I 40 anni di Vita Spericolata: 10 star dello sport +1 alla Vasco

E poi ci troveremo come le star

Vasco Rossi

 

Il 3 febbraio del 1983 Vasco Rossi saliva sul palco del festival di Sanremo per cantare Vita spericolata. Era alla sua seconda partecipazione, dopo l’esordio con Vado al massimo. Nella serata finale, in polemica con gli organizzatori, lasciò il palco a canzone in corso, svelando al pubblico che era tutto in playback. Si piazzò al penultimo posto, davanti a Cieli azzurri di Pupo. Vinse Tiziana Rivale con Sarà quel che sarà. Ma Vita spericolata diventa la canzone-manifesto del percorso artistico di Vasco e un tag con cui definire una parabola personale. Anche nello sport. Queste sono le 10 figure alla Vasco, quarant’anni dopo quell’esibizione. 

 

  VOGLIO UNA VITA SPERICOLATA  Sofia Goggia

 ➣  Come spieghi le goggiate?

«Ho un’energia tale che mi trovo a vivere dei picchi esagerati. Sto lavorando su me stessa per trovare una solidità, affinché questa energia scorra in equilibrio. Perché finché vai verso l’obiettivo è un conto, ma quando lo raggiungi, poi fai fatica ad essere lucida».

 ➣  C’è pure un poco di follia?

«A St. Moritz c’è chi mi ha guardato pensando questa è pazza. Ma io ero consapevole di quello che volevo. Questa energia che mi porta a fare cose incredibili, quando ha un calo mi fa compiere errori di distrazione. Come posso vincere dopo un’anestesia generale, così posso farmi male prima dei mondiali scendendo con lo zaino in spalla da una pista da turista. Gregorio Paltrinieri parla dell’acqua come di quell’elemento che ti può essere tanto amico ma anche nemico. Io dico che la neve è il riflesso del mio carattere. Ci sono giornate in cui sono più sconclusionata rispetto ad altre sugli sci: si vede solo guardandomi in faccia al via. Vincere è importante, ma non penso al successo fine a se stesso. Voglio arrivare sempre prima, ma sono concentrata sulle cose da fare per riuscirci. La vittoria è una conseguenza» 

 ➣  Per te è sceso in «pista» anche Vasco Rossi…

«Mitico. Vado al massimo, ma suonano bene anche E va bene così, senza parole. E non è male Liberi Liberi». intervista di davide pisoni, il Giornale, 31 dicembre 2022

 

| ➣  Canta ancora mentre scia?

«Ogni tanto sì».

 ➣  Colonna sonora?

«Ultimamente Celentano, “Un bimbo sul leone”, “Un mondo in Mi 7a”. Oppure Ornella Vanoni, “L’appuntamento”».

 ➣  Mentre va a 100 all’ora?

«Solo quando sono felice. Mi è capitato di vincere gare cantando. Cantando nella testa, mai con la voce».

 ➣  Che libro ha letto di recente?

«Testi universitari, studio Scienze politiche alla Luiss. Avevo gli esami dopo St. Moritz, mi dicevano: “Ma come, vai a Roma con la mano rotta?”. E io: “Mi sono fatta un c… per quest’esame”. Ero in catalessi, ma mi ero imposta di studiare dopo allenamenti e gare. E mi sentivo pronta».

 ➣  Che esame era?

«Storia delle dottrine politiche. Si partiva da una domanda a piacere».

 ➣  Che ha scelto?

«Aristotele che in una frase diceva: “Mano e piede non sono nulla senza il corpo”. Ho citato il concetto degli organicisti, tutto viene prima delle parti ma le parti devono collaborare. Per poi passare al Principe machiavellico e all’impronta che vuole lasciare nella storia tramite la volontà. Ricalcando un po’ ciò che mi era successo a St. Moritz. Perché a volte la volontà va oltre le parti mancanti». intervista di daniele sparisci, Corriere della sera, 4 gennaio

 

SU RIMBALZI

          La spericolata dello sci

L’episodio #50 di Rimbalzi, il podcast prodotto e realizzato con Chora Media, era dedicato qualche settimana fa a Sofia Goggia, nel week-end della Coppa del mondo a Cortina | Su Spotify a questo link la serie completa | Rimbalzi è disponibile su tutte le principali piattaforme.

 

  VOGLIO UNA VITA CHE SE NE FREGA Paul Gascoigne

Avevano avuto inizio da poco gli anni Ottanta, il periodo che un altro guru del calcio inglese, Harry Redknapp, avrebbe definito “l’ultima decade in cui nel calcio era possibile fallire”. Gazza, come i compagni del Newcastle ormai chiamavano Paul, ci sarebbe riuscito meglio di chiunque altro. Ma perché un fallimento si possa produrre in grande stile, serve prima un’ascesa clamorosa, ad alta velocità, all’apparenza inarrestabile. Che dire di un calciatore ventenne premiato come miglior giovane della First division, che il proprio presidente definisce “uguale a George Best, però senza cervello”? Come inquadrare un talento purissimo e generoso che da subito si fa carico della famiglia – al padre arriverà a regalare una casa e una Rolls Royce – ma intanto, fra un allenamento e un match, se ne va in giro a ubriacarsi e fare a botte in compagnia dell’inseparabile e debordante amico Jimmy Gardner detto “Cinque pance”?

In una First division ancora popolata quasi esclusivamente da giocatori delle home nations dalle chiome fluenti e i mustacchi incolti, così come nella Nazionale inglese reduce da cocenti insuccessi, c’è bisogno di nuove sensazioni, eroi d’una nuova generazione, yobs con le tempie rasate e la sommità del capo ossigenata: a riempire quel vuoto enorme arriva Paul Gascoigne, talento anticonformista e giovanissimo. Gazza è il sorprendente aggiornamento di Jimmy il Mod, il protagonista di Quadrophenia, l’equivalente calcistico di Shaun Ryder, lo sregolato cantante degli Happy Mondays, e lo specchio ideale delle ambizioni d’ogni tifoso della working class che coltivi un penchant per l’eleganza e l’aggressività, per la nuova musica sintetica e per le pastiglie, anch’esse sintetiche, che permettono ai weekend warriors di restare in pista fino all’alba” – di enrico brizzi, Il Foglio, 9 novembre 2019

 

  VOGLIO UNA VITA MALEDUCATA Vanessa Nagni

Dicembre 2016. Il caso unico che si conosca di una calciatrice che sputa a un’avversaria. La partita è Res Roma-Tavagnacco, da 3-1 a 3-3. Subito dopo  il gol del pareggio, la partita ha iniziato a riscaldarsi con l’espulsione della capitana della Res Roma, Vanessa Nagni e dell’allenatore del Tavagnacco, che però si chiama Cassia. Lui esce rivolgendo frasi e gesti verso l’altra panchina. Lei sputa. squalificata due volte.

 

  Moglie, mamma, responsabile di un museo di carrozze d’epoca e simbolo della squadra di calcio femminile della Capitale, portata a suon di gol in 12 anni dalla Serie C alla massima serie. Vanessa Nagni è un nome forse poco conosciuto per chi non mastica troppo calcio femminile ma è una delle poche bandiere del nostro calcio e per molti versi una figura equivalente a quella di Francesco Totti.

«La mia giornata è veramente piena zeppa di cose da fare specialmente da quando il 20 giugno 2015 è nato Francesco, il primogenito che non a caso ho voluto chiamare proprio come Totti, il mio idolo e semplicemente l’equivalente del Dio del calcio per me che ho sempre tifato Roma e mi sento giallorossa fino al midollo. Alla mattina mi sveglio, do da mangiare a Francesco lo preparo e vado al museo in compagnia di mio figlio per svolgere il mio lavoro fino a pomeriggio quando stacco, lascio il bimbo a casa dei miei genitori e mi reco al campo per allenarmi. Come potete immaginare arrivo a casa spesso stremata però qualunque cosa fatta interamente con il cuore non pesa. E poi ho la fortuna di avere un marito amorevole, che sa perfettamente quanto sia importante il calcio nella mia vita» intervista di stefano dolci, Eurosport,

aprile 2016

 

  DI QUELLE CHE NON DORMI MAI  Marvin Barnes

Basket Italy lo ha scelto come il simbolo dell’inquietudine degli anni 70 americani. Il Watergate, il post Vietnam, le droghe, lo Studio 54. Marvin Barnes è stato definito uno dei  poeti maledetti del basket.

Lui ha detto: «Potevo essere tra i migliori 30 giocatori di ogni tempo, peccato che metà della mia carriera e del mio stipendio li ho spesi attraverso il naso».

Spesso consuma cocaina anche durante le partite. La metteva sull’asciugamano e la inspirava durante l’intervallo. Ha vissuto più di notte che di giorno. È stato protagonista di una rapina, fu riconosciuto e identificato perché si era messo il giubbotto del college. Ah, il giubbotto aveva anche il suo nome sulla schiena. A Detroit fu arrestato perché trovato in possesso di una pistola. La ragioneria dei suoi fermi di polizia non è sotto il numero venti. Su di lui girano leggende, alcune vere, altre ben inventate. Dicono si sia rifiutato di prendere un aereo quando scoprì che a causa dei fusi orari sarebbe atterrato più o meno alla stessa ora in cui sarebbe dovuto decollare. Motivo: «Non salirò mai in quella fottuta macchina del tempo». Quando invece perse il volo che doveva prendere con la squadra, noleggiò un aereo privato. Si presentò in campo quando il riscaldamento era cominciato e aveva addosso una pelliccia. Si cambiò e segnò 50 punti. Nello spogliatoio era formidabile nel risolvere le risse tra compagni. Li minacciava con crick.

 

  OGNUNO A RINCORRERE I SUOI GUAI Diego Maradona

Questi piedi che poggiano sullo stesso suolo dei miei sono i più costosi e «virtuosi» del mondo. Indossano sandali con calzini bianchi e non sembra che abbiano niente di particolare, ma quando toccano la palla il mondo ferma la sua corsa. Sono tondi, piccoli, ben saldati a un paio di caviglie solide e graziose. Se si alza lo sguardo si scoprono gambe corte e sode, e più su dei fianchi che non sono da manichino, ma che si muovono come se fossero fatti di vimini. Più in alto c’è un torace ben tornito, non troppo muscoloso, sul quale Diego Armando Maradona indossa la maglia gialla del Brasile che ha sconfitto pochi giorni fa. E poi: ciglia folte, grosse labbra, capelli neri e l’orecchino. Quando ci sono estranei in casa sorride male, come se diffidasse di loro, e deve avere i suoi motivi. La cosa migliore, mi sembra, è di non adularlo, dargli del «lei», trattarlo con il rispetto che si ha per una persona che, al di là del calcio, deve avere i suoi sogni inconfessabili, le sue smanie infantili e un enorme desiderio di piacere per qualcosa di più che una partita di calcio – di osvaldo soriano, il Manifesto, 3 luglio 1990

 

Aveva un piede sinistro morbido come il pane che arrivava dovunque. La palla gli cadeva sul piede come l’avesse convinta parlandole. Aveva un senso del tempo nel dribbling che era davvero musicale. Ha sempre sostenuto, anche da vecchio, che il suo gol più bello lo abbia segnato con l’Argentinos Junior in campionato. Sono andato a cercarlo su YouTube. Rincorre un pallone datogli da centrocampo e arriva in porta senza toccarlo più. Salta tre avversari solo muovendo il corpo, solo togliendo l’attimo agli avversari. Un gol irreale, da calcio che trascende. Questo era spesso il calcio di Maradona, un’entità metafisica. Mi faceva venire in mente le luci mosse dei ceri che da soli accendono la chiesa nelle messe deserte e fredde della prima mattina. Quando tutto è silenzio e odore di bruciato buono. E una perfezione lenta ti scende dentro e tiene lontano il resto. Anche Maradona era perfetto e silenzioso. Oggi il calcio fa rumore, il passaggio è sempre un colpo. Il suo era velluto, arrivava in porta o al compagno, inaspettato e servo, a disposizione degli altri, come tutta la vita di Diego. Non aveva una misura del tempo. Uno bravissimo, tra controllo e tiro impiega un secondo. Il Messi giovane faceva tutto in sei decimi, per questo diventava imprendibile, tradiva il tempo degli altri. Maradona non aveva questo problema perché inventava traiettorie, si faceva l’obbligo di non fare mai due volte la stessa giocata. Non ha imparato niente, sapeva tutto”. di mario sconcerti, Corriere della sera, 26 novembre 2020

 

Per me è sempre stato el gordito, il ciccione, non il santo dei poveri di strada e di campetto, il dio del calcio, lo strafenomeno dell’allegria e del maledettismo, ma il tracagnotto che dribblava e segnava. Fu un Byron di Fuorigrotta, “aveva bisogno della colpa per provocare in sé fenomeni di senso morale, della fatalità per gustare il flusso della vita” (così Mario Praz sul giovane Lord e poeta-dandy della dissolutezza ottocentesca). E ciccione è proprio chi ha bisogno della colpa per la sua vitalità e la sua morale. Così l’uomo più scorretto che si sia conosciuto da decenni, uomo della notte e degli amici criminali, modello di anti-deontologia, con il suo genio della promiscuità, della folla come misura esatta della solitudine, questo protagonista assoluto del pigiapigia ci lascia soli e subordinati alla regola sanitaria in un tempo asettico e socialmente distanziato. Era un trasgressivo a ogni latitudine, veicolava anche i vizi degli altri, li rendeva possibili, li giustificava. Per questo ora infuriano i toni e i tratti del santino, e risulta eterno, il migliore di sempre, quando la vera lode è che riuscì perfettamente a essere il peggiore di sempre”. di giuliano ferrara, il Foglio

 

SU RIMBALZI

          Il suo gol spericolato

Il 45esimo episodio del podcast Rimbalzi, prodotto e realizzato da Chora Media, era il quinto e penultimo dello spin-off Mondiali: dedicato ai Mondiali vinti dall’Argentina in Messico 86, al gol della mano de D10s visto con gli occhi di Peter Shilton che lo subì. Con un presentimento. Su Spotify a questo link la serie completa | Rimbalzi è disponibile su tutte le principali piattaforme

 

  VOGLIO UNA VITA ESAGERATA Roberto Palpacelli

A 16 anni è invitato al centro federale di tennis di Riano, due giorni di raduno, un provino. Adriano Panatta e Paolo Bertolucci ne rimangono conquistati. Gli propongono tennis la mattina, atletica il pomeriggio, dormire ai Parioli e weekend a casa, tranne quando ci sono i tornei. Lui li annienta: «Io, in questo lager, non ci voglio passare un giorno di più». Ma il postino suona sempre due volte. Qualche mese più tardi viene convocato fra gli azzurri under 16 per la Coppa Europa a Sciacca. La sera ai compagni insegna la “passatella”, un gioco a base di carte e vino: svaligiano i frigobar, spazzolano tutte le bottigliette di rum e whisky, si ubriacano fradici, fanno baldoria con un gruppetto di ragazze al seguito della squadra svedese, e già che ci sono spaccano porta, tavolo, sedie, bicchieri. Fine della prima storia: talento, fenomeno, campione. E inizio della seconda storia: canne, sniffi, pere. Dai cancelli del cielo al profondo degli abissi.

Anni di alterazione, metamorfosi, dissociazione. Viaggi di andata e ritorno. E il ritorno grazie al tennis. Come quando lo ingaggiano in un centro di Bologna, gli fanno firmare un contratto di 11 anni, blindato fra allenamenti mattina e pomeriggio, tanto da cavargli il desiderio della trasgressione, finché lo iscrivono a tre tornei in India e lì, da solo, si disfa, 14 chili persi in due settimane, quattromila dollari dilapidati in “brown sugar”, così pura e irresistibile da costringerlo, al ritorno in Italia, a tornare dai “rotonderos” e farsi ogni giorno di cinque grammi di eroina tagliata per sentire un minimo di effetto. Come quando va a giocare un paio di tornei in Istria, invece nasconde 10 grammi di eroina in una scarpa come scorta per la settimana, e poi molla tutto, spreca tutto, e torna a casa a pezzi in autostop. Come quando viene inserito nella compagnia atleti a Napoli, corrompe un maresciallo, già corrotto di suo, e in cambio di tute e completini da tennis ha libero accesso alla caserma, con il solito accompagnamento di alcolici e, previo rifornimento a Forcella, anche di bustine. Come quando sprofonda in una crisi di astinenza e riesce a convincere il padre ad assisterlo mentre si inietta una dose” – di marco pastonesi, il Foglio, 27 febbraio 2019

 

  COME QUELLE DEI FILM  Tonya Harding

Sarà sbagliato divertirsi con un film in cui una piccina viene duramente pestata dalla mamma e da adulta accoltellata dalla stessa, da adolescente presa a pugni in faccia dal fidanzato diventato suo marito, la sbatte contro i muri di casa e la minaccia con la pistola? Dobbiamo indignarci perché è candidato a 3 Oscar Tonya, che vuole farci sorridere sui poveri, gli ignoranti, i non intelligenti, gli sfortunati? O si può spassarsela e basta, come succedeva con Charlot emigrante e Brutti sporchi e cattivi, accantonando per una volta l’ormai inutile correttezza politica che diffonde velocemente la scorrettezza, anche perché la realtà della storia e dei personaggi forse è stata persino peggio?

C’è tutto lo squallore dell’America profonda, ambienti desolati, e personaggi trumpiani, vite dolenti senza scampo, disprezzo di classe, aspiranti criminali incapaci, pasticcioni bugiardi, mancanza di solidarietà umana, incapacità di difendersi e salvarsi. Per Tonya, l’infanzia perduta, la crudeltà materna, l’abbandono della scuola, un marito violento e stupido, l’asma da fumo, nessuno sponsor perché troppo rustica, un’origine che il mondo del successo non le perdona, la sua bravura troppo atletica per il gusto bambolina del pattinaggio artistico di allora. E quindi l’impossibilità di essere accettata e rispettata per quello che è” – di natalia aspesi, Repubblica, 19 febbraio 2018

 

  A BERE DEL WHISKY AL ROXY BAR George Best

È finita questa lunga agonia, trentatreanni, perché George Best ha cominciato a morire quando a 26 anni, nel ’72, già aveva deciso di ritirarsi, soffocato dal proprio talento, braccato dal proprio successo, annoiato dalle donne che poteva avere nel suo letto, compresa la Miss Universo con la quale fu sorpreso da un cameriere impiccione che si rivendette subito la storia, precisando che su quel letto oltre a Best e alla donna c’erano sparpagliate anche 20mila sterline, circostanze delle quali George non ricordava nulla. Per non parlare poi del peso di dover ascoltare i moralisti, che in tutti questi anni gli hanno spiegato che cosa avrebbe dovuto fare con il suo estro, come essere un professionista del calcio, come risparmiare i soldi, come anche risparmiare il fegato trapiantato nel 2002, che ugualmente Best (ma tutti i moralisti hanno idea di cosa voglia dire avere un cognome così ed esserlo, il migliore, al tempo stesso?) ha voluto dissipare come tutto il resto e come spiegò nel suo leggendario (e ora tristemente premonitore) aforisma: «Ho speso una fortuna in macchine veloci, donne e sbronze: il resto l’ho sperperato». 

Fu un’esplosione di meraviglia, che nutrì e fu nutrita dai cambiamenti degli anni ’60, così che si trovò a interpretare, applicata sul campo di gioco, la parte che altrove recitavano Mary Quant, Carnaby Street, i Beatles (e si tagliò i capelli a caschetto intorno al ’65, con i baffetti ricorderà un po’ Ringo Starr e un po’ George Harrison, fino a diventare appunto il “quinto Beatle”), i capelloni, il sesso, le droghe e l’alcool: una parte terribilmente pericolosa, dispendiosa, logorante per chi come lo sportivo ha bisogno di altri supporti, l’allenamento, l’autocontrollo, la disciplina, difficili da mantenere mentre il postino ti rovescia a casa migliaia di lettere di fan alla settimana, le offerte degli sponsor (e fu tra i primi a fare il testimonial, “Mangiate Cookstown Sausages”, le Best-sausages, le salsicce migliori), le proposte di mettersi in affari (e aprì un negozio di vestiti con Mike Summerbee, un giocatore del Manchester City). 

È questa sua compenetrazione con la storia e l’epoca che gli guadagnano il diritto al paragone con Pelè, rispetto al quale non ha vinto nulla (‘solo’ una Coppa dei Campioni, due campionati inglesi, il Pallone d’ Oro del ’68), che lo avvicinano al Maradona che ha fatto scrivere volumi su calcio e rivoluzione, che lo accostano a Cruyff del quale aveva la movenza imprevedibile, che richiamano Garrincha, il dribbling stordente e per la tragedia alcolica di una vita. Di ognuno aveva qualcosa (e dentro c’erano anche un paio di Sivori e un po’ di Gascoigne) ma solo sulle sue spalle sono finite le attese, gli spasimi, i vizi di un’epoca: lo stupore del mondo per quel calcio giocato da dio non fu sufficiente per alleviarlo di quel peso. Ogni parola su di lui rischia il moralismo, perché fu talmente arrogante il suo talento, di corrado sannucci, Repubblica, 26 novembre 2005

 

  OGNUNO IN FONDO PERSO DENTRO I FATTI SUOI Giorgio Chinaglia

Giorgio era già in America e poteva restarci, senza montare quelle scene patetiche da baraccone che ci sono state propinate l’estate scorsa. La Lazio lo ha voluto, Maestrelli è stato l’uomo che l’ha convinto a tornare: perché non si ammette più francamente, oggi, ch’è stata un’operazione fallimentare? Forse perché il ritorno di Chinaglia giocava a qualcuno, a lui per primo e alla società. Per una banale, volgare questione di soldi. I soldi che la Lazio e Chinaglia hanno preso dai Cosmos e che si sono divisi d’accordo, nonostante oggi si legga che la società romana ha deciso di denunciare alla lega la fuga non autorizzata di Chinaglia. Dire che si tratta di una farsa è poco. 

Chinaglia ci ha deluso tutti. Prove di non essere un personaggio normale ne aveva date tante, da Stoccarda fino a ieri: ma proprio questo suo comportamento libero, questo suo atteggiamento privo di formalismi e la generosità del temperamento ci avevano convinti che fosse un uomo del tutto sincero. Invece no. 

Giorgio Chinaglia è partito per l’America perché a lui della Lazio disperata, dell’amico Maestrelli inguaiato, del presidente Lenzino che in fondo gli ha versato milioni, proprio non gliene frega nulla. Giorgio Chinaglia è partito per gli Stati Uniti negando – soprattutto – quell’atteggiamento (non più di un atteggiamento) politico che lo ha spinto in passato a prendere certe posizioni e ieri ad accomiatarsi dalla curva con tanto di saluto romano, perché negli Stati Uniti non correrà il rischio di vedere i comunisti al potere e di dividere i suoi milioni con chi non ha neppure mille lire, e questa – se permettete – è viltà. O peggio. Giorgio Chinaglia si è comportato come quei miliardari che esportano capitali in Svizzera e condannano a una lunga morte per inedia l’Italia. Giorgio Chinaglia, questi Giorgio Chinaglia che non avevamo mai voluto conoscere prima, che ci aveva illuso sulla lealtà, esaltato con la sua generosità, sbalordito per la sua impudenza, intenerito per la sua dabbenaggine, non è più un Italiano. È soltanto un accaparratore di dollari. È un Amerikano” – di italo cucci, Guerin Sportivo, 28 aprile 1976

 

VEDRAI CHE VITA VEDRAI Charles Leclerc e Max Verstappen

Due ragazzi identici nei modi, nello stile, identici per talento e ferocia: Charles Leclerc e Max Verstappen in un antagonismo promesso, che rischia di mettere all’angolo Lewis Hamilton. Dunque un cambio di generazione non del tutto risolto. Perché Hamilton ha la rabbia e la voglia di trattenere in pista un altro sogno, il suo, distrutto in un giro dello scorso campionato, da quella che considera una congiura. Leclerc è il ragazzino che ogni mamma vorrebbe adottare. È un diavolo mascherato da angelo, orfano di padre, mentre si batte contro il figlio di un campione mancato, Verstappen, al fianco del figlio di un campione realizzato, Sainz. Più solo dunque, fortificato da una sofferenza che in qualche modo traspare. Un perfetto eroe romantico.

La storia della Formula Uno la fanno le macchine. Ma la fortuna della Formula Uno dipende dai campioni. Persone, uomini al limite del disastro, esposti, dotati, distanti. Eppure improvvisamente, misteriosamente, simili a ciascuno di noi” – di giorgio terruzzi, firma del Corriere della sera, in un monologo tv a Le Iene.

 

| voci Che cosa ha detto Vasco dell’anniversario

 ➣  Come festeggia i 40 anni, Vasco? E che cosa voleva essere davvero «Vita Spericolata»? «Dovrei dire a tarallucci e vino, come si fa sempre in questo Paese un po’ balzano. Era una canzone nata dalla sbornia di ottimismo probabilmente ingenuo degli Anni Ottanta, che veniva dopo la grande illusione del sogno di poter cambiare il mondo o almeno il sistema che metteva al centro la merce, il profitto, il consumismo, la pubblicità, invece che l’uomo. Con la sconfitta dei Settanta e il delirio delle Brigate Rosse, s’era infranto tutto. Ma poi: chi non vuole una vita spericolata a 30 anni? Una vita piena di avventura… È una delle canzoni più fraintese della storia dell’umanità, è un inno alla vita vissuta spericolatamente, nel senso di intensamente. È venuta fuori dalla mia anima, avevo alle spalle già anni di canzoni e vita sui palchi. Poi finì nell’album “Bollicine”, e dilagarono tutti e due».

 ➣  Facciamo un po’ di storia. 

«Nel 1982, dopo “Vado al massimo”, Ravera mi disse che dovevo tornare per riconoscenza. E io: guarda che son venuto a febbraio e ho fatto il matto perché volevo farmi notare. Non posso tornare a fare il matto, perché dopo dovrei andare a lavorare in un circo. Continuavo a rifiutare, ma a settembre magicamente, dopo molto tempo a lavorarci, venne fuori il testo per la bellissima musica di Tullio Ferro. Mi nacque la frase “Voglio una vita spericolata” e poi tutto il resto: per me, quando a un artista arriva una canzone così, poi può anche finire lì la carriera. E ho pensato: “Questa qui la voglio cantare a Sanremo, cantare “voglio una vita maleducata”: era uno sberleffo a tutta la platea a quei tempi molto ingessata e anche a quelli che guardavano da casa. Una canzone che meritava». intervista di marinella venegoni, la Stampa, 2 febbraio 2023

 

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