva rinunciare ad alcuni lavori perché a casa non c’era nessuno che potesse stare con noi. Ho un rispetto assoluto per lei e per tutto quello che ha passato». Vicino a casa, cioè alla roulotte, i gemelli Martin scoprono il basket. Il canestro è un vecchio secchio”. 

 

PALAZZETTI E DINTORNI

Lo Zecchino [della pallavolo] d’oro

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METTI LA CANOTTIERA

Pier Francesco Catucci sul Corriere della sera racconta il rientro di Paola Egonu in Italia dal campionato turco, il suo arrivo a Milano/Monza: “È evidente che l’ingaggio di Paola Egonu da parte del consorzio della presidente Alessandra Marzari sia molto più che una (straordinaria) operazione sportiva. Perché l’azzurra è tra le giocatrici più forti al mondo, porta in dote tre Champions League conquistate con altrettante maglie e garantirà qualità ulteriore a un gruppo che rappresenta la spina dorsale della Nazionale di Mazzanti, che già si esprime al top da un biennio. Oggi, archiviate le due finali scudetto consecutive, per fare un altro passo avanti nell’anno del definitivo trasloco a Milano — dove la squadra femminile giocherà il 70% delle partite — alla Vero Volley serviva anche un simbolo. Paola Egonu è tutto questo”

 

Certe delizie da scoprire in tv

 

PALLANUOTO La Champions di Recco e Brescia

È il week-end che assegna il titolo di campioni d’Europa. Il Recco ha giocato tre delle ultime quattro finali e ha vinto le ultime due edizioni della Coppa. Nei quarti di finale stasera sfida gli ungheressi del Ferencvaros nella riedizione della partita per il titolo del 2021. L’Italia potrebbe avere un derby in semifinale, se anche il Brescia battesse nel pomeriggio i greci del Vouliagmeni. Come ricorda Franco Carrella sulla Gazzetta, tre Coppe consecutive mancano da oltre mezzo secolo, quando la Mladost Zagabria si impose tra 1968 e il 1970. Gli altri quarti sono Barceloneta-Jug alle 15.30 e Novi Beograd-Olympiakos alle 17. Domani le semifinali e sabato la finale.

  oggi ore 18.30 [Brescia-Vouliagmeni] e 20 [Recco-Ferencvaros] su Sky

 

 

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Una selezione ragionata dei temi e dei protagonisti del giorno, con contenuti originali o rielaborati, con brevi estratti degli articoli più interessanti usciti sui quotidiani italiani e stranieri, i siti, i blog, i social, le newsletter e le riviste specializzate, con materiale d’archivio, brani di libri e biografie. Una guida e un invito alla lettura e all’approfondimento.

Orson Welles diceva: il montaggio è tutto.

A cura di Angelo Carotenuto.

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