La Amstel Gold Race aspetta Pogačar 

Via il pavé e i ciottoli, adesso è il momento delle Ardenne, le Classiche che per tradizione più si addicono ai corridori dei grandi giri. Oggi la Amstel Gold Race in Olanda, a metà settimana la Freccia Vallone, domenica prossima la Liegi. Il faro è Tadej Pogačar, dice L’Équipe, come tutti. 

Dall’inizio della stagione – ricorda Manuel Martinez – le sue statistiche rasentano l’impertinenza. In diciassette giorni di corsa, ha fatto impazzire i contatori con dieci vittorie. Alla Jaén Paraiso Interior, al Giro dell’Andalusia con la classifica generale e tre tappe, stessa cosa alla Parigi-Nizza, e poi il Giro delle Fiandre. Le trentatré fra salite e salitelle in programma oggi, le assenze di Van der Poel, Van Aert, Evenepoel e Vingegaard, lo mettono al centro dei pronostici. Matteo Trentin è diventato la sua spalla più fidata, scrivono in Francia. Quattro anni fa Pogačar dovette ritirarsi per alcuni problemi meccanici in certi punti strategici. Martedì scorso era in Francia, in trasferta al tribunale di Nizza, dove è stato ascoltato nel processo a due uomini che gli avevano rubato un orologio da 165.000 euro nella sua camera d’albergo a Valbonne, durante la Parigi-Nizza. 

In un intervento per la Gazzetta dello sport, Michele Bartoli scrive: Non credo che Tadej, su un percorso come quello dell’Amstel, si muoverà quando il traguardo è ancora lontano. Questo dipende dal tipo di tracciato, che non favorisce azioni di quel tipo: le salite che si affrontano richiedono sforzi brevi, fatti ad alta velocità, dove è più facile in un certo senso resistere a Pogacar. Sì, ha vinto il Fiandre dove pure si trattava di sforzi non lunghi, però per la gara belga questo è vero solo sulla carta: i Muri erano talmente duri, a volte con il pavé, e così è come se la lunghezza fosse almeno quattro volte tanto. All’Amstel non vedo tanti corridori che possano andare all’attacco con lui da lontano, dargli una mano: sarà più difficile fare la differenza, per Pogacar è più complicato vincere l’Amstel del Fiandre

Tom Pidcock, il vincitore della Strade Bianche, sarebbe stato il suo avversario più credibile, se non fosse circondato ancora da molta incertezza [sempre L’Équipe], dopo la caduta alla Tirreno-Adriatico. Nel 2021 perse al fotofinish da Wout Van Aert. 

Resta il secondo dei favoriti a cinque stelle, sloveno a parte, secondo Cycling Stage. Con quattro stelline vengono Benoît Cosnefroy, Neilson Powless e Sergio Higuita, tre per Ide Schelling, Matej Mohoric, Søren Kragh Andersen, due per Tiesj Benoot, Attila Valter, Michael Woods, Alexey Lutsenko, una per Warren Barguil, Marc Hirschi, Michal Kwiatkowski, Quinten Hermans.

Italiani non se ne vedono.

La corsa femminile

Italiane invece sì. La rivista Rouleur accende una luce su Silvia Persico che nelle ultime settimane ha iniziato a mostrare quella forma che l’ha resa una delle atlete di punta della stagione scorsa. È stata l’ultima ciclista a essere staccata da Lotte Kopecky al Giro delle Fiandre, dove ha chiuso al quarto posto. Mercoledì ha battuto Demi Vollering nello sprint a sei che ha deciso la Freccia del Brabante, la più grande vittoria in una classica della sua carriera, una gara simile all’Amstel, che è però più lunga e difficile. In una corsa decisa solo una volta dal 2017 con lo sprint di un gruppo composto da più di tre cicliste, Persico dovrebbe saper progettare l’attacco al momento giusto, anziché affidarsi al suo scatto nel finale, ma ha certamente le gambe per vincere, se azzecca la tattica.

Così scrive Stephen Puddicombe, che però vede favorita Demi Vollering, considerato che ad Annemiek van Vleuten, “di solito intoccabile stanno mancando un po’ le gambe, per via della caduta patita al Giro delle Fiandre. Non ha ancora vinto una corsa quest’anno. Non le succedeva dal 2016. Ma essendo Van Vleuten la Van Vleuten, non resterà a guardare ancora a lungo.

Altre bici da guardare: quelle della polacca Kasia Niewiadoma, quelle della Trek-Segafredo con Shirin van Anrooij, Elisa Balsamo, Elisa Longo Borghini e Lucinda Brand; quella di Marianne Vos [vincitrice del 2021, sebbene il percorso duro e collinare non è ideale per il tipo di ciclista che è diventata] e la campionessa uscente Marta Cavalli, che però deve ancora ritrovare la forma che l’ha vista dominare le Classiche delle Ardenne lo scorso anno dopo la grave caduta subita al Tour de France. Lotte Kopecky corre la Amstel per la prima volta. 

Nessuna donna l’ha mai vinta più di una volta. In campo maschile, l’olandese Jan Raas detiene il record di vittorie all’Amstel con cinque, di cui quattro consecutive tra 1977 e 1980, quando la gara venne soprannominata la Amstel Gold Raas. Con quattro vittorie viene dietro di lui Philippe Gilbert. Joop Zoetemelk è stato il più anziano, all’età di 40 anni e 143 giorni nel 1987. 

IDEE

Il senso delle corse più dure

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Emilio Previtali su Rouleur ha scritto che se il ciclismo fosse soltanto la Parigi-Roubaix o Le Strade Bianche faremmo fatica a chiamarlo sport. I corridori raccontano di come il corpo ci metta settimane a riprendersi dopo la gara, con i dolori che pulsano fino alle ossa. Questo indolenzimento è riservato solo ai più fortunati, quelli che non cadono e non si infortunano gravemente. Per molti corridori queste cadute possono essere la fine della stagione. Allora perché amiamo queste gare? Perché i corridori sognano di vincere un trofeo che non è altro che un cubo di pietra? Qual è il senso di tutto questo? Il senso, siamo noi”.

Previtali dice che la sopravvivenza del genere umano è affidata al racconto, alla capacità di ciascuno di noi di immaginare l’invisibile e credere in narrazioni condivise: stati, religioni, moneta, mercati finanziari, unioni, libri, film, serie televisive, persino i diritti umani. E il ciclismo, ovviamente. Queste – tutte – sono narrazioni che ci permettono di pensare, condividere e comunicare attraverso interazioni e dinamiche altrimenti impossibili da concepire. Senza il proprio racconto il ciclismo, non esisterebbe. C’è un motivo per cui i corridori scelgono di fare la doccia nei vecchi bagni degli spogliatoi del velodromo di Roubaix quando hanno terminato la gara, anche se dispongono di docce molto più comode nei bus delle proprie squadre: lo fanno perché il ciclismo è un contenitore dentro a cui ciascuno di noi pensa. L’immaginario collettivo va costruito, mantenuto e curato e ciascuno ha un proprio ruolo da svolgere. Quello di cui il ciclismo ha bisogno non sono i watt e nemmeno i soldi degli sponsor, ma le parole. Senza la capacità dell’Homo sapiens di credere in finzioni condivise lo sport professionistico non esisterebbe

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