Con questo tiro in sospensione al terzo quarto della partita contro Oklahoma, LeBron James ha battuto il record di 38.387 punti in NBA che apparteneva a Kareem Abdul-Jabbar. Lo aveva stabilito nel 1984 superando i 31.419 realizzati da Wilt Chamberlain e lo aveva migliorato nei cinque anni successivi. La partita è stata interrotta dieci minuti per i festeggiamenti.
Come fece il Brasile nella sera dei mille gol di Pelé, l’America che adora i record e i suoi campioni ha interrotto una partita e ha fatto cominciare la festa. C’era mezza Hollywood intorno al campo, per vedere LeBron superare Kareem, e c’era pure Kareem, trentanove anni dopo il gancio cielo con cui aveva tolto il record a Wilt Chamberlain. Nel ruolo di Magic Johnson che passa il pallone decisivo, stanotte ha recitato Russell Westbrook con la maglia numero zero, ultimo dettaglio sublime in un’azione che stava portando un giocatore di pallacanestro alla vertigine di 38.387.
È andata più o meno così. Mancavano 18 secondi alla fine del terzo tempo, quando il postino ha consegnato il pallone tra le mani d’oro della storia NBA. LeBron l’ha protetto. Ha messo il suo corpo da milioni di dollari tra quell’oggetto che ne costa una trentina e il difensore che si stava illudendo di marcarlo, come altre centinaia di difensori prima di lui. Uno degli 11 Williams presenti in campionato, uno dei cinque cognomi più diffusi nel Paese, come dire che nemmeno mezza America tutta assieme avrebbe potuto fermare quel momento, in un contrasto involontario e pieno di senso tra la Gente Comune e un Prescelto.
► IL GESTO | LeBron ha giocato come quasi non si fa più, spalle al canestro, in post, appoggiando il proprio peso sul corpo dell’altro, andando a sentire il fisico e tutta la storia di questo sport. Deve essere stato attraversato dall’idea di tentare un gancio cielo, di farli così gli ultimi punti che gli mancavano, un omaggio a Kareem, una citazione, ma se poi lo sbagli? Allora con la spalla destra ha fatto leva sul petto di Kenrich Williams, 28 anni, attore non-protagonista in quella che rimarrà l’azione più indimenticabile perfino della sua carriera. LeBron è andato a prendersi spazio all’indietro, la palla è partita e la festa è cominciata. Sull’orologio e per sempre 10 secondi e 9 decimi alla fine del terzo tempo.
► LA FESTA | Kareem ha sollevato dalla sedia i suoi 2 metri e 18, forse rimpiccioliti dal tempo. Ha battuto le mani sottili con solennità, come sanno fare certi signori eleganti di 75 anni, mentre LeBron ha allargato le braccia nella posa delle statue, circondato dai tre figli, la moglie Savannah, la mamma Gloria che l’ha cresciuto senza un padre, gli amici d’infanzia di Akron, i soci in affari, i compagni di squadra, in un modo «come non avrei mai sognato che potesse succedere, nemmeno in un milione di anni».
► LE TAPPE | Gli servivano 36 punti, alla fine sono stati 38, prima di lasciare il campo, con il piede sinistro in apparenza dolorante. Il record stamattina è suo, con 38mila 390, a poco meno di vent’anni di distanza dai primi, segnati il 29 ottobre 2003 a Sacramento. Per unire i puntini e il giro dei canestri dell’America, dalla California d’allora alla California di oggi, LeBron ha messo una fascia bianca sulla fronte, come quella che portava nelle sue prime stagioni da professionista.
È stato il più giovane a raggiungere i 10mila punti, i 20mila e i 30mila. Ha più partite con almeno 20 punti di qualsiasi altro giocatore della storia. Ha superato Jordan al quarto posto il 6 marzo 2019. Ha superato Kobe Bryant per il terzo posto il 25 gennaio 2020, durante una partita a Philadelphia, nella drammatica coincidenza dell’incidente in elicottero di Kobe, la mattina dopo. È passato al secondo posto il 19 marzo 2022, superando Karl Malone.
► IL MIGLIORE | Chris Herring su Sports Illustrated sta dicendo che “non c’è mai stata una superstar in NBA migliore di LeBron James. Più di qualsiasi altra stella che abbiamo mai visto, James ha illustrato la sua grandezza non solo con i punti segnati, ma con il gioco nel suo complesso. Si è preso il centro dell’attenzione con il record di punti, quando segnare non è nemmeno la parte migliore di lui. Diventa impossibile negare che sia il numero 1. È entrato di recente anche tra i primi quattro per assist di tutti i tempi, unico non-guardia tra i primi 34. Nel 2020, all’età di 35 anni e per la prima volta in carriera, ne ha serviti 10.2 a notte. È stato uno straordinario difensore sull’MVP Derrick Rose nelle finali di Eastern Conference 2011, per chiudere dietro Marc Gasol come difensore dell’anno nel 2013. Nel 2021-22 ha tenuto i tiratori avversari di 6 e di 8.7 punti percentuali al di sotto delle loro medie. È difficile credere che tutto questo appartenga alla carriera di un singolo giocatore”.
E adesso?
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PROSPETTIVE A quanto potrà arrivare | John Hollinger su The Athletic già si domanda a quale cifra arriverà questo record, e se ci sarà mai qualcuno in grado di batterlo. In attesa di stabilire se James sia il miglior giocatore della storia, scrive che sicuramente è il miglior vecchio giocatore della storia. Wilt Chamberlain ebbe la sua ultima stagione da star a 35 anni e ha smesso a 37. Michael Jordan si è ritirato una seconda volta a 35. James ne ha compiuti 38 a dicembre e segna 30 punti di media a partita, al ritmo del suo primato personale – peraltro stabilito quando ne aveva 37. James dice di voler rimanere in NBA abbastanza a lungo da giocare con suo figlio Bronny. Dunque almeno fino al 2024-25. The Athletic calcola che con una media di 30 punti a partita, considerando qualche assenza e qualche flessione progressiva, potrebbe portare il record a oltre i 42 mila punti.
“Chi può batterlo? La parte interessante della domanda è: quante partite saranno in grado di giocare i campioni del futuro”. È vero che la scienza e la tecnologia favoriscono la longevità, ma è vero che le esigenze attuali dei calendari e della programmazione rendono l’usura dei corpi più frequente. A Lebron mancano 205 partite per salire al numero 1 anche in quella classifica, dove svetta Robert Parish con 1611 presenze. Dovrebbe giocare fino al 2025-26. In salute.
Per dare un’idea di quanto sarà difficile battere il record di punti, The Athletic invita a riflettere sul fatto che Kevin Durant ha la stessa media di punti in carriera di James, ma avrebbe bisogno di farne 2mila a stagione ogni anno, fino a quando non ne avrà 41. Se James davvero dovesse arrivare un giorno a 42mila, servirebbe per superarlo una carriera da almeno 19 stagioni.
SCENARI Chi può batterlo | The Athletic fa due nomi che in particolare meritano attenzione: Luka Dončić e Jayson Tatum. Lo sloveno cammina a una media di 33.4 punti a partita in questa stagione, Tatum a 30.9. “Come nel caso di James – scrive Hollinger – il loro fisico e il loro stile di gioco dovrebbe consentire di spingersi fin oltre i trent’anni, se si prendono cura di loro stessi e riescono a evitare infortuni gravi. Tatum finirà la sua stagione da 24enne a circa 10.000 punti, Dončić la sua da 23enne intorno ai 9.300. Ma lo scenario più probabile – conclude The Athletic – è che l’uomo in grado di superare LeBron, non sia ancora presente in campionato”.
I primi commenti sulla sua impresa
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Giannis Antetokounmpo: «Molte persone parlano di Michael Jordan come di uno dei migliori giocatori, ma io sono cresciuto guardando LeBron. Sono cresciuto guardando Kobe, sono cresciuto guardando Durant. La cosa che spicca in LeBron James è la sua costanza. È stato bravo per 20 anni. Si prende sempre cura del suo corpo. È sempre disponibile per la sua squadra, gioca sempre ad alto livello. Penso che sarà il primo giocatore a superare i 40mila punti, una cosa folle per me».
Dwane Casey, allenatore dei Pistons: «LeBron è il motivo per cui sono qui. Sarà in grado di giocare finché vorrà, grazie alla sua intelligenza. Ecco perché la sua longevità non è una sorpresa per me».
Monty Williams, allenatore dei Suns: «Qualunque sia il suo pasto prima di una partita, fammelo sapere. Potrebbe aiutarmi a far crescere i capelli. La sua longevità ha per me qualcosa che va oltre il fisico, oltre il sollevamento dei pesi in palestra. È una questione di tenuta mentale».
Luka Dončić, guardia Mavericks: «Sono cresciuto guardando lui, per tutta la mia vita. Non conosco la data esatta di quando ho iniziato. Non potevo guardare molte partite NBA, perché dovevo andare a scuola. Ma la prima volta che l’ho affrontato, ero nervoso. Giocare contro di lui è stato un sogno che si avverava».
Come abbiamo parlato di LeBron in questi anni
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L’ex giornalista del New York Times Harvey Araton ha firmato sul suo giornale di una volta una riflessione sul modo in cui i giornalisti hanno raccontato la parabola di LeBron James in questi anni. “Quando è apparso sulla scena, vent’anni fa – leggiamo – era più facile essere scettici che credenti”. C’era questo neolaureato che raccontava ai media riuniti, prima del draft NBA 2003, del suo piano di rendere grande la città di Cleveland, e anche presto.
“Cleveland? E in che mondo?”.
James era un nome familiare. Sports Illustrated lo aveva messo in copertina da ragazzino, chiamandolo Il Prescelto e promettendo che sarebbe stato la prossima megastar della pallacanestro, dello stesso stampo di Michael Jordan, con qualcosa di Magic Johnson.
“Sembrava iperbolico – ricorda Araton – nella migliore delle ipotesi. Una truffa, nel peggiore dei casi”.
Così, passa in rassegna tutte le occasioni in cui LeBron gli è parso stonato. Dalla prima volta che a torso nudo, di spalle, nello spogliatoio dei Cavaliers da rookie, mostrò un tatuaggio con la scritta: Prescelto. “Il primo pensiero fu per la sua audacia. Allo stesso tempo mi sono preoccupato. Per cosa diavolo è stato preparato questo ragazzo?”.
È stato “un ottovolante per due decenni”, ricorda. Tanto che gli scettici sono diventati strada facendo dei critici. LeBron non gli piacque quando i Cavaliers uscirono sconfitti nei playoff contro gli Orlando Magic, lui se ne andò senza una parola né per i vincitori né per i giornalisti: “Che tipo di leadership stava mostrando questo re?”. Non gli piacque quando se ne andò da Cleveland a Miami Heat, dicendo in tv che portava il suo talento a South Beach.
Scrisse allora: “Chi al di fuori del sud della Florida vorrà mai tifare per Miami, dopo il modo in cui James ha abbandonato Cleveland e la sua casa, l’Ohio settentrionale, in una corsa da mercenario per gli anelli del campionato?”. La critica diventò scherno quando James giocò male contro Dallas nelle finali 2011. Ma negli ultimi anni di copertura della NBA, dice, “mi è sembrato che coloro che mettevano in dubbio i risultati di James in relazione a Jordan, avessero a lungo ignorato o non si fossero mai resi conto che non era James a scegliere di essere quello che era. Si trattava solo di un’etichetta impressa su di lui, quando era adolescente”.
Oggi Araton non pensa al record di punti, ma al quarto posto nella classifica degli assist. Il Prescelto ha dato a Cleveland il suo primo importante titolo sportivo in 52 anni e ha illuminato ogni città in cui ha giocato, senza mai essere un solista. In questa chiave, contatemi come un suo vero sostenitore”.
New York Times: “I sogni dei Nets non si sono avverati” – L’aggiunta di Kyrie Irving e di Kevin Durant non ha portato la squadra nemmeno in finale di Conference. Dopo aver soddisfatto la richiesta di Irving, Brooklyn è ancora una volta in uno stato di incertezza.
Ultimo Uomo: “Cosa pensare di Kyrie Irving ai Dallas Mavericks” – Marco D’Ottavi ha scritto: “Questo scambio segna la fine del sogno di una delle più grandi squadre mai assemblate su carta. Ricostruire cosa è andato storto a Brooklyn è un compito più da romanziere che da giornalista. Durant, che ha già provato a farsi cedere in estate, è stranamente silenzioso”.